martedì 31 ottobre 2006
“EUROPA, ¿PRIMER MUNDO?”

L’Europa occidentale ha già raggiunto il culmine del suo benessere? Qual è il futuro di un vecchio Continente che non produce più scienza e tecnologia e che trasferisce le sue industrie in Paesi poveri in cui la manodopera è più a buon mercato? L’impressione è che l’Europa sia in una fase di stallo. Che si preoccupi solo di preservare il suo comfort.

Che abbia perduto l’illusione dell’utopia, il vigore intellettuale, la densità della fede. Che è stato dei valori cristiani in questa società che esalta la competitività al di sopra della solidarietà, e che investe milioni in biogenetica e cosmetici, indifferente alla sofferenza di quattro miliardi di esseri umani che, secondo l’Onu, vivono al di sotto della linea della povertà?

Perché provocano tanta paura gli immigrati? Sono terroristi potenziali? Chi ha colonizzato le loro terre e succhiato le loro ricchezze minerarie e naturali, lasciando dietro di sé una scia di miseria e dolore? Perché l’Europa Occidentale mira all’America Latina attraverso l’ottica del pregiudizio? Chávez e Morales non sono stati eletti democraticamente come Lula? Perché voi europei non vi sollevate contro l’embargo degli Stati Uniti a Cuba e l’uso della base navale di Guantánamo come carcere clandestino di presunti terroristi?

Perché i templi cattolici europei sembrano accogliere più turisti che fedeli? Il futuro del cristianesimo sarà per caso nei movimenti che chiedono al fedele di privarsi della sua coscienza critica, di abbracciare il puritanesimo e una spiritualità del fermento fuori dalla pasta? Perché tanti europei si mobilitano contro malattie (Aids, cancro…), incidenti (sulle strade e al lavoro) e violenze (terrorismo, guerra, omicidi…) ma si mostrano indifferenti di fronte al principale fattore di morte precoce, la fame?

Perché gli europei sembrano preferire la sicurezza alla libertà e sono tanto condiscendenti nei confronti dell’aggressiva politica del governo statunitense, che cerca la pace mediante l’imposi-zione attraverso le armi? Perché non preferiscono la proposta di Isaia di costruire la pace come frutto della giustizia (32,17)?

Che futuro desiderano i cristiani europei per l’Europa e per il mondo? Il perfezionamento del sistema capitalista o l’“altro mondo possibile”? Che segni di solidarietà effettiva con i poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina si danno da parte dei cristiani europei? (...)

Europa civilizzata?

Si parla del ritardo dell’America Latina, della povertà che condanna a una vita indegna 200 milioni di abitanti su un totale di 500 milioni, dei massacri di contadini in Guatemala e dei bambini di strada in Brasile. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla quantità di morti delle due grandi guerre mondiali che hanno avuto l’Europa come teatro, all’eredità di miseria e genocidio lasciata dagli europei nelle loro colonie in Africa o alle attuali inique relazioni commerciali tra Nord e Sud del mondo?

Nessuno è più colto di un altro, insegna Paulo Freire. Esistono, sì, culture distinte, parallele e socialmente complementari. Il sapere di un teologo è un patrimonio importante come quello di una cuoca. La differenza è nel fatto che la scolarità del primo gli attribuisce un’eccellenza che il pregiudizio sociale nega alla donna di cucina. Tuttavia è bene ricordare che questa è capace di vivere senza il sapere del teologo, ma questi non sopravvive senza la cultura culinaria di lei…

C’è un altro principio pedagogico che l’Europa non è stata capace di assorbire: la testa pensa dove poggiano i piedi. Ossia, lo stesso occhio teologico non guarda in modo eguale la stessa realtà se tiene i piedi nel mondo del colonizzatore o nel mondo del colonizzato. Las Casas forse non sarebbe stato capace di riconoscere la dignità degli indigeni se da adolescente non fosse convissuto a Siviglia con il piccolo indio che suo padre, il secondo di Colombo, gli aveva portato in regalo dai Caraibi…

L’eurocentrismo è la malattia senile di una cultura che si è distanziata dalla realtà e il cui universo, pertanto, è collocato al di sopra della vita reale. È stato nella Germania di Kant, di Beethoven e di Einstein che Hitler trovò il brodo di coltura sfociato nelle atrocità del nazismo. Il Portogallo ha avuto Salazar, l’Italia Mussolini, la Spagna Franco: tutti loro con le benedizioni complici della Chiesa cattolica.

E oggi si può dire che l’Europa Occidentale sia lo spazio per eccellenza della democrazia? Perché l’Europa guarda con tanto sospetto a Cuba – i cui progressi nella salute e nell’educazione sono stati elogiati da Giovanni Paolo II nel suo viaggio del 1998 – così come ai governi di Chávez, in Venezuela, e di Morales, in Bolivia, appoggiati da un’ampia maggioranza della popolazione? Tony Blair, con il suo sostegno all’aggressione imperialista di Bush – in Afghanistan, in Iraq e in Libano – è un esempio di democrazia?

E l’indifferenza dei governi europei di fronte al deterioramento delle condizioni sociali, economiche e politiche dell’Africa è un esempio di democrazia? Come parlare di democrazia quando gli stranieri sono considerati intrusi e i musulmani terroristi potenziali?

articolo di Frei Betto



 

giovedì 26 ottobre 2006
Ancora un nulla di fatto ieri nella votazione per il posto vacante tra i membri non permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dopo il terzo giorno di votazioni e 41 tornate ancora né Venezuela, né Guatemala sono riuscite ad ottenere i 2/3 dei voti necessari. Tutto rimandato a martedì, intanto si sta cercando una candidatura alternativa, forse quella della Bolivia.

Nessuna novità! Neanche ieri, infatti, si è riusciti a sbloccare la situazione di empasse all’Onu. Le sei votazioni hanno confermato l’andamento di quelle dei giorni precedenti e così Venezuela e Guatemala sono ancora lontane dalla maggioranza dei 2/3. Il voto è stato rimandato a martedì con la speranza di trovare nel frattempo un accordo. Intanto ieri circolava la voce di una possibile candidatura della Bolivia di Morales, appoggiata dal Venezuela di Chàvez, vista la difficoltà di raggiungere i voti sufficienti.

