giovedì 30 novembre 2006
Riporto oggi la testimonianza di Valerio Evangelisti, noto scrittore e attualmente direttore editoriale di Carmilla on line, che in ritorno dal Messico, in una mail privata che mi ha gentilmente autorizzato a riportare, ha descritto la realtà dello stato di Oaxaca credo meglio di molti quotidiani italiani.

collare spezzato"...vediamo di capire un po' meglio cosa sta succedendo a Oaxaca. Va considerato che si tratta di uno Stato dall'estensione enorme, e con condizioni molto diseguali al suo interno. La Costa Pacifica, per esempio, se la passa benino, e così la regione dell'Istmo di Tehuantepec (che ha avuto la fortuna di dare i natali al governatore Ruíz e al suo predecessore Murat, anche lui priista). Invece la miseria regna nella Sierra Madre del Sud, dove ho potuto vedere villaggi costituiti interamente da baracche di legno, inesistenti nella regione costiera. Nelle zone montagnose e miserabili, così come nei quartieri poveri della città di Oaxaca, esistono collettivi locali, piccoli sindacati contadini, comunità indigene (autonome dallo Stato, per quanto riguarda la vita amministrativa), gruppi cattolici di base, ecc.

Circa 400 di questi gruppi, integrati anche da studenti, hanno dato vita a una loro organizzazione, la APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca). Il governatore Murat cercava di tenersi buona la APPO con periodiche elargizioni di denaro, destinate ad attività locali e a piccoli lavori. Ulíses Ruíz, attuale governatore del PRI, ha invece sospeso queste donazioni, dicendo che non si sapeva dove finivano quei soldi.

Discorso in apparenza plausibile, se non fosse che nel contempo Ruíz si appropriava di 80 milioni di pesos e, valendosi delle proprie prerogative, si sottraeva a ogni inchiesta sull'ammanco. Nel contempo iniziavano, sulla Sierra, a essere uccisi o rapiti contadini legati ai gruppi della APPO. In un caso furono ritrovati 17 cadaveri in una volta. Furono accusati altri contadini presuntivamente legati all'EPR Esercito Popolare Rivoluzionario, un gruppo guerrigliero nato nel 1996 e poi divisosi in una decina di frazioni). Due anni dopo, però, gli arrestati dovettero essere rilasciati perché completamente innocenti, mentre tutto faceva convergere i sospetti sulle bande paramilitari di Ruíz.

Quando, in giugno, è scoppiato lo sciopero dei maestri elementari, la APPO si è unita all'agitazione, e ha occupato la piazza principale di Oaxaca, gli uffici governativi, la televisione locale, alcune radio, chiedendo le dimissioni del governatore. Ruíz, dal canto suo, ha detto che la faccenda riguardava il governo federale, e si è ritirato in una sua villa a Città del Messico.

Quanto al presidente Fox, si è lavato le mani di tutto finché non è stato ucciso un fotografo americano (i 13 messicani morti in precedenza, evidentemente, contavano molto meno). Allora ha inviato quasi 5000 agenti della Polizia Federale Preventiva a sgomberare il centro di Oaxaca, in cui la APPO era attestata. Gli insubordinati hanno trovato riparo nell'Università Autonoma di Oaxaca e collocato un accampamento presso il convento di San Domenico.

Il resto è storia di questi giorni. In tutto ciò il PRD e López Obrador c'entrano poco o nulla. La APPO ha in mente una sua forma di governo basata sul modello delle comunità indigene, e ha accolto con un certo fastidio il tardivo interesse della sinistra parlamentare nei suoi confronti.

Tutti quanti, da Fox, a Calderón, a López Obrador sono convinti che le dimissioni di Ruíz risolverebbero il conflitto, ma il "Gober Penoso" (così ribattezzato in assonanza al "Gober Precioso", un governatore di nome Precioso, trovato colpevole di pedofilia eppure rimasto al suo posto) non se ne vuole andare.

Devo però, onestamente, dire anche l'altra faccia della medaglia. Lo sciopero dei maestri, prolungato per cinque mesi, ha causato in tutto lo Stato problemi gravissimi alle famiglie e soprattutto ai bambini, a rischio di perdita dell'anno scolastico. L'economia statale, in larga misura fondata sul turismo, ha subito un colpo durissimo, con negozi e alberghi costretti a chiudere e migliaia di posti di lavoro perduti. Ciò ha fatto schierare molti oaxaquegni non con Ruíz, ma certo contro la APPO, almeno nelle zone di maggior benessere.

La società è nettamente divisa in due, e lo si vede bene dai due quotidiani di Oaxaca: "Noticias", pro APPO, e "El Imparcial", anti APPO. Anche se se ne andasse Ruíz, non c'è dubbio che rimarrebbero i problemi di dislivello sociale, del resto comuni a tutto il Messico".

In questo video, la sessione di ieri del Parlamento messicano, a due giorni dall'insediamento di Felipe Calderón:
http://video.google.com/videoplay?docid=8269792203030909054
Un deputato del PRD è stato ricoverato a causa di uno spray al pepe spruzzatogli negli occhi.

