martedì 29 agosto 2006
Dati preoccupanti giungono dal Guatemala, in questo stato del centro america quest’anno si sono registrati 5000 omicidi…ma il dato più preoccupante è l’impunità per chi gli commette.

In questi giorni in cui gli argomenti principali sono le libertà, le dittature, i diritti negati, la libertà di espressione, la democrazia e Fidel o Cuba volevo segnalarvi questo interessantissimo post sullo stato di un paese del Centro America, esattamente il Guatemala. Forse non tutti sanno che in Guatemala c’è una “democrazia”, c’è la libertà di parola, ci sono libere elezioni, però la cosa peggiore è che forse troppi non sanno che c’è anche il 46% di bambini denutriti (contro lo 0% di Cuba) o che, come descritto da questo post che riporterò, ci sono 5000 omicidi l’anno (su una popolazione di 14 milioni) e si è dovuto addirittura scomodare un funzionario internazionale Onu, Philip Alston, per dire che “si possono definire impressionanti le scarse possibilità che gli assassini siano catturati e processati”.
Pensate che di 400 omicidi di donne nell’ultimo anno solo in 12 casi si è individuato il colpevole e lo stesso funzionario ONU ha definito il Guatemala come lo stato dell’impunità.


Che strano anzi che addirittura dall’ONU siano arrivati a fare questa denuncia, normalmente a nessuno interessa lo stato di questi piccoli Paesi Centroamericani, “democratici” tra virgolette e con tutte le libertà e i diritti di una democrazia occidentale…solo con il piccolo dettaglio che si tratta solo di libertà e diritti sulla carta, che sulla carta rimangono.

Al presidente degli Stati Uniti G.W.Bush, esportatore ed esperto di democrazie, non è mai interessato questo e forse mai gli interesserà visto che comunque il Guatemala è uno staterello filo-occidentale e capitalista, mentre Cuba o il Venezuela o la Bolivia possono preoccupare di più perché non filo-statunitensi e socialiste.
Non importa poi che l’estremismo del capitalismo importato dagli Usa in Guatemala ha portato allo stremo una popolazione già poverissima e forse ha causato gli stessi danni, o forse anche di più, del comunismo a Cuba.


Ecco il post promesso che ho trovato sul sito di una Onlus “Osservatorio sulla legalità e sui diritti”:

Guatemala : 5000 omicidi l'anno e tanta impunita'
di Mauro W. Giannini

Il professor Philip Alston, relatore speciale dell'ONU sulle esecuzioni estragiudiziali, sommarie o arbitrarie, ha concluso la scorsa settimana una visita in Guatemala, dove le valutazioni ufficiali di esecuzioni extragiudiziali parlano di oltre 5.000 all'anno, dato sicuramente sottostimato.

Al termine della visita Alston, che presta la sua opera per le Nazioni Unite gratuitamente, ha reso noto che il comportamento del governo guatemalteco nel facilitare la sua visita e' stato "esemplare" ed ha detto di essere "stato impressionato particolarmente dall'impegno spontaneo del presidente di garantire il rispetto per i diritti dell'uomo".

Nel merito, le riflessioni di Alston potrebbero essere facilmente estese ad altri Paesi vicini, come il Brasile e la Colombia. Egli ha infatti parlato di un notevole progresso realizzato dal Paese sudamericano durante i dieci anni scorsi, con una trasformazione delle sue istituzioni all'uscita dalla guerra civile che rappresenta un "successo singolare".

Oggi davanti alla Repubblica si para la sfida di diritti dell'uomo, una sfida fondamentale, ha sottolineato Alston, quanto scoraggiante come bilancio. In Guatemala ci sono oggi piu' uccisioni al giorno di quante ce ne fossero durante i giorni del conflitto civile, per un totale annuo di oltre 5.000. Nel mirino le donne, elementi selezionati fra la polizia ed i militari, uccisioni di gruppo e omicidi correlati al mondo della criminalita', atti di pulizia sociale e atti di violenza casuale.
Questa situazione ha generato un senso diffuso di insicurezza fra la popolazione. I ricchi possono proteggersi, fino ad un punto, ma il resto delle persone vive nel timore che un'uccisione casuale possa colpire loro o i loro cari in qualsiasi momento. Secondo Alston, il nodo cruciale del problema e' come rispondere a tale insicurezza e la prospettata riforma istituzionale puo' essere solo un aspetto non risolutivo.

A giudizio dell'esperto ONU, la vera risposta si trova "nel decidere che genere di societa' il popolo del Guatemala vuole realmente", nell'analizzare il problema con informazioni precise non lasciando spazio a leggende metropolitane che non consentono di conoscere i dati reali, e nel combattere l'impunita', che fa pensare agli autori dei delitti di poter continuare e perfino intensificare la loro attivita' criminale.

"Essenzialmente - ha chiarito Alston - la societa' ha due opzioni. La prima, che sembra godere di notevole supporto, e' di utilizzare un pugno d'acciaio in un guanto di velluto per spazzar via gli elementi indesiderabili. Questa soluzione ignora il fatto che molte delle esecuzioni che stanno avvenendo sono commesse proprio da chi verrebbe rafforzato da una simile strategia". Inoltre, a giudizio dell'esperto, tale azione assomiglia notevolmente a quella della dottrina della sicurezza nazionale messa in atto in molti Paesi dell'America latina fra gli anni '70 e l'inizio degli anni '80, portando ad un disastro.

