Giovedì il settimanale musicale de “La Repubblica” XL ha pubblicato una bella intervista ad uno degli artisti che più ammiro in assoluto: Manu Chao. Dopo averla letta ho deciso di pubblicarne qui degli spezzoni aggiungendoci però 3 video che ho girato al concerto gratuito il 16 luglio a Torino , a cui ho avuto la fortuna di assistere, in cui Manu Chao è tornato a esibirsi in Italia dopo Genova 2001.E’ un mondo difficile – “Que hora son en Babylon?”
Guarda il video di "infinita pobreza" live
È all'apice del successo? Scompare, ma quando torna riempie le piazze. Le sue canzoni impazzano in radio? In concerto non le fa o le stravolge. È un simbolo? Sì. Ma fa di tutto per non esserlo. Le sue canzoni fatte di rabbia e di poesia, venate da una sottile tristezza, sono la colonna sonora di un mondo che sta male. Oggi più di ieri...
Sono passati 5 anni dalle manifestazioni di Genova, quando i concerti di Manu Chao diventarono addirittura un problema politico. Oggi è tornato. Con molti nuovi progetti e alcune cose da dire tipo che “ancora due generazioni come questa e potrebbe essere la fine dell’umanità”. Ecco come e perché.
“Ancora due generazioni e potrebbe essere la fine della civiltà. Perché tra noi crescono mutanti”. Sono gli alieni della porta accanto, nutriti a tv e pregiudizio che inneggiano a Hitler o a Bin Laden in periferie desolate mentre nel mondo continua a regnare “George Bush, l’uomo più pericoloso del pianeta”.
Ecco Manu Chao, sorriso gentile e parole di angoscia, con la sua “malegria” ovvero quella cosa che è la caratteristica prima e unica della sua musica: metti un disco e ti riempie di luce la stanza. Eppure alla fine il sapore è amaro. E oggi sembra peggio di ieri: “Quando avevo vent’anni, essere lucidi significava corteggiare una speranza: davanti a noi si spalancava uno sterminato orizzonte di possibilità. Oggi riuscire a guardare le cose per quelle che sono dà risultati sconfortanti”. Manu è un artista molto particolare, che non segue le logiche del mercato della musica: in concerto non fa i singoli tormentone come “Me gustas tu” che gli ha dato un immensa popolarità, se ne frega delle strategie promozionali delle case discografiche (anzi adesso una casa discografica proprio non ce l’ha) e, all’apice del successo, sparisce per andare a fare un tour in Africa. Poi, improvvisamente riappare e i suoi concerti sono sempre strapieni.
Alla fine degli anni Novanta non avrebbe scommesso molti franchi sulla propria carriera. Invece è diventato un fenomeno planetario, gli mancavano gli Stati Uniti: c’è andato dopo i concerti italiani, con un tour tutto esaurito, da San Diego a San Francisco a New York fino al famoso Lollapalooza dove è stato uno degli headliner. (…) L’abbiamo seguito su e giù per l’Italia tra hotel improbabili e conferenze stampa in osteria. Lo abbiamo visto riempire il Parco degli Acquedotti di Roma e alla PELLERINA di TORINO intonare con cinquantamila voci le strofe di “Desaparecido”. Lo abbiamo sentito suonare senza alcun risparmio sul palco come nel backstage. Ed è anche ritornato a Genova. Forzosamente. Perché nella trasferta Roma-Torino il pullman è andato in panne e Manu ha così fatto tappa proprio in quella Genova in cui, poco prima del G8 del 2001, si esibì in un concerto rimasto nella memoria di moltissimi. Da quei giorni quando un ministro degli Interni tentò di nominarlo interlocutore del governo per condurre le trattative, non fa che sfuggire dall’etichetta che tentano di cucirgli addosso. “Io il portavoce dei No-Global? Neanche per sogno. Rappresento solo me stesso. Al massimo faccio parte di un movimento indefinito che lotta per un futuro migliore. Non sono il leader di un bel niente: ogni leader è corrompibile, una moltitudine no”. “Genova è stata una tragedia annunciata, se non premeditata. Prendiamo i pochi Black Bloc arrivati in città: le forze dell’ordine sapevano chi e quanti erano, e invece tutto è stato pianificato perché esplodesse la violenza”.