Intanto Calderón ha designato quale Segretario di Governo (una figura a metà tra il primo ministro e il portavoce della presidenza) l'ex governatore dello Stato di Jalisco, accusato da vari comitati per i diritti umani di essere il mandante di almeno sette omicidi politici, e sotto processo per assassinio (vedi articolo di Gennaro Carotenuto a riguardo: Messico, il ministro della tortura).

Della serie: chi ben comincia...

Dubito che troverete queste notizie su "La Repubblica".

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lunedì 27 novembre 2006
Dai dati che arrivano dal Tribunale Supremo elettorale ecuadoriano la vittoria del candidato di sinistra, Rafael Correa, risulta schiacciante: anche l’Ecuador svolta, quasi a sorpresa, a sinistra.

correa nuovo governoAnche se ancora parziali, i risultati del ballottaggio in Ecuador non lasciano grandi margini di dubbio: Rafael Correa 68,8% - Álvaro Noboa 31,72%. Netta quindi l’affermazione del candidato di sinistra che va oltre le più rosee previsioni della vigilia. Correa, che al primo turno aveva meno voti di Noboa, è riuscito a convincere molti degli indecisi soprattutto in alcune regioni dell’Ecuador, risultate determinanti ai fini del successo: “la sierra”, roccaforte dei settori moderati e dei professionisti, Quito, e soprattutto le regioni dei piccoli produttori di banane (prodotto su cui si basa buona parte dell’economia del paese) come ad esempio nella provincia di El Oro.

L’appoggio dei piccoli imprenditori in particolare è risultato decisivo e ha confermato il malessere, già palesato da tempo, nei confronti delle grandi imprese “bananere” (per chi non lo sapesse Noboa, il candidato sconfitto, è anche l’uomo più ricco dell’Ecuador e un gran magnate della produzione delle banane). Anche tra i professionisti e le classi medie il voto a favore di Correa è stato praticamente un voto contro l’imprenditore multimilionario, i settori più culturalmente formati infatti, si sono sentiti profondamente irritati dalla campagna elettorale che ha condotto Noboa negli ultimi mesi.


Grandi sono le speranze che il popolo ecuadoriano ha quindi riposto in Correa. Un popolo che, con il voto di ieri, ha espresso il malcontento per un decennio di politiche extraliberiste che hanno messo in ginocchio l’Ecuador. Ora il compito nelle mani del neo-presidente sicuramente è un compito difficile: c’è da risanare un intero paese attraverso profonde riforme sociali ed economiche, per di più senza la maggioranza nel congresso. Le buone premesse sembrano esserci, il rifiuto del trattato di libero commercio, che avrebbe distrutto l’agricoltura e l’industria ecuadoriana, è un primo passo, visti i precedenti in altri stati latinoamericani. C’è anche l’esigenza, però, per il bene dell’Ecuador, di riforme sociali concrete e di una assemblea costituente che rispecchi realmente le intenzioni espresse da Correa in campagna elettorale, senza finire con un buco nell'acqua come già successo nella storia di questo paese.

ecuador elezioni“Dopo moltissimi anni di politiche sociali ed economiche tese all’esclusione che hanno provocato e costretto il nostro popolo all’emigrazione, abbiamo vinto! Non sono riusciti a rubarci la speranza”, sono state le prime parole di Correa. “Il nostro sogno è costruire una patria in cui nessuno sarà più costretto ad emigrare per necessità, dove gli ecuadoriani che già sono emigrati possano tornare e trovare salute, educazione, lavoro e dignità”. Correa ha anche confermato il programma elettorale con cui vuole trasformare l’Ecuador. Il trattato di libero commercio (TLC) con gli Stati Uniti non verrà firmato; l’Ecuador non verrà coinvolto nel Plan Colombia, il piano di “lotta” al narcotraffico e alla guerrilla finanziato da Washington; sarà respinto l’accordo sulla base militare di Manta, non si permetterà più quindi l’entrata a gruppi militari stranieri in Ecuador; verrà rinegoziato il debito estero ecuadoriano.

Correa non si mostra preoccupato neanche quando gli ricordano che dovrà governare senza la maggioranza al congresso. “Rispetteremo al massimo le decisioni del congresso, faremo in modo che legiferi per il bene comune, però nel caso in cui troveremo davanti a noi un’opposizione scorretta e tesa esclusivamente ad ostacolare le leggi di cui avremo bisogno, non esiteremo a consultare il popolo”. Grande attesa anche per la formazione di una assemblea nazionale costituente, principale proposta della campagna elettorale di Correa.

