lunedì 6 luglio 2009
Il presidente costituzionale Manuel Zelaya riesce a raggiungere il cielo di Tegucigalpa ma l’occupazione dell’aeroporto con carro armati militari impedisce il suo rientro. Si registrano intanto due morti tra i manifestanti civili che provano a resistere al colpo di Stato.

Come aveva promesso Zelaya prova il rientro in patria. Il governo golpista però controlla l’aeroporto militarmente e minaccia di abbattere l’aereo nonostante la presenza del presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto. La comunità internazionale a tutti i livelli, dalla Onu alla OEA, si dimostra inconsistente. A questo punto nonostante l’isolamento internazionale al governo golpista di Micheletti si comincia a temere che il colpo di Stato possa andare in porto.

L’esercito hondureño intanto reprime la resistenza civile dei cittadini che chiedevano il rientro di Zelaya e che lo attendevano all’aeroporto. La manifestazione era pacifica e disarmata ma dall’esercito, nei momenti concitati che precedevano l’arrivo del volo di Zelaya, partono spari e gas lacrimogeni. Una pallottola colpisce un manifestante al cranio, la vittima è un minorenne. La scena è ripresa dalle telecamere delle televisioni internazionali presenti, la censura golpista non lo potrà negare. Altre fonti non ancora accertate parlano di un altro morto e di decine di feriti.

Zelaya nonostante due tentativi di atterraggio alla fine deve desistere, l’esercito occupa la pista. Andrà a San Salvador per una riunione urgente con alcuni leader latinoamericani e con il presidente della OEA, si deve rapidamente decidere come reagire e che strategie adottare quando ormai appare chiaro che il ripristino dell’ordine democratico in Honduras non è così scontato.

Il governo golpista si dimostra solido e senza scrupoli. Non rispetta nessun organismo internazionale e non ha paura di reprimere con la forza le proteste interne.

A questo punto difficilmente una decisione dell’OEA o delle Nazioni Unite può cambiare qualcosa, neanche l’isolamento economico ha portato i risultati sperati. L’unica soluzione sembrerebbe l’entrata decisa in campo da parte degli Stati Uniti, in appoggio all’OEA. Anche se i paesi latinoamericani per la prima volta nella storia hanno dimostrato unità di intenti e compattezza, gli Stati Uniti restano ancora gli unici nella regione ad avere la forza economica e militare per ripristinare realmente la democrazia in Honduras. Il semplice rifiuto del colpo di Stato ed il non riconoscimento del nuovo governo non è più sufficiente.


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domenica 5 luglio 2009
Il presidente espulso con la forza dal colpo di Stato di domenica scorsa oggi prova il rientro a Tegucigalpa. Il governo golpista annuncia che farà di tutto per impedirlo. Bloccate le vie di comunicazione all’aeroporto mentre la resistenza al golpe si prepara per accogliere Zelaya. Sale la tensione. Diretta da Tegucigalpa.

La riunione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) di ieri ha ufficializzato l’espulsione dall’organismo dell’Honduras a causa della violazione dell’articolo 21 della Carta Democratica Interamericana (rottura dell’ordine democratico). Il presidente costituzionale Zelaya ha annunciato così il rientro al paese, previsto per oggi per mezzogiorno (le 20 italiane). Lo accompagneranno il presidente ecuadoriano Correa, il presidente argentina C. Kirchner da confermare invece la presenza del presidente del Paraguay, Fernando Lugo e del presidente dell’OEA, José Miguel Insulza. Il governo golpista di Roberto Micheletti minaccia di impedire con qualsiasi mezzo che l’aereo di Zelaya tocchi suolo hondureño, indipendentemente da chi lo accompagnerà. Già si riporta la presenza di tiratori franchi nel recinto aeroportuale.

La resistenza civile al golpe annuncia di voler accogliere il presidente Zelaya all’aeroporto ma l’esercito, che appoggia il colpo di Stato, ha già bloccato le vie d’accesso all’aeroporto internazionale di Tegucigalpa. Saranno circa 20'000 i militari che sorveglieranno l’aeroporto e tutti i voli sono sospesi dalla mattinata. Si teme una ennesima repressione militare e la violazione dei diritti umani. Molti manifestanti non riescono a raggiungere la capitale perchè bloccati dall'esercito.

Intanto ieri c’è stata una presa di posizione da parte del Cardinale Oscar Andrés Rodríguez , massimo rappresentante del Vaticano in Honduras. La Chiesa Cattolica appoggia il colpo di Stato invitando il presidente legittimo, Mel Zelaya, a non provare il rientro al paese.

Segui in diretta gli sviluppi dall’aeroporto internazionale di Tegucigalpa qui:





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sabato 4 luglio 2009
Il presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, ieri in visita in Honduras per ricordare la scadenza dell’ultimatum, ha assicurato che non c’è la volontà da parte del governo golpista di ripristinare l’ordine costituzionale nel paese.

Per oggi è prevista una riunione straordinaria della Organizzazione degli Stati Americani (OEA) per stabilire le misure da infliggere al paese centroamericano vista la scadenza dell’ultimatum di 72 ore dato mercoledì. Si prevede l’esclusione dell’Honduras dall’organismo che porterebbe ad un ulteriore isolamento politico ed economico al governo golpista di Micheletti.

Intanto ieri nella nottata il governo di fatto annuncia l’uscita volontaria dall’OEA anticipando la possibile esclusione ufficiale prevista come decisione della riunione straordinaria. La decisione però provenendo da un governo non riconosciuto non ha nessuna validità.

Micheletti ed il suo governo illegittimo comunque non sembrano voler fare nessun passo indietro. Continuano a respingere le pressioni internazionali ed a minacciare d’arresto in caso di rientro il presidente legittimamente eletto Mel Zelaya, su cui secondo un ordine di cattura della Corte Suprema pendono 18 capi d’accusa.

Il rientro di Zelaya, previsto per oggi, continua quindi a slittare. Ora non si ha una data precisa. Si dice che avverrà una volta terminata la riunione OEA o comunque al massimo entro questo fine settimana. Zelaya sarà accompagnato dal presidente ecuadoriano Correa, dallla presidente argentina C. Kirchner dal presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto. Il premio Nobel per la pace, la guatemalteca Rigoberta Menchú, è invece già in Honduras per appoggiare il rifiuto al golpe.

Intanto la resistenza popolare al colpo di Stato continua a crescere. Oggi le strade vicine alla casa presidenziale a Tegucigalpa sono occupate da migliaia di manifestanti, provenienti da diverse regioni del paese centroamericano (nonostante la repressione dell’esercito sono finalmente riusciti a raggiungere la capitale), che chiedono incondizionatamente il ritorno del presidente Zelaya.
C'è preoccupazione per una possibile repressione da parte dell'esercito.

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venerdì 3 luglio 2009
Il presidente legittimo invita i suoi sostenitori ad appoggiare il suo rientro ed a marciare verso Tegucigalpa.

Ad accompagnare Zelaya domani ci saranno il presidente ecuadoriano Correa, la presidente argentina C. Kirchner ed il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto. Si aggiunge anche il premio Nobel per la pace, la guatemalteca Rigoberta Menchú. Il presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, è invece già oggi a Tegucigalpa, non per negoziare con il governo golpista di Micheletti ma per ricordare la scadenza dell’ultimatum dell’OEA. A Micheletti rimangono solo 24 ore per ripristinare l’ordine costituzionale in Honduras.

Continua intanto la repressione da parte dell’esercito per impedire ai sostenitori di Zelaya di raggiungere la capitale. Oggi la polizia nazionale informa che circa 157 persone sono state arrestate per non aver rispettato il coprifuoco indetto dal governo illegittimo di Micheletti. Si sommano alle 80 di ieri. Nelle zone interne del paese continuano a registrarsi black out elettrici. Si ricorda poi che da ieri sono sospese tutte le libertà costituzionali in Honduras in seguito ad un decreto approvato dal Congresso di Micheletti.

Lo stesso Micheletti si trova così con le spalle al muro. Notizia di ieri è che abbia dato la disponibilità ad anticipare le elezioni di novembre pur di non permettere il ritorno alla presidenza di Zelaya, aprendosi così ad una eventuale negoziazione, che per fortuna ancora non ha trovato controparte.

Domani sarà il giorno decisivo e le possibilità che il colpo di Stato vada in porto sono tutt’ora poche visto la totale assenza di appoggio internazionale e l’isolamento economico in atto.


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Questa domenica 5 di luglio avranno luogo le elezioni legislative in Messico. Già chiusa la campagna elettorale si prevede una grossa astensione. Il PRI è dato in vantaggio in tutti i sondaggi.

Città del Messico – Tutti i sondaggi danno il PRI vincitore delle elezioni di domenica. Il Partido Revolucionario Institucional quasi sicuramente conquisterà il maggior numero di seggi nella Camera bassa. Se poi si considera che un atipico partito Verde (che propone la pena di morte per frenare la violenza ed i sequestri), alleato del PRI, conquisterà un 5%-7% se ne ricava un quadro dove una coalizione avrà la maggioranza nelle due camere. Si prospetta una vita difficile per il presidente Calderón (PAN) che sarà costretto a cercare accordi con i priisti per portare a termine la sua agenda.

