In questi giorni siamo tutti felici e contenti per l’accordo raggiunto con la risoluzione Onu del conflitto Israele-Libano. Siamo tutti qui ad elogiare il ruolo dell’Onu che addirittura ne esce da protagonista indiscusso della tregua raggiunta.Nessuno ricorda invece l’empasse dei primi giorni del conflitto dove l’Onu aveva le mani legate ed è stata incapace di arrivare ad una soluzione prima che il conflitto arrivasse al 50esimo giorno.
L’autorità delle Nazioni Unite è stata più volte sminuita dalla minaccia di veto statunitense su eventuali risoluzioni che andassero contro al volere israeliano, ed ora siamo tutti a festeggiare…
Per carità di Dio, anche io apprezzo che si sia giunti ad una tregua finalmente, ma non posso sentirmi dire come ha affermato il nostro ministro degli esteri D’Alema " ... oggi siamo davanti a una rivincita delle Nazioni Unite: gli Usa, che appaiono quanto mai in difficoltà a dominare questi conflitti, scelgono il rilancio del ruolo delle istituzioni internazionali".
Dobbiamo stare attenti a non confondere la risoluzione con un successo per l’Onu perché così non è stato, anzi ritengo che abbia ridimostrato tutti i suoi limiti e la sua esigenza di rinnovamento come organismo internazionale. Credo che sia chiaro a tutti che Israele e gli Usa non abbiano scelto il rilancio delle istituzioni internazionali ma non avevano alternative, questa volta infatti, al contrario della guerra in Iraq, nessuno avrebbe appoggiato una soluzione che non partisse dalle Nazioni Unite. Una soluzione che dopo cinquanta giorni e migliaia di morti finalmente è arrivata, anche se con tutti i suoi limiti ( vedi quest’articolo postato sul blog di Gennaro Carotenuto), ma che non può lasciarci tranquilli sul ruolo dell’Onu e sugli effettivi poteri ancora in mano a quest’organismo.
Il multilateralismo ancora non è salvo del tutto, e l’impacciato intervento delle Nazioni Unite ne è la dimostrazione. Mi auguro che a qualcuno venga in mente di pensare ad un “aggiornamento” dell’Onu alle affettive richieste che il mondo attuale esige, solo una riforma vera di quest’organo (indispensabile credo sia un cambiamento del sistema del voto e dei veti) ne assicurerebbe la durata nel tempo, una durata che sicuramente non è in discussione, ma non credo che nessuno di noi si auspichi che l’Onu sia solo un organo di rappresentanza senza poteri reali come rischia di diventare allo Stato delle cose.Da una lume di speranza per la salvezza del multilateralismo politico si contrappone invece il pessimismo per la salvezza di quello economico. Il fallimento del Wto (World Trade Organization), l'Organizzazione Mondiale del Commercio, è solo la dimostrazione della fine di un ciclo.
A riguardo è stato pubblicato oggi su “La Repubblica” un articolo veramente interessante che spiega molto bene lo stato delle cose e che ho condiviso quasi in pieno. E’ un articolo di Joseph Stiglitz premio Nobel per l’economia nel 2001. Eccovelo qui riproposto:
Quanto pagano i paesi poveri per l’egoismo dell’Occidente
Le speranze di un sostanziale progresso nel commercio globale – creazione di opportunità di crescita per i Paesi in via di sviluppo e riduzione della povertà – paiono ormai infrante. Anche se pare che un po’ ovunque si stiano versando lacrime di coccodrillo, bisogna valutare accuratamente la portata di questo fallimento: da tempo Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, si adoperava per abbassare le aspettative, al punto tale che era ormai chiaro che qualsiasi cosa si fosse realizzata avrebbe apportato vantaggi quanto meno assai modesti per i Paesi poveri.Questo insuccesso non coglie affatto di sorpresa: Stati Uniti e Europa da tempo avevano rinnegato gli impegni sottoscritti a Doha nel 2001 per porre rimedio agli squilibri dell’ultimo round delle trattative commerciali – talmente iniquo che di fatto i Paesi più poveri del mondo erano peggiorati. Ancora una volta la mancanza di impegno dell’America nei confronti del multilateralismo, la sua ostinazione, la sua sollecitudine a mettere l’opportunismo politico al di sopra dei propri principi (e perfino dei suoi stessi interessi nazionali) hanno trionfato. Con le elezioni di novembre che si avvicinano, il presidente George W.Bush non poteva “sacrificare” i 25.000 facoltosi coltivatori di cotone o i 10.000 benestanti coltivatori di riso, né i loro contributi alla campagna elettorale. Ben di rado così tante persone hanno dovuto rinunciare a così tanto per salvaguardare gli interessi di così pochi.
Le trattative si sono impantanate sull’agricoltura, settore nel quale i sussidi e le restrizioni commerciali restano molto più elevati che nel settore industriale. Con l’attuale regime, pertanto, a rimetterci davvero è quel 70% o quasi della popolazione che nei Paesi in via di sviluppo dipende direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Mentre ci si concentrava sull’agricoltura, però, si distoglieva l’attenzione da un’agenda più ampia che avrebbe potuto essere portata avanti in modo tale da apportare benefici sia al nord che al sud della Terra.
Le cosiddette “tariffe scalari”, per esempio, che gravano i prodotti lavorati con un’imposta molto più ampia rispetto a quella applicata ai prodotti non lavorati, fanno si che i dazi sulla produzione scoraggino i Paesi in via di sviluppo dall’intraprendere attività produttive di maggior valore aggiunto, in grado di creare posti di lavoro e incrementare le entrate.
