domenica 30 luglio 2006
La commissione economica per l’America Latina e i Carabi, nell’ultima relazione annuale resa pubblica in settimana, conferma i dati economici positivi per il quarto anno consecutivo.

Mercoledì scorso, il CEPAL (commissione economica per l’America Latina e i Carabi) ha confermato le attese sui dati della crescita dell’America del Sud. I dati reali, infatti, sono andati oltre le comunque ottimistiche previsioni. Per i paesi dell’America Latina il 2006 registrerà una crescita media del 5% del PIL dell’intera regione, superando quindi anche la espansione economica registrata nel 2005.

I dati di quest’anno sono l’ennesima conferma del trand positivo che coinvolge l’intera area sudamericana da quattro anni a questa parte che ha portato ad un incremento del PIL nel periodo 2003-06 del 17,6% e quindi ad una crescita media annuale del 4,3%.

Ad accompagnare questo ciclo di espansione economica ci sono poi altri segnali positivi che fanno ben sperare come la diminuzione continua del tasso di disoccupazione, ora al 9,1% dell’intera forza lavoratrice (il tasso più basso di sempre), e l’aumento generale delle esportazioni.

Le nazioni trainanti di questa crescite per il 2006 sono state il Venezuela di Chevez (da poco membro del Mercosur) e la Repubblica Dominicana cresciute dell’8% con l’Argentina di Kirchner subito alle loro spalle con il 7,6%. Più in basso troviamo Panamà con il 6,5%, Perù (5,8%), Chile (5,6%), Uruguay (5%), Colombia e Honduras (4,8%), Costa Rica (4,3%) e Bolivia (4,2%). Con tassi leggermente più modesti poi figurano Brasile e Messico con il 4% e Equador e Paraguay con il 3,5%. Haiti sarà invece il paese che meno avanzerà economicamente quest’anno di tutta l’area latinoamericana e caraibica, il suo tasso di crescita è infatti appena del 2,5%.


 

di Antonio Pagliula ~ 6:23 PM

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venerdì 28 luglio 2006
Fino a quando?

Oggi volevo riportare le frasi più significative di un articolo, pubblicato in italiano ieri da “Il Manifesto”, di Eduardo Galeano. Un pezzo che mi è piaciuto molto in cui il giornalista-scrittore uruguayano si pone delle domande, come in questi giorni stiamo facendo un po’ tutti, sul conflitto tra Israele e Libano:

“Un paese ne bombarda due. L’impunità potrebbe meravigliare se non fosse costume normale. Qualche timida protesta in cui si dice di errori. Fino a quando gli orrori continueranno a chiamarsi errori?

“Fino a quando il sequestro di un soldato israeliano potrà giustificare il sequestro della sovranità palestinese? Fino a quando il sequestro di un soldato israeliano potrà giustificare il sequestro del Libano intero?”

“Iraq, Afganistan, Palestina, Libano… Fino a quando si potrà continuare a sterminare paesi impunemente? Le torture di Abu Ghraib, che hanno sollevato un certo malessere universale, non sono niente di nuovo per noi latinoamericani. I nostri militari hanno appreso quelle tecniche d’interrogatorio nella School of Americas, che oggi ha perso il nome ma non il vizio. Fino a quando continueremo ad accettare che la violenza continui a legittimarsi, come ha fatto la corte suprema di Israele, in nome della legittima difesa della patria?

“Israele ha ignorato quarantasei raccomandazioni dell’Assemblea generale e d’altri organismi delle Nazioni Unite. Fino a quando il governo israeliano continuerà ad esercitare il privilegio di essere sordo? La Nazioni Unite raccomandano, però non decidono. Quando decidono, la Casa Bianca impedisce che decidano, perché ha diritto di veto, nel consiglio di sicurezza, a quarantasei risoluzioni che condannavano Israele. Fino a quando le Nazioni Unite continueranno a comportarsi come se fossero uno pseudonimo degli Stati Uniti?

“L’Iran sta sviluppando l’energia nucleare. Fino a quando continueremo a credere che ciò basta a provare che un paese è un pericolo per l’umanità? La cosiddetta comunità internazionale non è per nulla angustiata dal fatto che Israele possieda 250 bombe atomiche, nonostante sia un paese che vive sull’orlo di una crisi di nervi. Chi maneggia il pericolosimetro universale?

“Nell’era della globalizzazione il diritto di pressione è più forte di quello di espressione. Per giustificare l’occupazione illegale di terre palestinesi, la guerra viene chiamata pace. Gli israeliani sono patrioti e i palestinesi terroristi, e i terroristi seminano allarme universale. Fino a quando i mezzi di comunicazione continueranno a seminare paura?

Siamo l’unica specie animale specializzata nello sterminio reciproco. Destiniamo duemila e cinquecento milioni di dollari, ogni giorno, alle spese militari. La miseria e la guerra sono figlie dello stesso padre: come qualche dio crudele, mangia i vivi e anche i morti. Fino a quando continueremo ad accettare che questo mondo innamorato della morte è il nostro unico mondo possibile?

Eduardo German Huges Galeano

Copyright Ips/Il Manifesto


Eduardo German Huges Galeano, scrittore e giornalista uruguayo, è uno degli esponenti più importanti dello spirito altermundista latinoamericano. Tra le sue opere più importanti una in particolare sento di consigliare a tutti: “Le vene aperte dell’America Latina”. Scrive di lui Isabel Allende: “ Non ho mai incontrato nessuno che abbia una conoscenza di prima mano dell’America Latina pari alla sua, che adopera per raccontare al mondo i sogni e le disillusioni, le speranze e gli insuccessi della sua gente”.