"La seconda opzione e' quella riflessa dagli accordi di pace ed e' basata sullo sviluppo di un sistema giudiziario mirato ad assicurare lo Stato di diritto. Quasi tutta la retorica convenzionale dei partiti politici sottoscrive questo metodo. La realta' tragica, tuttavia, e' che quasi ogni elemento di un tal sistema e' infondato o malfunzionante o entrambe le cose" e secondo Alston e' vero che il congresso ha una responsabilita' enorme di questa situazione ma cosi' pure la societa' civile e particolarmente il settore privato".



 

Per chi putroppo non ha potuto assistere quest'anno alla "Notte della Taranta" tradizionale appuntamento salentino ecco a voi il video da me girato della canzone di chiusura. Mi dispiace non aver potuto postare il video dell'esibizione dei Buena Vista Social Club ma purtroppo l'ho persa anch'io a causa degli interminabili ritardi delle ferrovie Sud Est che mi hanno fatto arrivare quando i Buena Vista suonavano la loro ultima canzone. Godetevi questo video e ricordate che siete tutti invitati il prossimo anno a questo grande evento, chiaramente però vi sconsiglio la soluzione treno per raggiungere il concerto, le ferrovie Sud Est infatti non sono in grado di garantire un servizio adeguato alla mole di persone che partecipano alla nottata più bella dell'estate salentina.




 

venerdì 25 agosto 2006
Resoconto dell’incontro tenutosi il 22 agosto a Foggia a cui hanno partecipato Camillo Guevara e Alberto Granado.

Alcuni giorni fa avevo pubblicizzato l’incontro con Alberto Granado, biochimico e scrittore passato alla storia per essere stato il compagno del ‘Che’ durante il mitico viaggio in moto attraverso vari paesi latinoamericani, dal quale è stato tratto il film “I Diari della Motocicletta”, e Camillo Guevara, figlio del “Che”, (clikka qui) tenutosi a Foggia martedì. In tanti mi hanno chiesto di darne un resoconto perché affascinati da queste due grandi figure ma soprattutto da quella intramontabile del “Che”.

Purtroppo neanche io ho potuto vedere l’incontro per la notevole distanza tra Foggia e dove vivo, però tramite un amico che è riuscito a parteciparci vi riporto qui una parte del discorso tenuto da Camillo Guevara, figlio del “Che”, responsabile del “Centro de Estudios Che Guevara de La Habana”.

Camillo Guevara: “Sono moltissimi i valori che ha lasciato in eredità mio padre ma quelli più importanti sono l’onestà intellettuale e l’etica. E’ importante che ci siano stati degli uomini che hanno dato tutto per una causa giusta e che ai giorni nostri ci siano delle bandiere che i giovani possano seguire per questo non posso che essere felice che in tempi come questi il ‘Che’ possa essere ancora un punto di riferimento”.

Domanda: “In molti considerano Fidel Castro un dittatore che priva di libertà il popolo cubano, Lei cosa ne pensa?”

Camillo Guevara: “I dittatori sono quelli come Bush. Tra Bush e Fidel c’è una grande differenza, ma c’è bisogno che chi parla di questo abbia una conoscenza diretta di quella che è la vita di Cuba. Pensare che Fidel Castro possa essere un dittatore significa pensare che il popolo cubano è un popolo di codardi, ma la storia del popolo cubano dice il contrario”.

Domanda: “Come mai ha scelto di non far politica?”

Camillo Guevara: “Io faccio politica da un altro punto di vista, forse non la politica a cui non siamo abituati, ma tutto il popolo cubano ogni giorno fa politica, ogni giorno che affronta con successo l’imperialismo nordamericano fa politica. La globalizzazione non si può non riconoscere, peccato che a volte è troppo negativa, ci può essere la mondializzazione positiva, per esempio Cuba manda medici a paesi che ne hanno bisogno in forma gratuita, una cosa che è profondamente radicata nella nostra cultura, nonostante anche la nostra cultura abbia degli aspetti negativi. Anche noi siamo figli della cultura occidentale come voi, occidentale nel senso culturale, non capitalistico."

Purtroppo non sono riuscito a recuperare più materiale, però navigando ho incontrato su un blog amico un post molto interessante a riguardo che forse riuscirà a esprimere molto meglio le emozioni che l’incontro ha regalato a chi vi ha assistito. Il blog si chiama “Il ballo di San Vito” e questo è il link per il post intitolato “L’incontro con il Che”.


Vi lascio con una promessa. Per gli amanti dei grandi miti cubani vi prometto di pubblicare un post con il video dell’esibizione dei “Buena Vista Social Club”, il più famoso gruppo di “vecchi” suonatori cubani, che parteciperanno all’ultima serata della “Notte della taranta” il 26 agosto a Melpignano (Lecce). Un appuntamento a cui parteciperò, assolutamente da non perdere per gli amanti della musica popolare salentina e non solo, infatti anche quest’anno ci saranno grandi ospiti, oltre ai già citati Buena Vista Social Club prenderanno parte a questo grande evento anche Lucio Dalla, Carmen Consoli, Peppe Servillo (voce Avion Travel), Lucilla Galeazzi e Carlos Nuñez virtuoso della gaita, la cornamusa galiziana (ha scritto anche colonne sonore di film come 'Mare dentro' di Alejandro Amenabar, vincitore dell'Oscar come miglior film straniero).


Accorrete numerosi.



