giovedì 28 settembre 2006
Si chiama don Jorge Luis López e da più di una settimana rischia di diventare il primo “desaparecido” argentino dai tempi del terrorismo di Stato.

E’ scomparso nel nulla il giorno prima della sentenza del processo forse più importante della storia del suo paese. La fragile democrazia argentina, in questi giorni più che mai, sembra accecata dai fantasmi della dittatura militare, che proprio dei “desaparecidos” aveva fatto un simbolo (se ne stimano almeno 30.000).

Il signor López, una delle tante vittime di questa dittatura, negli anni aveva raccolto le sue memorie, quelle delle torture e delle “scomparse” dei suoi compagni, con la speranza che ci fosse una giustizia e che un giorno si sarebbe fatta verità. Ora che, a distanza di vent’anni, il governo argentino ha finalmente abolito quelle stupide leggi che concedevano condono e amnistia per reati commessi da militari durante gli anni della dittatura, finalmente Jorge López era stato chiamato come testimone principale nella causa contro Etchecolatz, meglio conosciuto come “El Carnicero de la Plata” (il macellaio di La Plata), sulla sedia degli imputati per il suo nutrito curriculum che gli permette di portare questo macabro appellativo.

Il quotidiano argentino Página/12 ha titolato qualche giorno fa: “Potrebbe essere il primo desaparecido della democrazia”. Sembra essere proprio così in effetti e questo ha generato un ritorno di paura improvviso tra la popolazione argentina che sperava di aver rimosso per sempre dalla sua memoria questi fatti.


L’accaduto fa pensare che in Argentina operino ancora organizzazioni terroristiche. Infatti, poco prima della scomparsa di questo testimone chiave per il processo, si era segnalata una quantomeno strana, per la tempistica, azione di hackeraggio ai danni del sito web “las abuelas de Plaza de Mayo”. Non solo, i componenti del tribunale, che ha condannato Etchecolatz, hanno ammesso di aver ricevuto minacce e intimidazioni.


Torna così il terrore fra le strade di Buenos Aires che ieri hanno visto scendere in piazza una grossa manifestazione per invocare la riapparizione da vivo di Jorge López (“Ahora, ahora/ resulta indispensable/ aparición con vida y castigo a los culpables” intonavano le migliaia di persone in marcia). Importantissima la presa di posizione e la reazione del popolo argentino che si è sentito minacciare dagli ultimi avvenimenti e sente riaffiorare vecchi incubi, mentre non è piaciuta affatto la reazione del presidente Kirchner che, offrendo una ricompensa di circa 200mila euro a chiunque sia in grado di fornire informazioni sulla scomparsa di López, per l’ennesima volta dimostra mancanza di personalità.


Ogni volta che ne hanno la possibilità ne approfittano per dimostrare che sono presenti. Stiamo attenti, argentini, non possiamo permettere che il passato torni a ripetersi. Se realmente la scomparsa ha lo scopo di spaventarci che sappiano che stiamo portando avanti una politica di giustizia e andremo fino in fondo affinché verità sia fatta. Non abbiamo diritto ad avere paura” – queste le parole del presidente argentino.


Fatto sta che la paura è ormai diffusa e che il governo argentino manca di risposte adeguate per la prevenzione di fatti di questo tipo sebbene ora sia una democrazia e uno stato di diritto. Non erano infatti state prese le misure preventive per salvaguardare un testimone cruciale in una causa storica per l’Argentina. L’imputato, fortunatamente poi condannato all’ergastolo per genocidio, era infatti il principale gerarca di una delle prigioni segrete della dittatura e questo potrebbe essere un potenziale incentivo per risvegliare i suoi sostenitori che, a quanto pare, purtroppo ancora non erano scomparsi ma che tuttora vivono nella penombra della società argentina.



 

lunedì 25 settembre 2006
CON CUBA CONTRO TUTTI I TERRORISMI PER LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA

Dopo la manifestazione di Washington di sabato 23 settembre, quando una marcia composta da più di 3km di persone ha sfilato per le strade della capitale statunitense e davanti alla Casa Bianca per chiedere la scarcerazione dei "cinque cubani", finalmente anche in Italia si potrà scendere in piazza contro tutte le forme di terrorismo.

Il 30 settembre infatti a Milano avrà luogo una manifestazione nazionale "con Cuba contro tutti i terrorismi:per la verità e la giustizia", organizzata dall'associazione "amicizia Italia-Cuba". E' giusto fare chiarezza e condannare il terrorismo in tutte le sue forme, ponendo l'accento sul fatto che anche paesi "democratici, moderni e occidentali" possano macchiarsi di attività terroristiche ed eversive (come il caso degli Stati Uniti nei confronti di Cuba).

Il 4 Settembre del 1997, a L’Avana, una bomba uccideva il giovane italiano Fabio Di Celmo: è stato una delle 3.478 vittime di un terrorismo con il quale, assieme al blocco economico, si è cercato in questi anni di piegare lo spirito di indipendenza di Cuba. Il mandante di quell’attentato, di cui ha pubblicamente rivendicato la paternità, Luis Posada Carriles, noto terrorista internazionale, gode negli USA di ampie protezioni politiche e non risponde dei suoi crimini.

E invece sono detenuti dal 1998 a carcere duro negli USA, nonostante i pronunciamenti della Commissione Diritti Umani dell’ONU e delle stesse Corti Federali americane, cinque patrioti cubani che operavano per sventare atti terroristici, difendere il proprio paese e salvare tante vite innocenti.