Ricordo ancora che l’articolo è stato pubblicato ieri da “Il Manifesto” e ne approfitto per ricordare la campagna per salvare Il Manifesto, un bene di tutti, dal fallimento.
Per chi invece volesse leggere l’articolo di Galeano in lingua originale, lo può trovare su Brecha.



 

di Antonio Pagliula ~ 7:08 PM

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martedì 25 luglio 2006
“Por la unidad latinoamericana…. ¡La otra cumbre!”

Nei giorni del totale fallimento del Wto e perciò del multilateralismo economico mondiale, causato paradossalmente proprio dagli Stati Uniti d’America, si rafforza l’importanza del Mercosur come soluzione per i paesi latinoamericani.
Ecco le conclusioni che possiamo trarre dal XXX vertice dei Mercati del Sud. Una notizia che, in questi giorni, è passata in secondo piano su tutti i media nazionali e internazionali, forse anche a causa di quello che sta accadendo in Medio Oriente, è stata quella del completo fracasso dell’ultimo incontro del Wto (organizzazione mondiale del commercio). Trovo, invece, che sia molto importante porre l’accento su quello che è successo.

Quest’incontro, che suonava come ultimo appello per il funzionamento di quest’organo, anziché, come previsto, portare ad un accordo per ridurre i sussidi all’agricoltura e liberalizzare i servizi tra i 147 stati del mondo ha visto, al contrario, saltare il tavolo delle trattative sancendo così, secondo me, il totale fallimento del Wto.
Senza sottolineare che, in questo momento, le cause del mancato accordo siano da addebitare, a detta di molti, esclusivamente e paradossalmente agli Stati Uniti d’America ( a riguardo scriverò un articolo a giorni), volevo invece andare a studiare i possibili scenari mondiali adesso che verrà a mancare sulla scena internazionale un organo come il Wto.

Da aggiungere come ennesimo colpo alla globalizzazione neoliberale, il fallimento dell’organizzazione mondiale del commercio sancisce anche la fine del multilateralismo economico aprendo le porte a nuove forme di commercio tra stati, come, ad esempio, la stipulazione di negoziati bilaterali tra le nazioni.
Queste nuove relazioni che si verrano a creare tra le nazioni andranno solo a vantaggio dei nuovi paesi emergenti economicamente, che possono contare sul proprio vantaggio competitivo e sulla relativa semplicità del proprio sistema economico, mentre penalizzeranno non solo le economie più abbienti come Usa ed Unione Europea ma anche e soprattutto le più povere, che avendo poco da offrire rischiano di ottenere in cambio nulla.

Rischia di assumere sempre più importanza, quindi, per il Sudamerica il ruolo che rivestirebbe il Mercosur, che presentandosi ad eventuali negoziati bilaterali con altre nazioni come referente unico potrebbe risultare la carta vincente per l’America Latina anche considerando gli ultimi sviluppi positivi a cui ha portato l’ultimo vertice Mercosur tenutosi la settimana scorsa a Cordoba (Argentina).

Quest’ultimo, ossia il XXX vertice Mercosur, non è infatti stato il solito vertice ma ha portato numerose novità da sottolineare.
La prima ed importantissima è la firma di un accordo commerciale del blocco con Cuba. Fidel in persona era presente al “cumbre” anche per porre l’accento sul valore non solo economico ma anche politico del patto tra i paesi del Mercosur e il regime cubano, sul quale pesa un embargo economico da parte degli Stati Uniti da più di cinquant’anni.

L’accordo raggiunto con Cuba, aggiungendosi all’incorporazione definitiva del Venezuela di Chavez ( vedi "Il Mercosur apre le porte al Venezuela") ed alla prossima adesione della Bolivia di Evo Morales, rafforza così il Mercosur come progetto d’integrazione e coesione latinoamericana, che non comporta solo intercambi culturali ed economici ma anche e soprattutto aspetti politici e sociali.
Il presidente argentino Kirchner, padrone di casa, nel discorso inaugurale ha addirittura allargato le porte di questo progetto oltre alla Bolivia anche al Messico prima di passare la parola e le consegne della presidenza semestrale del Mercato del cono Sud a Lula da Silva, presidente del Brasile vero e proprio Stato trainante economicamente del Mercosur.

Tutti i presidenti dei paesi membri, poi, hanno firmato la “dichiarazione di Cordoba” che racchiude le conclusioni più importanti dell’ultimo vertice. Tra queste vorrei rilevarne tre in particolare:
Un’importante accelerazione del progetto che porterà alla costruzione del Gran Gasdotto del Sud, ossia 8000 km di gasdotto che unirà l’Argentina al Venezuela passando anche per Brasile, Uruguay e Bolivia. Un progetto che potrebbe garantire gas per oltre un secolo a tutti i popoli sudamericani;
Un compromesso per la messa in marcia e l’allargamento del FOCEM (fondo per la convergenza strutturale del Mercosur) che costituirebbe un passo in avanti significativo nel trattamento delle asimmetrie, nella promozione della coesione sociale e nel rafforzamento del processo d’integrazione;
Il raggiungimento dell’accordo per la creazione di una Banca dello Sviluppo del Mercosur necessaria per il finanziamento delle infrastrutture e per consolidare una strategia finanziaria unica per l’intera regione.