Sorprendendo tutti il futuro presidente ha già annunciato chi farà parte del suo esecutivo. Il ministro del governo sarà Gustavo Larrea, dirigente di sinistra, esperto di diritti umani e già capo della campagna elettorale dello stesso Correa. Alberto Acosta, da sempre un duro critico della dollarizzazione, sarà il ministro dell’energia, mentre Ricardo Patiño sarà il ministro dell’economia. Correa ha annunciato anche che la presidenza dell’industria petrolifera statale Petroecuador sarà occupata da Carlos Pareja Yanuzzelli, cioè il responsabile della rottura del contratto con le imprese statunitensi, e già presidente alcuni mesi nel 2005 costretto però alle dimissioni per alcune pressioni ricevute. Importante anche un'altra dichiarazione del neopresidente che ha annunciato la presenza all’interno del suo governo anche di rappresentanti indigeni, settore della popolazione spesso discriminato e vittima di razzismo.

Correa, che lascia aperte le porte del suo governo a chiunque abbia “coscienza e mani pulite”, ha tenuto poi a sottolineare che manterrà la dollarizzazione (anche se l’obiettivo è tra quattro anni di rendersi indipendenti dal dollaro).

correa vince in EcuadorAnche l’Ecuador sembra aver voltato quindi a sinistra, Correa sembra intenzionato a lavorare affinché il paese andino consolidi le relazione con gli altri stati vicini e venga rafforzata l’idea di un’integrazione latinoamericana reale. Lasciamo ora il tempo a questo nuovo presidente per lavorare in modo da poterlo giudicare in base a promesse compite o meno, non come invece fa, per l’ennesima volta, “La Repubblica”, che continuando a cavalcare la scia dell’antichavismo a priori, nelle poche righe che oggi dedicava alle elezioni in Ecuador, catalogava Correa, troppo semplicemente, come “amico di Chàvez” senza preoccuparsi minimamente di analizzare i problemi ecuadoriani o di andare a vedere nei dettagli il programma elettorale del nuovo presidente.



 

venerdì 24 novembre 2006
Sono passati più di due mesi dalla scomparsa di Jorge Julio López, testimone chiave al processo contro Etchecolatz, però un dubbio ancora non è stato chiarito: qual è il reale significato di questa scomparsa? Nonostante la grande reazione del popolo argentino, sceso in massa nelle piazze per chiederne la liberazione, si teme per la fragile democrazia argentina e non solo.

jorge lopezVoglio partire dall’inizio della storia. Lo scorso 19 settembre il tribunale argentino emettendo una sentenza, straordinaria e di grande valore storico, ha condannato all’ergastolo l’ex commissario di polizia Miguel Etchecolatz, ossia uno dei più spietati e cruenti torturatori della dittatura militare argentina.

Nella sentenza il tribunale ha riconosciuto per la prima volta il genocidio e i crimini contro l’umanità avvenuti sotto la dittatura (si parla di circa 30'000 desaparecidos). L’Argentina così si butta alle spalle una vecchia decisione del suo congresso che, negli anni ’80, salvò gli ufficiali accusati di crimini contro l’umanità attraverso una legge tristemente conosciuta anche come “ley de Obediancia Debita y punto final”, una legge che macchiava terribilmente la nuova democrazia argentina e in pratica concedeva condono e amnistia verso crimini commessi dai militari durante gli anni della dittatura.

Finalmente Etchecolatz è stato così giustamente condannato all’ergastolo per vari omicidi, casi di tortura e privazioni di libertà.

Jorge Julio López, un muratore di 77 anni e vittima delle torture della dittatura, è stato il testimone chiave nella causa contro l’ex commissario Etchecolatz. Pochi giorni dopo la sentenza definitiva però, mentre era uscito per fare una passeggiata vicino casa, López è scomparso nel nulla e nessuno ha più saputo niente di lui.

Mentre vi scrivo sono passati più di due mesi da quel giorno, nel frattempo c’è stata più volte una forte mobilitazione popolare di tutto il popolo argentino per chiederne a voce alta la liberazione, Plaza de Mayo gremita di manifestanti è tornata ad essere il simbolo della condanna alla dittatura. Quello che rimane però, è il fatto che Jorge López è in pratica il 30'001 desaparecido argentino, il primo da quando l’Argentina è un paese democratico.

manifestacion por jorge lopezE’ chiaro che una sentenza che per la prima volta qualifica ufficialmente i crimini della dittatura con termini come genocidio o crimini verso l’umanità ha colpito al cuore di varie organizzazioni ancora dipendenti dall’oligarchia militare, che purtroppo l’Argentina non è riuscita ancora a debellare, e che anzi, tutt’ora, agiscono nella penombra usurpando la democrazia e invitando alla dissidenza. La scomparsa di Jorge López sembra essere un chiaro segnale, un segnale diretto al movimento popolare argentino. Sembra quasi un messaggio al popolo argentino che suona come: “Non cantate vittoria troppo presto, noi ci siamo ancora, e siamo ancora solidi e forti”.

Dante Roberti, un peronista sopravvissuto alla dittatura militare ha scritto circa la scomparsa di López: “Stiamo affrontando un gruppo che si può collocare con la destra fascista, ma non solo, questa forza non è da sola, è spalleggiata anche da alcuni gruppi economici, sia nazionali che stranieri, che non condividono l’operato dell’attuale governo”.