 

mercoledì 23 agosto 2006
Irrepressible.info
Amnesty International lancia una campagna globale contro la repressione su internet


Oggi volevo mettere anche tutti voi a conoscenza di un importante iniziativa lanciata da Amnesty International a difesa della censura su internet.
La campagna, che ritengo di fondamentale importanza, è stata chiamata Irreoressible.info ed è già on line nelle seguenti lingue: arabo, inglese, francese e spagnolo.

Sul sito si può anche sottoscrivere l'appello, io l'ho già fatto e invito anche voi, che vivete e usufrite di internet, a farlo il più presto possibile. Purtoppo non c'è ancora in italiano ma non penso sia un problema per nessuno.

Clikkate qui per sottoscrivere subito.

Comunque ecco la presentazione della campagna fatta sul sito di Amnesty International:

"Dall’Iran alle Maldive, da Cuba al Vietnam, i governi stanno intensificando il giro di vite nei confronti di chi usa internet per comunicare i propri punti di vista e contestualmente negano ai propri cittadini l’accesso alle informazioni. Il quadro della repressione è il seguente: utenti di internet arrestati, internet café chiusi, chat room sorvegliate, blog cancellati, siti bloccati, notizie dall’estero censurate, motori di ricerca sottoposti a filtri per non trovare “risultati” sensibili...

Internet può essere un grande strumento per la promozione dei diritti umani: gli attivisti possono far sapere al mondo cosa accade nel proprio paese con un solo click. La gente ha un accesso senza precedenti a informazioni provenienti da un numero amplissimo di fonti. Ma il potenziale di internet per il cambiamento è sotto l’offensiva di quei governi che non tollerano la libertà d’informazione e di quelle aziende che sono disposte ad aiutarli a reprimerla” – denuncia Amnesty International.

“Chiediamo agli utenti di internet di ogni parte del mondo di andare sul sito irrepressible.info e firmare l’appello per sollecitare tutti i governi e le aziende a rispettare la libertà su internet” – è l’invito di Amnesty International. “Le aziende spesso rivendicano un comportamento eticamente responsabile, ma la loro cooperazione nella repressione rischia di renderle complici di violazioni dei diritti umani e di danneggiare la loro credibilità”.

Le adesioni alla campagna irrepressible.info saranno presentate a novembre a un’importante riunione dell’Onu sul futuro di internet. Insieme al lancio della campagna irrepressible.info, Amnesty International ha diffuso un rapporto sul ruolo di Yahoo!, Microsoft e Google nella repressione su internet in Cina. L’apparato repressivo di Pechino è considerato particolarmente all’avanguardia rispetto ad altri paesi e le aziende paiono particolarmente desiderose di collaborarvi."


 

martedì 22 agosto 2006
Si aprono nuovi spiragli con l’intento di evitare questa grande ingiustizia e concedere un nuovo giudizio ai cinque cittadini cubani condannati per terrorismo negli Stati Uniti.

Dopo che la settimana scorsa la Corte Federale di Atlanta aveva negato nuovo giudizio ai “Cinque”, ecco le nuove piste che gli avvocati dei cubani seguono affinché l’ingiustizia non sia portata a conclusione.

Vi riporto la traduzione di un articolo che ho rintracciato sul sito del quotidiano Gramna e che potete trovare a questo indirizzo web in lingua originale:


Le cospirazione terroristiche dovrebbero aiutare la causa giudiziale dei Cinque cubani. Lo assicura un articolo del “Los Angeles Times”

Le ultime rivelazioni sulle cospirazioni dei gruppi contro-rivoluzionari anticubani negli Stati Uniti dovrebbero aiutare la causa giudiziale “dei Cinque”, afferma il “Los Angeles Times”.

L’importante quotidiano statunitense ricorda che Gerardo Hernández, Fernando González, Antonio Guerrero, Ramón Labañino e René González furono condannati cinque anni fa “con i capi d’accusa di cospirazione finalizzata a commettere atti di spionaggio durante il giudizio del 2001, accusati di essere entrati in territorio statunitense con lo scopo di infiltrarsi a gruppi di esiliati cubani che avevano concepito e eseguito decine di missioni terroristiche ai danni del governo comunista cubano”.

In un articolo intitolato “Rivelazioni di anticastristi potrebbero aiutare “i Cinque””, il giornalista del più importante quotidiano californiano, Carol J.Williams afferma che le rivelazioni riguardo ai terroristi Toñín Llama, Robert Ferro e Santiago Álvarez potrebbero aiutare alla concessione di un nuovo giudizio per “i Cinque cubani”. Il “Times” si riferisce al caso del “yet della speranza”, catturato a Porto Rico con armi a bordo mentre si dirigeva verso la isola Margarita con lo scopo di assassinare Fidel Castro.

Ricorda anche che, poco tempo fa, a Miami, José Antonio Llama ammise che “aveva finanziato una missione, nel 1997, per uccidere Fidel, per la quale fu giudicato e assolto”.Si cita anche il caso del californiano Robert Ferro “ che, ad aprile, disse di aver riunito 1500 fucili e granate per un attacco contro Cuba”.

L’autore dell’articolo sottolinea infine che il prossimo mese inizia il giudizio contro Santiago Álvarez, un altro terrorista che aveva l’intenzione di organizzare “un attacco contro Castro”.“Stiamo seguendo questi nuovi avvenimenti e sentiamo di essere vicini a tenere la storia completa che porteremo alla attenzione della Corte”, dichiarò l’avvocato Leonard Weinglass al quotidiano.
(J.G.A.)