Guarda il video di "bienvenida a tijuana" live
Né leader, né icona. Ma hai voglia a dire che si tratta solo di canzoni, che gli individui sono più forti dei simboli: chiunque si avvicina si sente autorizzato a chiedergli lumi sulle sorti del pianeta. In questi giorni è stato abbordato da palestinesi rifugiati a Roma, militanti della No-Tav, aspiranti poeti, scroccatori di sigarette, la maggior parte dei quali erano ansiosi di intavolare un discorso sui massimi sistemi. Manu ha sfoderato una disponibilità e una pazienza da Mahatma lasciando dietro di se una scia di ammirazione, ma anche il sospetto che persino quello dell’anti-star sia un ruolo con regole ferree massacranti. (…)
Credere che l’ex leader dei Mano Negra sia un candido paladino del pensiero positivo sarebbe però un errore: “Vedo nuvole all’orizzonte”, sono le parole con cui Manu inizia a descrivere una situazione che non gli sembra grave, ma semplicemente disastrosa. “Bisogna prepararsi a tenere duro per un futuro che sarà sempre più difficile”. Ma la democrazia non era la nostra scialuppa di salvataggio? Sorriso amaro. “La democrazia occidentale è ormai una mascherata. Ho sempre votato contro qualcuno, mai a favore di una persona da cui mi sentissi realmente rappresentato. Il sistema è malato, e la politica è serva dell’economia. Chi vota realmente sono gli azionisti di maggioranza delle multinazionali. L’unica gente che ha il diritto al voto è quella che ha i soldi per comprarselo… Ai tempi di Nixon i cortei decretarono la fine della guerra in Vietnam. Oggi la partecipazione popolare in politica ormai conta pochissimo. In Europa milioni di persone sono scese in piazza a manifestare contro la guerra in Iraq: nessun governo ha reagito ritirando le truppe”.
Visione del mondo che non migliora se lo mettiamo di fronte alla sua esperienza di giramondo: paese che vai disagio che trovi, come a dire che persino il nomadismo può trasformarsi in uno sfiancante esercizio di frustrazione. Nemmeno la Spagna, suo rifugio e patria acquisita, si salva. (…)
Chiaramente ora con Zapatero si sta meglio, ma qualunque governo sarebbe stato preferibile al precedente. La Spagna di Aznar e l’Italia di Berlusconi sono stati in assoluto i paesi più inospitali in cui ci siamo trovati a suonare. Spesso abbiamo dovuto annullare dei concerti. E poi bisognava sempre stare con gli occhi aperti, i metodi per sfotterti non sono neanche tanto imprevedibili: basta che qualcuno ti infili mezzo chilo di coca nel pullman”.