Si potrebbe quindi essere arrivati alla svolta decisiva: la necessità di trovare una candidatura di consenso sembrava scontata per arrivare ad una conclusione a breve di questa votazione. Il problema è venuto dal Guatemala, che ha invece rifiutato di ritirare la sua candidatura e ha portato quindi al non ritiro anche il Venezuela.

In questi giorni probabilmente si cercherà di valutare le possibilità boliviane di raggiungere il consenso necessario. Personalmente ritengo la Bolivia il paese più giusto a prendere il posto che doveva essere del Venezuela. La Bolivia si pensa raccoglierebbe i voti dei paesi latinoamericani astenuti sino a questo momento come Cile, Perù e Ecuador, dando quindi completa unità al continente sudamericano, un fatto significativo visto che il posto vacante spetta ad uno stato centro-sudamericano.

Come ho già detto in questo blog infatti mi sembra opportuno che il candidato sia scelto dal continente che deve essere rappresentato e non dagli altri stati. La Bolivia, poi, pare che metterà d’accordo l’interesse di tutta la regione e spiegatemi perché non deve essere rispettato il diritto di autodeterminazione sudamericano nella decisione del membro di rappresentanza all’Onu?

Il Guatemala per ora non ha ritirato la sua candidatura, sentendosi forte dei voti statunitensi ed europei, ma la Bolivia di Morales potrebbe essere una alternativa valida e vincente. Conosciamo tutti i punti in comune tra Venezuela e Bolivia soprattutto in politica estera, sarebbe quindi una scelta di continuità e non un alternativa alla candidatura venezuelana , inoltre lo stato andino rappresenterebbe il punto di riferimento per il Sud nel quadro delle future relazioni internazionali, l’ideale per sviluppare l’idea di multilateralità all’Onu, non credete?

L’alternativa che rappresenta la Bolivia sembra più che valida, anche perché fortemente voluta proprio da Chàvez e dal Venezuela, per il quale il ritiro a favore della Bolivia suonerebbe quasi come una vittoria. Non ne esce assolutamente sconfitto il Venezuela, che ha dimostrato anzi di godere di un forte appoggio e che per la prima volta ha fatto emergere, anche alle Nazioni Unite, la volontà del 50% degli stati mondiali di ribellarsi al tradizionale ordine mondiale imposto dagli Stati Uniti.

A questo punto rimane la curiosità di vedere come si comporteranno gli Stati Uniti se realmente prendesse piede l’alternativa boliviana. Ricordiamo infatti che l’improbabile candidatura del Guatemala, spinta e appoggiata proprio dagli Usa, era stata motivata esclusivamente come alternativa al Venezuela, ritenuto (dagli Usa) non ideale a coprire la carica di membro non permanente alle Nazioni Unite (consiglio di leggere questo articolo di qualche giorno fa). Ora scopriremo invece le reali intenzioni statunitensi, visto che per certo ostacoleranno anche la candidatura boliviana, ricordo che proprio la Bolivia è stata l’ultima “new entry” nel famoso asse del male. Le reali intenzioni di Bush credo erano invece quelle di collocare nel consiglio uno stato “fedele” e impotente come il Guatemala a rappresentare un continente che ormai proprio fedele non lo è più. La Bolivia incontrerà le stesse difficoltà della Bolivia, però l’unità che il quasi sicuro appoggio di Cile, Perù e Ecuador daranno al continente non potrà essere ignorata.

Se ci verranno poi a dire, per l’ennesima volta, che la Bolivia non da le garanzie di stato di diritto e di democrazia, sarà l’ennesima presa per i fondelli, anche e soprattutto considerando il confronto con il Guatemala. Proprio ieri poi leggevo sul validissimo blog di Maurizio Campisi che Reporters sans frontières ha stilato una classifica della libertà di stampa nei diversi paesi. Spulciando nei risultati ho potuto notare una Bolivia al 16° posto mondiale, mentre, giusto per fare un esempio, per trovare il Guatemala sono dovuto scendere sino al 90 posto, passando prima dall’Italia al 40esimo posto e dagli stessi Stati Uniti al 53esimo (al primo posto c’è la Finlandia, l’Irlanda e l’Islanda). Non vorrà dire niente, però prima di parlare di libertà e democrazie si deve fare attenzione, visto la facilità con cui si da dell’antidemocratico ad un paese o si parla di esempio di democrazia per un altro…

L’ultimo pensiero va poi all’Italia, infatti è fortissima in me la mia curiosità nel sapere come si comporterebbe in caso di candidatura boliviana. Ascoltando in un dibattito un mesetto fa Donato di Santo, sottosegretario agli esteri con delega per l’america latina, mi aveva dato l’idea di essere un grande amico di Evo Morales visto che appoggiava il riallacciamento delle relazioni con la Bolivia etc. etc.

Però chissà come la pensa D’Alema a riguardo, vediamo che figura faremo in politica estera dopo l’ambigua astensione (motivata solo da interessi economici) nel duello Guatemala – Venezuela. Mi sembra di ricordare una dichiarazione di Pasquale Ferrara, portavoce italiano alle Nazioni Unite che si augurava una terza possibilità, vista la scelta di non scegliere tra le due candidature attuali.

Personalmente spero che la Bolivia sarà appoggiata anche dall’Italia visto che giorni fa si sentiva dire che per il Guatemala non avremmo mai votato, insomma non ci resta di aspettare curiosi…




 

mercoledì 25 ottobre 2006
Qualche anno fa un grande poeta uruguayo, Mario Benedetti, ha scritto un bellissimo poema intitolato: “El Sur también existe". Una poesia che oltre ad essere molto bella è densa di significati importanti e tutt’ora di grande attualità, i più attenti si sono accorti della citazione che da qualche giorno è nel blog.