Tre enormi passi in avanti del Mercosur che non fanno altro che sottolineare l’importanza ma anche la concretezza dell’intero progetto, che però, per realizzarsi completamente, dovrà affrontare ancora numerosi ostacoli come ad esempio le difficoltà economiche che contrappongono sin dalla nascita stessa del Mercosur Brasile e Argentina ad Uruguay e Paraguay, come ha evidenziato durante il vertice lo stesso presidente brasiliano Lula.

Nella stessa Cordoba, poi, si è tenuto un altrettanto importante incontro: “cumbre de los pueblos” (molto interessante questa pagina di indymedia per chi riesce a destreggiarsi un po’ con lo spagnolo) che ha avuto sede nel campo da rugby della città universitaria dove una gran folla ha applaudito i discorsi di Chavez e Fidel Castro (trattato anche da un blog italiano: blog americalatina).


 

di Antonio Pagliula ~ 9:26 PM

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sabato 22 luglio 2006
Si è appena concluso a San Pietroburgo l’ennesimo vertice del G8, il governo degli otto paesi più industrializzati del Mondo (Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada, Russia). Per la prima volta l’incontro è avvenuto in Russia, l’ultimo paese ad entrare in questa ristretta cerchia, che proprio ospitando il summit vi sanciva la sua entrata a titolo definitivo.

L’ingresso dell’ex paese sovietico, però, può risultare difficile da gestire per gli altri grandi mondiali, in quanto suona come un gesto di sostegno all’attuale governo russo. La Russia all’interno del “governo mondiale” stona rispetto al modello democratico che ha sempre ispirato il vecchio G7. Non si può nascondere che la democrazia russa sia una democrazia più che approssimata che non può essere affatto condivisa dal resto delle grandi potenze mondiali. Il governo Putin, infatti, si è reso più volte famoso per la distruzione della legalità, per la violazione reiterata dei diritti umani, per l’aver soffocato più volte le libertà democratiche di base e per aver screditato ripetutamente le organizzazioni non governative. Non si riesce a capire, quindi, come e perché rientri fra i paesi che dovrebbero governare il Mondo. Si potrebbe però ipotizzare qualche motivo, e il più probabile, è quasi certamente che la Russia è la prima potenza energetica mondiale se si considerano gas e petrolio. Facile quindi dedurre che non è un gran problema la mancanza quasi totale di democrazia sotto il Cremlino se si pensa che i nuovi equilibri planetari si basano esclusivamente sulle risorse energetiche e soprattutto sul petrolio visto che ormai si è giunti alla fase decisiva in cui il prezzo del petrolio non può più scendere a causa della sua sempre maggiore scarsità.

La Russia all’interno del G8 però potrebbe essere un arma a doppio taglio per il vertice stesso. Il summit di San Pietroburgo, infatti, è sembrato più un G2 che un G8, è sembrato esclusivamente un incontro tra Bush e Putin. Sappiamo tutti quanto stia a cuore al governo statunitense la questione energetica, intesa come il cercare di accaparrarsi più risorse possibili meglio se con una guerra, e sappiamo anche la sempre più crescente tendenza di Putin a cercare di conquistare un posto di protagonista all’interno dei paesi che contano. Il G8 si è così trasformato in incontri esclusivi tra i due leader che nel loro rapporto di odio-amore hanno cercato di mediare i loro interessi. Bush non interferirà nelle questioni interne russe in cambio dell’appoggio russo sulle questioni energetiche principali, un appoggio che se gli Usa non daranno alla Russia altre nuove potenze mondiali (Cina e India) non vedono l’ora di dare (proprio quello che teme di più il governo statunitense).

Questi strettissimi rapporti tra Usa e Russia sono andati a scapito del reale programma del G8 e soprattutto sono stati quasi completamente indifferenti rispetto a quello che succedeva, contemporaneamente al summit, in medio oriente, dove è scoppiata una vera e propria guerra tra Hezbollah e Israele. Per non parlare della reazione esagerata di Israele forse l’unico stato al Mondo che può permettersi la violazione di tutti i trattati di diritto internazionale senza l’intervento di nessuno dei “grandi” mondiali, molti ipotizzano solo grazie agli stretti rapporti che lo legano agli Usa.

Proprio questo fornisce un altro spunto su cui riflettere. Ha ancora senso il G8 inteso come incontro tra le grandi potenze mondiali? E’ sembrato proprio di no, infatti oltre ad essere stato un incontro elusivo tra Usa ed ex-URSS, l’ultimo summit ha dimostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, l’inutilità degli altri “grandi” mondiali completamente tagliati fuori da ogni decisione. Solo Blair, forse, ha ancora voce in capitolo ricoprendo il ruolo di cagnolino fedele di Bush.

E il resto dei paesi europei? Nessuna notizia a riguardo. Non si riesce ancora a capire, poi, perché gli stati europei si presentino singolarmente al summit e non ci sia invece una rappresentanza unica dell’Unione Europea. Per non parlare poi delle presenze quasi solo formali di Canada e Giappone (il cui unico pensiero ormai è rivolto alla paura per le rinnovate ambizioni atomiche della Corea del Nord).