Il partito del presidente, PAN, rappresenterà la seconda forza con circa un terzo dei deputati totali. Un segnale forte di perdita di consensi per Calderón ed i suoi, derivata in parte dalla recessione economica e in parte dalle scarse soluzioni ai problemi storici messicani, che mette a dura prova il PAN nell’obiettivo di mantenere la presidenza nel 2012.

Una presidenza che oggi sembra che solo il PRI possa perdere, visto e considerato anche la crisi interna del PRD, iniziata con le elezioni del 2006 e che non sembra avere fine. Il PRD conquisterà un misero 15% dei consensi e senza una profonda ristrutturazione non avrà nessuna speranza di conquistare la presidenza. La sinistra messicana in profonda crisi soffre le divisioni interne che hanno portato ad una parte di essa a chiedere agli elettori di annullare il voto, non votando per il PRD e creando il “grupo anulistas”.

Riporto un sondaggio pubblicato da “La Reforma” ieri.

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giovedì 2 luglio 2009
Si sospendono tutte le libertà costituzionali.(segui gli aggiornamenti)

Il governo che risponde al presidente golpista, Roberto Micheletti, ha approvato per decreto la sospensione delle garanzie individuali previste nella Costituzione. Si sospende così il diritto alla associazione, alla libera circolazione nelle ore previste dal coprifuoco, alla inviolabilità del domicilio e di manifestazione. Si concede inoltre la possibilità alle forze dell’ordine di detenere un individuo senza che su di lui penda una accusa o un mandato.

AGGIORNAMENTI

02/07/09

Ore 8 – La polizia nazionale informa che circa 80 persone sono state arrestate per non aver rispettato il coprifuoco indetto dal governo illegittimo di Micheletti.


01/07/09

ORE 18 - Il congresso nazionale hondureño approva lo “Stato di emergenza” nel paese. Ne deriva:
- coprifuoco vigente dalle 22:00 alle 5:00;
- possibilità di detenere un individuo per più di 24 ore senza avere nessuna accusa nei suoi confronti.
- sospensione del diritto alla libertà personale, alla libera associazione e riunione, e al diritto di circolazione nelle ore previste dal coprifuoco.

ORE 15 – Il ministro degli esteri spagnolo, Miguel Ángel Moratinos, conferma che tutti i paesi europei hanno ritirato il proprio ambasciatore dall’Honduras come forte segnale per ristabilire l’ordine costituzionale rotto dal golpe. Spagna, Italia (Giuseppe Magno), Francia e Germania erano i paesi con ambasciatore in Honduras, tutti i 27 paesi dell’Unione sospendono le relazioni commerciali con il paese centroamericano.

ORE 10 – Cattive notizie. Taiwan e Israele riconoscono il governo nato dal colpo di Stato di Roberto Micheletti.

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Ultimatum OEA: 72 ore per il ritorno alla presidenza di Zelaya

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La resistenza civile sta tentando di riscattare la democrazia. Testimonianza dall’Honduras

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mercoledì 1 luglio 2009
Dopo l’Onu anche l’OEA condanna il colpo di stato in atto in Honduras. Dopo la lunghissima riunione di ieri arriva l’ultimatum: Micheletti ed i golpisti hanno 72 ore per ristabilire l’ordine costituzionale permettendo il rientro di Zelaya. (segui gli aggiornamenti, guarda le foto della resistenza popolare ). Anche l'Italia ritira l'ambasciatore Giuseppe Magno.

Il rientro di Zelaya è quindi posticipato a sabato. Lo accompagneranno il presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, il presidente ecuadoriano Correa, la presidente argentina C. Kirchner ed il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto.

Il Congresso golpista, agli ordini di Micheletti, ha emesso intanto ieri un ordine di cattura nei confronti del presidente legittimo Zelaya, minacciando il suo rientro e dichiarando che non lo si lascerà entrare in territorio hondureño.

Micheletti ha poi dichiarato anche di voler inviare in missione un gruppo di deputati ed imprenditori negli Stati Uniti per difendere il suo governo illegittimo. Dopo le restrizioni economiche di ieri da parte della Banca Mondiale e del BID infatti il governo golpista si è visto isolare anche economicamente. Ad una radio locale la ministra delle finanze golpista, Gabriela Núñez, ha dichiarato: “Se vivere in democrazia vuol dire vivere con meno risorse, ci proveremo”. Intanto anche gli Stati Uniti però hanno annunciato che sospende gli scambi commerciali con l’Honduras sino al ripristino del governo legittimo.

Zelaya oggi ha annunciato che andrà invece a Panama per assistere alla cerimonia di investitura del nuovo presidente panameño Ricardo Martinelli, continuando così a ricoprire la carica di unico presidente della Repubblica di Honduras riconosciuto a livello internazionale.

Resistenza Popolare – Continua lo sciopero generale spontaneo a tempo indefinito sino al ritorno di Zelaya. La commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) visiterà presto il paese centroamericano per valutare eventuali violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito e dal governo illegittimo di Micheletti (Si parla di trenta persone desaparecidas, ed un morto accertato).
LE FOTO DELLA RESISTENZA

ULTIMA ORA - (ASCA) In relazione alla situazione delineatasi in Honduras a seguito del colpo di stato che ha portato all'allontanamento del presidente Zelaya, il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, che in questi ultimi giorni si e' tenuto in stretto contatto con i suoi omologhi europei e con il segretario generale dell'Osa, ha deciso di richiamare a Roma per consultazioni l'ambasciatore Giuseppe Magno, in linea con quanto gia' disposto anche da altri Paesi dell'Unione Europea. Lo riferisce la Farnesina in una nota.

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Colpo di Stato in Honduras: cronaca del terzo giorno

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La resistenza civile sta tentando di riscattare la democrazia. Testimonianza dall’Honduras

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Continuiamo a ricevere e pubblichiamo le foto della resistenza popolare al colpo di Stato a Tegucigalpa.

Il popolo hondureño prova a resistere alle cariche dell'esercito.





Ringraziamo Davide che da Tegucigalpa ci tiene informati.

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Vergognoso servizio di Studio Aperto. Il telegiornale Mediaset affronta da un’ottica decisamente particolare il tema del colpo di Stato in atto in Honduras. (Guarda il video)

Intervistando il presidente Enti Bergamaschi nel Mondo, Studio Aperto augura tanta fortuna a Roberto Micheletti, responsabile principale del colpo di Stato, per le sue origini di Bergamo Alta. Nulla da dire sulla condanna ricevuta dalle Nazioni Unite al golpe o sulla repressione militare in atto nelle città del paese centroamericano. Silenzio anche sul controllo dei media del governo golpista.


Quello che importa è la volontà di ricostruire l’albero genealogico o che sia bergamasco ed accesso tifoso atalantino. “Auguri di tanta fortuna al nuovo leader dell’Honduras”, si può ascoltare nel servizio di Filippone e Macchiavello.

Qualcuno perfavore faccia presente a Studio Aperto che Micheletti non è il nuovo “leader dell’Honduras” ma occupa la posizione di presidente solo grazie ad un colpo di stato militare ai danni del presidente legittimo, Mel Zelaya, che l’ONU ha severamente condannato il golpe e che l’OEA (Organizzazione Stati Americani) ha dato un ultimatum di 72 ore di tempo al presidente bergamasco Micheletti per lasciare la carica e permettere il ritorno dell’unico presidente riconosciuto in Honduras, Zelaya.


Ringraziamo per la segnalazione il blog Unavitarilassata.

Segui le notizie in continuo aggiornamento sul colpo di Stato.

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martedì 30 giugno 2009
AGGIORNAMENTI IN TEMPO REALE

30 giugno 2009 (orario Honduras)

L’assemblea generale delle Nazioni Uniti approva all’unanimità e per acclamazione il progetto di risoluzione proposta per l’Honduras. La risoluzione prevede di non riconoscere nessun governo che non sia quello legittimamente eletto di Manuel Zelaya, e ne chiede il suo “immediato rientro”. Riprende la resistenza civile a Tegucigalpa.

Ore 17:50 – Il presidente illegittimo Micheletti avverte che nonostante le pressioni degli organi internazionali non rinunzierà e non permetterà il ritorno di Mel Zelaya.

Ore 17:00 – Il governo nato dal colpo di Stato estende il coprifuoco in Honduras ai prossimi 5 giorni sino a venerdì 3 luglio nella fascia oraria che va dalle 10pm alle 5am.

Ore 16:30 – La commissione Interamericana dei Diritti Umani visiterà il paese centroamericano per valutare eventuali violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito e dal governo illegittimo di Micheletti (Si parla di trenta persone desaparecidas, ed un morto accertato).

Ore 16:00 – L’esercito continua a bloccare le strade di accesso alla capitale Tegucigalpa impedendo alla popolazione che manifesta e resiste al colpo di Stato l’accesso alla città.