Chi mi sa dire da chi, e in che occasione, è stato citato il titolo di questa poesia recentemente? E’ solo un gioco e, sia chiaro, non si vince niente, però ho deciso di pubblicarla sia in lingua originale che in italiano.

Ecco come uno dei più grandi poeti latinoamericani ha saputo ricordare al mondo che esiste anche un Sud:

El Sur también existe

Con su ritual de acero
sus grandes chimeneas
sus sabios clandestinos
su canto de sirena
sus cielos de neón
sus ventas navideñas
su culto de Dios Padre
y de las charreteras
con sus llaves del reino
el Norte es el que ordina

pero aquí abajo, abajo
el hambre disponible
recurre al fruto amargo
de lo que otros deciden
mientras el tiempo pasa
y pasan los desfiles
y se hacen otras cosas
que el Norte no prohíbe.
Con su esperanza dura
el Sur también existe.

Con sus predicadores
sus gases que envenenan
su escuela de Chicago
sus dueños de la tierra
con sus trapos de lujo
y su pobre osamenta
sus defensas gastadas
sus gastos de defensa.
Con su gesta invasora
el Norte es el que ordena.

Pero aquí abajo, abajo
cada uno en su escondite
hay hombres y mujeres
que saben a qué asirse
aprovechando el sol
y también los eclipses
apartando lo inútil
y usando lo que sirve.
Con su fe veterana
el Sur también existe.

Con su corno francés
y su academia sueca
su salsa americana
y sus llaves inglesas
con todos sus misiles
y sus enciclopedias
su guerra de galaxias
y su saña opulenta
con todos sus laureles
el Norte es el que ordena.

Pero aquí abajo, abajo
cerca de las raíces
es donde la memoria
ningún recuerdo omite
y hay quienes se desmueren
y hay quienes se desviven
y así entre todos lo gran
lo que era un imposible
que todo el mundo sepa
que el Sur,
que el Sur también esiste.

Mario Benedetti

Anche il Sud esiste

Con il suo rituale di acciaio
le sue grandi ciminiere
le sue labbra clandestine
il suo canto di sirene
i suoi cieli al neon
i suoi saldi natalizi
il suo culto del Dio Padre
e delle divise militari
con le sue chiavi del regno
il Nord è colui che ordina

ma qui in basso, in basso
la fame mercenaria
ricorre al frutto amaro
di ciò che altri decidono
mentre il tempo passa
e sfilano i soldati
e si fanno altre cose
che il Nord non proibisce.
Con la sua speranza dura
anche il Sud esiste.

Con i suoi predicatori
i suoi gas che avvelenano
la sua scuola di Chicago
i suoi padroni della terra
con i suoi cenci di lusso
e con le sue povere ossa
le sue difese sprecate
i suoi sprechi per la difesa.
Con le sue gesta d’invasore
il Nord è colui che ordina.

Ma qui in basso, in basso
ciascuno al suo nascondiglio
ci sono uomini e donne
che sanno a che aggrapparsi
approfittando del sole
e anche delle eclissi
occultando l’inutile
e usando quel che serve.
Con la loro fede veterana
anche il Sud esiste.

Con il suo corno francese
e la sua accademia svedese
la sua salsa americana
e le sue chiavi inglesi
con tutti i suoi missili
e le sue enciclopedie
la sua guerra di galassie
e la sua rabbia opulenta
con tutti i suoi lauri
il Nord è colui che ordina.

Ma qui in basso, in basso
accanto alle radici
è dove la memoria
nessun ricordo omette
e c’è chi stramuore
e c’è chi stravive
e così tra tutti ottengono
ciò che era impossibile
che tutto il mondo sappia
che il Sud,
che anche il Sud esiste.

Mario Benedetti

traduzione gentilmente concessa da Costanza B.
seconda foto concessa da Muriel



 

lunedì 23 ottobre 2006
Il leader delle EZLN si introduce clandestinamente negli Usa. Anche il subcomandante protesta contro il muro di frontiera.

Voleva essere una provocazione e lo è stata a tutti gli effetti. La “otra campaña” prosegue la sua marcia negli stati più settentrionali messicani. Incrociando con la sua carovana il confine tra Messico e Stati Uniti, Marcos sfida il cartello “Prohibido cruzar la línea” (è proibito superare la linea) e si introduce, anche se solo per pochi minuti, in territorio statunitense. Anche le EZLN si schierano chiaramente contro il muro di frontiera, l’ultima novità che il governo Bush ha deciso di adottare per risolvere i problemi dell’immigrazione clandestina proveniente dal Messico.

Nelle riunioni tenutesi nella bassa california, il leader zapatista inoltre si è espresso sui fatti di Oaxaca: “La città di Oaxaca sta dando un esempio non solo storico ma anche organizzativo al resto del Messico. E Oaxaca potrà contare su un movimento che gli darà il suo appoggio incondizionato senza chiedere in cambio appoggio politico, la “otra campaña” – sono state le parole di Marcos, che poi ha aggiunto: “Si tocan a la APPO (assemblea popolare di Oaxaca), tocan al EZLN”.

Da sottolineare poi anche le parole sul nuovo governo messicano: “Non tenteremo di rovesciare il governo Calderon, lo rovesceremo sicuramente. E non solo perché la otra campaña si è proposto la liberazione dai politici, ma perché chiaramente questo governo non ha e non può avere nessuna legittimità; nessuno in tutto il Messico crede che il Pan (partito di azione popolare) abbia vinto le elezioni. Per raggiungere quest’obiettivo sappiamo che avremo tantissimo appoggio da parte del popolo messicano”.

Così anche Marcos e le EZLN si schierano contro “el fraude” e dalla parte del popolo messicano, un popolo derubato per l’ennesima volta della democrazia e sempre più stufo di non contare nulla. Lo dimostra Oaxaca, lo dimostra la APPO (assemblea popolare di Oaxaca) e lo dimostra da ormai molti anni lo stesso subcomandante Marcos.