L’Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba, nel 45° anniversario della sua fondazione, invita Istituzioni, uomini politici e di cultura, sindacati e tutta la società civile ad aderire a una grande manifestazione nazionale:
  • per la liberazione dei cinque patrioti cubani;
  • perché l’Italia chieda l’estradizione del terrorista Posada Carriles e si renda giustizia al giovane italiano Fabio Di Celmo;
  • per porre fine al blocco economico contro Cuba.
Il corteo partirà alle ore 14 da Corso Venezia angolo via Palestro con arrivo previsto per le ore 16 in via Pirelli angolo M.Gioia (vicinanze consolato cubano). Qui interverranno R. Lopez Clemente (Ambasciatore della Repubblica di Cuba in Italia), Gianni Minà (giornalista ed editore della rivista Latinoamerica), Tecla Faranda, Mauro Bulgarelli (deputato Verdi), Giovanni Russo Spena (senatore PRC), Iacopo Venier (deputato PdCI, Giorgio Oldrini (sindaco di Sesto San Giovanni) e Gino Donè (partigiano, partecipante alla spedizione del Granma). Il programma della manifestazione sarà chiuso da canti e musica che vedrà protagonisti l'Orchestra cubana "Havana sì!", il coro "Voci di mezzo", la Banda degli Ottoni e i comici Sesto Cabaret (area Zelig).

Qui potete trovare tutte le adesioni dei partecipanti presenti alla manifestazione : http://www.italia-cuba.it/associazione/segreteria/adesioni.asp

mentre per comunicare la vostra adesione questo è il LINK.




La presenza di tutti sarà fondamentale per la riuscita dell'evento.

Per chi ancora non fosse informato sull'attività terroristica statunitense ai danni di Cuba eccovi alcuni link:


 

domenica 24 settembre 2006
Questo il video/denuncia dell'utilizzo di bambini da parte di bande di narcotrafficanti in Perù.

Forti le reazioni in Perù e non solo! Ritornano di grande attualità temi come droga e sfruttamento infantile. Il video della polizia peruviana, infatti, mostra queste immagini dove bande di narcotrafficanti locali sfruttano il lavoro minorile di un gran numero di bambini (si parla di più di 60 mila) per le loro operazioni nelle "selve" in Perù. E' un fenomeno abbastanza diffuso che viola i diritti umani e il diritto all'integrità fisica dei minori. I bambini, tutti di gran lunga al disotto della maggiore età, non solo vengono sfruttati per lavorare ma sono anche costretti ad assumere sostanze tossiche che compromettono irreversibilmente la loro salute. Un informativa UNICEF indica che le zone con maggior sfruttamento di lavoro minorile sono la "Valle del Rio Apurinac" e "Ene" entrambe nella Selva peruviana, ossia dove si concentra la produzione di foglia di coca in Perù. Sono regioni dove si raggiungono livelli di povertà vicini al 92%, che vedono costretti i "campesinos" a lavorare per i cartelli della droga.

Ecco il video (purtroppo in spagnolo) diffuso ieri da Telesur :




http://www.telesurtv.net/v3/multimedia/videos/PERU%20NARCOTR%C1FICO.mpg




 

venerdì 22 settembre 2006
A Silvia. Storia della ragazza ispanica che ha pagato con la vita una visita a casa, morendo di stenti nel tentativo di tornare in Usa dove viveva da 12 anni.

Silvia veniva da Ejutla, poco lontano da Oaxaca, da uno stato che è tra i maggiori esportatori di emigranti verso il grande Norte. Vengono dalle campagne aride solcate dalla povertà, dall'altopiano polveroso di una bellezza struggente e dalle sierras che scendono scoscese verso il pacifico, punteggiate da piccoli villaggi, ejidos dove la gente a malapena parla spagnolo. Così anche l'accento di Silvia era venato dalla cantilena indigena del suo nativo dialetto mixteco.

Non ricordo neanche dove l'avessimo incontrata la prima volta, era venuta a casa nostra a fare lavori domestici e con noi era restata, ogni martedì per più di dieci anni. Aveva visto nascere i nostri bambini e li aveva visti finire le elementari, insegnando loro le poche parole che sanno di spagnolo, seconda lingua ufficiale di questa città. Nei periodi in cui venivamo in Europa per l'estate, Silvia rimaneva a casa nostra prendendosi cura dei gatti e delle piante e al nostro ritorno ce la faceva trovare sempre in ghingheri, decorata con strenne colorate e ghirlande che ci portavano a casa un po' degli incomparabili colori del suo paese.

Silvia abitava a Los Angeles da 12 anni dividendo una stanza minuscola con sua sorella Ana e sua nipote. Oltre la messa della domenica e qualche festa di quartiere fra connazionali, la sua vita era dedicata al lavoro, i suoi patrones - come li chiamava - erano i suoi clienti, fonte di impiego ma anche, come per decine di donne ispaniche venute a lavorare oltre confine, di un'indipendenza economica sconosciuta nella povertà patriarcale del villaggio.