Ore 15:40 – Anche i BID (Banca interamericana per lo sviluppo) congela il conto hondureño di 200 milioni di dollari.

Ore 13:00 - La resistenza civile che pretende il rientro di Zelaya e che rifiuta il colpo di Stato, torna nelle strade e si mette in marcia per riconquistare pacificamente la piazza della sede presidenziale dopo averla persa ieri in seguito alla repressione militare. I media hondureñi, che appoggiano il colpo di Stato, trasmettono solo la manifestazione pro-Micheletti dalla Plaza Central, mentre continuano a tacere sul rifiuto internazionale al governo golpista.

Ore 12:40pm – Il Congresso golpista, agli ordini di Micheletti, ha emesso un ordine di cattura nei confronti del presidente legittimo Zelaya, minacciando il suo rientro previsto per giovedì.


Ore 12:00pm- Il presidente illegittimo Micheletti dichiara che in Honduras non è in corso un colpo di stato e che l’esercito ha solo fatto rispettare la Costituzione.

Ore 11:30am - La Banca Mondiale annuncia la sospensione del credito di 270 milioni di dollari destinati all’Honduras sino a quando la situazione politica non torni alla normalità.

Ore 11:15 – Zelaya in conferenza stampa annuncia che anche il presidente Ecuadoriano, Rafael Correa, lo accompagnerà giovedì in Honduras.

Ore 11:00am – L’ONU condanna ufficialmente il colpo di Stato in Honduras. L’assemblea generale delle Nazioni Uniti approva all’unanimità e per acclamazione il progetto di risoluzione proposta per l’Honduras. La risoluzione prevede di non riconoscere nessun governo che non sia quello legittimamente eletto di Manuel Zelaya, e ne chiede il suo “immediato rientro”I paesi patrocinatori della risoluzione erano: Antigua e Barbuda, Belize, Bolivia, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Rep. Dominicana, San Vicente y las Granadinas, Brasile, Venezuela, Costarica, Perù, Messico, Cile, Uruguay, Argentina, Paraguay e Siria. Successivamente si aggiungevano anche: Stati Uniti, Canada, Colombia, Capo Verde, Barbados, Guyana e Bosnia Erzegovina.

Ore 10:30am – Anche la Spagna del presidente Zapatero si unisce ai paesi latinoamericani e ritira il suo ambasciatore in Honduras. La Spagna chiede agli altri membri dell’Unione Europea di ritirare i rispettivi ambasciatori, non riconoscendo il governo illegittimo di Micheletti.

Ore 10:00am – La presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner annuncia che accompagnerà giovedì il presidente Zelaya
nel rientro in Honduras insieme al presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, e al presidente ONU. Cristina K. forse tenta di recuperare smalto a livello internazionale dopo la bocciatura nelle elezioni della scorsa domenica in Argentina dove il suo governo ha perso la maggioranza nelle due Camere.
Si ricorda che il presidente illegittimo, Roberto Micheletti, ha officialmente dichiarato che nel caso Zelaya rientrasse in Honduras, è pendiente di arrestato.

Ore 9:00 am – La polizia nazionale hondureña blocca 70 autobus diretti a Tegucigalpa e ne detiene i manifestanti che pretendevano il ritorno di Manuel Zelaya alla legittima presidenza della Repubblica di Honduras.

Ore 8:00 am – La università “Nacional Autónoma de Honduras” sospende le lezioni sino a prossimo ordine. Tutte le scuole della capitale, dalle elementari alle superiori, rimarranno chiuse.

Ieri si sono registrati più di 160 feriti ed un morto in seguito alla repressione militare sulla resistenza civile che chiede il rientro del presidente Zelaya

Leggi gli altri fatti di ieri:
Obama si compromette, si schiera apertamente e dichiara “illegale il colpo di stato in Honduras”. “Il presidente Zelaya continua a rappresentare il presidente legittimo della Repubblica di Honduras”

Testimonianza diretta da Tegucigalpa:
La resistenza civile sta tentando di riscattare la democrazia. Testimonianza dall’Honduras

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Il popolo hondureño, 24 ore dopo il ribaltamento della democrazia, continua la lotta per evitare violazione dell’ordine democratico del paese. Purtroppo però i canali d’informazione internazionali rimangono oscurati. Accanto a quello politico è in atto anche un colpo di stato mediatico che esclude dal diritto d’informazione buona parte della popolazione.


L’esercito e la polizia nazionale stanno intraprendendo una repressione violenta nei confronti della pacifica resistenza civile che chiede il rientro del presidente Zelaya, legittimamente eletto.

E’ purtroppo forte il rischio di una regressione politica che creerebbe un pericoloso precedente a livello continentale. Per evitarla tutti i paesi latinoamericani uniti e senza eccezioni si schierano a difesa della democrazia in Honduras e nelle Americhe.
Si è creato un fronte unico latinoamericano senza precedenti. Lottare per la democrazia in Honduras oggi è una misura dovuta e di carattere preventivo per assicurare la stabilità democratica in America Latina.
Anche il presidente Usa, Barack Obama, così come l’Unione Europea, dichiara illegale il colpo di stato militare che ha portato alla “presidenza” Micheletti. Si spera che il governo degli Stati Uniti dimostri un cambio reale rispetto al passato assicurando il rispetto della democrazia in Honduras. Quale occasione migliore per rompere con l’oscuro passato.

Aggiornamenti in tempo reale
  • Manuel Zelaya annuncia che giovedì, dopo la sua visita agli Stati Uniti per pronunciare un discorso davanti alla ONU, rientrerà in Honduras accompagnato dal presidente dell’OEA, José Miguel Insulza e dai presidenti latinoamericani che accetteranno l’invito ad accompagnarlo.
  • Obama si compromette, si schiera apertamente e dichiara “illegale il colpo di stato in Honduras”. “Il presidente Zelaya continua a rappresentare il presidente legittimo della Repubblica di Honduras”.
  • Il gruppo di Rio, l’ALBA, SICA, tutti i paesi uniti e unanimi e senza eccezioni da Managua Nicaragua ritirano i loro ambasciatori in Honduras e sospendono attività economiche, politiche, finanziarie e di cooperazione sino al ripristino dell’ordine democratico e al ritorno di Zelaya alla presidenza.
  • Nessun governo riconosce il presidente illegittimo hondureño, Roberto Micheletti.
  • La repressione militare nei confronti dei manifestanti, e la registrazione della violazione di diritti umani nei confronti di politici e attivisti detenuti.
  • Il presidente illegittimo Micheletti dichiara che governerà in Honduras nonostante la condanna internazionale.
  • L’arresto e il sequestro per poche ore di giornalisti e reporter di Telesur, unico canale televisivo a trasmettere in diretta le immagini della repressione militare a Tegucigalpa.
  • La prima vittima della resistenza civile, un sindacalista travolto da un veicolo dell’esercito.
  • Inizio dello sciopero generale indetto dalla resistenza pacifica e civile al colpo di Stato.

Il colpo di stato sembra già avere le ore contate.

Leggi la testimonianza diretta di un cittadino italiano in Honduras e guarda le foto della repressione militare in esclusiva per VeroSudamerica:
La resistenza civile sta tentando di riscattare la democrazia. Testimonianza dall’Honduras

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AGGIORNAMENTO - Da Tegucigalpa raccogliamo la testimonianza dell’amico Davide Bonechi, cittadino italiano residente in Honduras. Foto della repressione militare in esclusiva.

29 giugno - Stamattina purtroppo si è registrato il primo morto. Un sindacalista è stato travolto da un veicolo dell'esercito fuori dall'Hondutel. Ovviamente i media continuano a tacere. L’unica maniera per avere informazioni non manipolate è attraverso internet, ma in pochi ne hanno facile accesso.

Ore 15:00 - La situazione è peggiorata. Le manifestazioni davanti alla casa presidenziale continuano, c’è il doppio di manifestanti rispetto a ieri.
La polizia (fino a ieri neutrale, poi nella notte il presidente illegittimo Micheletti ne ha destituito i capi) si è aggiunta all’esercito ed ha iniziato a lanciare lacrimogeni sulla folla che ha risposto con lancio di pietre. Inizia la repressione con attacchi con idranti carichi di acqua ed irritanti chimici.
Si è assistito a una mezz'ora repressione militare.

Ore 16:00 - L'esercito esce dalla casa presidenziale e divide in due il cordone dei manifestanti. La folla continua a rispondere con il lancio di oggetti. Ho visto con i miei occhi elementi dell’esercito e della polizia nazionale manganellare e sparare con pallettoni di plastica mirando alle gambe dei manifestanti. Si stanno registrando vari feriti e diversi manifestanti arrestati arbitrariamente.

Circolano nel tardo pomeriggio notizie riguardo altri possibili morti ma per ora non sono fonti confermate.

Il dirigente del “Bloque Popular” (uno dei sindacati più attivi nella protesta civica) è stato picchiato dalla polizia durante la repressione militare davanti alla casa presidenziale.