“Ogni volta che ne hanno la possibilità ne approfittano per dimostrare che sono presenti. Stiamo attenti, argentini, non possiamo permettere che il passato torni a ripetersi. Se realmente la scomparsa ha lo scopo di spaventarci che sappiano che stiamo portando avanti una politica di giustizia e andremo fino in fondo affinché verità sia fatta. Non abbiamo diritto ad avere paura” – queste sono stare le parole del presidente argentino Kirchner.

In pratica, però, c’è il forte sospetto che la scomparsa di López possa essere un segnale per l’intera America Latina. Le forze economiche che stanno dietro questo rapimento, ma anche dietro a molti mezzi d’informazione, non si rassegneranno tanto facilmente all’avanzata dei movimenti popolari che stanno riconquistando spazio all’interno del continente e che continuano a reclamare il potere (notizia di qualche giorno fa è l’arresto in Colombia di un giornalista di TeleSUR, un progetto informativo ritenuto scomodo da più parti).

Personalmente spero che il popolo argentino non si lasci intimidire, ma anzi che continuii, come ha fatto sino ad ora, a dimostrarsi forte ed unito a difesa della democrazia. Cerchiamo però di dare il giusto peso al rapimento di López, di non snobbarne l’effettiva importanza ed il reale significato. Non è solo opera di radicali gruppi di estrema destra, sicuramente c’è anche qualcun altro che cerca di approfittare dell’accaduto, magari mandando in questo modo forti messaggi non solo all’Argentina, ma anche al Venezuela, alla Bolivia e a tutti gli stati latinoamericani che stanno cercando di opporsi ai piani che qualcun altro aveva disegnato da più in alto.

La scomparsa di Jorge Julio López sicuramente causa indignazione e rabbia, ma questa rabbia non deve offuscarci gli occhi, non ci deve impedire di fermarci a riflettere e di trarne le giuste conclusioni.



 

I sottoscritti, membri o simpatizzanti della Rete in Difesa dell'Umanitá, denunciamo pubblicamente la detenzione del corrispondente di Telesur in Colombia e la criminalizzazione di questo canale latinoamericano che questa incarcerazione nasconde.

Esigiamo la libertá immediata di Fredy Muñoz, il rispetto della libertá di stampa in Colombia e la fine di qualunque manovra che attenti contro il progetto informativo di Telesur.

Inviare adesioni all'e-mail libertadparafredy@gmail.com specificando nome, cognome, professione e paese.


 

giovedì 23 novembre 2006
Muñoz AltamirandaGentile Direttore Ezio Mauro,
meno male che fu lo stesso Omero Ciai, in una discussione sul blog dello storico e studioso di America Latina, Gennaro Carotenuto, ad ammettere che La Repubblica si occupa pochissimo di Colombia: “negli ultimi anni ci siamo occupati di Colombia solo per il sequestro Betancourt” (avvenuto nel 2002).

Così adesso, oltre ad aspettarci di leggere notizie provenienti dalla Colombia solo nel caso che la Betancourt venga liberata, (in quanto a dire di Ciai una guerra civile che va avanti da più di 50 anni non interessa a nessuno), non ci meravigliamo del fatto che l’arresto del corrispondente di TeleSUR in Colombia avvenuto il 12 novembre scorso per La Repubblica semplicemente non sia una notizia per cui valga la pena scrivere almeno poche righe. Il giovane Fredy Muñoz Altamiranda è stato accusato sulla base di semplici testimonianze senza nessun fondamento, di essere un terrorista, ribelle, appartenente alle FARC. L’arresto è stato condannato con forza da tutte le federazioni latinoamericane dei giornalisti nonché da Reporters sans Frontières che ne chiede l’immediata scarcerazione. Il fatto assume un aspetto ancora più inquietante in quanto si ipotizza un tentativo di colpire direttamente l’emittente televisiva TeleSUR e ciò che essa rappresenta nel nuovo panorama politico latinoamericano.

Bastavano veramente poche righe.

E proprio mentre oggi, 23 novembre, pubblicate l'editoriale in prima pagina di Timoty Garton Ash, il quale afferma che "i giornalisti si sono tradizionalmente attribuiti un ruolo di vigilanza nei confronti del potere, fosse esso politico, militare o economico" viene spontaneo chiedersi se per La Repubblica questo abbia sempre valore.

Antonio Pagliula - http://verosudamerica.blogspot.com/
Annalisa Melandri - www.annalisamelandri.it
Elio Bonomi - http://wwwmondolibero.blogspot.com


Scossi e arrabbiati dal silenzio della stampa italiana circa l’arresto di Fredy Muñoz Altamiranda, corrispondente e membro fondatore di TeleSUR, il sottoscritto, insieme ad Annalisa Melandri ed Elio Bonomi (entrambi autori di blog dedicati all’America Latina), ha deciso di inviare questa lettera al quotidiano “La Repubblica”.

Riporterò ora un articolo dal blog di Annalisa utile per farsi un’idea sull’ingiusto arresto di quest’inviato di TeleSur:

ATTACCO COLOMBIANO A TELESUR - UNA COINCIDENZA?