Lo scorso autunno Silvia è partita. Improvvisamente. Neanche il tempo di salutare; sua sorella, venuta ad usare il fax per inviare certi documenti che servivano, ci ha spiegato che la mamma stava molto male, in ospedale. I tre fratelli e le tre sorelle di Silvia erano tutti in America ed è toccato a lei tornare al capezzale di sua madre. Dalla cartolina di Oaxaca arrivata per natale non abbiamo più avuto notizie di lei, anche se spesso guardando le sue scarpe, i suoi vestiti da lavoro rimasti a casa nostra, ci siamo domandati se e quando sarebbe ritornata.

La risposta è arrivata quest'estate, sotto la forma di una cartolina di partecipazione funebre infilata sotto la porta da Ana, recando solo il nome di Silvia e la sua data di nascita e di morte. A 42 anni Silvia è diventata l'ultimo successo delle mastodontiche difese erette sulla frontiera meridionale degli Usa, è stata "neutralizzata", come migliaia di altri periti nel tentativo di venire a lavare piatti e panni sporchi americani, non sarà più un pericolo per gli Stati Uniti. E' stata trovata dalla pattuglia di frontiera vicino a Yuma, in Arizona, morta di sete e di stenti, dove era stata abbandonata dal coyote fra la sterpaglia cosparsa di rifiuti nel deserto infuocato che a causa delle fortificazioni anti-clandestini è diventato passaggio obbligato per entrare negli Stati Uniti: 30, 40, 50 km da percorrere a piedi o di corsa, braccati dalle pattuglie. Amici e familiari l'avevano implorata di aspettare, di evitare le settimane più calde, ma Silvia voleva tornare alla sua vita al suo lavoro. Invece è tornata al suo paese, in uno dei voli cargo che partono regolarmente alla volta del Messico, si tratta solo di aspettare - come ha spiegato un funzionario al fratello di Silvia - che si riempia la stiva ma si fa presto.

Quest'anno, come l'anno scorso e quello prima, le vittime del deserto sono state più di trecento. Come mi ha detto un pastore protestante che nei pressi di Tucson organizza le pattuglie umanitarie dei samaritans cercando di portare acqua e medicinali ai traversanti, "ciò che diciamo loro è voi siete e sempre dovrete restare clandestini, ma se riuscite ad attraversare questa prova del fuoco, allora vi daremo un lavoro". Questa somma ipocrisia fa sì che una società che si regge in gran parte su un lavoro nero di un popolo invisibile di più di 10 milioni di persone, si codifichino in legge odio e pregiudizi che garantiscono che gli invisibili rimangano tali.
Ipocrisia e xenofobia che ora sono esasperate e strumentalizzate; ci sono le elezioni e il congresso repubblicano è pronto a votare misure sempre più repressive per cavalcare l'odio benpensante di una maggioranza silenziosa che assicuri una vittoria ai seggi. Così mentre gli agricoltori lanciano appelli perchè manca la manodopera e i raccolti si seccano nei campi vengono stanziati miliardi per costruire muri, acquistare veicoli robotici e sensori infrarossi. E sotto gli elicotteri e il filo spinato, sacrificati come l'agnello sull'altare di una politica meschina, uomini, donne, bambini, perones come Silvia abitano e lavorano in questo paese ma anche dopo 10-20 anni di residenza devono essere pronti a pagare con la vita una visita a casa.

tratto da "Il Manifesto" di mercoledì 20 settembre 2006


Approfitto di quest'articolo per segnalarvi anche un blog-diario di due ragazzi che si autodefiniscono "nomadi" in viaggio da quattro mesi per il continente latinoamericano e che proprio in questi giorni sono in Messico. Leggetelo perchè è veramente interessante e perchè con la loro esperienza possono dare un contributo per conoscere meglio la realtà sudamericana, soprattutto per chi non l'ha mai vissuta con i suoi occhi.


Ecco il link:
www.pmoroni.it "un viaggio nomade lungo le americhe..."


 

Intervista a Donato Di Santo, sottosegretario al ministero degli Affari Esteri, con delega all'America Latina.

Come commenta l'affermarsi di governi di centro-sinistra nei paesi sudamericani?
Ovviamente in modo positivo, Evo Morales è il primo presidente boliviano indigeno, ed anche se possiamo muovere critiche ad alcune sue scelte, dobbiamo evitare un isolamento da parte della comunità internazionale. Abbiamo avviato operazioni di partnerariato finanziando con 25 milioni di euro la creazione di una diga a Cochabamba che permetterà di irrigare migliaia di ettari di terreno e fornire alle popolazioni locali acqua potabile, risolvendo il problema drammatico di alcune zone rurali. Il problema del Sudamerica non è tanto la povertà, quanto l'ingiustizia. Le risorse ci sono. La sinistra offre la possibilità di cambiare e modernizzare la gestione dello stato, spesso ancora di stampo "feudale", avviando riforme che garantiscono la redistribuzione della ricchezza. Permane un radicale anti-americanismo che complica le relazioni internazionali, vista la contiguità geografica tra i due continenti. Fortunatamente negli Usa è avvenuta una forte critica verso le politiche degli anni '70 e '80, ammettendo gli errori che hanno portato l'affermarsi delle dittature militari, sono le condizioni per un apertura al dialogo. Il Venezuela, a dispetto di uno scontro con il Dipartimento di Stato, intrattiente buone relazioni con il Dipartimento del commercio, visto che gli Stati Uniti hanno bisogno del greggio, e Chavez di un compratore.

Si parla spesso dei rapporti con i paesi asiatici, mentre il continente latino è rimasto per lungo tempo al di fuori della politica estera italiana.