Copyright – Diario Gramna 2006

Traduzione Ą ń Ť ŏ ñ į ő – Vero Sudamerica


Da notizie riportate sempre sul “Gramna” si evince poi che gli sforzi per la liberazione dei Cinque “eroi cubani” prigionieri negli USA hanno acquisito in questi giorni un nuovo impulso con il Concorso della Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) dell’Ordine degli Avvocati del Brasile (OAB).

Questa entità si è impegnata a farsi carico di fronte al Consiglio Federale della OAB di una richiesta internazionale per la liberazione di Gerardo Hernández Nordelo, Antonio Guerrero Rodríguez, Fernando González Llort, Ramón Labañino Salazar e René González Schwerert.

La CNDH, dopo aver analizzato il caso, ha deciso di chiedere al presidente nazionale della OAB, Roberto Busato, di concertare con la Cancelleria (Itamaraty), l’appoggio del Governo brasiliano ad una raccomandazione fatta dal Gruppo sulle Detenzioni Arbitrarie dell’ONU.
Secondo il detto Gruppo la detenzione dei Cinque cubani che si dedicavano ad informare sulle attività terroristiche che organizzazioni mafiose stavano preparando dagli Stati Uniti contro l’Isola è illegale.

Il Gruppo ritiene che le condanne inflitte agli antiterroristi abbiano violato il 14º paragrafo del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite, del quale gli Stati Uniti sono firmatari.

L’organismo dell’ONU, di fronte a questa situazione, ha determinato che le autorità statunitensi devono provvedere alla liberazione dei Cinque Cubani, cosa che non è avvenuta.
Questo caso è attualmente all’esame dell’OAB nazionale su richiesta dell’ambasciatore cubano in Brasile, Pedro Nuñez Mosquera e di Mirta Rodríguez Pérez, madre del prigioniero Antonio Rodríguez.

Vedremo come andrà a finire...

Sappiamo tutti che con gli Stati Uniti di mezzo i patti internazionali sui Diritti Civili e Politici violati sono all'ordine del giorno...


 

lunedì 21 agosto 2006
Comunicazione Urgente ed invito a partecipare

Domani 22 agosto, presso il chiostro di Santa Chiara a Foggia alle 18:30, si terrà un incontro/dibattito, organizzato dall’Arci Comitato Provinciale di Foggia e dall’associazione Fenicottero Salinis con il patrocinio del Comune di Foggia, a cui saranno presenti come ospiti d'eccezione, Camillo Guevara e Alberto Granado.

Camillo Guevara, figlio del Che, in viaggio in Italia racconterà le storie, le passioni e le battaglie del padre con l'aiuto di Alberto Granado, biochimico e scrittore, passato alla storia per essere stato il compagno di Ernesto Che Guevara durante il mitico viaggio in moto attraverso vari paesi latinoamericani reso ancora più celebre dal film "Diari di una motocicletta".

Nel corso dell’incontro, al quale interverrà anche lo scrittore Raffaele Nigro, sarà proiettato un filmato inedito curato direttamente da Camillo Guevara. Un incontro che sarà occasione per riflettere sulle opportunità che la nuova america latina offre al mondo...

Un incontro simile, con gli stessi protagonisti, si terrà poi a San Martino Valle Caudina, in provincia di Avellino il 25 credo alle 18-18.30, a cui sarà presente anche Gennaro Carotenuto, studioso di politica internazionale, dei regimi dittatoriali e di storia contemporanea dell'America Latina di cui consiglio vivamente di leggere il blog: http://www.gennarocarotenuto.it/


 

venerdì 18 agosto 2006
La risoluzione ONU ha salvato in extremis il multilateralismo politico mondiale, però dopo il fallimento del Wto ci sono ancora prospettive per il multilateralismo economico? Le differenze tra Paesi ricchi e Paesi poveri aumentano sempre più e il fallimento del Doha Round non ha fatto altro che aumentare gli squilibri mondiali. Ancora una volta la mancanza di impegno degli Stati Uniti nei confronti del multilateralismo, la sua ostinazione, la sua sollecitudine a mettere l’opportunismo politico al di sopra dei propri principi (e perfino dei suoi stessi interessi nazionali) hanno trionfato.


In questi giorni siamo tutti felici e contenti per l’accordo raggiunto con la risoluzione Onu del conflitto Israele-Libano. Siamo tutti qui ad elogiare il ruolo dell’Onu che addirittura ne esce da protagonista indiscusso della tregua raggiunta.
Nessuno ricorda invece l’empasse dei primi giorni del conflitto dove l’Onu aveva le mani legate ed è stata incapace di arrivare ad una soluzione prima che il conflitto arrivasse al 50esimo giorno.
L’autorità delle Nazioni Unite è stata più volte sminuita dalla minaccia di veto statunitense su eventuali risoluzioni che andassero contro al volere israeliano, ed ora siamo tutti a festeggiare…
Per carità di Dio, anche io apprezzo che si sia giunti ad una tregua finalmente, ma non posso sentirmi dire come ha affermato il nostro ministro degli esteri D’Alema " ... oggi siamo davanti a una rivincita delle Nazioni Unite: gli Usa, che appaiono quanto mai in difficoltà a dominare questi conflitti, scelgono il rilancio del ruolo delle istituzioni internazionali".