Stanno venendo, quindi, a mancare tutte le basi per cui il G8 continui ad avere il significato che si era proposto alla sua formazione. Il colpo di grazia sarà, infatti, l’uso dell’energia come arma politica, proprio quello che sta tentando di imporre Putin al summit. Il leader russo per primo sta cercando di opporsi al tentativo Usa di rafforzare il proprio dominio sul Mondo proprio utilizzando le risorse energetiche di cui dispone (che riempiono le casse del Cremlino da tempo vuote). Solo questa minaccia ha permesso l’ingesso di uno stato così poco democratico come la Russia nel G8, un ingresso il cui unico scopo è sembrato il dialogo su gas e petrolio delle potenze mondiali con Putin. Un dialogo che avverrà tralasciando tutte le falle della democrazia russa, non sembra interessare a nessuno degli altri sette grandi che in Russia ci sia una dittatura della legge più che una democrazia o che in Russia vi sia una completa sottomissione del potere giudiziario al politico facendo venire meno le basi democratiche della divisione dei poteri. Questi dettagli non interessano a nessuno, una cosa sconcertante se si pensa invece al comportamento degli Stati Uniti nei confronti di un altro paese energeticamente importante come il Venezuela.

Nei confronti del governo di Chavez Bush si è sempre posto proprio in maniera differente, eppure il Venezuela di Chavez, con tutti i suoi limiti, è molto più democratico dell’attuale governo russo, basti pensare al forte appoggio popolare che ha permesso al leader venezuelano di superare diversi referendum e addirittura un golpe di stato proprio organizzatogli con l’appoggio statunitense. A quanto è emerso, però la democrazia sta a cuore del governo americano solo in alcuni casi e non in tutti, solo in determinate circostanze e a convenienza esclusiva, così ora l’Iraq è un esempio democratico da esportare, mentre non importa affatto che in Messico durante le ultime elezioni ci siano stati brogli ormai certi a scapito della democrazia, ma cosa vogliamo che importi il Messico al G8! Anzi quasi sicuramente gli Stati Uniti preferiscono un governo conservatore come quello di Calderon, nonostante sia un governo nato esclusivamente grazie a brogli avvenuti prima, durante e dopo le elezioni, che un governo di centro-sinistra come sarebbe stato quello di Obrador per il loro stato satellite più vicino.

Un ultima considerazione volevo invece fare a riguardo ad un altro aspetto che quest’ultimo vertice ha portato all’attenzione. E’ importante sottolineare come il G8, di anno in anno, si stia sempre più specializzando a reprimere il controsummit dei movimenti antiglobalizzazione. Da Genova a San Pietroburgo il modo di “controllo-repressione” si è evoluto, così mentre in Italia sappiamo tutti quello che è successo il governo russo è riuscito a recludere tutti i manifestanti nello stadio di Kirov, sotto stretta sorveglianza della polizia militare, ben lontani dai luoghi dove si svolgeva il vero summit. Inoltre l’organizzazione russa si è macchiata di altri gesti poco onorevoli e anti-democratici come l’allontanamento di tutti i barboni e senza tetto da San Pietroburgo, gli arresti domiciliali assegnati preventivamente ai più importanti leader dei movimenti civili in Russia, gli arresti ai distributori di volantini per la città e addirittura gli arresti degli attivisti stranieri, giunti da tutto il Mondo, accusati di violazione del loro status legale di stranieri. Tutte queste repressioni però a differenza dell’organizzazione italiana del 2001 sono state ben occultate sia dal governo russo che dai media nazionali e internazionali. Forse in questo il G8 anziché regredire negli anni si sta specializzando, nella repressione degli altermundalisti indiscriminata e incondizionata. Il movimento no-global però nonostante tutto non si fermerà, nessuno può dimenticare, infatti, che il G8 rappresenta si il 75% dell’economia mondiale pero il restante 25% rappresenta tutti gli altri stati del mondo cioè l’80% della popolazione mondiale.


 

di Antonio Pagliula ~ 3:59 PM

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martedì 11 luglio 2006
L’adesione dello Stato andino, guidato da Hugo Chávez, allarga gli orizzonti del mercato comune sudamericano.

Dallo scorso 4 luglio il Venezuela è entrato ufficialmente a far parte del Mercosur (Mercado Comun del Sur), il mercato comune sudamericano nato il primo gennaio 1995 da un accordo tra quattro dei più importanti stati dell’America Latina: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Tutti i presidenti degli stati fondatori (Kirchner, Lula da Silva, Nicanor Duarte e Tabaré Vazquez) si sono ritrovati nella capitale venezuelana per firmare il protocollo di adesione del Venezuela, un protocollo che stabilisce, con un processo di transizione di quattro o cinque anni, la piena incorporazione del nuovo membro.

L’adesione di Caracas, oltre ad aprire al Mercosur un mercato di circa 26 milioni di persone, aggiunge finalmente la componente energetica, ritenuta da tutti i governi della regione la chiave dei prossimi anni, a questo blocco economico sino ad ora caratterizzato da componenti prevalentemente agro-alimentari e industriali. Si è venuta a delineare, quindi, all’interno del Mercosur, la colonna vertebrale dell’America Latina che ora parte dai carabi e si estende sino alla terra del fuoco.

Si rafforza l’importanza geo-economica e geo-commerciale di quest’alleanza tra paesi latino-americani che, con l’adesione venezuelana, rappresentano uniti il 75% del prodotto interno lordo (PIL) dell’intera America del Sud e possono contare su un mercato potenziale di 250 milioni di persone. Di rilevante importanza, inoltre, che all’incontro di Caracas sia stato presente anche Evo Morales, presidente della Bolivia, un altro Stato che già da tempo studia la possibilità di un’eventuale adesione a questo trattato di liberalizzazione commerciale, a dimostrazione che il progetto Mercosur cresce. Presenza fondamentale quella boliviana perchè smentisce pubblicamente tutte le voci che annunciavano malumori da parte degli stati membri nei confronti della nazionalizzazione del gas boliviano. A remare controcorrente, invece, rimane ancora il Cile, del governo socialista di Michelle Bachelet, seconda potenza economica del continente, che continua a rendere pubblico il suo scetticismo sulla strategia d’integrazione regionale e scommette ancora nell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe).