Queste ultime elezioni truccate infatti sembrano aver avuto un effetto diverso rispetto al passato: hanno risvegliato lo spirito di autodeterminazione del popolo messicano.

Speriamo di non dover più sentir dire che i brogli elettorali in Messico siano una tradizione antica come quella di bere tequila…


 

venerdì 20 ottobre 2006



Dubbi, riflessioni e paure sulle prossime elezioni in Venezuela.

In seguito al dibattito con Alan Woods sul Venezuela a Milano, di cui riporterò a giorni l’intero contenuto, molti sono stati gli spunti di riflessione. In particolare sono rimasto colpito da una domanda rivolta ad Alan Woods a fine incontro da un gruppo di cittadini venezuelani che avevano assistito all’incontro.

¿”Y si Rosales desaparece”? (Cosa succederebbe in caso di scomparsa di Rosales?) - Hanno chiesto ad Alan Woods.

Forse per problemi di tempo (era già tardi e dovavamo abbandonare la sede del dibattito) Alan non ha interpretato correttamente credo il senso della domanda.

Io ho invece approfondito la discussione con loro perché credo sia d’importanza assoluta. La loro domanda si riferiva a Rosales, ossia il candidato che si sta presentando come alternativa a Chàvez nelle prossime elezioni di dicembre. Ho voluto continuare a chiedere bene cosa sapessero, anche perché solo pochi giorni fa avevo letto un interessantissimo articolo di Gennaro Carotenuto a riguardo (America Latina, arriva la mano pesante delle destre). Riporto alcune frasi dell’articolo:

Secondo tutti i calcoli e i sondaggi indipendenti –ci rivela il Ministro della Cultura venezuelano, Francisco Sesto- il candidato dell’opposizione unita, Manuel Rosales, può al massimo aspirare alla metà dei voti sui quali conta Chávez. Rosales può arrivare ad un terzo dei voti, forse qualche punto in più, ma ha già perso.

E a cosa serve un candidato perdente alle destre venezuelane e a quelle forze, Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale in testa, che con quelle destre ordirono il colpo di stato dell’11 aprile 2002? In America Latina può essere utile a molte cose. Fu utilissimo, per esempio, Luís Donaldo Colosio, il candidato perdente del PRI messicano, assassinato dai suoi a Tijuana nel 1994 e che lasciò il posto ad Ernesto Zedillo, che riuscì alla fine ad evitare l’arrivo alla Presidenza del candidato di sinistra, Cuauhtémoc Cárdenas. Più che un Rosales vivo e straperdente contro Chávez, segnalano da settimane molteplici fonti riservate, potrebbe essere un Rosales morto ammazzato –magari dopo sondaggi fittizi che gli diano speranze di vittoria- il cavallo ideale per debilitare Chávez e per lanciare una campagna mondiale che lo accomuni definitivamente ai paria del mondo e apra le porte a una balcanizzazione del Venezuela con l’aiuto colombiano”.

Logicamente la domanda di questo gruppo venezuelano mi ha subito riportato alla mente le parole di Gennaro, e quindi sono voluto andare più a fondo possibile con loro per capire realmente quale sia il pericolo.

Tra questo gruppo una donna in particolare ha richiamato la mia attenzione. Lei era di ritorno da qualche giorno proprio da Caracas e ha voluto spiegarmi su cosa fossero basate le sue paure.

A Caracas pare stia circolando “en los barrios” (tra i quartieri) la voce su un’eventuale scomparsa improvvisa del candidato delle destre Rosales. Un candidato perdente in partenza e di cui molti, compreso lo stesso Alan Woods, hanno previsto un ritiro prima del 3 dicembre per evitare una pesante sconfitta alle urne. La signora venezuelana affermava che sono troppi i soldi e gli investimenti che la destra venezuelana sta spendendo per la campagna elettorale di Rosales. “Non è normale un tale investimento e tante energie spese per un risultato delle urne che sembra scontato a tutti”, sono state le sue parole. Il timore di molti venezuelani è proprio questo. Si teme che a giorni Rosales scompaia nel vuoto, per far parlare di sequestro o omicidio ordinato da Chàvez con lo scopo esclusivo di annullare le elezioni e destabilizzare lo stesso Chàvez.

A riguardo circolano già da inizio settembre le parole dello stesso Rosales: “Si me matan, es por una orden de Chàvez” ( se verrò ucciso sarà per ordine esclusivo di Chàvez). I dubbi della popolazione venezuelana e non solo cominciano veramente a farsi consistenti. Si sa che Chàvez non avrebbe il minimo interesse a far fuori Rosales perché non c’è nessun dubbio sulla sua vittoria alle urne. E allora chi vorrebbe la morte/scomparsa di Rosales? La stessa destra venezuelana forse, che tanto sta spendendo per una campagna elettorale ripeto inutile, e logicamente enormi sono poi anche gli interessi nordamericani.

Non so se si è notato ma, infatti, si è registrato da un po’ un netto cambiamento d’atteggiamento da parte degli Stati Uniti rispetto ai cambiamenti in corso nel loro cortile di casa, il sudamerica. Se pareva che si stessero solo limitando a screditare Chàvez, Morales e gli altri leader di sinistra, anche con l’aiuto della stampa “libera”, ora già da luglio, in coincidenza con i brogli elettorali in Messico, sembra esserci un netto cambio d’atteggiamento. Si è passato dalle parole ai fatti. Appoggio ai brogli in Messico ed Ecuador (forse anche Brasile e Perù), ricorso a tutti i mezzi possibili per impedire l’ingresso del Venezuela tra i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed anche l’appoggio molto probabile della CIA al golpe, in fase di preparazione avanzata, ai danni di Morales in Bolivia. L’intervento per cambiare l’esito delle libere elezioni venezuelane sarebbe solo la ciliegina sulla torta per riportare sui binari “giusti” la politica sociale ed economica sudamericana.