Dobbiamo stare attenti a non confondere la risoluzione con un successo per l’Onu perché così non è stato, anzi ritengo che abbia ridimostrato tutti i suoi limiti e la sua esigenza di rinnovamento come organismo internazionale. Credo che sia chiaro a tutti che Israele e gli Usa non abbiano scelto il rilancio delle istituzioni internazionali ma non avevano alternative, questa volta infatti, al contrario della guerra in Iraq, nessuno avrebbe appoggiato una soluzione che non partisse dalle Nazioni Unite. Una soluzione che dopo cinquanta giorni e migliaia di morti finalmente è arrivata, anche se con tutti i suoi limiti ( vedi quest’articolo postato sul blog di Gennaro Carotenuto), ma che non può lasciarci tranquilli sul ruolo dell’Onu e sugli effettivi poteri ancora in mano a quest’organismo.

Il multilateralismo ancora non è salvo del tutto, e l’impacciato intervento delle Nazioni Unite ne è la dimostrazione. Mi auguro che a qualcuno venga in mente di pensare ad un “aggiornamento” dell’Onu alle affettive richieste che il mondo attuale esige, solo una riforma vera di quest’organo (indispensabile credo sia un cambiamento del sistema del voto e dei veti) ne assicurerebbe la durata nel tempo, una durata che sicuramente non è in discussione, ma non credo che nessuno di noi si auspichi che l’Onu sia solo un organo di rappresentanza senza poteri reali come rischia di diventare allo Stato delle cose.

Da una lume di speranza per la salvezza del multilateralismo politico si contrappone invece il pessimismo per la salvezza di quello economico. Il fallimento del Wto (World Trade Organization), l'Organizzazione Mondiale del Commercio, è solo la dimostrazione della fine di un ciclo.

A riguardo è stato pubblicato oggi su “La Repubblica” un articolo veramente interessante che spiega molto bene lo stato delle cose e che ho condiviso quasi in pieno. E’ un articolo di Joseph Stiglitz premio Nobel per l’economia nel 2001. Eccovelo qui riproposto:

Quanto pagano i paesi poveri per l’egoismo dell’Occidente

Le speranze di un sostanziale progresso nel commercio globale – creazione di opportunità di crescita per i Paesi in via di sviluppo e riduzione della povertà – paiono ormai infrante. Anche se pare che un po’ ovunque si stiano versando lacrime di coccodrillo, bisogna valutare accuratamente la portata di questo fallimento: da tempo Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, si adoperava per abbassare le aspettative, al punto tale che era ormai chiaro che qualsiasi cosa si fosse realizzata avrebbe apportato vantaggi quanto meno assai modesti per i Paesi poveri.

Questo insuccesso non coglie affatto di sorpresa: Stati Uniti e Europa da tempo avevano rinnegato gli impegni sottoscritti a Doha nel 2001 per porre rimedio agli squilibri dell’ultimo round delle trattative commerciali – talmente iniquo che di fatto i Paesi più poveri del mondo erano peggiorati. Ancora una volta la mancanza di impegno dell’America nei confronti del multilateralismo, la sua ostinazione, la sua sollecitudine a mettere l’opportunismo politico al di sopra dei propri principi (e perfino dei suoi stessi interessi nazionali) hanno trionfato. Con le elezioni di novembre che si avvicinano, il presidente George W.Bush non poteva “sacrificare” i 25.000 facoltosi coltivatori di cotone o i 10.000 benestanti coltivatori di riso, né i loro contributi alla campagna elettorale. Ben di rado così tante persone hanno dovuto rinunciare a così tanto per salvaguardare gli interessi di così pochi.
Le trattative si sono impantanate sull’agricoltura, settore nel quale i sussidi e le restrizioni commerciali restano molto più elevati che nel settore industriale. Con l’attuale regime, pertanto, a rimetterci davvero è quel 70% o quasi della popolazione che nei Paesi in via di sviluppo dipende direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Mentre ci si concentrava sull’agricoltura, però, si distoglieva l’attenzione da un’agenda più ampia che avrebbe potuto essere portata avanti in modo tale da apportare benefici sia al nord che al sud della Terra.

Le cosiddette “tariffe scalari”, per esempio, che gravano i prodotti lavorati con un’imposta molto più ampia rispetto a quella applicata ai prodotti non lavorati, fanno si che i dazi sulla produzione scoraggino i Paesi in via di sviluppo dall’intraprendere attività produttive di maggior valore aggiunto, in grado di creare posti di lavoro e incrementare le entrate.

L’esempio più scandaloso, forse, è quello della tassa americana di importazione pari a 0,54 dollari al gallone applicata all’etanolo, laddove invece non vi è balzello alcuno per il greggio e soltanto di 0,5 dollari al gallone che le industrie statunitensi ricevono per l’etanolo (una buona parte di questi sussidi va ad un'unica società). Di conseguenza, i produttori stranieri non possono essere competitivi, a meno di mantenere i loro prezzi inferiori di 1,05 dollari al gallone rispetto ai produttori americani. Grazie ai sostanziosi sussidi, gli Stati Uniti sono diventati il più importante produttore di etanolo al mondo.

Eppure, malgrado questo enorme svantaggio, alcune industrie straniere sono riuscite a entrare nel mercato americano. L’etanolo brasiliano ottenuto dallo zucchero alla produzione costa molto meno dell’etanolo americano ottenuto dal granoturco. Le industrie brasiliane sono inoltre di gran lunga più efficienti dell’industria americana che gode di sussidi, e che infatti investe maggiori energie per far sì che il Congresso le assicuri i sostegni economici di quante ne investa per migliorare la propria produttività. Da alcuni studi risulta che occorre molta più energia per produrre l’etanolo americano di quanto esso ne produca.