TELESURFredy Muñoz Altamiranda da domenica 12 novembre si trova in stato di arresto a Bogotà con l’accusa di essere un terrorista. Fredy è il corrispondente dalla Colombia di TeleSUR, nonché membro fondatore dell’emittente televisiva..

Domenica sera al suo arrivo all’aeroporto di Bogotà di ritorno da Caracas dove si era recato per un corso di formazione audiovisiva, è stato prelevato da agenti del DAS (il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza colombiano) e condotto nei loro uffici dove da allora si trova formalmente in stato di arresto.

Egli è inoltre imputato dal servizio di sicurezza di far parte del fronte 37 delle FARC e di ribellione. Nell’inchiesta condotta dalla Fiscalía 5 di Barranquilla (dove verrà presto trasferito) il giovane giornalista è accusato da alcuni testimoni di essere un addetto agli esplosivi del gruppo sovversivo delle FARC e di aver partecipato ad attentati contro le infrastrutture del Paese. Secondo i testimoni Altamiranda avrebbe partecipato ad attentati contro le centrali elettriche di ElectroCosta.

In una lettera pubblica lo stesso Fredy informa:”Questa è un’accusa che come me hanno subito centinaia di giornalisti nel mondo, dal momento che l’unilateralismo statunitense accusa di terrorismo coloro i quali gli si oppongono con la ragione e con le prove”. Egli ha potuto affermare inoltre che “questo è un colpo in più inferto al giornalismo libero e critico” e che “pretendono di piegarlo con la forza e la falsità”. Ha inoltre ringraziato tutti coloro che gli sono vicini e che gli insegnano a “ non perdersi d’animo perché fare giornalismo è rendere pubblico quello che non si vuole che si sappia”.

Il presidente di TeleSUR Andrés Izarra ha segnalato, in una intervista relativamente all’accaduto, che non esclude ci sia una relazione “con interessi che pretendono colpire la credibilità di TeleSUR e colpire le relazioni bilaterali tra Colombia e Venezuela… Contro TeleSUR è stata attuata ogni tipo di manovra, accusa, falsità e disprezzo, similmente come è stato fatto contro il Venezuela e il processo di integrazione. Casualmente le accuse più aggressive e le offese più dure che abbiamo subito a TeleSUR vengono dalla Colombia”.

E forse Fredy Muñoz Altamiranda è diventato scomodo in Colombia proprio perché rendeva pubbliche troppe cose e dava voce a chi generalmente voce in Colombia non ne ha: dalla cronaca delle manifestazioni dei familiari dei desaparecidos, ai recenti omicidi di insegnanti (11 solo nei primi quattro mesi dell’anno) da parte dei paramilitari, alla diffusione della notizia che lo Stato Colombiano è stato dichiarato (dal Consiglio di stato, il massimo tribunale del paese) responsabile per “inefficienza” della morte dei 63 soldati avvenuta nel corso di un’azione contro le FARC .

In una conversazione telefonica che ha potuto avere con TeleSUR lunedì scorso, Fredy Altamiranda ha lanciato un appello a tutta la comunità internazionale affinché si presti molta attenzione a ciò che accade in Colombia e che secondo la sua opinione in quel paese “dire la verità è pericoloso”. Questa però non è una novità come non è una novità che ciò che si verifica in Colombia, accade sotto l’indifferenza del mondo intero.

La FELAP (Federazione latinoamericana dei giornalisti) ha lanciato un appello nel quale “manifesta profonda preoccupazione e opposizione alla detenzione del corrispondente di TeleSUR a Bogotà”. La FELAP “si unisce alla denuncia di questo grave attacco alla libertà di espressione e al libero esercizio della professione ed esige che le autorità colombiane liberino immediatamente il giornalista in carcere”. Termina il comunicato affermando che “la detenzione di Muñoz Altamiranda presuppone l’intenzione di colpire un progetto come quello di TeleSUR di chiaro impegno verso una informazione che si confronta con l’atteggiamento di coloro i quali detengono l’opprimente egemonia della comunicazione, a partire dai monopoli e oligopoli nazionali e internazionali”.

In uno scenario latinoamericano dove sempre più si vanno stringendo alleanze scomode per gli Stati Uniti e dove governi e uomini di sinistra prendono il posto dei soliti fantocci filoamericani, la Colombia si va sempre più delineando come il fedele alleato di Washington. Álvaro Uribe Vélez, preoccupato probabilmente dai risultati delle recenti elezioni americane, ma forse di più dalle dichiarazioni di Jorge 40 e di Salvatore Mancuso, storici capi paramilitari, i quali si sono detti disposti a “dire tutta la verità sui loro legami con la classe politica”, proprio nei giorni scorsi è volato negli Stati Uniti per chiedere la proroga del Plan Colombia , in scadenza proprio a dicembre e di fatto fallimentare in quanto non ha raggiunto nessun risultato nella lotta alla droga e alla guerriglia.