Ho scritto quest’articolo perché la paura che ho visto in quel gruppetto di venezuelani era tanta, erano sicuri dell’annullamento delle prossime elezioni e mi hanno pregato di riportare il contenuto della nostra discussione. Potrebbero solo essere sospetti senza fondamento, ma questa voce comincia ad essere troppo insistente. Meglio mettere in guardia tutti anche perché sappiamo benissimo che, pur di scalzare Chàvez dal potere, Bush e compagnia non si farebbero scrupoli di nessun tipo.


 

A Milano per l’ultima tappa di una serie di incontri organizzati per promuovere l’associazione “Hands off Venezuela” (giù le mani dal Venezuela), Alan Woods mi ha concesso gentilmente una piccola intervista privata prima del dibattito pubblico.

Da grande teorico del marxismo Woods ha sviluppato, rispondendo alle mie domande, la sua visione dell’attuale situazione venezuelana e dell’America Latina più in generale. Il suo pensiero, sempre comunque riconducibile alle basi ideologiche e storiche del socialismo, si discosta in parte dal mio, molto meno teorico e credo più aperto e disponibile a risvolti meno estremi. Riesce comunque ad emergere un'intervista interessantissima che credo possa offrire molti spunti di riflessione.

Domanda: Si parla da qualche anno della svolta a sinistra dell’America Latina. Negli ultimi mesi però si è visto qualche rallentamento nel processo di trasformazione, spesso sono stati passi indietro inaspettati, sto parlando per esempio di Messico, Perù, Ecuador o anche della mancata vittoria di Lula in Brasile al primo turno. Cos’è cambiato rispetto ad un anno fa, o che cosa sta cambiando?

Alan Woods: "Non sono d’accordo con questa visione dei fatti. Io credo che in America Latina sia in atto un processo rivoluzionario già da molti anni. Per processo rivoluzionario intendo ad esempio le insurrezioni in Ecuador nel 2000, il collasso economico in Argentina, che comunque ha portato ad una insurrezione, la Bolivia, dove in due anni la classe operaia boliviana ha organizzato due scioperi generali e due insurrezioni, e dove ritengo che avrebbe potuto prendere facilmente il potere (poi ci furono le elezioni in cui Evo Morales ottenne una maggioranza del 57%, 67% a La Paz e più del 70% al nord ossia il centro dell’insurrezione boliviana). Soprattutto non dobbiamo dimenticare le insurrezioni in Messico, importantissime perché fino a poco tempo fa il Messico veniva considerato un paese al margine di questo processo, veniva considerato un paese borghese e democratico stabile. Solo adesso invece stiamo vedendo la realtà di questo stato. La realtà è che in Messico in questi giorni stiamo assistendo ad un processo, che io definirei, rivoluzionario classico, scoppiato in seguito ai brogli elettorali (una radicata tradizione messicana quasi come quella di bere tequila). Questa volta abbiamo assistito ad una reazione delle masse senza precedenti. Ad esempio il 31 luglio di quest’anno tre milioni di messicani hanno occupato lo Zocalo, a questo è seguita una insurrezione a Oaxaca promossa dai professori che ha avuto come conseguenza uno scontro con il governo statale e la formazione di quello che io definirei un embrione di soviet (l’assemblea popolare di Oaxaca). Ora queste assemblee popolari si stanno estendendo per tutto il Messico.

Insomma posso affermare con sicurezza che in questo momento in America Latina non esiste nessun governo borghese stabile, partendo dalla Terra del Fuoco sino al Rio Grande. Una situazione senza precedenti storici".

Domanda: Il 4 dicembre ci saranno le elezioni venezuelane. Chàvez si presenta per l’ennesima volta alle elezioni. Non ritiene che il processo di trasformazione in atto in Venezuela sia troppo legato alla figura individuale di Chàvez? C’è un partito, o un movimento alle sue spalle capace di assicurare continuità storica a questa “rivoluzione”?

Alan Woods: "In fisica si dice: “la naturaleza aborrece el vacío” (la natura detesta il vuoto). In politica succede lo stesso. Qual è il problema di fondo? Il problema è uno soltanto, non solo in Venezuela ma in tutta l’America Latina, in Bolivia, in Messico includerei anche l’Italia e l’Europa in generale, ed è un problema di direzione. Mi spiego meglio, le masse hanno dimostrato largamente il loro desiderio di cambiare la società e il loro desiderio di lotta, però nonostante abbiano tutta la ragione del mondo gli manca il veicolo per attuare: un partito rivoluzionario.

Qual è il problema? Se i partiti socialisti del mondo fossero realmente un partito socialista non ci sarebbero problemi, il problema è invece l’assenza di un partito socialista reale. Se i partiti delle classi operaie non si mettono a capo di questo movimento rivoluzionario, ad esempio in un paese come il Venezuela, le masse devono cercare una soluzione alternativa in qualche modo. Questo vuoto politico è stato riempito da Hugo Chàvez e il suo movimento bolivariano. Un movimento che nasce ed ha radici nella terribile sconfitta che fu il “Caracazo” nel 1989, è un movimento con un carattere politico al principio molto confuso, che raggruppava differenti tendenze, però, io direi, che in base alle esperienze di questi anni attualmente Hugo Chàvez sta assumendo posizioni socialiste vere e proprie. Una realtà importantissima per tutti noi".

Domanda: In seguito agli scontri nelle miniere boliviane, l’argomento Bolivia, anche se boicottato dai media occidentali, è tornato d’attualità. Fonti attendibili parlano di un vero e proprio golpe ormai in marcia e destinato a scalzare Evo Morales. Questo golpe pare sia organizzato da ufficiali di polizia con l’appoggio della destra boliviana e con le spalle coperte dagli Stati Uniti. Lo stesso Morales ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Che opinione si è fatto a riguardo?

Alan Woods: "Quello che è evidente è che l’imperialismo americano è terrorizzato dalla trasformazione in atto in America Latina in generale ed in particolare per il ruolo giocato dal Venezuela, che ora è un punto di riferimento per l’intero continente. Gli Stati Uniti, è chiaro, vogliono a tutti i costi frenare questo processo. In Venezuela tentarono tre volte di ribaltare il governo Chàvez. Hanno fallito solo per l’opposizione delle masse, per la resistenza “dal basso”.