Se l’America abbattesse queste inique barriere commerciali, comprerebbe maggiori quantità di energia dal Brasile e meno dal Medio Oriente. Invece, più che il Brasile evidentemente l’Amministrazione Bush preferisce aiutare i produttori di petrolio mediorientali, i cui interessi sembrano così spesso divergere completamente da quelli degli Stati Uniti. Chiaramente l’Amministrazione non si esprime in questi termini, ma essendo la politica energetica impostata dalle società petrolifere, Archer Daniels Midland e altri produttori di etanolo semplicemente si adeguano ad un sistema corrotto che prevede “contribuiti alle campagne elettorali in cambio di sussidi”.

Nelle trattative commerciali l’America disse che avrebbe tagliato i sussidi soltanto se gli altri Paesi avessero fatto altrettanto aprendo i loro mercati. Come ha detto un ministro di un Paese in via di sviluppo, tuttavia “i nostri contadini possono sicuramente competere con i contadini americani, ma non con il Tesoro americano”. I Paesi in via di sviluppo non possono, e non dovrebbero,spalancare i mercati ai prodotti agricoli americani se non nel caso in cui i sussidi statunitensi fossero aboliti del tutto. Altrimenti per questi Paesi competere ad armi pari con gli Stati Uniti significherebbe elargire sussidi ai propri coltivatori, dirottando in quel settore i già esigui finanziamenti destinati e necessari all’educazione, alla sanità e alle infrastrutture.

In altri ambiti commerciali è stato riconosciuto il principio dei dazi compensativi: ogni qualvolta un Paese concede un sussidio, gli altri possono imporre un dazio che controbilanci l’ingiusto vantaggio concesso ai produttori di quel Paese. Se i mercati fossero liberalizzati, si dovrebbe concedere ai paesi il diritto di controbilanciare i sussidi americani ed europei. Questo sì sarebbe un passo avanti decisivo nel tentativo di creare un equo regime commerciale che promuova lo sviluppo.

All’inizio del Development round, la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo paventò non solo che l’Ue e gli Usa avrebbero rinnegato le loro promesse (cosa che in buona parte hanno effettivamente fatto) ma anche che l’accordo raggiunto in tale occasione potesse ancora una volta aggravare la loro situazione. Pertanto una buona parte del mondo in via di sviluppo oggi è quantomeno rincuorata dall’idea di aver evitato questo pericolo.

Ma vi è un altro rischio ancora, quello di pensare che l’accordo abbia di per sé raggiunto gli obiettivi del Development round fissati a Doha, e che gli incaricati delle trattative commerciali possano ancora una volta predisporsi a rendere il prossimo round tanto iniquo quanto i precedenti. Questa apprensione per il momento pare anch’essa dileguarsi.

Rimane tuttavia un’ulteriore preoccupazione: l’America si è affrettata a firmare una serie di accordi commerciali bilaterali che sono ancor più a senso unico e ingiusti nei confronti dei Paesi in via di sviluppo e questo potrebbe indurre l’Europa e altri Paesi a fare altrettanto. Questa statagia del “divide et impera” è deleteria per il sistema commerciale multilaterale che si basa sul principio della non-discriminazione. I Paesi che firmano tali intese ricevono un trattamento preferenziale rispetto a tutti gli altri, mentre i Paesi in via di sviluppo firmando accordi che quasi mai apportano loro le agevolazioni promesse hanno poco da guadagnarci e molto da rimetterci.

In realtà, qualora il sistema commerciale multilaterale si indebolisse, a rimetterci sarebbe il mondo intero. Il resto del mondo non deve pertanto abbracciare l’approccio unilaterale dell’America: il sistema commerciale multilaterale è troppo importante per permettere che un presidente statunitense, che ha ripetutamente dimostrato di tenere in nessun conto la democrazia globale e il multilateralismo, lo distrugga.

Joseph Stiglitz -
Copyright: Project Syndicate, 2006
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sabato 12 agosto 2006
Il tribunale federale di Atlanta (USA) conferma le pene inflitte ai cinque cubani accusati di terrorismo negli Stati Uniti.

Veramente sorprendente la conclusione a cui è giunto ieri il tribunale federale di Atlanta (Georgia) che ha negato un nuovo giudizio ai cinque cittadini cubani condannati per spionaggio confermando le sentenze di primo grado emesse nel 2001.

Siamo in troppo pochi a conoscere realmente il caso “dei cinque”. Nonostante tutti i tentativi fatti dai media non convenzionali, infatti, la storia di questi poveri cinque cubani è stata occultata da tutti i media occidentali. Io stesso avevo accennato alla vicenda pochi giorni fa pubblicizzando la raccolta di saggi di Salim Lamrani intitolata “Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba”, ebbene proprio ieri leggendo “El Pais” ho avuto la notizia di questa clamorosa decisione del tribunale di appello, rimanendone ovviamente sconcertato.

Nel settembre del 1998 cinque cittadini cubani furono arrestati a Miami, in Florida, con una lunga serie di accuse di violazione delle leggi federali degli Stati Uniti. I Cinque erano arrivati qualche anno prima con la missione di infiltrarsi nella società nordamericana e cercare di smascherare le attività terroristiche dei mercenari armati dalle comunità di esiliati cubani anticastristi che da decenni organizzano attentati contro l'Isola della Rivoluzione e hanno già causato più di 3500 vittime. Nonostante i capi di imputazione non comprendessero atti violenti, uso di armi o distruzione di beni, gli agenti dell'Avana furono condannati in primo grado a pene durissime (tre di loro addirittura all'ergastolo, gli altri due a condanne dai 19 anni in su) in seguito all'accusa di cospirazione e spionaggio. Una sentenza revocata nell'agosto del 2005 dalla Corte d'appello federale di Atlanta con il riconoscimento del pregiudizio che ha viziato l'intero processo e delle omissioni riguardanti i diritti degli imputati e la valutazione delle prove.