Ricordiamo che il Mercosur è nato proprio come risposta dell’ALCA, accordi di libero commercio stretti con gli Stati Uniti d’America, che io definirei meglio come patti liberali “a senso unico” con l’obiettivo di liquidazione e annessione del continente sudamericano. I Paesi membri del Mercosur hanno, infatti, definitivamente scartato l’ALCA durante il vertice tenutosi a Mar de la Plata nel 2005. L’ALCA si basa su accordi commerciali che gli Stati Uniti stringono con gli stati sudamericani e che già in una versione differente (il NAFTA, accordi di libero commercio nelle americhe del Nord) hanno messo in ginocchio l’economia messicana. Per fortuna gli unici paesi che ancora gli sottoscrivono sono Cile e Colombia, infatti, tutto il Mercosur si è sottratto puntando invece su accordi economici tra nazioni centro-meridionali dell’America del Sud.

La nascita del Mercosur è stata, infatti, una reazione a veri e propri “genocidi economici” che il sudamerica, come tutto il Sud del Mondo, è costretta da tempo a subire da parte del governo di Washington e da parte del Fondo Monetario Internazionale come i tassi d’interesse sui prestiti, che arrivano a toccare punte del 30-40%, l’applicazione di piani di adeguamento economici e i sussidi, che i Paesi Europei, e soprattutto gli Stati Uniti, stanziano a favore dei propri agricoltori e allevatori che procurando gravissime perdite ai paesi produttori di alimenti e materie prime. Tutta l’America Latina, dal dopoguerra, non è stata altro che il terreno di sperimentazione degli obiettivi più spregiudicati del capitalismo estremo. Gli Stati Uniti hanno iniettato dosi su dosi di neoliberismo che hanno reso questo continente quello con la maggiore disuguaglianza sociale, un continente ricchissimo di minerali, acqua e cibo dove però la maggior parte della popolazione vive in povertà e dove c’è una distanza abissale tra i pochi, i ricchi, e i più, i poveri.

Ora, però, con l’adesione al Mercosur del Venezuela e anche quella imminente della Bolivia, la speranza non si spegne, la speranza di giungere alla creazione di una comunità sudamericana unica che riesca ad unificare, sotto un unico accordo economico-commerciale, tutto il mercato del continente e che riesca a fronteggiare la politica economica invasiva, di stampo neoliberale e sempre a senso unico, imposta dagli Stati Uniti d’America basata sui trattati di libero commercio.


Per adesso il Mercosur è un sogno, è “solo” un accordo economico tra stati sudamericani che, però, spero, possa diventare in futuro una realtà. Una realtà che riesca ad unificare sotto un'unica carta di cittadinanza, uno stesso parlamento, una moneta unica e magari anche un Fondo Monetario Sudamericano, tutta l’America Latina. In molti penseranno che sia un progetto utopico, che dal punto di vista politico questo continente sia ancora molto instabile e immaturo, però ormai da qualche anno, forse grazie anche allo stimolo fondamentale del Forum Sociale Mondiale, le cose stanno cambiando, in molti iniziano a crederci e a crederci fortemente. Questo continente, ultimamente, ci ha regalato tante sorprese a volte inaspettate e chissà, che un giorno, non ci realizzi anche questo grande sogno.



 

di Antonio Pagliula ~ 7:48 PM

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sabato 8 luglio 2006
Dopo il controllo dei verbali elettorali, il vincitore è Felipe Calderon!!! Come era facile prevedere il PAN non si lascia scappare la poltrona presidenziale.

Alla fine niente di nuovo dalle elezioni messicane. A quasi una settimana dal giorno del voto i risultati finali, infatti, recitano: Felipe Calderon, candidato del PAN, 35,88% (con 14.754.778 voti) e Lopez Obrador, candidato del PRD 35,31% ( con 14.753.087 voti). Anche se lo scarto è pari allo 0,57% Calderon sarà il nuovo presidente messicano per i prossimi 6 anni.

Dopo la presa di coscienza che nulla cambierà nella conduzione del Messico dopo il voto del 2 luglio, queste elezioni ci hanno dato però molti spunti di riflessione.
Il primo è sicuramente che il sistema elettorale messicano è assolutamente inadeguato, infatti, un presidente che ha ottenuto 14 milioni di voti dovrà guidare un Paese con più di 100 milioni di persone, di cui 82 milioni aventi diritto al voto. Sarà molto dura per il vincitore di queste elezioni riuscire a governare considerando anche che la terza forza del Paese è stata il PRI, che ha ottenuto più del 20% dei voti. E' sembrata, infatti, quantomeno assurda la proposta di Calderon che, dopo essersi dichiarato vincitore, ha offerto ad Obrador di formare un governo di coalizione, soprattutto perché proprio in Messico non c’è l’abitudine a formare coalizioni di questo tipo, visto che tutti i governi precedenti sono stati sempre guidati da un partito unico.

E'un altro il punto, però, su cui volevo soffermarmi. Mi sono accorto, infatti, dopo queste elezioni, che il PAN in solo 6 anni di governo è riuscito a raccogliere l’eredità che aveva il PRI nei 70 anni in cui ha guidato il Messico. Un’eredità purtroppo tutt’altro che positiva!!! Molti sono i dubbi, infatti, che sorgono dai risultati elettorali!!!