Ritornando alla Bolivia, io non ho il minimo dubbio che la CIA sta cercando di far saltare il governo di Evo Morales, come non ho nessun dubbio che la CIA ha avuto un ruolo decisivo nei brogli elettorali messicani così come nelle elezioni in Perù e in Ecuador. Lo scopo degli Stati Uniti è frenare il processo di trasformazione latinoamericano, anche se dal mio punto di vista è un processo inarrestabile perchè è voluto fortemente dalle masse, da milioni di contadini e operai di tutta l’America Latina".

Domanda: Stiamo assistendo allo scontro Venezuela - Guatemala, o meglio, Venezuela – Usa alle elezioni del Consiglio di Sicurezza Onu. Pare che il Venezuela, nonostante l’impegno e gli sforzi profusi negli ultimi mesi, ne uscirà comunque sconfitto. Emerge sempre più il piano di pianificazione mondiale statunitense, dopo i muri di frontiera, le torture legali e il divieto allo spazio per le nazioni sgradite. Non c’è ancora realmente un alternativa valida per contrastare il progetto imperialista Usa?

Alan Woods: "Ovviamente il Venezuela non ce la farà, perché realmente l'Onu, l’ha detto anche Chàvez l’altro giorno, non serve a nulla. L’Onu è totalmente dominata dall’imperialismo perché gli imperialisti sono quelli che alla fine pagano le fatture dell’Onu. Ovviamente quello che pretendeva Chàvez per il Venezuela era ottenere una piattaforma per denunciare la politica imperialista degli Stati Uniti. Questo sarebbe assolutamente intollerabile per Bush e per il governo nordamericano che per questo hanno fatto tutto il possibile per evitarlo. Però quello dell’Onu io credo sia un fronte totalmente secondario. La lotta contro l’imperialismo non si fa alle Nazioni Unite ma nei singoli paesi dell’America Latina e nei singoli paesi del mondo, dove le masse stanno lottando per cambiare la società. Sarà solo questa lotta rivoluzionaria che potrà sconfiggere realmente l’imperialismo nordamericano nonostante il suo gigantesco potere militare ed economico".

Domanda: Lei è storicamente un sostenitore delle teorie marxiste. Qual è invece, ad esempio, la sua opinione riguardo al “movimento dei movimenti”, questo nuovo soggetto politico che negli ultimi anni ha animato l’impegno sociale e la battaglia al neoliberismo, riuscendo a prescindere e superare le vecchie basi ideologiche e credendo esclusivamente nella possibilità di un mondo migliore? Sto pensando a Seattle, Genova, Porto Alegre…

Alan Woods: "Io credo che in primo luogo la crisi del capitalismo, che è una crisi globale, sta provocando un movimento di resistenza altrettanto globale che si manifesta nelle espressioni più varie. Tutti queste espressioni hanno il loro valore specifico, nel senso che rappresentano, a mio parere, un primo risveglio della coscienza politica, dei giovani in particolare.

Il problema è che se questi movimenti si limitano ad essere semplicemente movimenti di protesta non potranno mai sradicare la radice reale dei problemi. La radice dei problemi è l’esistenza del sistema capitalista. Non nego quindi l’importanza di questi movimenti, però se non riusciranno ad individuare la radice reale del problema, ossia che stiamo lottando contro un sistema socio economico ingiusto e sfruttatore, tutti gli sforzi di questi movimenti non porteranno a nessuna conclusione concreta. Il mio scopo e quello dei marxisti è far capire la necessità, ai giovani, ai contadini, agli operai, alle donne e a tutti gli emarginati del mondo, di unire le loro forze per lottare contro i due grandi nemici principali che sono l’imperialismo e il capitalismo. Una volta che otterremo questo realmente il trionfo sarà garantito. (Fine)


Mi propongo di pubblicare il più presto possibile anche i contenuti della conferenza, con qualche mia opinione critica rispetto alla visione marxista di Alan Woods (per chi fosse interessato è già disponibile comunque il dibattito tenutosi a Bologna qui). Riporterò anche il timore/paura, che invece condivido, di alcuni cittadini venezuelani che hanno assistito all’evento sul futuro prossimo del Venezuela in riferimento alle elezioni di dicembre.

Volevo inoltre ringraziare oltre al disponibilissimo Alan Woods, anche Alessandro Giardiello di Falce e Martello che mi ha organizzato l’incontro e soprattutto Gabriele Paradisi che è riuscito a mettermi in contatto con gli organizzatori e Alan Woods.


 

martedì 17 ottobre 2006
Perché un posto tra i membri non permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite desta tanto clamore? Perché gli Stati Uniti si affannano a tal punto per evitare la presenza del Venezuela nell’organo decisionale Onu?

INTRODUZIONE

Si sta verificando uno strano evento sul palcoscenico politico/diplomatico mondiale. Non è mai successo, negli ultimi 25 anni, che un posto all’interno dei membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu (che rimangono in carica due anni) generasse tante polemiche e soprattutto tanto interesse. Ieri erano appunto da assegnare cinque posti per i nuovi membri non permanenti, di questi, quattro sono stati già assegnati senza nessun problema e a grande maggioranza (Italia, Belgio, Indonesia e Sudafrica), mentre per il quinto posto, quello da aggiudicare ad uno stato latinoamericano, alla decima votazione non ha ancora ottenuto un risultato valido. Per accedere al Consiglio occorrono 128 voti ossia la maggioranza dei 2/3 e a contendersi questa poltrona c’è il Venezuela di Chàvez e il Guatemala. Dopo la decima votazione la situazione è la seguente: Venezuela 77 voti, Guatemala 110.

In molti si chiederanno come sia possibile che per eleggere gli altri membri sia bastata una sola votazione mentre per l’elezione sudamericana ancora ci sia tanta battaglia. Effettivamente può sembrare strano anche considerando l’importanza reale del ruolo di membro non permanente. I ben informati sapranno che il Consiglio di Sicurezza è composto da 15 membri, dieci non permanenti e cinque permanenti e con diritto di veto (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia), però qual è il ruolo reale di quest’organismo e quanta importanza effettivamente ha?