Per domani si spera in una mobilitazione civica più forte e di conseguenza si prospetta il rischio di una repressione ancora più dura.

L’aria qui nella città di Tegucigalpa è pesante, la polizia è dappertutto, molte vetrine rotte. C’è tensione e i media ancora che ancora trasmettono sono complici del golpe e tacciono, non commentano, fanno riferimento ad una situazione normale, ad un ordinario riordino costituzionale.

L’esercito sta tentando di bloccare l’accesso a Tegucigalpa per evitare che dalle altre città e dalle campagne si rinforzi la resistenza cittadina. Per domani è prevista una manifestazione della società civile al “Parque Central” ed inizieranno gli scioperi per protestare contro il governo illegittimo di Micheletti.

Anche nelle altre città nel frattempo si organizzano manifestazioni per il ritorno di Zelaya. A San Pedro Sula c’è stata una manifestazione oggi, la resistenza ha occupato ponte di Progreso.

Le foto sono state inviate da Davide in esclusiva per VeroSudamerica.

Leggi anche:
Colpo di Stato in Honduras: cronaca del secondo giorno. Aggiornamenti in tempo reale
Notizie dall’Honduras, testimonianze da Tegucigalpa

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lunedì 29 giugno 2009
Davide Bonechi, un cittadino italiano residente per motivi di lavoro in Honduras, ci aggiorna con la sua testimonianza diretta sul colpo di stato in atto.

Sappiamo tutti degli ultimi sviluppi sul colpo di Stato in Honduras, com’è ora la situazione nelle città? Tu sei a Tegucigalpa, qual è la reazione del popolo hondureño? C’è una resistenza civile a favore del presidente Zelaya?

Ti rispondo solo ora perché ieri tutta la capitale è rimasta senza elettricità ed anche internet non funzionava. Ieri saremmo stati circa 2000 persone davanti alla casa presidenziale, la manifestazione era pacifica. Non ci sono stati scontri, salvo quando alcuni manifestanti calorosi hanno attaccato una camionetta di militari facendola scappare, l'esercito ha così sparato in aria provocando la dispersione della folla. Nella notte una parte dei manifestanti ha dormito davanti a casa presidenziale (200- 300 persone tra sindacati, sinistra, ragazzi del UD e del Part. liberale), nonostante la decisione del governo illegittimo di Micheletti di dichiarare un coprifuoco dalle 21 alle 6 per le prossime 48ore.

A che livello è la presenza militare in città?

La presenza militare è forte a protezione di tutti i ministeri e del Congresso. Stamattina lo schieramento è anche triplicato, in particolare per controllare le manifestazioni davanti alla casa presidenziale.

Dalla mattinata qual è il livello dei servizi? Elettricità, internet?

Ieri non c’è stata l’elettricità in tutta la capitale, oggi energia ed internet sembrerebbero essere regolari.

Come si sono schierati i media ed in particolare le televisioni? E’ possibile per il cittadino hondureño avere una informazione chiara sugli ultimi avvenimenti?

Molte radio non trasmettono, ed i giornali nazionali non fanno nessun riferimento al colpo di Stato. El Heraldo, La Tribuna e El Tiempo, i principali giornali nazionali, sono manipolati e fanno riferimento ad un normale riordino costituzionale. Canal 8, un canale televisivo vicino al governo Zelaya, è oscurato da ieri mattina così come Cnn in spagnolo e Telesur. Altri canali privati invece trasmettono cartoni animati e telenovele, facendo completo silenzio e rendendosi complici del colpo di stato. La popolazione, soprattutto nelle campagne non riesce bene a capire cosa stia succedendo e per questo che la resistenza popolare non è ancora sufficientemente numerosa.

Quali sono le sensazioni che hai sul futuro prossimo del paese?

La sensazione è che se i manifestanti non riescono a organizzarsi bene, se entro 1-2 giorni non riusciranno ad unirsi mi sa che il golpe possa arrivare in porto. Sarà importante l'appoggio internazionale. Purtroppo qui i gruppi di vera sinistra sono ridotti male, son pochi e mal organizzati, i mezzi d'informazione sono completamente manipolati dal “governo” Micheletti e la popolazione civile è impossibilitata ad informarsi bene. Stamattina la situazione nella capitale è relativamente tranquilla, le scuole e le università sono chiuse ma molta gente è regolarmente a lavoro. Micheletti è considerato dalla maggioranza della popolazione un grande corrotto, ma la mancanza d’informazione e la presenza militare per ora sta riuscendo ad evitare che la protesta popolare, soprattutto nelle zone territoriali che appoggiano al presidente Zelaya, riesca ad organizzare una solida resistenza civica. Qui la gente non immagina il rifiuto internazionale che ha ricevuto il colpo di stato per la mancanza totale di informazione. Oggi tornerò ad appoggiare i manifestanti davanti alla residenza presidenziale.

Grazie Davide, tienici aggiornati.

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Il governo di Cristina Kirchner soffre una debacle elettorale nelle elezioni legislative svolte ieri in Argentina. Nel vicino Uruguay invece le elezioni primarie stabilivano i candidati in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 25 ottobre.

I Kirchner perdono la maggioranza sia nella Camera dei Deputati sia nel Senato a causa della forte avanzata dei partiti oppositori, radicali socialdemocratici e liberali ed ex peronisti. Ora il governo in carica sarà a costretto alla negoziazione per tenere l’appoggio necessario a governare. L’ex presidente Nestor Kirchner ammettendo la sconfitta ha annunciato che “si cercherà di lavorare per garantire la governabilità nel paese”.

Una delle cause della sconfitta della coalizione di governo è stata sicuramente la crisi economica, che l’Argentina come paese produttrice di prodotti alimentari, ha risentito particolarmente con una forte recessione. I Kirchner soffrono un duro colpo sia a Buenos Aires e nelle provincie limitrofe che nelle città di Santa Fe, Córdoba e Mendoza.

In Uruguay invece le elezioni primarie stabilivano i candidati dei partiti principali per le elezioni presidenziali di ottobre. Per il partito del presidente in carica Tabaré Vázquez, “Frente Amplio”, il futuro candidato sarà il senatore José Mujica (74 anni ed ex guerrigliero tupumaro), che ha superato con il 54% il candidato appoggiato dal presidente in carica, Danilo Astori.

Per il principale partito di opposizione, il “Partido Nacional”, l’ex presidente Luis Alberto Lacalle (68 anni), che governò il paese appoggiando le riforme liberali e le grandi privatizzazioni dal 1990 al 1995, vince le primarie con il 55% sull’altro candidato Jorge Larrañaga.

Da segnalare che l’opposizione al “Frente Amplio” ha dimostrato una maggiore capacità di mobilizzazione dei suoi elettori, generando preoccupazione nel partito di governo che ha registrato un calo di partecipazione in particolare da parte degli elettori di sinistra.

Per il “partido colorado”, che sembra però fuori dalla lotta per la presidenza ,il candidato sarà Pedro Bordaberry, ex ministro del turismo.

Le elezioni si svolgeranno il prossimo 25 aprile, se uno dei candidati riceverà la maggioranza assoluta diventerà il nuovo presidente, in caso contrario il ballottaggio è previsto per il mese di novembre.

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Una giornata triste quella di ieri in Honduras. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo quando in piena guerra fredda i colpi di stato militari erano all’ordine del giorno, quando sovvertire l’ordine democratico e la volontà popolare era legittimo e accettato. Forse però una giornata così triste servirà invece a dimostrare che un cambio di epoca è già avvenuto, che i soprusi militari e oligarchici già non hanno futuro, né in Honduras, né nell’intera America Latina.

All’alba di una domenica nella quale il popolo hondureño era chiamato a esprimersi in una consulta popolare e non vincolante politicamente, solo per decidere il possibile inserimento nelle prossime elezioni di novembre di una urna speciale per la formazione di una Assemblea Costituente, il paese centroamericano si risvegliava assistendo al sequestro da parte dell’esercito del presidente legittimamente eletto Manuel Zelaya, costretto con la forza ad abbandonare il territorio nazionale per rifugiarsi in Costarica.

La capitale hondureña si ritrovava senza elettricità, con i canali radio fuori onda e i canali televisivi d’informazione come Canal 8 bloccato dai militari.

Il colpo di stato, temuto nei giorni precedenti, era ormai in atto. Veniva sequestrato il presidente eletto democraticamente con una irruzione militare nella sua residenza che rimandava a vecchi incubi. Chi conosce la storia latinoamericana non poteva fare a meno di ricordare l’assalto alla Moneda di Santiago del Cile quell’11 settembre 1973 che costringeva alla morte Salvador Allende aprendo la strada alla dittatura militare di Augusto Pinochet.

Il Congresso hondureño illegalmente cercava di formare un governo illegittimo, contrario alla volontà dei propri elettori. Una lettera chiaramente falsa cercava di dimostrare che Zelaya avesse rinunciato volontariamente alla sua carica, e Micheletti, appoggiato dai partiti conservatori e di destra, veniva nominato come nuovo presidente in carica.