Ricordate il vecchio Messico??? Quello della corruzione dei politici e dei brogli elettorali??? Bene è ancora tutto al suo posto!!! Ha solo cambiato partito politico!!! Sono in molti, infatti, a pensare che le elezioni siano state vinte da Andres Manuel Lopez Obrador con più di un milione di voti di scarto sul candidato del PAN. Si parla quindi di una vera e propria frode elettorale se non addirittura di golpe legalizzato da parte delle autorità federali insieme alla cupola Panista, che corrompendo l’IFE (istituto federale elettorale ossia l’organo di vigilanza sulle elezioni) hanno compensato lo svantaggio di voti da parte di Calderon con circa un milione e mezzo di voti di non meglio identificata provenienza. Dai sondaggi pre-elettorali il candidato del PAN era dato praticamente per sconfitto e così il presidente Fox, con la cupola del suo partito, si è ritrovato costretto ad accumulare tutti questi “voti” necessari per rimanere inchiodati sulla poltrona del potere.

Non si può quindi non accostare queste elezioni alle ormai famose elezioni del 1988 che, tramite proclamati brogli elettorali, proclamarono presidente Salinas del PRI a scapito del candidato di sinistra Cardenas. Era il PRI che guidava il Messico da 70 anni, che vinceva le elezioni ancor prima che si svolgessero, insomma un vero e proprio partito-stato. A quanto pare la situazione a distanza di 20 anni non è cambiata, queste elezioni hanno dato l’ennesima conferma che la crisi del sistema politico messicano è profonda e difficile da sanare, e insieme al sistema politico è in crisi la democrazia stessa, minacciata nella sua legalità dalla corruzione di un organo, neutrale per definizione, qual è l’IFE.

Obrador cercherà di opporsi in tutti i modi, porterà domenica allo Zocalo migliaia e migliaia di persone che lo sostengono e che lo hanno votato, farà sì che si riconteggino una ad una tutte le schede, ma il broglio è già stato consumato e nessuno gli ridarà il posto di presidente che gli spettava. Difficilmente la guida del paese, infatti, passerà ad un governo di centro sinistra, quest’ipotesi è facilmente avallata dal fatto che la risposta dei mercati ad un ennesimo governo Panista è stata quella di un immediato rialzo della borsa messicana seguita dall’aumento del valore del “pesos” sul dollaro, un chiaro segnale che i mercati internazionali e la borsa preferiscono Calderon ad Obrador.

Proprio quando tutti si aspettavano quindi l’atteso cambiamento, quando tutti ormai credevano che si aggiungesse anche il Messico alla "ola" di cambiamento che, da ormai qualche anno, caratterizza l’America Latina ci si ritrova invece davanti ad un riconfermato governo uscente che già troppi danni ha causato in quest’ultima legislatura.

C’e’ quindi da fare un’analisi approfondita per capire i motivi che, al di là dei brogli, non hanno portato alla svolta a sinistra messicana.

Io personalmente sono giunto alla conclusione che la figura di AMLO ( Andres Manuel Lopez Obrador) non si è forse rivelata la figura giusta per questo cambiamento. Sicuramente la campagna mediatica rivoltagli contro dagli avversari, spalleggiati dalla più importante catena televisiva, non ha aiutato la sua immagine. Se andiamo a vedere, infatti, la parte moderata dell’elettorato è stata spaventata dagli spot in cui il PAN lo definiva come un nuovo Chavez, un nuovo leader populista che avrebbe incrinato i rapporti con i vicini Stati Uniti d’America, il che ha contribuito alla netta sconfitta rimediata nel nord del Paese, il nord ricco ed economicamente sviluppato. Dall’altra parte però, AMLO non è riuscito a risvegliare il sud povero e sfruttato. Nonostante la vittoria in quasi tutti gli stati del sud, infatti, emerge che proprio in queste zone è stato altissimo il tasso d’astensionismo, seppur inferiore a quello delle elezioni precedenti. Questo vuol dire che Obrador, per quanto durante tutta la sua campagna elettorale si sia schierato a favore delle classi povere, non è riuscito a convincere completamente il suo elettorato potenziale.

AMLO ha perso anche per un programma che non si scostava di molto rispetto a quello degli avversari e che non lasciava intravedere nessun cambiamento sostanziale se non per qualche riforma sociale, un programma che forse era meglio definire più di centro che di sinistra. Se poi a questa mancanza, già gravissima, aggiungiamo i casi dimostrati di corruzione all’interno del PRD emersi in piena campagna elettorale, possiamo capire perché Obrador non abbia convinto fino in fondo tutti e perché non sia riuscito a staccarsi di dosso l’etichetta che lo proponeva solo come il male minore, in questo momento, per il Messico.

Forse ci siamo illusi un po’ tutti, anche i milioni di messicani che lo hanno votato e che riponevano in lui le loro speranze di cambiamento, anche io in prima persona mi sono illuso. Col senno di poi, però, mi rendo conto che sarebbe cambiato veramente poco, che Obrador era sì il male minore rispetto a Calderon ed altri 6 anni di PAN al governo, ma non era la svolta che tutti ci attendevamo dal Messico.