Ora è finita però…E Manu: “All’indomani delle elezioni abbiamo tirato un sospiro di sollievo, un po’ come è andata da voi in Italia. Meglio Prodi che Berlusconi, così come è meglio aver visto la coppa del Mondo in mano a Prodi che a Chirac”. Già, i mondiali…La finale Manu e il resto della band l’hanno seguita in Irlanda. Inutile cercare di estorcergli il nome di una squadra o di un calciatore preferito: “Il nazionalismo, anche quello sportivo, mi lascia indifferente”.(…)
L’educazione è un’altra delle constanti del Manu-pensiero. Prendiamo il caso delle banlieues francesi: “Lì le famiglie non hanno il tempo di educare i propri figli e la scuola fa ben poco. L’unico riferimento che i ragazzini hanno è la tv. Ma la tv non ha rispetto di niente e introduce alla vita adulta persone che a loro volta non rispetteranno nessuno. La stessa cosa accade nelle favelas in ogni altra periferia del mondo: sono tutte polveriere, un mix di ignoranza e frustrazione pronte a esplodere in ogni momento. La faccenda della guerra di religione, così come l’hanno montata i media, è una stronzata. Il nostro è un mondo che si va dividendo sempre più in ricchi e poveri, pochi sono gli integrati e moltissimi gli esclusi sempre più incazzati”. (…)
guarda il pezzo dedicato alle Ezln live a Torino
Però è la musica il vero motivo per cui Manu Chao è tra noi. Basta aspettare di vederlo salire sul palco e iniziare a cantare perché il miraggio di “sentire” le cose da una diversa prospettiva diventi tangibile. Radio Bemba è realmente contro ogni logica di mercato, l’unica cosa che interessa loro è suonare, suonare e ancora suonare, indipendentemente da sound-check e date previste dalla già fitta scaletta dei concerti: li abbiamo visti disertare mondanità e sonno per jam session che duravano fino all’alba o suonare in solitudine, in assenza di pubblico e dietro il palco, quasi che a smettere un attimo rischiassero di perdersi qualcosa. E lo si legge nelle facce della folla che si spinge contro il palco cantando a squarciagola e ballando in preda ad una gioia onestamente diversa da quella che di chi riceve scariche di adrenalina consultando il livello delle azioni in Borsa. Guardare il pubblico di un concerto di Manu ha sempre un effetto curioso. Puoi essere un Manu-fan, puoi non conoscere neanche una canzone, eppure ti lasci guidare dalle melodie spostando lo sguardo in mezzo a un pubblico a modo suo fuori di testa, cercando di capire dove stia il trucco e arrivando alla conclusione che magari neanche esiste. C’è un che di incomprensibile nel guardare un adulto con indosso una maglietta da calciatore, sneaker ai piedi, bermuda lunghi e colorati, che urla a migliaia di persone “è un mondo difficile!”, e poi ruotare la testa e guardare quelle stesse persone, gli abitanti del mondo difficile, saltare, sorridere e cantare estasiati.
“Che farai dopo?”, domanda qualcuno a Manu alla fine del concerto. “Nella vita?”, ribatte. “Si”. Lui alza le spalle: “Non lo so, non sono io a decidere. La vita è la vita”. Che altrimenti detto diventa quel “La vita è una tombola” che ha scelto come titolo della prima canzone italiana che ha scritto e finirà in uno dei prossimi cd. Per il resto, le informazioni sui suoi progetti futuri procedono fra spizzichi e bocconi. Dice che ha materiale per almeno 3 dischi e tante collaborazioni con artisti. C’è il seguito di “Proxima estacion…esperanza”, in perfetto stile Manu. Sta anche producendo il primo cd dell’algerino Akli D., si è parlato anche negli ultimi tempi di una collaborazione con Celentano: “Con Adriano ci siamo visti già qualche volta. Il nostro piano va avanti. Ma non chiedetemi una data precisa”.
Questo è il futuro più o meno prossimo di Manu, mentre tra una data e l’altra del tour italiano si concede una tappa al centro sociale romano Corto Circuito. Lo invitano la sera prima, a fine concerto, e l’indomani pomeriggio Manu e la sua band sono lì, accolti da un gentilezza provvidenzialmente estranea all’isteria dei fan, portati in giro per il centro sociale a visitare la nuova palestra e il campo di calcetto, e ancora una volta coinvolti in una jam session non necessaria ma ben accetta. Ci ritroviamo così a mangiare anguria e a battere il tempo con le mani contro un tavolo di legno, accompagnati dalla chitarra, mentre un gruppetto di ragazzi palestinesi intona canzoni che sospendono tempo e spazio, da lì a quando Manu e la sua band leveranno le tende per partire in cerca di un nuovo destino. Dal fondo del giardino un ragazzino, lì al Corto Circuito, alza lo sguardo divertito, e rivolto ad un amico dice: “Ahò, ce sta Manu Chao. E domani chi ce portano, Franco Battiato?”. Beata irriverenza.
Tratto da “XL – La Repubblica”
di Nicola Lagioia e Tiziana Lo Porto
N.B. Video girati personalmente (Ą ń Ť ŏ ñ į ő – Vero Sudamerica) il 16 luglio 2006 al Torino Traffic Festival.