Suona quanto meno strana questa coincidenza e se Andrès Izarra ha la diplomazia di parlare di casualità nel fatto che le accuse più aggressive verso l’emittente televisiva che, ricordiamolo, nasce grazie all’impegno di paesi come il Venezuela, l’Argentina l’Uruguay e Cuba con lo scopo preciso di contrastare il monopolio mediatico statunitense sul continente latinoamericano, noi non possiamo fare a meno di chiederci che promessa abbia fatto il Dr. Uribe a Washington in cambio della conferma del Plan Colombia e probabilmente in cambio di protezione negli Stati Uniti se le rivelazioni di Jorge 40 e di Mancuso dovessero rivelarsi troppo esplosive.



 

martedì 21 novembre 2006
Mi sembra importante portare a conoscenza la vera storia di Portorico. Una storia che forse in pochi conoscono realmente: un popolo colonizzato dagli Stati Uniti da più di un secolo che chiede essenzialmente il rispetto del suo diritto all’autodeterminazione e l’avvio, il più velocemente possibile, di un programma di decolonizzazione che porti all’indipendenza.

mappa portoricoRappresentanti e leader politici di 22 paesi si sono incontrati questo fine settimana a Panama per chiedere ed esigere l’indipendenza di Portorico, occupato dal 1898 da parte degli Stati Uniti.

Uniti dallo slogan: “America Latina unita per l’indipendenza della popolazione portoricana”, circa 200 delegati dei vari stati, a chiusura del congresso latinoamericano e caraibico per l’indipendenza di Portorico celebrato la settimana scorsa, hanno approvato una dichiarazione finale che prevede anche la creazione di un comitato permanente di lavoro formato da 15 persone e destinato a promuovere la causa portoricana.

Il leader del PIP (partido intependentista de Puerto Rico), Rubén Berríos ha dichiarato che lo scopo della dichiarazione e dell’incontro era creare, attraverso tutti i governi e le forze politiche della regione, dei comitati di appoggio e solidarietà che riescano a formare una coscienza sociale, in modo che anche il Portorico possa entrare a far parte finalemente delle nazioni libere. “Il colonialismo che ancora domina il Portorico è un affronto per l’intera America Latina, siamo l’unica grande colonia che rimane ancora al mondo”, ha segnalato Berríos, ricordando la lunghissima lotta dei portoricani per la liberazione.

La dichiarazione stabilisce anche l’appoggio dei delegati del comitato alle campagne per il raggiungimento di una pronta scarcerazione dei prigionieri politici portoricani attualmente detenuti nei carceri statunitensi. Tra questi si ricordano Carlos Alberto Torres, Oscar López Rivera e Haydée Beltrán, detenuti da 25 anni, e José Pérez González, condannato a cinque anni di prigione per essersi opposto ai bombardamenti della marina degli Usa sull’isola di Vieques, territorio ed acque portoricane.

Il presidente di Panama neo-membro del Consiglio di Sicurezza Onu, Martín Torrijos, ha sottolineato che l’America Latina ha l’obbligo di incoraggiare un dialogo mirato ad ottenere l’indipendenza del Portorico dagli Stati Uniti. “Non si può più giustificare nessuna forma di colonialismo nel XXI secolo”, sono state le sue parole nel discorso conclusivo, nel quale ha aggiunto: “Per i popoli latinoamericani aiutare a correggere quest’anomalia deve essere priorità assoluta”.



portorico liberoStoria di Portorico:

Nel 1898 gli USA invadono Portorico. Gli USA instaurano un governo militare che dura fino al 1990 e un regime civile di carattere assolutista: si impone la lingua inglese in tutto il sistema educativo del paese, come tecnica di assimilazione culturale, finché le lotte del popolo restituiscono nel 1948 la lingua di Portorico, lo spagnolo, alle scuole pubbliche dell'isola. Nel 1917 il governo degli USA impone la cittadinanza nordamericana ai Portoricani, nonostante l'opposizione unanime della Camera dei Delegati, in quel momento unico corpo legislativo di elezione popolare. Tale cittadinanza ha permesso agli USA d'inviare i Portoricani in guerre dove essi sono morti in maggior numero che i nordamericani. Le relazioni tra USA e Portorico sono configurate da quanto stabilito dal Tribunale Supremo Nordamericano: "Portorico appartiene agli Stati Uniti, ma non è parte degli Stati Uniti". Questo stesso Tribunale riconosce la sovranità piena del Congresso USA su "la proprietà di Portorico", acquisita come bottino di guerra al termine della Guerra Ispanoamericana, bottino che include sia la terra che gli abitanti.

A questo sistema di controllo assoluto si sono affiancati programmi di esperimenti umani che in alcuni casi hanno assunto carattere di genocidio, come gli esperimenti di tecniche anticoncezionali sulle donne, fino ad arrivare alla sterilizzazione di circa un terzo della popolazione femminile in età fertile; gli esperimenti sugli effetti delle radiazioni; gli esperimenti di iniezione di cellule cancerogene in pazienti che non erano soggetti volontari.