Vorrei concludere con un’ultima considerazione, da più parti per giustificare la sconfitta di Obrador si è chiamato in causa il ruolo del subcomandante Marcos a cui è stata attribuita la colpa di non aver appoggiato la candidatura di AMLO e anzi d’averla sminuita invitando a non votare. Io credo che quest’accusa sia completamente infondata, infatti, se è vero che Marcos con la sua “otra campaña” ha invitato a non votare, a causa della crisi di rappresentatività della classe politica messicana, ricordando sempre che l’elezione di un nuovo presidente non sarebbe stata la rivoluzione desiderata, è altrettanto vero che molti dei seguaci della sua campagna hanno comunque creduto nel cambiamento elettorale, in molti, ripetiamo, avevano visto nelle elezioni una possibilità reale e vi hanno partecipato. Il problema dell’astensionismo al sud non è stato legato alla “otra campaña” e ai suoi 15000 militanti, ma all’incapacità di AMLO e del PRD di convincere la popolazione a partecipare politicamente.

Forse, invece di criticare ulteriormente, ci si deve rendere conto che proprio dalla “otra campaña” di Marcos e dell’EZLN il Messico può e deve ripartire. Marcos, abbandonato e trascurato in quest’ultimo periodo a causa di un’estenuante campagna elettorale che forse ha distolto un pò tutti dalla realtà, ha sempre ripetuto che il problema non era quello di votare, anzi ha sempre sostenuto che la vera rivoluzione deve essere costruita dal basso e non ha bisogno della classe politica attuale messicana. Ora che la campagna elettorale è finalmente finita e ci si è resi conto che “arriba” effettivamente nulla è cambiato aspettiamo Marcos e l’esercito zapatista, sentiamo cosa pensano di fare. E’ questo che ci aspettiamo dall’EZLN l’avvio di una seconda fase in cui si decide di rischiare anche quel poco che si è ottenuto.

Non ci resta questo in cui sperare, e poi, siamo sinceri, le uniche ventate di cambiamento in Messico sono partite tutte dalla selva Lacandona, dal quel 1 gennaio del 1994 che nessuno dimentica. Forse si deve anche ringraziare lo zapatismo e Marcos per la formazione, in Messico, di una base popolare di sinistra, inesistente prima del 1994, che in queste elezioni ha raggiunto il 35% dei voti rischiando di vincere, ma che però non ha ancora raggiunto la maturità adeguata per guidare il Paese.

Da queste elezioni il Messico non ne esce trasformato, sicuramente “in alto” le cose sono rimaste tali e quali, se non sono addirittura peggiorate, però “in basso” siamo ancora in fase di trasformazione, una trasformazione che dal 1994 non si è mai arrestata e che porterà alla svolta tanto attesa anche il Messico, uno stato importantissimo per la geopolitica del continente sudamericano.


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di Antonio Pagliula ~ 11:58 AM

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martedì 4 luglio 2006
Domenica 2 luglio si sono svolte in Messico le elezioni presidenziali. Lo stato più importante e grande del centro america (107 milioni e 500 mila abitanti) era chiamato alle urne dopo 6 anni da dimenticare di governo Vicente Fox. Anni fallimentari a detta di molti perché Fox e il suo PAN ( partido de accion nacional) erano riusciti a vincere nettamente le ultime elezioni nel 2000 sbaragliando il vecchio partito che aveva governato in Messico per più 70 anni, il PRI (partido rivolucionario istitucional), senza però mantenere nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale.

Quest’ultimo mandato infatti è finito lasciando praticamente intatti tutti i soliti problemi messicani come la lotta al narcotraffico e alla criminalità per non parlare di quelli riguardanti la povertà e la disoccupazione. Il fallimento, inoltre, c’è stato anche nel campo delle riforme neoliberali, di cui l’ormai ex presidente Fox si era proposto artefice, infatti la modernizzazione del paese tanto annunciata non è avvenuta ed anzi in molti campi fondamentali dell’economia come le telecomunicazioni, l’energia e soprattutto quello delle tv si è passati a veri e propri monopoli che, come tutti possiamo bene immaginare, frenano la competitività e abbassano la qualità dei servizi e dei prodotti.

In questa situazione si sono svolte le elezioni messicane, una campagna elettorale fra le più onerose al mondo e anche fra le più lunghe se pensiamo che è durata praticamente quasi un anno. Tra i candidati alla presidenza la lotta era praticamente a tre: per il PAN, l’erede di Fox è Felipe Calderon, per il PRI il candidato era Roberto Mandrazo e per il PRD ( partido rivoluzionario democratico) Andres Manuel Lopez Obrador.

Si può dire che però la vera lotta è stata fra gli ultimi due, Calderon e Obrador, e che a due giorni dalle elezioni ancora non c’è stato un vincitore. A smentire tutti i sondaggi che davano vincitore Obrador infatti, con la solita ombra dei brogli elettorali che accompagna tutte le elezioni messicane e con quasi tutti i seggi scrutinati la situazione è : Felipe Calderon 36,3%, Lopez Obrador 35,4. Questi risultati, se saranno confermati anche mercoledì (termine massimo per i risultati ufficiali) per le leggi elettorali messicane si traducono con la presidenza a Felipe Calderon erede naturale di Vicente Fox.