Il mio ruolo di sottosegretario si sposa con una scelta dell'esecutivo che vuole promuovere le relazioni internazionali sulle quali è stata posta scarsa attenzione da parte del governo precedente. Dobbiamo aumentare i contatti economici. Basti pensare che al momento non ci sono banche italiane che operano in Sud America. Mentre Spagna e Portogallo pagano il "peccato originale" della colonizzazione, l'America Latina riserva un' attenzione particolare al nostro paese, che pone tutte le condizioni per una cooperazione fruttuosa. Oltretutto sono presenti grandi comunità di origine italiana: in una battuta potremmo considerare San Paolo, con i suoi 10 milioni e più di abitanti figli di emigranti, la più grande "città italiana".

Quali sono le prospettive di cooperazione e di collaborazione economica?

Con alcuni paesi come Brasile e Messico esiste un interscambio forte e consolidato. Dobbiamo rafforzare i contatti con paesi tipo l'Argentina o il Chile, che ha visto lo scorso hanno una crescita di Pil pari al 5%, una cifra per noi stratosferica. Questo rappresenta un opportunità irripetibile per la piccola e media impresa italiana di instaurare relazioni commerciali. Sul piano delle infrastrutture, a El Salvador l'Enel sta investendo sulla creazione di centrali biotermiche, operazione che si svilupperà su tutta la dorsale dei vulcani che corre dal Nord al Sud del continente. L'Italia ha interessi diretti nelle dinamiche energetiche, vista la nostra carenza di materie prime. In Bolivia sono stati scoperti, lo scorso luglio, giacimenti di gas naturale, gia presenti in Brasile e Argentina, dove operano compagnie straniere come la Repsol, la Total e l'Itf.

Intervista di Jacopo Paganelli - tratta da "l'Unità"


 

lunedì 18 settembre 2006
E’ stata una settimana intensa e ricca d’avvenimenti a L'Avana durante il vertice dei paesi non allineati (NOAL). La cosa sicuramente più importante, senza dubbio, è stata che tutti gli Stati del Sud del Mondo si sono riconosciuti nello stesso ruolo, quella della maggior parte della popolazione mondiale che condivide la stessa situazione di povertà e gli stessi propositi di sviluppo.
I problemi sono comuni e le soluzioni nascono all’interno del Movimento, non possono venire da fuori. Il mutuo riconoscimento negli stessi problemi e negli stessi obiettivi tra gli stati “non allineati” è sicuramente l’eredità più importante che questo vertice NOAL ci lascia e che senza dubbio farà bene anche a Cuba, che ne assumerà la presidenza per i prossimi tre anni.

La difesa del multilateralismo, la denuncia della politica aggressiva e tesa alla rottura della legalità internazionale da parte degli Stati Uniti, l’esigenza di una riforma che democratizzi l’ONU, e l’appoggio verso i governi di Venezuela, Bolivia, Iran, Palestina, Libano e della stessa Cuba, definiscono molto chiaramente una alternativa globale all’Impero. Tutto questo è solo il punto d’incontro, in una “rivolta” comune, di molte singole “rivolte” che negli ultimi anni si sono succedute in ordine sparso per il mondo.

Il XIV summit dei paesi non allineati si è appena concluso e il vertice ne esce molto bene, il NOAL sarà designato a essere il principale portavoce delle aspirazioni di sviluppo, pace e giustizia sociale dei paesi del Sud. In quest’ottica i 118 paesi membri, che costituiscono anche i 2/3 delle Nazioni Unite, si sono uniti per fare insieme passi concreti e ridare forza e vigore al Movimento.
La dichiarazione finale, resa pubblica domenica, tocca tutti i temi principali previsti dal vertice, e va dall’esigenza di democratizzazione dell’Onu all’esortazione all’unità del vertice, sino alla dura condanna della politica coercitiva e bellicosa degli Usa. Con l’abituale formula del consenso, che domina i dibattiti del NOAL dalle sue origini, è stata stilata la dichiarazione finale per esprime la necessità di riformare l’Onu e in particolare il Consiglio di Sicurezza. Non solo però, il documento rende pubblico anche il suo appoggio alle forme di governo boliviane e venezuelane e dall’altro lato rinnova la speranza di mettere fine al blocco economico, commerciale e finanziario che gli Stati Uniti applicano nei confronti di Cuba, qualificando l’embargo come unilaterale e non conforme alla Carta delle Nazioni Unite e al diritto internazionale. Allo stesso modo, poi, si insiste per la restituzione alla sovranità cubana del territorio attualmente occupato dalla base navale di Guantanamo e per porre fine alle trasmissioni aggressive, da parte di radio e televisioni statunitensi, nei confronti dell’isola caraibica.

Nel caso del Venezuela, i paesi “non allineati” appoggiano fortemente il governo costituzionale del presidente Hugo Chávez, che risulta eletto democraticamente e confermato dalla maggior parte della popolazione venezuelana, mentre hanno visto con preoccupazione la politica aggressiva dell’amministrazione Bush nei confronti di Caracas e per questo nella dichiarazione si sottolinea anche il diritto inalienabile del popolo di determinare la sua propria forma di governo e di scegliere il suo proprio sistema economico, politico e sociale.