A quanto detto occorre aggiungere l'esodo massiccio della popolazione, che ha avuto come risultato l'emigrazione di quasi metà del popolo portoricano verso gli USA. Sia la politica di emigrazione forzosa che la sterilizzazione di massa delle donne sono condannate dalla convenzione sul genocidio, approvata dalle nazioni unite nel 1948, che definisce il genocidio come azioni effettuate "con intenzione di distruggere parzialmente o totalmente un gruppo nazionale, deliberatamente imponendo al gruppo condizioni di vita mirate a produrre la sua distruzione fisica totale o parziale e imponendo misure destinate a evitare le nascite nel gruppo".

Le Nazioni Unite, sia nella Carta che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e nelle Convenzioni Internazionali sui diritti economici, sociali e culturali, politici e civili, stabiliscono non solo che la libera autodeterminazione è un diritto umano fondamentale ma anche che il conseguimento della stessa è imprescindibile al fine di conseguire ogni altro diritto. Da qui il ruolo fondamentale dell'ONU nella lotta al colonialismo. Di qui anche le sue risoluzioni che dichiarano il colonialismo crimine contro l'umanità e l'appello affinché nell'anno 2000 il colonialismo, come sistema di dominazione razzista e oppressiva, sparisca dalla Terra.

Dal 1972, il Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto di Portorico alla libera autodeterminazione e indipendenza; dal 1973 l’Onu ha chiesto agli USA che assumano tutte le misure necessarie perché Portorico possa esercitare tale diritto.

Gli USA hanno ignorato completamente queste richieste e, tutt'ora, il caso coloniale di Portorico è ancora senza soluzione. Il persistere di questa relazione coloniale è condannato da tutte le componenti ideologiche del paese, anche da coloro che aspirano all'annessione al paese dominante.

Nel febbraio 2000 quasi 100.000 portoricani si sono radunati (per quella che è stata probabilmente la più grande dimostrazione popolare mai organizzata nella storia del paese) per protestare contro i progetti della marina degli Stati Uniti di riprendere le esercitazioni sull'isola di Vieques. La folla sventolava bandiere portoricane e striscioni con richieste di pace. Nonostante le affermazioni degli organizzatori circa la non politicità della manifestazione, molti membri del Partito Indipendentista vi hanno preso parte. Il 24 aprile 2001, il governo portoricano promulgò una legge che proibiva le attività che producevano più di 200 decibel di rumore; gli ufficiali statunitensi ammisero che i ripetuti bombardamenti su Vieques infrangevano la nuova legge ma stabilirono che comunque avrebbero continuato a bombardare. Nel giugno 2001, invece, l'amministrazione statunitense dichiarò che la marina avrebbe smesso le esercitazioni a Vieques a partire dal primo maggio 2003. Grazie alla fortissima mobilitazione popolare la data di chiusura è stata rispettata. L'area dovrà essere smilitarizzata, decontaminata dall'uranio impoverito, restituita ai portoricani affinché sia avviato il suo sviluppo sociale ed economico sulla base della ecocompatibilità.

Il caso coloniale di Portorico rivela la relazione disuguale tra un paese piccolo, dominato e un paese grande, dominatore, relazione in cui ha la meglio l'abuso continuato del diritto. Davanti a questa debolezza di Portorico sotto l'amministrazione coloniale degli USA, è necessario che si alzi la voce morale dell'America Latina e del Caribe per reclamare l'immediata cessazione del colonialismo in Portorico e la scarcerazione dei suoi prigionieri politici.



 

venerdì 17 novembre 2006

Il 26 novembre ci sarà il ballottaggio tra Rafael Correa e Álvaro Noboa in Ecuador. I sondaggi pre-elettorali danno in perfetta parità i due candidati. Nel frattempo i giornalisti si rivoltano contro Noboa mentre la OFP (Organización Frente Popular) si schiera ufficialmente con Correa.

Solo tra 10 giorni sapremo chi sarà il nuovo presidente in Ecuador, intanto il testa a testa tra i candidati continua e tutti i sondaggi danno praticamente vicinissime le percentuali di voto. Si deciderà tutto in questi pochi giorni che mancano al ballottaggio visto che ancora si stima vicina al 23% la percentuale degli indecisi.

Intanto ieri è arrivata l’ufficializzazione che la OFP (Organización Frente Popular) appoggerà Correa al secondo turno. Questa organizzazione, che raggruppa tutta la comunità educativa in Ecuador, attraverso un comunicato ai suoi iscritti (per lo più contadini, comunità indigene, piccoli commercianti e operai) ha invitato a votare per Rafael Correa, sottolineando che altrimenti sarebbe come favorire ed appoggiare il TLC (trattato di libero commercio) che Noboa e il suo “Partido Renovador Institucional de Acción Nacional ” (PRIAN) sono intenzionati a stringere con gli Stati Uniti in caso di vittoria alle urne.