Il Consiglio sicuramente è, e continuerà ad essere, lo strumento istituzionale più importante per il mantenimento della legalità internazionale, soprattutto considerando il rigenerato ruolo dell’Onu nella tentata risoluzione del caso Israele/Siria. A breve, poi, lo stesso Consiglio sarà chiamato ad esprimersi su argomenti scottanti come Durfur, Iran e Corea del Nord. Però parliamoci chiaro, fondamentalmente il potere reale all’interno di quest’organismo è detenuto dai cinque paesi che esercitano il veto, in pratica il voto di un membro non permanente non ha lo stesso peso decisionale di uno permanente. Una risoluzione del Consiglio, per essere approvata, deve avere il voto favorevole di almeno 9 membri più il concorso (cioè nessun veto) dei cinque permanenti, quindi l’importanza degli altri 10 membri è secondaria, direi non decisiva.

E allora perché ci si affanna tanto? Perché gli Stati Uniti non vogliono il Venezuela all’interno del Consiglio tanto da proporre e spingere la candidatura del Guatemala?

IL PERCHE’ DEL NO USA AL VENEZUELA

Gli Stati Uniti, scottati se non bruciati dall’esperienza Iraq, pare che abbiano capito la lezione abbandonando definitivamente (in teoria) l’unilateralismo che aveva contraddistinto le scelte di politica estera degli ultimi anni. Per risolvere i problemi internazionali sembrano essere tornati al tavolo delle trattative ed essere disposti a proporre risoluzioni Onu a problemi come Iran e Corea. Fin qui non c’è nulla di strano, ci sarebbe anzi da apprezzare la marcia indietro statunitense, se non fosse però che la concezione di multilateralismo del presidente Bush è un po’ differente da quella che tutti ci aspetteremmo. Per Bush infatti va bene ricorrere all’Onu, l’importante è però che all’interno del Consiglio di Sicurezza non ci siano membri “non allineati” alle politiche statunitensi. E’ questa la colpa del Venezuela e del suo presidente Hugo Chàvez, non essere il linea con le decisioni americane. Da un po’ d’anni infatti gli Stati Uniti sono abituati ad operare nel Consiglio di Sicurezza senza particolari problemi, la presenza del Venezuela sarebbe solo destabilizzante, molto meglio l’innocuo Guatemala.

E’ concesso allora il ricorso a “mezzucci” per impedire l’accesso del Venezuela al Consiglio tanto da trasformare la sfida Venezuela/Guatemala in una battaglia di ideologie e in uno scontro Usa-Chàvez. Ma quali sono state le motivazioni apportate dagli Stati Uniti per complottare la candidatura Venezuelana?

Gli Usa basano il loro giudizio negativo sulla candidatura venezuelana sul fatto che Chàvez sia un despota antiamericanista, un militare al governo con la forza, tant’è che il Venezuela è ormai catalogato a pieno all’interno dell’asse del male. Non credo ci sia ancora bisogno di sottolineare il fatto che Chàvez sia stato democraticamente eletto dal suo popolo e che l’espressione del voto dei venezuelani è da rispettare in quanto espressione chiara di scelta elettorale, o che lo stesso Chàvez abbia vinto più elezioni e consultazioni popolari di chiunque altro.

Ho a cuore invece evidenziare perché la candidatura del Venezuela ha un senso e non vada assolutamente contro l’interesse internazionale. Innanzitutto mi sembra importante il fatto che l’intero continente sudamericano appoggi il Venezuela, a dimostrazione che in questo momento tutti i paesi latinoamericani hanno interesse affinché questo continente sia rappresentato al Consiglio di Sicurezza dal Venezuela. Solo il Cile ha ritirato il suo appoggio, che la Bachelet inizialmente aveva concordato, ma solo per non scontentare la componente democristiana all’interno del suo governo.

Mi sembra assurdo che il paese che dovrà rappresentare gli stati sudamericani sia scelto dagli Usa e non sia invece l’espressione della volontà di un intero continente. E’ chiaro invece l’intento statunitense nella scelta del Guatemala, esclusivamente legata alla crisi profonda di popolarità che gli Stati Uniti attraversano in Sud America e non solo. Si cerca di far votare il Guatemala per avere un facile alleato nella conduzione delle loro politiche internazionali (per altro lo stato centroamericano è storicamente “amico” delle politiche Usa e anche vittima degli eccessi di neoliberismo estremo) e non fare i conti con un Venezuela che invece vuole esprimere il malessere di un continente verso queste politiche. Non si tratta di antiamericanismo a priori, si tratterebbe solo di discutere e confrontarsi con un parere differente, ossia un ulteriore spinta verso il multilateralismo. Un multilateralismo che invece, con il Guatemala e non il Venezuela, sarebbe attuato solo sulla carta.

Non è solo il Sudamerica però ad appoggiare il Venezuela, la candidatura di Chàvez si può dire che infatti è spalleggiata da praticamente tutto il Sud del Mondo. Molti stati asiatici, caraibici e africani ma anche l’intera lega araba, la Cina, alcune repubbliche ex sovietiche e la stessa Russia sono per il Venezuela, ma forse non si ritiene necessario dare una giusta voce a questa parte del mondo, da sempre discriminata e snobbata. Non mi si venga a dire infatti che il Guatemala possa farsi carico di far rispettare i diritti del Sud del Mondo per favore, sappiamo benissimo che non sarà assolutamente così.

Un altro motivo, adottato da Bush e compagnia, per spaventare il mondo e boicottare il Venezuela è stata la presunta alleanza tra l’asse del male. Sono arrivati a dirci che Chàvez appoggerebbe Iran e Corea nei loro programmi nucleari. Questa però e solo l’ennesima bufala messa su dagli Usa, infatti in occasione del test atomico coreano qualche giorno fa, le parole di Chàvez sono state molto dure, forse anche molto più dure di altri leader mondiali. Il presidente venezuelano ha detto chiaro e tondo che condanna qualsiasi programma di sviluppo atomico, indipendentemente da chi sia a svilupparlo.