Nel frattempo però per le strade di tutto il paese centroamericano, nonostante l’occupazione militare di molti quartieri e delle vie di comunicazione principali, la popolazione iniziava spontaneamente una resistenza pacifica. Non riusciva né poteva accettare l’ennesimo sopruso, l’ennesimo tentativo di venire azzittita, di venire violentata dai gruppi d’interesse e dai poteri forti che con l’appoggio militare cercavano di proteggere lo stato delle cose ed evitare una nuova Costituzione e l’espressione democratica.

Per fortuna però da quel 1973 del colpo di stato in Cile sono passati più di 40anni, l’America Latina è cresciuta politicamente ed è cambiata. A livello internazionale gli equilibri sono diversi ed l’intero blocco latinoamericano, superando le differenze politiche, dalla Colombia di Uribe e il Messico di Calderon, ai governi politicamente più vicini a Zelaya come Venezuela, Ecuador e Nicaragua, si dimostrava deciso ed unito. Da più lati piovevano condanne e prese di posizione come quella della OEA (Organizzazione degli Stati Americani) che affermava di non riconoscere nessun tipo di governo che non sia quello democraticamente eletto di Manuel Zelaya e ne esigeva il ritorno incondizionato del presidente alla sua carica.

Questa volta anche l’Unione Europea e, forse ancora troppo timidamente, anche il governo Obama negli Stati Uniti, condannava il colpo di stato militare ed il tentativo di sovvertire l’ordine democratico di un governo legittimo ed eletto dal popolo.

L’organizzazione del colpo di stato sembra così sempre completamente isolata a livello internazionale, dimostrando una forte debolezza politica e dimostrando che l’epoca dei soprusi e delle violazioni alle democrazie è forse terminata.

Ci si aspetta ora un ritorno di Zelaya in Honduras, ci si aspetta una condanna mondiale severa agli organizzatori del colpo di Stato. Si spera che non ci sia nessun tipo di negoziazione con il gruppo dei golpisti. Finalmente il cambio di epoca sembra essere avvenuto. Lo si era capito già nel 2002 quando il popolo venezuelano sventava il colpo di stato ai danni di Chávez. Fu un primo segnale di cambiamento. Questa volta la reazione del blocco latinoamericano è stata molto più forte, questa volta si è dimostrata un'unione latinoamericana reale, questa volta anche gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo più adeguato e garantista.

Per tutti Zelaya è il presidente in carica, questa volta il gruppo oligarca/militare golpista sembra avere le ore contate.

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Colpo di stato in Honduras - Diretta

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Leggendo una presunta lettera di rinuncia del presidente legittimo Zelaya, il Congresso ne dichiara la sua inabilitazione politica e nomina per alzata di mano Roberto Micheletti nuovo presidente temporale.

Zelaya, rifugiato in Costarica, in seguito del colpo di stato militare attuato nella mattinata, dichiara di non aver mai rinunciato alla sua carica politica e denuncia l’irruzione militare che lo ha costretto ad abbandonare il paese.

Il consiglio permanente dell’OEA (organizzazione stati americani) prende posizione ufficiale:
- Rifiuta e condanna pubblicamente ed energicamente il colpo di stato contro il governo di Manuel Zelaya che ha prodotto un’alterazione costituzionale dell’ordine democratico.
- Esige il ritorno incondizionata del presidente Zelaya a su carica.
- Non riconoscerà nessun governo prodotto dal colpo di stato.
- Condanna qualsiasi atto di violenza e le detenzioni illegali di vari politici legittimamente in carica.

Da tutto il mondo arrivano segnali di appoggio al presidente democraticamente eletto Zelaya. L’Unione Europea e quasi tutti i paesi latinoamericani e centroamericani rifiutano il colpo di stato ed il nuovo governo illegittimo. Anche il presidente Obama e gli Stati Uniti si dimostra preoccupato per la violazione dell’ordine democratico nel paese centroamericano, forse troppo poco considerando la gravità degli avvenimenti. L’ONU ha appena convocato una riunione d’emergenza prevista per domani. L’organizzazione del golpe sembra comunque sempre più isolata a livello internazionale, dimostrando debolezza politica.

La resistenza civica al colpo di stato infatti è forte in tutto il territorio, mentre si registrano purtroppo le prime violazioni da parte dell’esercito nel tentativo di reprimere questi movimenti.

Nella capitale e nelle principali città si continuano a registrare interruzioni della somministrazione dell’elettricità e dei servizi telefonici. La maggior parte delle radio sono fuori onda e il canale televisivo Canal 8 non trasmette dalla mattinata in seguito alla irruzione dei militari.

Messico - Anche il presidente Calderon condanna il colpo di stato. "Il governo messicano esprime la sua condanna alla detenzione di Zelaya, chiede il ritorno alla sua leggittima carica del presidente eletto e spera che si ristabilisca al più presto lo stato di diritto".

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domenica 28 giugno 2009
ULTIMA ORA – Il presidente Zelaya, arrestato (sequestrato) dall’esercito nelle prime ore della giornata, emette le prime dichiarazioni da San José Costarica. Invita la sua popolazione alla resistenza civile per evitare la violazione dell'ordine costituzionale e il ribaltamento del suo governo democraticamente eletto.

Zelaya, nella prima intervista telefonica rilasciata a Telesur, chiede anche l’appoggio al governo degli Stati Uniti d’America. “Senza l’appoggio statunitense questo tentativo di golpe non arriverà a nulla e resisterà meno di 48 ore”, ha affermato il presidente hondureño.

Il presidente americano, Barack Obama con una nota dalla Casa bianca, si dimostra “profondamente preoccupato” per la detenzione e l'espulsione del presidente dell'Honduras e ha chiesto agli “attori politici e sociali” del paese centroamericano il rispetto delle norme democratiche e dello stato di diritto. Per Obama, “ogni tensione e ogni disputa dovrebbe essere risolta in modo pacifico, attraverso il dialogo”. Dichiarazioni che per ora contano poco e si attende dichiarazioni più incisive ed una presa di posizione per l’una o altra parte.

Intanto i ministri degli esteri dell'Ue a Corfù, ai margini della riunione dell'Osce, con un documento ufficiale hanno “condannato con forza l'arresto del presidente dell'Honduras Manuel Zelaya” chiedendone “l'urgente liberazione” ed auspicano un rapido “ritorno alla normalità costituzionale” nel paese centramericano.

ULTIMA ore 10.23 – Ambasciatori di Cuba, Venezuela, Nicaragua e il cancelliere hondureño Patricia Rodas sono stati sequestrati da un gruppo di militari incappucciati. Gli ambasciatori sono stati rilasciati, il cancelliere continua ad essere in mano ai militari nella base aerea di Tegucigalpa.

Una parte della popolazione, nonostante l’occupazione militare della capitale Tegucigalpa, sta dimostrando con manifestazioni popolari l’appoggio a Zelaya, chiedendone il rientro davanti al palazzo presidenziale. Gruppi di militari hanno tentato di sfollare questi agglomerati spontanei con l’uso della forza e di gas lacrimogeni. Nella capitale si continuano a registrare interruzioni della somministrazione dell’elettricità e dei servizi telefonici.

L’esercito giustifica il sequestro con un arresto, avvenuto per mano di un gruppo armato alle 06:00 am, con un ordine del tribunale della Repubblica hondureña dovuto alla decisione del presidente Zelaya di portare a termine nella giornata di oggi di una consulta popolare per decidere sulla possibile convocazione di una Assemblea Costituente.

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ULTIMA ORA - All'alba della giornata elettorale nel paese centroamericano i timori riguardo al rischio di un colpo di stato militare in Honduras si concretizzano con il sequestro del presidente eletto Manuel Zelaya.

Con un irruzione nella casa presidenziale un gruppo di militari armati hanno sequestrato il presidente Zelaya. Secondo le ultime indiscrezioni che arrivano sembrerebbe che un aereo militare abbia già traslatato Zelaya in Costarica. Oggi sarebbe stata una giornata decisiva per lo stato centroamericano, la popolazione era infatti chiamata ad dare la propria opinione con un referendum sulla formazione di un assemblea costituzionale per una nuova Costituzone.

Oltre al sequestro del presidente si stanno registrando altri pesanti avvenimenti che puntano al colpo di stato. I militari continuano ad occupare le strade della capitale Tegucigalpa e di altre città, gli aerei della forza aerea sorvolano il territorio nazionale, dall’alba si è registrata la chiusura forzata del canale televisivo Canal 8 mentre da parte dei canali ancora attivi non arriva nessuna notizia con un preoccupante silenzio sugli ultimi avvenimenti. La capitale dalle prime ore della mattinata non conta con elettricità e nessuna radio sta trasmettendo.

La parte di popolazione che provava a resistere per la liberazione del presidente e che manifestava davanti alla casa presidenziale è stata già sfollata da parte dell'esercito che sta evitando le riunioni popolari.