Cuba, che presidierà il movimento sino al 2009, ha accolto con soddisfazione la presa di posizione del vertice rispetto al doloroso atto terroristico dell’ottobre 1976, infatti i non allineati hanno sottoscritto, in questi giorni, la legittima e giusta richiesta, da parte del Venezuela nei confronti di Washington, di estradizione dei responsabili dell’attacco (vedi Posada Carriles) che provocò, trent’anni fa, la morte di 73 civili.

Immancabile è stato anche l’argomento Libano. Il rappresentante del governo libanese, Emile Lahoud, ha denunciato i danni provocati da Israele durante l’invasione, ha auspicato la ricerca della pace tramite dialogo, e ha invitato lo stato ebreo a desistere nell’utilizzo della forza militare. Lahoud ha segnalato che la sua nazione è stata per troppo tempo vittima di varie aggressioni israeliane senza che le grandi potenze mondiali si muovessero per impedirle. I difensori dell’ideologia sionista infatti, approfittando del silenzio attorno a queste aggressioni, violano tutti i principi del diritto internazionale. Non sono mancate le condanne a Tel Aviv anche per le violenze nei confronti della Palestina.

Il gruppo NOAL ha, poi, legittimato il diritto iraniano di fare uso pacifico di energia nucleare ma si è anche impegnato a onorare il trattato di non proliferazione nucleare. Si è riaffermato il diritto degli stati di sviluppare la ricerca in questo campo deplorando le intenzioni, da parte di grandi potenze, di proibire a determinati paesi di avanzare in questo campo. Tutti i leader del Sud hanno accordato all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) tutta l’autorità competente per verificare il compimento dei doveri dei suoi stati membri.

Altro tema onnipresente durante questa settimana è stato quello della cooperazione Sud-Sud. L’obiettivo era quello di rilanciarla come unica via per attenuare i problemi socio-economici comuni. Con questo fine, tutti i capi di stato e di governo sono stati chiamati a compiere sforzi sempre maggiori per intensificare e assicurare questa cooperazione. Durante il vertice sono state presentate, ad esempio, proposte per la realizzazione di una Commissione del Sud e per la creazione di una Banca del Sud. Questa grande banca rientrerebbe nella strategia che tenta di recuperare la cooperazione e l’integrazione tra gli stati del NOAL. “Si tratta di dare vita alla Banca del Sud, senza perdere un giorno in più, incanalando tutte le nostre riserve internazionali per finanziare il nostro sviluppo. Non accettiamo lo sviluppo che ci vogliono imporre la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale in cambio delle nostre speranze, delle nostre anime e del nostro dolore” – sono state le parole del capo di stato venezuelano Hugo Chávez.

Per quanto riguarda il commercio, altro tema toccato durante il vertice, si è sottolineata l’importanza di facilitare l’accesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio per tutti i paesi in via di sviluppo, in particolare i più poveri, ma anche si è espressa preoccupazione per la sospensione delle negoziazioni del Doha round. Per questo si è esortato le nazioni più industrializzate a mostrare flessibilità e la volontà politica necessaria per mettere fine al più presto a questa situazione.

La dichiarazione finale, tocca anche il tema “energia”. E’ evidente la necessità di diversificare la somministrazione di energia con lo sviluppo di tecnologie avanzate, meno contaminanti e più efficienti. Altrettanto importante è però il trasferimento di energia alle nazioni povere in condizione più favorevoli e mutuamente condivise. Allo stesso modo si è sottolineato il diritto sovrano degli stati sulla gestione delle proprie risorse energetiche e tutti gli stati membri si sono trovati d’accordo nell’organizzare, insieme al G-77, una conferenza del Sud sull’ “uso razionale dell’energia elettrica e fonti alternative”.

Il terrorismo, criticato e respinto energicamente nel documento finale, non deve essere vincolato a nessuna religione, nazionalità, civilizzazione o gruppo etnico alcuno. Si aggiunge anche che non si può neanche fare uso di queste motivazione per giustificarlo o per applicare misure contro questo problema, includendo l’elaborazione di profili di terroristi e l’intrusione nell’intimità delle persone. Si fa notare anche che il terrorismo non dovrà e non può essere equiparato alla lotta legittima dei popoli sotto dominazione coloniale o occupazione straniera che lottano per la loro libera determinazione e la liberazione nazionale.

Questi i punti più importanti toccati nella dichiarazione finale. Il cancelliere cubano, Felipe Pérez Roque, ha espresso a nome di tutti la fiducia nel rilancio dei “non allineati” cominciando da questo vertice, che ha mostrato una unità tra gli stati senza precedenti e che ha creato le condizioni e le basi per un periodo di maggiore importanza internazionale per il gruppo nella soluzione dei problemi internazionali. Insomma il vertice dei non allineati ha dimostrato di non essere più una scatola vuota ma una realtà sempre più forte, che lavora concentrando gli sforzi verso un mondo migliore sempre più necessario. 118 stati, che costituiscono la maggioranza della popolazione mondiale, che vogliono far sentire la loro voce, e che nonostante le loro differenza sono uniti dalla speranza solidale e dalla cooperazione sostenibile. Una realtà che non può più essere ignorata.

Il prossimo appuntamento per il NOAL nel 2009 quando Cuba passerà la presidenza all’Egitto.