I cittadini messicani dovevano scegliere non solo tra Obrador e Calderon ma dovevano esprimere la loro idea su quale Messico avrebbero voluto. Calderon rappresenta la continuità al governo Fox, l’uomo della destra conservatrice e dei buoni rapporti con gli Stati Uniti mentre Amlo ( così è chiamato Obrador dai sui elettori) era forse l’alternativa di sinistra, quella che avrebbe potuto allineare il Messico al resto del Sudamerica, una scelta che forse poteva cambiare definitivamente la geografia politica latino americana. Obrador era anche il primo candidato presidente che, con uno slogan molto semplice “ coalicion por el bien de todos”, si era schierato con le classi normalmente emarginate, le classi dei più poveri che da sempre popolano il Messico ma che in questi sei anni di governo Fox sono aumentati ancora di più.

Il Messico finalmente poteva essere governato da una coalizione di centro sinistra da un candidato presidente che aveva promesso una riduzione dei prezzi di luce, gas e benzina, ma anche un paese indipendente negli alimenti e un sussidio minimo a tutti gli anziani. In molti credevano nel cambiamento, forse anche lo stesso Obrador illuso dai suoi stessi sondaggi. L’atteso cambiamento però, a quanto pare, non è avvenuto. Aspetteremo mercoledì o forse anche il riconteggio dei voti ma i ben informati e con un po’ di esperienza e di elezioni messicane alle spalle sanno già che il nuovo presidente messicano sarà Felipe Calderon.

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di Antonio Pagliula ~ 5:46 PM

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sabato 1 luglio 2006
Quanto costa la verità??? Siamo sicuri di essere correttamente informati dai media???

Non so dare una risposta esatta a questa domanda…
La conclusione a cui sono arrivato, però, è che ormai anche l’informazione risponde alle spietate regole del mercato e perciò ha un prezzo… un prezzo dato dall’incontro di domanda e offerta, proprio come quello di qualsiasi altra merce in vendita…
Il vero problema è però che l’informazione, ai giorni nostri, svendendosi al miglior offerente manca di credibilità. Paradossalmente nell’epoca dell’informazione globale e tecnologica non abbiamo più la sicurezza che il sistema mediatico funzioni correttamente!!!
Il giornalismo non ha più l’obiettivo di informare i cittadini e contribuire a creare una coscienza sociale ma, sottostando alle regole del mercato, ha come unico obiettivo vendere…
Voglio qui riportare una pensiero di un grande giornalista di livello internazionale come Ignacio Ramonet, direttore di “Le Monde Diplomatique”:

“I mezzi di comunicazione, che avrebbero dovuto essere l’espressione di gruppi sociali diversi o di gruppi culturali alternativi, continuano invece a concentrarsi, a raggrupparsi in modo talmente monopolistico che oggi, nei Paesi che chiamiamo democratici, quattro o cinque grandi gruppi dominano l’intera informazione, un’informazione che sempre più spesso è spudorata propaganda di certi poteri politici o di certi interessi economici di potentati internazionali. Così la concentrazione invece di diminuire è aumentata fino a farci scoprire prigionieri di un sistema che definirei di insicurezza dell’informazione”

INSICUREZZA DELL’INFORMAZIONE

Il punto cruciale è proprio questo!!! Chi sa dire con certezza che le notizie che arrivano ad esempio dall’Iraq siano lo specchio di quello che accade realmente in quel Paese??? E che non siano solo quello che fa comodo farci conoscere, quello che Washington e la Casa Bianca ritengano opportuno farci sapere???
Non dimentichiamo che le agenzie di stampa più importanti sono proprio quelle nordamericane e che ormai, da più di qualche anno, per l’interpretazione delle notizie a livello internazionale siamo sempre costretti a credere alla versione degli Stati Uniti d’America!!!

Bene, io ritengo che questa situazione di insicurezza dell’informazione non faccia che nuocere a tutti!!! E’ una situazione paradossale per un mondo globalizzato e sicuramente pericolosa per qualunque idea di democrazia moderna!!!

Purtroppo in Italia ci siamo adattati, come sempre, a questo senza che nessuno cerchi una via d’uscita… E pensare che proprio nel nostro paese sappiamo molto bene cosa vuol dire che l’informazione sia concentrata in mano a pochi…

L’obiettivo che mi sono proposto con questo blog è però un altro…

Ormai in Italia abbiamo una visione strettamente eurocentrica o per meglio dire “nordcentrica” intendendo con questa parola, forse inesistente, la visione del Mondo inteso esclusivamente come Europa e Stati Uniti d’America (il nord del Mondo appunto). Le uniche informazioni che riceviamo, sia dalle televisioni che dai maggiori quotidiani, infatti, non sono altro che notizie vicine a noi geograficamente o al massimo notizie “indiscutibili” che arrivano dalle agenzie di stampa nordamericane su quello che avviene nei Paesi dove gli Stati Uniti decidono di volta in volta di fare una guerra…

Io mi propongo in questo blog di fare un informazione alternativa su un continente, l’America Latina, di cui molti non sanno assolutamente nulla da ormai troppo tempo…
Un continente che negli ultimi anni è cambiato tantissimo ed è ancora in evoluzione… Una serie di cambiamenti che vengono dal cosiddetto Sud del Mondo e che non potremo ignorare ancora per molto tempo…
Un continente che, però, con le sue notizie purtroppo “non vende” e quindi non interessa all’informazione “di moda” che quando se ne occupa lo fa in modo superficiale e fuorviante…

Cercherò appunto in questo mio blog personale di dare un altro tipo di informazione, per chi ne fosse interessato, sul sud e centro America… per capire ed esaminare quest’area geografica che da sempre è stata vittima del colonialismo e che ora cerca di dare risposte differenti al nord del Mondo e al capitalismo/neoliberismo globalizzato…


 

di Antonio Pagliula ~ 2:29 PM

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