Si teme che una riunione del Congresso prevista alle 10.00 am orario hondureño possa tentare di legalizzare il colpo di stato inabilitando il presidente dichiarandolo incapace.

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sabato 27 giugno 2009
La polizia nazionale con l’aiuto volontario di parte della popolazione inizia la distribuzione del materiale elettorale. Apparentemente le elezioni di domenica si svolgeranno regolarmente. Il presidente Zelaya ringrazia il suo popolo e l’appoggio internazionale ricevuto per aver sventato il rischio di un colpo di stato.

L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) ha stabilito l’invio una commissione speciale per investigare sul tentativo di sovvertire l’ordine istituzionale in Honduras, appoggiando il governo Zelaya, legittimamente eletto. Il segretario generale dell’OEA, José Miguel Insulza, dichiara infatti che la situazione nel paese rimane molto tesa ed il pericolo di un possibile colpo di stato rimane. L’esercito continua a presidiare le città principali, con una forte presenza soprattutto nella capitale Tegucigalpa.

Il capo delle forze armate, Vásquez Velásquez, destituito dal presidente Zelaya per il suo rifiuto di ripartire il materiale elettorale e le urne necessarie per le elezioni di domani, è stato intanto riammesso alla sua carica por decisione della Corte Suprema. Sembra invece terminato il tentativo del partito “liberal” e del partito “nacional”, guidati dal presidente del Congresso, Roberto Micheletti, di dichiarare il presidente Zelaya incapace di intendere e di volere.

In questo video si può ascoltare una intervista a Vásquez Velásquez rilasciata a CNN español.



Qui invece le solite colorite dichiarazione del presidente venezuelano Chávez riguardo il tentato colpo di stato e la sua opinione personale riguardo Vásquez Velásquez.

http://www.elheraldo.hn/Secciones-Secundarias/Videos?v=8xhzctcz2dvx

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venerdì 26 giugno 2009
E’ scontro aperto tra il presidente Zelaya ed il Congresso e Corte Suprema in Honduras. Tutto ruota attorno al referendum di domenica prossima nel quale il popolo hondureño è chiamato a decidere sulla possibile convocazione di un Assemblea Costituente.

I primi segnali della crisi istituzionale si sono avuti mercoledì notte, quando il presidente Zelaya destituiva il capo delle forze armate Romeo Vásquez Velásquez, che si negava alla distribuzione del materiale elettorale in vista della tornata di domenica 28 giugno. Tecnicamente si rischiava un colpo di stato con il capo delle forze armate che si opponeva al presidente eletto e l’esercito che cominciava ad occupare le strade della capitale Tegucigalpa.

Vásquez Velásquez, si negava alla distribuzione delle 15mila urne, rispettando la decisione di un giudice del Tribunale Supremo Elettorale che da giorni aveva respinto la iniziativa presidenziale riguardo la cosidetta “quarta urna”. Quest’iniziativa di Zelaya prevedeva la istallazione di una urna speciale per un referendum nel quale il popolo hondureño avrebbe dovuto esprimersi sulla creazione di una Assemblea Costituente per la creazione di una nuova Costituzione nel paese centroamericano (che includerebbe la possibile re-elezione del presidente).

La consulta popolare è fortemente appoggiata da gruppi di sindacati, agricoltori, indigeni e studenti ma non dai poteri forti che hanno trovato voce, prima nella reazione del Congresso unicamerale e della Corte Suprema, che dichiaravano la “quarta urna” anticostituzionale ed non prevista delle leggi elettorali del paese, e successivamente con la opposizione del capo dell’esercito.

Il presidente Zelaya però rifiutò la reazione di Vásquez Velásquez, destituendolo dalla carica e decidendo di seguire il processo elettorale in atto. All’alba di giovedì Tegucigalpa si risvegliava così con il primo battaglione di fanteria a sorvegliare le strade della capitale. Gli indizi che portavano al colpo di stato crescevano fino a quando nel primo pomeriggio Zelaya con un gruppo di simpatizzanti occupava la piazza presidenziale e con una marcia andava a riscattare il materiale elettorale dalla base militare nel sud della città.

“Non credo che siano le forze armate a disobbedire al loro presidente, sono i soliti gruppi di potere che cercano di manipolare la politica e i poteri dello Stato”, dichiarava il presidente hondureño, annunciando allo stesso tempo la decisione di portare a termine domenica le elezioni previste.

Oggi venerdì la situazione appare più tranquilla, Zelaya dice che il colpo di Stato è stato scongiurato, ma in tutto il paese continua l’assalto a supermercati e distributori di benzina da parte della popolazione spaventata. Intanto Cuba, Ecuador, Nicaragua e Venezuela hanno dichiarato completo appoggio a Zelaya mentre nelle prossime ore si attende una dichiarazione da parte di Onu ed Oea riguardo la crisi politica che sta affondando Honduras.

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Da segnalare il momentaneo trasferimento del giornalista/blogger Piero Armenti, punto di riferimento in Italia per l’informazione dal Venezuela (www.notiziedacaracas.it) , a New York, da dove ha già cominciato a scrivere sulla grande mela con il nuovo blog www.notiziedanewyork.com .

Interessante l’analisi in ottica “latinoamericana” del passaggio dal sud al nord del continente, dal cortile alle sale di comando.


 

giovedì 7 maggio 2009
Più passano i giorni, più la reazione del governo messicano e la conseguente speculazione mediatica appaiono decisamente esagerate.

L’attuale governo messicano arrivò al governo nel 2006 con un programma elettorale che prevedeva grandi investimenti in sanità pubblica. Purtroppo però la lotta al narcotraffico fu interpretata dal presidente Calderon come la unica via per riuscire a raccogliere consensi tra la popolazione dopo la "dubbia" elezione che aveva diviso il paese. Così alla “guerra” al narcotraffico e all’insicurezza sono stati destinati forti investimenti (senza ancora aver avuto però chiari risultati positivi) mentre settori come salute, scienza e tecnologia sono passati in secondo piano.

In particolare questa tendenza ha fatto sì che nel 2008 alla Investigazione e Sviluppo messicana sia stato destinato appena il 2,5% del PIL, quando organismi come la ONU raccomandano almeno un 6%. Forse semplicemente maggiori investimenti avrebbero permesso di avere a disposizione i 5 milioni di vaccini previsti dal programma iniziale per contrastare la influenza porcina (e non solo un milione), così come laboratori scientifici più efficienti per accertare la forza del nuovo virus H1N1, senza bisogno di aspettare i risultati provenienti dagli Stati Uniti o dal Canada. Tutto ciò evitando questa esagerata diffusione di allarmismo sia a livello locale che soprattutto a livello internazionale (con forti ripercussioni sul turismo, economia in generale e credibilità internazionale).

Oggi però tutto il paese torna lentamente alla normalità. Ieri è ripresa l’attività economica, con ristoranti (anche se a mezzo servizio), locali e attività pubbliche; oggi riapriranno le scuole superiori e le università, ed infine lunedì ritorneranno alle scuole anche i bambini delle elementari.

In particolare, Città del Messico ritorna a pulsare come una metropoli, dopo le vacanze forzate in cui la gente ha preferito rimanere “al sicuro” nelle proprie case e “in famiglia” come aveva suggerito il presidente Calderon in un annuncio a reti unificate. Incredibile è stato constatare concretamente come “la paura” possa tenere sotto controllo, e molto bene, anche una città da più di 20milioni di persone.

Non si può negare però l’esistenza di questo nuovo virus “porcino”. Anche se in Messico muoiono ogni anno circa 20'000 persone a causa di influenza e polmonite, infatti questo virus H1N1 ha raggiunto il suo apice quando la normale stagione influenzale, la invernale, era già passata. Ora sono in molti ad avanzare ipotesi di una seconda ondata molto più forte per la prossima stagione invernale, come si è già registrato in casi passati di pandemia (1889 e 1919).

Risvegliati dall’incubo porcino, oggi sembra comunque tutto ridimensionato, le cifre del ministero della sanità parlano di 42 morti e 1112 casi, in un paese da 110 milioni di persone.

Nel caso ce ne fosse stato bisogno, però, l’influenza porcina ha messo in evidenza diversi aspetti su cui riflettere:
- la pessima politica rispetto ai servizi pubblici di base (non una novità, ma un problema già ereditato dai passati governi neoliberali),
- la totale impreparazione del governo e del settore sanitario nell’affrontare il caso.

Il ritardo del governo e delle autorità sanitarie nell’affrontare i primi casi e il successivo allarmismo che vedeva moltiplicarsi quotidianamente contagi e vittime (il governo ad un certo punto dichiarò 159 morti), infatti rimangono realmente difficili da comprendere. L’unica spiegazione è che realmente anche a livello governativo nessuno sapesse esattamente cosa stava succedendo.

Quello che più fa riflettere è però sicuramente il disastroso stato in cui si trova il sistema di salute messicano. Difficile purtroppo credere che la crisi “porcina” abbia conseguenze che portino a misure concrete per migliorarlo, anzi, al contrario, a breve ci si aspetta che tutto terminerà con una serie di spot per radio e televisioni dove il governo messicano autoproclamerà la forma impeccabile della gestione di una crisi sanitaria senza precedenti, salvando così sia il paese che l’umanità intera.