 

venerdì 15 settembre 2006
La paura globale (Eduardo Galeano)

Quelli che lavorano hanno paura di perdere il lavoro.
Quelli che non lavorano hanno paura di non trovare mai lavoro.
Gli automobilisti hanno paura di camminare e i pedoni hanno paura di essere investiti.
La democrazia ha paura di ricordare e il linguaggio ha paura di dire.
I civili hanno paura dei militari, i militari hanno paura della mancanza di armi, le armi hanno paura della mancanza di guerre.
E’ il tempo della paura.
Paura da parte della donna della violenza dell’uomo e paura da parte dell’uomo della donna senza paura.
Paura dei ladri, paura della polizia.
Paura della porta non chiusa a chiave, del tempo senza orologi, del bambino senza televisione, paura della notte senza pastiglie per dormire e paura del giorno senza pastiglie per stare svegli.
Paura della moltitudine, paura della solitudine, paura di ciò che fu e di ciò che potrà essere, paura di morire, paura di vivere.




El miedo global (Eduardo Galeano)

Los que trabajan tiene miedo de perder el trabajo.
Los que no trabajan tienen miedo de no encontrar nunca trabajo.
Los automovilistas tienen miedo de caminar y los peatones tienen miedo de ser arropellados.
La democracia tiene miedo de recordar y el lenguaje tiene miedo de decir.
Los civiles tienen miedo a los militares, los militares tienen miedo a la falta de armas, las armas tienen miedo a la falta de guerras.
Es el tiempo del miedo.
Miedo de la mujer a la violencia del hombre y miedo del hombre a la mujer sin miedo.
Miedo a los ladrones, miedo a la policìa.
Miedo a la puerta sin cerradura, al tiempo sin relojes, al niño sin television, miedo a la noche sin pastillas para dormir y miedo al dìa sin pastillas para despertar.
Miedo a la multitud, miedo a la soledad, miedo a lo que fué y a lo que puede ser, miedo de morir, miedo de vivir.



Tratto da "Le labbra del Tempo" di Eduardo Galeano - Sperling & Kupfer


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mercoledì 13 settembre 2006
Minacce di morte,oscuramento del sito e furto nella sede dell’associazione sono le aggressioni subite nei giorni scorsi dai volontari di A Sud, alla vigilia della missione internazionale in Colombia che li vedrà direttamente impegnati sul campo.

Riporto una mail diffusa in mattinata dalla mailing list di LATINOAMERICA curata da Gianni Minà. L'argomento è molto delicato ma mi sembrava più che opportuno appoggiare l'associazione "A Sud", visto la situazione difficile che si trova ad affrontare. Vittima di un vero e proprio boicottaggio da parte di qualcuno a cui forse da fastidio il lavoro socialmente utile, ma forse anche scomodo, che questo gruppo di volontari porta avanti già da tempo. All'associazione va il mio più sentito appoggio e l'invito a non mollare...

Mi è capitato di sentire in degli incontri il portavoce di questo collettivo Giuseppe De Marzo che mi ha subito colpito per la sua volontà e la sua profonda dedizione al lavoro, per questo sono sicuro che l'associazione non si farà intimorire ma anzi ripartirà immediatamente. Non si può però non disprezzare e denunciare l'accaduto, che deve far riflettere.


A seguire il messaggio dei volontari di A Sud:

MISSIONE INTERNAZIONALE IN COLOMBIA

Cari amici, sostenitori e simpatizzanti di A Sud, nei giorni scorsi subito dopo aver inviato l'ultimo comunicato sui massacri e la guerra in Colombia, la nostra associazione ha subito un attacco telematico. Il nostro sito www.asud.net è stato bloccato, cancellate le cartelle e rubati i contatti delle nostre mailing list. Se a questo aggiungiamo lo scasso della nostra sede che abbiamo dovuto constatare alcune settimane fa, ci appare evidente il tentativo di bloccare le nostre attività e di intimidire il lavoro dei volontari del nostro collettivo. Nei prossimi giorni riattiveremo il nostro sito e ristabiliremo la comunicazione con i nostri lettori per informarli circa le lotte, le campagne, le attività e le denunce dei movimenti sociali, contadini ed indigeni del sud del mondo per i quali siamo orgogliosi di poter continuare a lavorare e verso i quali rinnoviamo il nostro impegno a portare avanti un'idea altra di società, di politica e di economia. Qui di seguito travate l'ultimo comunicato che merita particolare attenzione considerando il fatto che è sulla Colombia e su una importante missione internazionale organizzata dalla ONIC per denunciare il genocidio in corso di 18 popoli indigeni, alla quale la nostra organizzazione è stata invitata e parteciperà con un suo rappresentante.

"Che il nostro silenzio si trasformi in un solo grido"


Dal 2004 il relatore speciale delle Nazioni Unite dr. Rodolfo Stavenhaugen ha denunciato il rischio corso dai popoli indigeni colombiani. Nonostante i meccanismi internazionali di protezione che si applicano attraverso il sistema delle Nazioni Unite, OEA, Corti Internazionali ed altri organismi multilaterali, le condizioni delle comunità indigene in Colombia sono sempre più gravi a causa del conflitto armato, delle strategie di sfollamento, delle politiche economiche neoliberali come i trattati di libero commercio recentemente firmati con gli Stati Uniti.