L’esempio più scandaloso, forse, è quello della tassa americana di importazione pari a 0,54 dollari al gallone applicata all’etanolo, laddove invece non vi è balzello alcuno per il greggio e soltanto di 0,5 dollari al gallone che le industrie statunitensi ricevono per l’etanolo (una buona parte di questi sussidi va ad un'unica società). Di conseguenza, i produttori stranieri non possono essere competitivi, a meno di mantenere i loro prezzi inferiori di 1,05 dollari al gallone rispetto ai produttori americani. Grazie ai sostanziosi sussidi, gli Stati Uniti sono diventati il più importante produttore di etanolo al mondo.
Eppure, malgrado questo enorme svantaggio, alcune industrie straniere sono riuscite a entrare nel mercato americano. L’etanolo brasiliano ottenuto dallo zucchero alla produzione costa molto meno dell’etanolo americano ottenuto dal granoturco. Le industrie brasiliane sono inoltre di gran lunga più efficienti dell’industria americana che gode di sussidi, e che infatti investe maggiori energie per far sì che il Congresso le assicuri i sostegni economici di quante ne investa per migliorare la propria produttività. Da alcuni studi risulta che occorre molta più energia per produrre l’etanolo americano di quanto esso ne produca.Se l’America abbattesse queste inique barriere commerciali, comprerebbe maggiori quantità di energia dal Brasile e meno dal Medio Oriente. Invece, più che il Brasile evidentemente l’Amministrazione Bush preferisce aiutare i produttori di petrolio mediorientali, i cui interessi sembrano così spesso divergere completamente da quelli degli Stati Uniti. Chiaramente l’Amministrazione non si esprime in questi termini, ma essendo la politica energetica impostata dalle società petrolifere, Archer Daniels Midland e altri produttori di etanolo semplicemente si adeguano ad un sistema corrotto che prevede “contribuiti alle campagne elettorali in cambio di sussidi”.
Nelle trattative commerciali l’America disse che avrebbe tagliato i sussidi soltanto se gli altri Paesi avessero fatto altrettanto aprendo i loro mercati. Come ha detto un ministro di un Paese in via di sviluppo, tuttavia “i nostri contadini possono sicuramente competere con i contadini americani, ma non con il Tesoro americano”. I Paesi in via di sviluppo non possono, e non dovrebbero,spalancare i mercati ai prodotti agricoli americani se non nel caso in cui i sussidi statunitensi fossero aboliti del tutto. Altrimenti per questi Paesi competere ad armi pari con gli Stati Uniti significherebbe elargire sussidi ai propri coltivatori, dirottando in quel settore i già esigui finanziamenti destinati e necessari all’educazione, alla sanità e alle infrastrutture.
In altri ambiti commerciali è stato riconosciuto il principio dei dazi compensativi: ogni qualvolta un Paese concede un sussidio, gli altri possono imporre un dazio che controbilanci l’ingiusto vantaggio concesso ai produttori di quel Paese. Se i mercati fossero liberalizzati, si dovrebbe concedere ai paesi il diritto di controbilanciare i sussidi americani ed europei. Questo sì sarebbe un passo avanti decisivo nel tentativo di creare un equo regime commerciale che promuova lo sviluppo.
All’inizio del Development round, la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo paventò non solo che l’Ue e gli Usa avrebbero rinnegato le loro promesse (cosa che in buona parte hanno effettivamente fatto) ma anche che l’accordo raggiunto in tale occasione potesse ancora una volta aggravare la loro situazione. Pertanto una buona parte del mondo in via di sviluppo oggi è quantomeno rincuorata dall’idea di aver evitato questo pericolo.Ma vi è un altro rischio ancora, quello di pensare che l’accordo abbia di per sé raggiunto gli obiettivi del Development round fissati a Doha, e che gli incaricati delle trattative commerciali possano ancora una volta predisporsi a rendere il prossimo round tanto iniquo quanto i precedenti. Questa apprensione per il momento pare anch’essa dileguarsi.
Rimane tuttavia un’ulteriore preoccupazione: l’America si è affrettata a firmare una serie di accordi commerciali bilaterali che sono ancor più a senso unico e ingiusti nei confronti dei Paesi in via di sviluppo e questo potrebbe indurre l’Europa e altri Paesi a fare altrettanto. Questa statagia del “divide et impera” è deleteria per il sistema commerciale multilaterale che si basa sul principio della non-discriminazione. I Paesi che firmano tali intese ricevono un trattamento preferenziale rispetto a tutti gli altri, mentre i Paesi in via di sviluppo firmando accordi che quasi mai apportano loro le agevolazioni promesse hanno poco da guadagnarci e molto da rimetterci.
In realtà, qualora il sistema commerciale multilaterale si indebolisse, a rimetterci sarebbe il mondo intero. Il resto del mondo non deve pertanto abbracciare l’approccio unilaterale dell’America: il sistema commerciale multilaterale è troppo importante per permettere che un presidente statunitense, che ha ripetutamente dimostrato di tenere in nessun conto la democrazia globale e il multilateralismo, lo distrugga.
Joseph Stiglitz - Copyright: Project Syndicate, 2006
sono daccordo con stiglitz, bush sta sputtanando l'eredità culturale di reagan.
Però quello che non dice stiglitz è che l'europa, e la francia in particolare, sono molto peggio.
quello che non capisco è il tag "neoliberismo", cosa c'è di liberista in quello che fa bush? cosa c'è di liberista, ad esempio, nell'imporre dazi.