Per chi volesse avere notizie piú dettagliate puó contattarmi per email: verosudamerica@gmail.com, chiamarmi sul +5212225475731 o su skype: apagliula Skype Me™!

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venerdì 1 maggio 2009
Città del Messico – In soli 7 giorni la capitale messicana è cambiata come nessuno avrebbe potuto immaginare. Cinema chiusi, campionato di calcio a porte chiuse, dalle materne alle università niente scuola, niente concerti, sospesi gli eventi pubblici, musei e teatri chiusi, proibite anche le pratiche religiose; ristoranti aperti solo "da asporto".

Eppure secondo il quotidiano Reforma, già da fine marzo autorità sanitarie statali erano a conoscenza dell’elevato rischio prodotto dalla diffusione dell’influenza porcina. Veratect, una impresa statunitense di bio-vigilanza, aveva infatti individuato nel piccolo paesino de "La Gloria", nello stato di Veracruz, la diffusione di un virus influenzale particolarmente violento che aveva colpito il 60% degli abitanti della cittadina. La totale mancanza di pianificazione e di previsione da parte delle autorità sanitarie e del governo ha però permesso che la situazione sia oggi fuori controllo. Da una iniziale tendenza a minimizzare questi casi infatti si è passati ad una serie di decisioni del governo che hanno prodotto panico e allarmismo sia nella popolazione che a livello internazionale. E pensare che proprio il governo Calderon iniziò la legislatura con grandi promesse riguardo ambiziosi piani di salute.

Inutile invece negare che siamo di fronte ad una crisi di credibilità delle autorità messicane anche nel maneggio dei numeri con una totale discrepanza rispetto alle cifre fornite dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. Per le autorità messicane siamo a più di 160 morti, mentre la OMS ne ha confermato solo 11 morti (comprendendo il neonato messicano morto in territorio statunitense) causati dal virus N1H1 e 260 casi di infettati. Di cosa sarebbero quindi morti le altre 150 persone?

Queste incongruenze non fanno altro che alimentare le più disparate teorie negazioniste, secondo cui il governo stia approfittando della febbre suina per occultare situazioni peggiori per il paese o per approfittarne in prospettiva elettorale. Difficile però fare speculazioni.

Influenza porcina o no comunque, è l’immagine di un Messico malato quella che emerge in questi giorni, proprio quando gli occhi di tutto il mondo sono rivolti con interesse e timore agli sviluppi del nuovo virus H1N1. I problemi per il governo Calderon sembrano non finire mai: la difficile lotta al narcotraffico che sta avendo risultati più che discutibili, l’insicurezza diffusa e la crisi finanziaria mondiale che ha fatto del Messico uno dei paesi più colpiti economicamente ed ora il virus N1H1.

Il Messico è passato in poco meno di 2 anni dall’essere considerato un grande paese emergente, una potenza latinoamericana, un recettore di inversione straniera diretta, un punto strategico per la sua posizione e per i suoi trattati di libero commercio, un gigantesco mercato a livello internazionale, a trasformarsi in un paese diviso in due dalle ultime elezioni, un paese sconvolto dai cartelli del narcotraffico, insicuro, con una moneta debole, con una divisione sociale sempre più marcata e già superato dal Brasile per importanza politica ed economica a livello continentale.

La crisi economica che ha bloccato l’economia statunitense aveva già compromesso fortemente anche quella messicana, ma ora l’influenza porcina rischia di darle il definitivo KO. Le ultime stime di “crescita” del PIL vedono - 4,8% per il 2009 (fonti del Banco de Mexico) altre fonti, come l’agenzia Moody’s, prevedono addirittura una caduta del -8% / -9%, un’inflazione al 4.5% ed una perdita di circa 800.000 posti di lavoro. Per l'economia quindi un ulteriore colpo durissimo, nel momento peggiore.

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Casi in Italia, decisione sulla sospensione dei voli, Berlusconi ed Obama

ITALIA - Sul fronte italiano è intervenuto il sottosegretario alla Salute, Ferruccio Fazio: “In Italia la situazione è sotto controllo”. In un comunicato ufficiale però il Ministero della Salute comunica che, come misura precauzionale, i cittadini che rientrano dal Messico sono “invitati a rimanere a casa per sette giorni a partire dalla data di rientro in Italia”. In pratica una quarantena.

CASI IN ITALIA - Continuano poi anche i casi sospetti, tre in Toscana, si tratta di adulti tornati negli ultimi giorni dal Messico. Un turista americano di 58 anni è stato ricoverato a titolo precauzionale all’ospedale di Assisi.

Una bambina italiana di 21 mesi, residente in Messico, invece è stata ricoverata da mercoledì in un ospedale di Oaxaca “con sintomi che sembrano essere quelli dell'influenza da suini”. Lo ha reso noto l'ambasciata italiana in Messico, precisando che la bambina “ha ricevuto tutte le cure mediche del caso, sta meglio e ha passato la notte tranquilla”.

SOSPENSIONE DEI VOLI – L’Unione Europea ha ufficialmente respinto (per fortuna) la proposta francese di sospendere in voli in entrata ed uscita per il Messico, in quanto considerata una misura esagerata in questo momento.

BERLUSCONI – Per evitare qualsiasi correlazione tra il virus “porcino” e il consumo di carne di suino e per tranquillizzare gli italiani il premier Silvio Berlusconi con un gesto simbolico mangia un pezzo di mortadella.

OBAMA - Una persona dello staff di Barak Obama potrebbe aver contratto il virus dell'influenza. Lo ha riferito la Casa Bianca, sottolineando che si tratterebbe di un membro della delegazione che accompagnò il presidente americano nella missione in Messico del 16 aprile. Intanto negli Stati Uniti sono state chiuse oltre 4mila scuole in particolare in Texas e New York.

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giovedì 30 aprile 2009
Quando sono già 159 i morti in Messico, l'Organizzazione mondiale della sanità eleva il livello di allerta al 5 (su una scala di 6).

Città del Messico - "E'imminente il rischio di una pandemia". Secondo l'OMS siamo già in fase di allerta 5, quando cioè il virus si propaga da persona a persona in almeno due nazioni (Messico e Stati Uniti). Se però in Messico i casi di malattia sembrano essersi stabilizzati, in mattinata è arrivata la notizia del primo decesso in territorio statunitense, si tratta di un neonato di 23 mesi messicano in Texas.


Continuano ad aumentare anche i casi sparsi per il mondo, come si può vedere dalla cartina.

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mercoledì 29 aprile 2009
Sono gia’ piu’ di 150 i presunti morti in Messico causati dal virus H1N1. Aumentano i casi anche in altre nazioni. Il ministero degli esteri italiano sconsiglia di viaggiare in Messico.

febbre porcinaCitta’ del Messico – Sembra espandersi a macchia d’olio l’allarme per la diffusione del virus della febbre porcina. L’epicentro sembra essere Citta´ del Messico ma gia’ sono coinvolti altre localita´del paese centroamericano. Per ora sono 152 i morti qui in Messico, dove gia’ da ieri tutti gli eventi pubblici sono stati annulati e le scuole, dagli asili alle universita’, rimarranno chiuse sino al 6 di maggio. Misure speciali per la capitale, dove da oggi saranno chiusi anche ristoranti, palestre, piscine, sale giochi, cinema, teatri e tutte le attivita’ che comportano ritrovo fisico di piu’ individui, chiese incluse. Il sindaco Ebrard ha affermato: “La situazione e’ critica e dobbiamo evitare il rischio di contagio esponenziale”.

I casi accertati di febbre suina intanto crescono anche nel resto del Mondo. Secondo la OMS sono 40 negli Stati Uniti, 6 in Canada, 3 in Nuova Zelanda, 2 in Gran Bretagna, 2 in Spagna ed 1 in Costarica. Sempre la OMS ha elevato il livello di allerta per il virus da 3 a 4 (su una scala di 6).

Il ministero degli esteri italiano ha sconsigliato agli italiani di viaggiare in Messico a meno che sia strettamente necessario, misura che si aggiunge a quelle gia’ intraprese da altri paesi come Francia, Romania, Germania e Gran Bretagna.

Per chi e’ giá in Messico, come me, si consiglia l’uso del tappabocca se si é in pubblico e il massimo dell’attenzione e della cautela.

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domenica 26 aprile 2009



 

lunedì 13 aprile 2009
Ennesimo esempio di mal servizio da parte della compagnia aerea di bandiera italiana. L'amico giornalista Piero Armenti (notiziedacaracas.it) ci racconta la sua esperienza.