Ora, proprio la stessa Corte d’appello di Atlanta ritorna sui suoi stessi passi, convalida le condanne ai Cinque e nega il nuovo giudizio, secondo i magistrati infatti, “niente nei documenti del giudizio di primo grado fa pensare che i processati non ebbero un giudizio giusto e imparziale”.

Oltre ai festeggiamenti da parte dei rifugiati cubani a Miami, che in questo periodo sembrano essere sempre in strada a festeggiare, si sono registrate dichiarazioni sconvolgenti tra le quali quella di una congressista cubano-americana della Florida, Ileana Ros-Lethinen, che si è dichiarata compiaciuta per la conferma della condanna dei “cinque uomini che spiavano gli Usa per il dittatore”e aggiungeva che questa sentenza è un segnale forte al regime totalitario cubano perché gli Stati Uniti processeranno e condanneranno qualsiasi individuo che minaccia la sicurezza nazionale con operazioni di spionaggio contro gli Usa.

Per le tantissime persone che ancora non sono informate bene sul perché questi cinque cubani sono stati condannati consiglio vivamente di leggere “Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba” in cui tantissimi intellettuali raccontano la vera storia dei Cinque. Molti degli autori dei saggi contenuti in quest'opera sono cittadini degli Stati Uniti. Forse è il segno del disagio che attraversa almeno una parte della società civile nordamericana di fronte alle scelte di un governo, come quello di Bush Jr., che afferma di combattere ogni giorno, in ogni angolo del mondo, il nemico terrorismo, ma poi contemporaneamente alimenta l'eversione contro i paesi "scomodi" o concede asilo a stragisti provati come Luis Posadas Carriles, organizzatore di molti degli attentati di cui si parla in questo libro. Un libro veramente attuale in questi giorni, anche e soprattutto per le dichiarazioni di qualche giorno fa di J.W. riguardo al già annunciato periodo di transizione che porterà alla democrazia anche a Cuba (oltre a Irak e Afganistan).

Tra i saggisti del libro anche Ricardo Alarcon, presidente del parlamento cubano, che riguardo alla sentenza di Atlanta afferma che c’è stato un grosso errore con “premeditazione e slealtà” e annuncia l’inizio di una campagna internazionale di mobilitazione. “La cosa più importante ora è far crescere la solidarietà tra i popoli, la mobilitazione. Solo denunciando l’ingiustizia al Mondo si possono liberare i Cinque” assicurò Alarcon.

Speriamo che questa campagna di mobilitazione sorbisca gli effetti sperati, sarà dura considerando il regime mediatico a cui ci rapportiamo tutti i giorni, un regime che ha sempre trascurato la vicenda e che come sempre sceglie come e cosa dare in pasto alla gente, cosa far filtrare e in che modo farlo.

Basta pensare che in questi giorni la notizia di uno sventato attracco terroristico è bastata ad offuscare quasi completamente la guerra che si combatteva in Libano e che continuava a causare morti e che solo oggi se ne è ritornati a parlare con l’annuncio di una risoluzione Onu. Ricordiamo che il terrorismo è sempre sbagliato, non c’è differenza tra terrorismo cattivo e terrorismo buono come qualcuno vorrebbe farci credere. Il terrorismo, al contrario, è sempre un atto di violenza e ignoranza sia che sia subito dall’Occidente sia che sia commesso dall’Occidente. Si devono disprezzare tutti i tipi di terrorismo,sia il terrorismo islamico che quello di Israele in Libano che quello degli Stati Uniti contro Cuba.




 


Tutte le mie più sincere condoglianze per la famiglia e gli amici di Angelo Frammartino, il volontario 23enne italiano ucciso ieri in Israele.

Solo il silenzio può farci riflettere su quanto sia assurda la sua morte, l’ennesima vittima di un Mondo ingiusto, la morte di un ragazzo della mia stessa età e con il mio stesso sogno…quello in un Mondo migliore.

Quando arriveremo a capire che l’odio porta solo altro odio? Angelo sicuramente lo aveva già capito come dimostra la sua ultima e-mail inviata da Gerusalemme: “Bisogna imparare ad amare daccapo, a tornare ad amare, ogni giorno”.

Angelo, non ti preoccupare, il tuo sogno non svanirà con te…


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lunedì 7 agosto 2006
Ennesimo fallimento della democrazia in Messico. E’ arrivata la sentenza del tribunale elettorale messicano che respinge la richiesta di un riconteggio totale e decide solo il riconteggio del 9% delle schede elettorali. A nulla è servita la mobilizzazione di milioni di persone aderenti alla coalizione “Por el bien de todos” capeggiata dal candidato Lopez Obrador.

Alla fine vince l’antidemocraticità!!! Dal 2 giugno in Messico abbiamo assistito ad una delle più grandi mobilitazioni popolari della storia moderna, una mobilitazione che aveva fatto confluire domenica 31 luglio circa due milioni di persone allo Zocalo, la piazza più importante di Città del Messico. Una mobilitazione che ha portato i sostenitori del leader della sinistra messicana, Lopez Obrador, all’occupazione pacifica permanente, per più di una settimana, di 47 punti della capitale. Una mobilitazione popolare non violenta che non aveva grandi pretese, chiedeva solo il rispetto della democrazia.