Da oltre un anno l'organizzazione nazionale degli indigeni colombiani "ONIC" sta preparando una iniziativa internazionale per rompere il muro di silenzio anche all'interno delle organizzazioni multilaterali sul genocidio sofferto dai popoli originari colombiani. Per questo motivo dal 19 al 29 settembre del 2006 l'ONIC realizzerà un Missione Internazionale di Verifica della situazione dei popoli indigeni. La Missione visiterà quattro delle zone più a rischio del paese e nelle quali continuano a essere giornalmente compiuti massacri. Le zone sono: Nord del Cauca dal popolo Nasa, Alto Sinù, Tierralta; Cordoba dal popolo Embera Katio; Sierra Nevada di Santa Marta dal popolo Kuankuamo e Arauca dal popolo U'wa.


Della missione faranno parte alcuni delegati europei, statunitensi e latinoamericani che in questi anni sono stati sostenitori della causa indigena. Per l'Italia la ONIC ha invitato Giuseppe De Marzo, portavoce dell'associazione A Sud che in questi anni ha lavorato al fianco di diverse comunità indigene e movimenti dell'America Latina.


L'obiettivo della Missione sarà quello di entrare in zone di conflitto ormai prive di qualsiasi minima garanzia per le comunità indigene. In questo momento diciotto popoli indigeni si trovano in una situazione di emergenza, a causa delle violazioni dei diritti umani, obbligati allo sfollamento, confinati e marginati in alcuni territori, colonizzati a causa della ricchezza delle loro terre ad opera delle multinazionali degli idrocarburi, bombardati dai militari o dai paramilitari, costretti a resistere anche alle fumigazioni tossiche prodotte dal Plan Colombia. Centinaia sono stati i leader assassinati, sequestrati, scomparsi, minacciati che si sono dichiarati in resistenza in questi anni. Alcuni di questi popoli millenari rischiano oggi l'estinzione per essersi opposti alle violazioni subite e per aver continuato a portare avanti le loro tradizioni, la loro cosmogonia e la loro visione della politica.


Compito della Missione sarà quello di dare inizio ad un processo per "esigere" dalle organizzazioni internazionale il rispetto dei diritti dei popoli indigeni chiedendo l'intervento delle Nazioni Unite, della Comunità Europea e dei paesi del G24.


Per informazioni e contatti in Italia: 3463501753 associazione.asud@gmail.com
Per contatti con A Sud in Colombia: 005713133206705


 

martedì 12 settembre 2006
L’11 settembre 1973 morì Salvador Allende, un grande rivoluzionario che credeva nei valori della democrazia e che riuscì, con un grande appoggio popolare, a mettere in marcia, nel primo ed unico tentativo nella storia mondiale, un modello di governo che aspirava al socialismo senza uso né di armi né di violenza.

Salvador Allende, rivoluzionario e democratico allo stesso tempo, è una figura storica essenziale e da rivalutare il più possibile in quanto attuale come mai. Partendo dall’utopia in un mondo più giusto e più libero, più di 30anni fa, riuscì a generare in Cile un movimento di massa non violento che portò alla democrazia più reale della storia. Una democrazia autentica in quanto era tutto il popolo a partecipare, una democrazia che avanzava verso il socialismo con idee pluraliste e attuali soprattutto ai giorni nostri. In un Sudamerica dove era la violenza a dominare generò una rivoluzione pacifica che appoggiava le sue basi sull’uguaglianza sociale e su tutto il popolo cileno.

Allende era anche un uomo che aveva a cuore l’interesso collettivo mondiale, un uomo saggio ed intelligente che guardava al futuro e nel futuro confidava, ma che non perdeva il contatto con la realtà, anzi … Non è infatti un caso che, già nel 1972 in un discorso all’Onu, con grande anticipo, denunciava la prepotenza degli Stati Uniti e la loro ostilità verso il suo governo e soprattutto metteva in allarme il mondo intero sull’eccessivo potere in mano alle multinazionali e sulla totale mancanza di controllo su queste.

Si può dire insomma che Allende aveva previsto il pericolo insito nel neoliberismo che oggi domina il mondo. Forse è per questo che fu perseguitato. Per questo si fece nemici in tutto il mondo, per questo la CIA finanziò campagne denigratorie nei suoi confronti e forse anche per questo ora non è più qui con noi. Allende sarebbe stato molto più utile in vita ma purtroppo non ebbe scelta.

Riuscì a resistere a tutto, ai dollari americani che appoggiavano i suoi rivali, a Nixon che lo vedeva come un pericolo comunista, al boicottaggio economico, ma nulla riuscì a fare contro la violenza e le armi. La violenza che lui odiava con tutto se stesso in quanto amante della democrazia e della pace. Sarebbe stato disposto a qualsiasi cosa per il Cile e il suo popolo ma sempre e solo utilizzando le risorse democratiche in mano allo stato, mai ricorrendo alla violenza o alla difesa del suo governo con le armi. Per lui solo lo sforzo di un popolo poteva dominare la violenza interna e le aggressioni esterne, mai la violenza.

Già da molti anni non è più qui con noi… Trovo fondamentale però che non si censuri Allende, trovo che si parli di lui troppo poco e troppe volte in modo erroneo ed equivoco. Ho sentito descriverlo come un illuso, anche da parte di “gente di sinistra”.

Allende invece è stato un colpo alla coscienza di tutti perché riuscì a rompere lo stile politico abituale sia ai suoi tempi che oggi. La sua figura può e deve essere recuperata nella sua immagine etica e morale perché sarà difficile, e lo dico con rammarico, trovare attuata in futuro una politica degna del suo nome, una politica intesa esclusivamente come servizio all’interesse comune.