Questa è la storia di un viaggio di ritorno Alitalia, Caracas-Roma. Ma è soprattutto un dettaglio per capire perché Alitalia è fallita, nonostante voli internazionali e aeroporti si moltiplichino ovunque. Concentratevi e leggete.
Il 3 dicembre compro un biglietto Alitalia (13 febbraio andata) con volo di ritorno 10 aprile, ore 18:50. Il 10 aprile alle 16 (3 ore prima) mi presento in aeroporto, il check-in è già stato chiuso. L’orario è stato cambiato: la partenza è prevista per le 15 e 30 (tre ore prima). Nessuno mi aveva avvisato. Volo perso. Che ingenuo io a fidarmi di Alitalia, di questi tempi. Dovevo verificare.

Il paradosso è un altro: il volo pur partendo alle 15 e 30 aveva comunque tre ore di ritardo, sarebbe partito lo stesso alle 18 e 30. In sintesi: c’era tutto il tempo per imbarcarmi, ma nessuno dell’Alitalia era reperibile in aeroporto (Venerdì santo) nessun ufficio aperto, e nessun numero telefonico disponibile (messaggio telefonico, richiamate lunedì). L’aeroporto taceva, e io tornavo in taxi a Caracas.

Arrabbiato chiamo l’Alitalia di Roma (062222). La farsa continua: al call center verificano e ammettono di aver sbagliato l’ orario sul biglietto, ma sostengono che visto il ritardo del volo, avrei potuto imbarcarmi comunque. E’ normale, è quello che pensavo anche io: ma il check-in era inspiegabilmente chiuso.

Maurizio- accento calabrese- mi ascolta con scarsa attenzione. E’ impossibile- dice- se mi fossi presentato davvero all'ora che ho detto, non avrei avuto problemi (è evidente che non ne sa nulla, è un precario che ostenta sicurezza). E’ convinto che io stia mentendo per non pagare i 100dollari di penale e partire il giorno dopo. Dovevo ammettere il mio errore, la mia irresponsabilità. Evito polemiche, chiedo notizie sul volo del giorno dopo. Il volo sarebbe partito alle 17:45 ( non alle 15:30 come previsto), ed era inutile presentarmi troppo presto. Che bello, già conoscono il ritardo. Ovviamente avrei dovuto pagare la penale.

Il giorno dopo (ieri) mi presento alle 14:10 (3 ore e mezzo prima della partenza). Indovinate un po’? Il check- in ancora una volta è stato chiuso alle 14, perché anche se il volo partiva alle 17:45 per il ritardo, era in agenda alle 15 e 30. Il chek-in è stato fatto come se il volo dovesse partire puntuale, ma già sapevano il giorno prima che era in ritardo. Bastava andare sul sito Alitalia e verificare.

In pratica i passeggeri devono obbligatoriamente farsi 4 ore d'attesa nella zona internazionale, mentre Alitalia-Roma e Alitalia-Caracas non comunicano tra loro.

Questa volta mi arrabbio, mostro il biglietto alla responsabile, riferisco cosa mi ha detto l’amico Maurizio di Roma (062222) . La responsabile, risponde piccata , le mostro il biglietto e mi provoca “ è solo un biglietto elettronico noi non c’entriamo niente”. Se ne va mentre parlo. Chiamo di nuovo Roma (062222), e l’Alitalia ancora una volta non riescono a credere che è il check-in sia stato chiuso alle 14. Sono un mitomane. Non si preoccupano neanche di verificare, danno per scontato che sia una fesseria di un buontempone che perde i voli, e dà la colpa agli altri. (Da sottolineare: nella stessa situazione si sono trovati anche altri).

Il terzo giorno riesco a partire, non mi fanno pagare la penale, non si scusano, ma l'aereo pochi minuti prima di decollare torna indietro. "Scusate, un guasto tecnico". Il risultato? Due ore di ritardo! Nel caso succedesse anche a voi, chiedete all’accettazione la carta dei diritti del passeggero.

In sintesi:
1) Emettono un biglietto sbagliato,
2) Roma che non ha idea di cosa stia succedendo a Caracas,
3) a Caracas che ti costringono ad imbarcarti quattro ore prima del volo, pur sapendo che è puntualmente in ritardo.

Piero Armenti

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giovedì 9 aprile 2009
Circa 12 membri dell’associazione civile “tecnici in urgenze mediche, sicurezza e riscatto 19 settembre”, esperti nel recuperare vittime dalle macerie dei terremoti, sono partiti dal Messico in aiuto alle vittime abruzzesi.

L’associazione messicana, i cui tecnici vengono chiamati “topos” (in spagnolo talpe), sono ora in volo diretti in Italia dove prenderanno parte ai soccorsi necessari dopo il terremoto dello scorso 6 aprile. I topos sono attivi dal 1985 quando diversi volontari si unirono per i lavori di riscatto delle vittime (in quel caso più di 2'000) del terremoto che colpì Città del Messico. Da quell’anno hanno viaggiato a più di 22 paesi per partecipare ai lavori di recupero nelle zone colpite da disastri naturali.

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mercoledì 1 aprile 2009
La crisi economica mondiale rischia di compromettere le dinamiche di crescita in America Latina.

Negli ultimi cinque anni (2003-2008) la regione latinoamericana è stata capace di approfittare dell’auge economico internazionale crescendo a ritmi sostenuti. I dieci paesi con economie più grandi hanno registrato un tasso di crescita medio del PIL del 5,1 tra il 2000 e il 2008. Alcuni paesi sono riusciti ad approfittare di circostanze più favorevoli: Cile, Colombia, Costarica, Perù e Rep. Dominicana hanno raggiunto tassi di crescita superiori al 5%. Il Messico al contrario ha ottenuto la crescita più lenta tra questi 10 paesi con una media del 2,6%, perdendo i margini di miglioramento che lo vedevano avvantaggiato rispetto alle altre economie regionali.

Nello stesso periodo le esportazioni latinoamericane aumentarono sia in volume che in prezzo. I termini degli scambi, ossia la relazione tra il prezzo delle esportazioni e il prezzo delle importazioni, sono stati favorevoli alla regione. Anche l’indebitamento esterno dei governi è diminuito, traducendosi in un aumento della forza fiscale dei governi usata nella maggior parte dei paesi per migliorare le condizioni di vita delle proprie popolazioni. In Messico invece la riduzione del debito pubblico esterno ha portato ad un forte aumento del debito interno.

Durante l’ultima decada le rimesse dei migranti latinoamericani furono un forte appoggio per molte famiglie. In alcuni paesi il monto delle rimesse è arrivato a rappresentare quasi 3 punti percentuali del PIL, aiutando alla diminuzione della povertà. Nella regione gli organismi finanziari internazionali, che negli anni ’80 e ’90 avevano portato a termine riforme neoliberali, che avevano portato alla privatizzazione di quasi tutti gli ambiti di azione statale, sono in pratica scomparsi da quando Brasile e Argentina ripagarono il debito con il Fondo Monetario Internazionale.

In generale quindi i fondamentali economici dei paesi della regione sono nettamente migliori rispetto alle crisi del passato: l’America Latina viene da una crescita sostenuta, le riserve internazionali sono aumentate, i conti fiscali della maggior parte dei paesi sono vicini all’equilibrio ed il debito estero a livelli adeguati.

Con questa crisi però la regione deve fare i conti con una diminuzione forte della sua crescita che però può essere attenuata da politiche pubbliche anti-cicliche. Per poter attivare questo tipo di risposte però si devono avere a disposizione risorse economiche. Il settore pubblico può essere una fonte sufficiente di queste risorse sempre e quando si tratti di stimoli economici generati attraverso aumento della spesa o attraverso riduzione tributarie, o al massimo facendo ricorso alle riserve in caso di operazioni in dollari. Senza dubbio si devono considerare anche la situazione dei sistemi finanziari locali e delle bilance commerciali.

In un documento recente (La reaccion de los gobiernos de America Latina y el Caribe frente a la crisis internacional), la CEPAL ha presentato un quadro sintetico delle misure di politica economica annunciate dai governi latinoamericani. Nel documento si possono comparare le azioni dei governi in cinque ambiti: politica monetaria e finanziaria, politica fiscale, politica cambiaria e del commercio estero, politiche settoriali e politiche sociali e del lavoro.

Spiccano le misure brasiliane, tra le quali sono da segnalare l’aumento del salario minimo del 12%, maggiori poteri concessi alla banca centrale per intervenire nelle istituzioni finanziarie, un aumento dell’investimento pubblico per accelerare la crescita, riduzioni del peso tributario, appoggio al settore agricolo e delle costruzioni, credito diretto concesso da istituzioni statali per l’acquisto di immobili, ed un accesso maggiore a sussidi di disoccupazione.

Sempre da segnalare ma questa volta per i suoi limiti, il piano anti-crisi messicano, basato principalmente su tre punti: aumento della spesa pubblica (infrastruttura), costruzione di nuove raffinerie e un piano di stimolo per piccole medie imprese. Tutte misure ancora teoriche che non hanno trovato la giusta traduzione in azioni da parte del governo. La poca qualità della gestione di governo messicana rischia di compromettere la ormai seconda (dopo il Brasile) economia regionale per dimensione ed importanza internazionale.