Sappiamo tutti, infatti, che la democrazia si basa sulle elezioni, come sappiamo tutti che le elezioni sono il metodo più democratico in mano ad una popolazione per scegliere i propri governanti. Bene queste regole in Messico non valgono.

Forse sei anni fa, quando per la prima volta ci fu la vittoria di un candidato che non era del Pri, ossia il partito-stato che governava il paese da settant’ anni, in molti pensarono che finalmente si poteva auspicare ad una democrazia reale in Messico. Oggi si può dire che non è stato per niente così. Il Pan, partito vincitore appunto 6 anni fa, capeggiato da Vicente Fox è riuscito in pochi anni a raccogliere completamente l’eredità del Pri e così abbiamo assistito tutti il 2 giugno 2006 alla seconda truffa più grande delle elezioni messicane. Rimane indimenticabile infatti quella del 1988, i brogli ai danni del candidato di sinistra Cardenas quando fu eletto presidente Salinas. A distanza di 18 anni il Messico non è cambiato, il partito-stato non è più il Pri ma il Pan, però il risultato è identico: il candidato di sinistra, anche se favorito in tutti i sondaggi e vincitore reale delle elezioni non può diventare presidente. E’ una legge non scritta però ben applicata.

Pensate che il giorno dopo le ultime elezioni i risultati ufficiali parlavano di una vittoria del candidato del Pan, Felipe Calderon erede di Fox, con uno scarto pari allo 0,58% delle schede elettorali, uno scarto minimo se pensiamo che ad andare a votare erano chiamate 41milioni di persone. Il risultato faceva storcere il naso un po’ a tutti e non solo perché sino a pochi giorni prima i sondaggi riportavano Obrador vincitore con più di 4-5 punti percentuali. Un risultato quasi inspiegabile sino a quando non si scopre che al conteggio dei voti mancavano circa 900mila schede, una cifra non da sottovalutare in presenza di scarti così bassi. Un risultato che invece si riesce ad interpretare quando si scopre che in 72mila seggi si sono riscontrate irregolarità aritmetiche negli atti elettorali. In pratica un broglio bello e fatto, come nella migliore tradizione messicana.

I milioni di sostenitori di Obrador però non ci stanno, sembra troppo per tutti uno scandalo di questa portata, brogli elettorali fatti male che però ottengono gli scopi prefissati.

E così il popolo “por el bien de todos” si riversa nelle piazze del paese e tutt’ora presidia la capitale di Città del Messico. Ci speravano in tanti che il tribunale elettorale chiamato a pronunciarsi sui brogli sentenziasse il riconteggio totale dei voti, però la sentenza, giunta domenica, anche se ammette parzialmente irregolarità decide per un riconteggio parziale.

Un riconteggio parziale che suona come un ammissione di colpa. Ci sono state irregolarità durante lo spoglio elettorale però non abbastanza da giustificare il riconteggio totale ma solo quello del 9,07% dei seggi.

Qualcuno ora si permette di dire che Obrador, il suo partito Prd, e i suoi sontenitori debbano accettare la decisione delle autorità giudiziali e abbandonare la protesta, ma soprattutto di fermare l’occupazione permanente della capitale ritenendo che dia una pessima immagine al paese.

Nessuno si è però chiesto che immagine stia dando il Messico realmente al Mondo?

Il danno d’immagine non è causato dall’occupazione pacifica da parte dei manifestanti di Città del Messico per il rispetto della volontà popolare, ma bensì dalla bassa credibilità della democrazia messicana e delle sue istituzioni. Una democrazia irreale che annichilisce tutti.

Se il primo settembre il prossimo presidente messicano sarà Felipe Calderon vorrà dire che saremo dinanzi alla piena sconfitta di una democrazia mai sbocciata, saremo dinanzi all’ennesima sconfitta della legalità in Messico. Vinceranno invece i vecchi poteri forti messicani, vincerà il potere delle televisioni e dei media, vinceranno le multinazionali, vinceranno tutti quelli a cui faceva comodo un altro governo Pan, vinceranno sopratutto gli Stati Uniti.

Sì, proprio gli Stati Uniti, principali esportatori mondiali di democrazia a cui va benissimo un governo filoamericano in Messico.

Chissà perché non si sono mai espressi sui brogli elettorali e anzi a pochi giorni dalle elezioni, con il risultato ancora incerto, si sono affrettati a fare i complimenti a Calderon per la vittoria ottenuta.

Loro che credono tanto nella democrazia come forma di governo, tant’è che la esportano in tutto il Mondo (vedi Iraq), non si sono preoccupati di far rispettare la democrazia nel loro Paese-cortile. Perché???

Loro che appena hanno saputo che Fidel Castro non gode più di ottima salute hanno fatto sapere al Mondo per bocca del presidente Bush che appoggeranno la democrazia e la spinta democratica per una nuova Cuba perché non tentano di far rispettare quella già in teoria esistente in Messico???Perchè???

Forse preferiscono Calderon presidente messicano ad Obrador visto che il Pan comunque è un partito di destra, neoliberista e filoamericano.

Forse non conviene perdere il controllo sul mercato messicano, un paese che conta quasi 100milioni di abitanti.

Forse è meglio così visto che in Sudamerica gli Stati Uniti hanno perso troppo potere di controllo da quando a Cuba si sono aggiunti Chavez e Morales o da quando il Mercosur è in continua espansione e la maggior parte degli stati sudamericani hanno rinunciato di aderire all’Alca (accordi di libero commercio).

Forse è per tutto questo, forse…



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venerdì 4 agosto 2006