Un’altra cosa che non mi convince in questi giorni è poi il perché tutti facciano a gara a bocciare la candidatura venezuelana ma nessuno si prende il disturbo di chiedersi se l’altra di alternativa, quella del Guatemala, sia più valida o meno. Perché nessuno parla della situazione in cui il Guatemala si trova?

PERCHE’ NO AL GUATEMALA

Inizierei col dire che il Guatemala, stato centroamericano non costituisce assolutamente, al contrario del Venezuela, un soggetto rilevante in ambito internazionale. Con questo non voglio dire che per questa la sua candidatura non sia valida, ci sono ben altre motivazioni ad avvalorare la mia tesi.

Vorrei ricordare un articolo della Carta delle Nazioni Unite: l'articolo 23 della Carta dell'Onu stabilisce che qualsiasi paese può essere eletto al Consiglio purché "si tenga nella dovuta considerazione il contributo dei membri al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali e alle altre finalità dell'Onu, nonché un'equa distribuzione geografica". Sulla distribuzione geografica non ho niente da dire, però se qualcuno mette in dubbio la democrazia venezuelana, penso che dubbi non ce ne siano sul considerare il Guatemala assolutamente tutto il contrario che uno stato di diritto o una democrazia. Ma a quanto pare questo interessa poco e niente agli Stati Uniti, visto che spingono così tanto per il suo ingresso nel Consiglio.

Ho a cuore anche sottolineare che lo stesso Guatemala è uno dei due stati latinoamericani ad avere ancora in vigore la pena di morte (l’altro è la bistrattata Cuba). Proprio ad inizio 2006 Amnesty international in una sua relazione ha stimato in 29 i condannati a morte in attesa di esecuzione in questo stato. Una Onlus, l’ “Osservatorio sulla legalità e sui diritti” ha poi denunciato in agosto l’eccessivo numero di omicidi impuniti (più di 5000 su una popolazione di 14milioni) che ne fanno la primatista in negativo mondiale.

Non vorrei poi dimenticare di ricordare che sempre il Guatemala continua a negare l’estradizione degli accusati di genocidio e crimini verso l’umanità per alcuni suoi cittadini che si sono macchiati di questi crimini durante la dittatura militare dei primi anni ’80 (sotto il governo del generale Rios Montt si stima che furono assassinati dall’esercito più di 200mila persone, il famoso “massacre de dos erres”).

Cosa c’è altro da aggiungere a riguardo? Non fa riflettere il fatto che nessuno ricordi questi “dettagli” e anzi si continui a sputare sulla candidatura venezuelana per molto meno? Merita di più il Venezuela o il Guatemala di far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Lascio a tutti l’espressione della propria opinione, però richiamo alla corretta valutazione dei fatti, senza farsi influenzare da poteri forti e media.

Proprio i media sono l’ultimo argomento che vorrei toccare. Come fanno i cittadini italiani a farsi un idea chiara su questa vicenda se addirittura un giornale come “la Repubblica” dà informazioni forvianti a riguardo?

LA STAMPA ITALIANA

Spero che molti di voi NON abbiano letto l’articolo di ieri mattina su “la Repubblica” firmato Guido Rampoldi e intitolato “La sinistra latina che vorrebbe Chàvez all’Onu”.

Perché spero che non lo abbiate letto? Perché l’impostazione dell’articolo era completamente sbagliata. La figura di Chàvez continuamente veniva continuamente infangata; nel testo allo “straripante” (parole di Rampoldi) presidente venezuelano veniva affibbiato l’appellativo di “caudillo” con eccessiva facilità, forse non ricordando l’effettivo significato del termine (era usato, ad esempio, per descrivere Franco in Spagna). Ma se sulle definizioni de "la Repubblica" dei leader sudamericani ho imparato ormai a sorvolare, quello su cui proprio non riesco a sorvolare è quello di cui Rampoldi voleva convincerci nel suo articolo.

L’esordio è stato: “Badare agli affari, alla comunità italiana in Venezuela, ai desideri della sinistra radicale, e votare l’imbarazzante Chàvez? Oppure contrastare la candidatura Venezuelana e spararsi sui piedi?”

La conclusione era invece: “Per quanto sia brutta la destra venezuelana e aggressiva la politica dell’amministrazione Bush, è difficile capire come sia divenuto un eroe democratico un presidente bonapartista che si autoproclama capo di Stato”.

Un articolo veramente sconcertante, per farsene una idea consiglio di leggere invece un interessantissimo post a riguardo sul blog del prof. Gennaro Carotenuto, ricercatore e studioso dell’America Latina.



 

domenica 15 ottobre 2006
Non sembra anche a voi qualcosa di familiare???



Qualche giorno fa avevo titolato un mio post: "Novità made in Usa - muri di frontiera e torture legali". Poi, ripensandoci,mi sono accorto che non erano proprio delle grandi novità... Non sembra anche a voi?



Io però preferisco pensare ad un presidente degli Stati Uniti differente, George W. è cambiato, G.W. non è mica un nazista... Tant'è vero che questa settimana ci ha spiegato il vero motivo della guerra in Iraq:



Vignette riprese da TeleSUR. Copyright : Nerilicon e Bmoox.



 

venerdì 13 ottobre 2006
Muhammad Yunus, economista originario del Bangladesh, ha vinto il riconoscimento forse tra i più importanti e significativi: il premio Nobel per la pace 2006. Ecco perché:

La giuria ha premiato “i suoi sforzi per promuovere lo sviluppo sociale ed economico dal basso grazie al microcredito”.

“... il microcredito permette ai poveri e agli scalzi
di accedere a una opportunità che di solito
è esclusivo appannaggio dei ricchi.
Accade così che quegli aspetti della società che sembravano
rigidi, fissi e inamovibili comincino a diventare più fluidi,
e attraverso lo sviluppo economico l