Salvador Allende è riuscito in un compito quasi impossibile, ha trasformato i sogni di un popolo in realtà, una realtà che purtroppo è svanita ed è stata abbattuta dalla violenza e da un golpe, una realtà che è stata sottratta con la forza sia al popolo cileno che a tutti noi…

La memoria di Allende non deve morire con il passare degli anni, deve anzi rifiorire perché in Allende si possono trovare spunti importanti per i nostri obiettivi attuali. Allende non era un illuso e non lo siamo neanche noi. Allende credeva in un paese socialista ma pacifista, in un paese rivoluzionario ma non violento. Voleva trasformare il Cile in un paese migliore, credeva che un Cile migliore fosse possibile e c’è riuscito.

E noi? Noi non vogliamo forse trasformare il mondo in un mondo migliore? Non crediamo che un mondo migliore sia possibile? Allora forse, anzi sicuramente non possiamo che credere anche in Salvador Allende…



N.B. La prima foto di JP


 

lunedì 11 settembre 2006
Inizia oggi, a L'Avana (Cuba), il quattordicesimo summit mondiale dei Paesi Non Allineati (MNOAL). I 116 stati membri si ritroveranno nella capitale cubana con l'intento di individuare linee guida comuni per risolvere e trasformare l'attuale, ingiusto, ordine mondiale.

Partirà oggi, per concludersi sabato (11-16 settembre 2006), il nuovo summit del MNOAL a distanza di tre anni dall'ultimo appuntamento di Kuala Lumpur 2003 (Malesia). Si tenterà di trovare un punto di contatto comune a tutti e 116 stati membri che permetta, così, di affrontare efficacemente problemi come la povertà o l'attuale ordine economico mondiale basato esclusivamente su diseguaglianza, terrorismo e unipolarismo.

Sarà come sempre fortissima la presenza centro - sudamericana, che tramite Cuba assumerà la presidenza del gruppo per i prossimi 3 anni. E proprio il continente sudamericano punta molto sul vertice che dovrebbe portare alla stipulazione di accordi commerciali "Sud - Sud" e all'approvazione di documenti utili a rafforzare il ruolo del MNOAL nella soluzione dei problemi mondiali.

Si presenta a questo appuntamento un Sudamerica, come mai unito dai tentativi di integrazione degli ultimi anni, che scommette su un futuro "mondiale" differente, basato su accordi di cooperazione nei campi dell'energia, dell'educazione e della salute.

A Bolivia, Chile, Colombia, Cuba, Republica Dominicana, Ecuador, Perú, Antigua y Barbuda, Dominica, Panamá y Venezuela già aderenti alla "cumbre" dal 1961 nella sua prima edizione di Belgrado si sono aggiunte con il tempo anche Bahamas, Barbados, Belize, Granada, Guatemala, Guyana, Honduras, Jamaica, Nicaragua, San Vicente, Santa Lucia, Suriname, e Trinidad e Tobago.

Tutti questi, con l'aiuto di tutti gli altri stati membri, lavoreranno nei prossimi giorni e concentreranno i loro sforzi su temi che tutto il vertice ritiene centrali e prioritari. E proprio rispetto questi punti i paesi "non allineati" condividono valori, difendono interessi comuni e possono mostrare una posizione di unità e solidarietà.

Si porterà l'attenzione sulla difesa del multilateralismo, il rifiuto dell’unilateralismo e la pretesa di imporre un mondo unipolare; così come sul rispetto dei principi del Diritto Internazionale e della Carta dell’ONU (per questo saranno ascoltati direttamente dal Segretario Generale della ONU, Kofi Annan, che ha confermato la sua presenza all'appuntamento di Cuba, che prenderà la presidenza del Movimento). Ma si cercherà di definire anche una strategia di pressione per conseguire "il disarmo generale e completo sotto uno stretto ed efficace controllo internazionale, dando l’assoluta priorità al disarmo nucleare" senza mai dimenticare lo sviluppo economico e sociale dei paesi del Sud nel contesto della cooperazione internazionale.

Penso si debba guardare fiduciosi a questo vertice sicuramente poco sponsorizzato, per non dire completamente snobbato, dall'Occidente che nella prossima settimana stipulerà una vera e propria carta d'azione per dare impulso alle iniziative dei paesi del "sud del Mondo". Un piano che permetterà di lavorare in maniera coordinata in diversi forum e scenari mondiali per condannare l’imposizione di misure coercitive unilaterali che violano il Diritto Internazionale (vedi il caso dei "Cinque Cubani").

Vedremo le soluzioni che questo summit ci proporrà e cosa porterà per una democratizzazione degli ordini economico, commerciale, finanziario internazionali attuali o ad esempio per una riforma dell’ONU, compreso Consiglio di Sicurezza.
Sicuramente fondamentale però dimostrare la compattezza e l'unità d'intenti del blocco dei "non - allineati" per dimostrare al resto del mondo la volontà e l'esigenza di un nuovo ordine mondiale, più equo, più giusto e soprattutto basato su principi di unità e solidarietà che riesca a lottare efficacemente contro la povertà e per la salute umana come secondo i principi che hanno portato alla formazione del MNAOL a Belgrado più di 40anni fa.

A Radio3Mondo RAI, Emanuele Giordana intervista Gennaro Carotenuto sul vertice dei non allineati apertosi oggi a L'Avana. Clicca per ascoltare.