La campagna elettorale diventa quindi sempre più calda ed infuocata. Anche le associazioni dei giornalisti si sono rivoltate ieri contro Noboa dopo gli attacchi e le critiche ricevute dall’aspirante presidente nelle scorse settimane. La UNP (Unión Nacional de Periodistas) accusa Noboa di cercare di limitare la libertà di espressione e i principi democratici. “Il candidato alla presidenza della Repubblica non si è trovato d’accordo per le critiche ricevute da alcuni mezzi di comunicazione, o da parte di qualche giornalista. La reazione è stata attaccare verbalmente i media e criticare il loro operato, però in qualche modo attaccare i mezzi di comunicazione è attentare contro la libertà di espressione e di pensiero” – sono state le parole di Héctor Espin, presidente della UNP. Álvaro Noboa, secondo le associazioni dei giornalisti, non accetta le critiche nei suoi confronti e nei suoi discorsi attacca ripetutamente i media che, per questo, temono una libertà di espressione limitata in caso di vittoria di Noboa nella corsa alla presidenza. “Noi crediamo in un giornalismo indipendente, in un giornalismo che in nessun modo sia subordinato al potere ma che anzi sia critico e utile alla comunità. Per questo motivo non troviamo giustificazione alcuna all’attitudine di Noboa di attaccarci, un’attitudine sicuramente autoritaria ed antidemocratica” – ha dichiarato ieri Paco Velasco, direttore di “Radio Luna” vittima anche lui delle aggressioni del leader del PRIAN.

correa rafaelNonostante tutto, però, Noboa rimane sicuramente il candidato favorito anche se di pochi punti percentuali, e pensare che prima delle elezioni era dato addirittura fuori dal ballottaggio. Per chi non lo sapesse, Noboa è anche l’uomo più ricco dell’Ecuador e un gran magnate della produzione delle banane. Poco prima delle elezioni aveva affermato parlando del suo rivale dato in testa a tutti i sondaggi: “Correa è un amico dei terroristi, un comunista, un dittatore con l’immagine di Cuba in mente... la mia proposta è che l’Ecuador sia come la Spagna, il Cile, l’Italia paesi dove ci sono libertà e democrazia”. Effettivamente Noboa mi ricorda molto un esponente della peggiore democrazia italiana, anche lui è l’uomo più ricco del paese e non ha buonissimi rapporti con i media, tanto da arrivare a censurare alcuni giornalisti delle reti pubbliche. Se poi aggiungiamo le notizie di questi giorni sui tentati brogli italiani con i sospetti di brogli elettorali nel primo turno in Ecuador le cose in comune tra Noboa e Berlusconi potrebbero aumentare a vista d’occhio.

A parte queste similitudini forse azzardate, sinceramente ritengo Noboa il peggior candidato in questo momento per l’Ecuador, un paese che non si può più permettere di essere portato alla rovina da un trattato di libero commercio con gli Usa. Molto probabilmente però sarà proprio Noboa il vincitore il prossimo 26 novembre, anche perché gli Stati Uniti, interessati al TLC, si sono già adoperati a paragonare Correa a Chàvez e Morales. Correa, che non è poi tanto simile a Chàvez, visto che è anche un ex ministro dell’economia e che il suo orientamento è solo moderatamente antiliberista, ha annunciato già che non stipulerà il trattato di libero commercio, che non rinnoverà con gli Usa l’accordo sulla base militare di Manta e che non permetterà l’entrata a gruppi militari stranieri in Ecuador, tutte dichiarazioni non gradite agli Usa.

C’è da sperare nella rimonta elettorale di Correa ma anche e soprattutto in un turno elettorale più democratico e “pulito” di quello del 15 ottobre, dove il ritiro dell’incarico di scrutinare i voti elettronici alla società brasiliana che doveva occuparsene, a poche ore dalla chiusura dei seggi, ha fatto pensare male in tanti e sicuramente contribuisce solo ad aumentare dubbi e perplessità sulle libere elezioni ecuadoriane. D’altronde dopo l’esperienza messicana è giusto vigilare…



 

mercoledì 15 novembre 2006
Oaxaca è oggi, più che mai, Messico.

Manifestiamo la nostra solidarietà con il popolo di Oaxaca!

Venerdì 17 Novembre 2006 dalle ore15:00 alle ore 19:00.
Si terrà un presidio al consolato messicano a Milano in via cappuccini ,4 (fermata metropolitana “Palestro”.

Prosegue fino a giovedì 16 novembre la raccolta delle firme all’appello da inviare alle rappresentanze del governo messicano in Italia, e statali e federali messicane, agli organismi di dirittu umani messicani, alla stampa nazionale messicana, al popolo di Oaxaca.
Mandare le adesioni a: info@coordinadora.it

Volevo segnalare un’iniziativa in appoggio al popolo di Oaxaca alla quale aderirò anche io venerdì 17 novembre a Milano.

Il presidio è stato autorizzato ieri pomeriggio dalla questura per le ore 15 in via cappucini angolo via vivaio.

Invito alla massima partecipazione.



 

lunedì 13 novembre 2006
Continua il programma di nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia. Morales, zittendo le critiche interne ed esterne, stupisce per efficacia e rispetto delle tempistiche del programma. Intanto i primi introiti della nazionalizzazione vengono utilizzati per combattere storici problemi sociali, in particolare l’analfabetismo.

Il 28 ottobre è stato compiuto un altro passo importante nel piano della nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia. "Da ora tutte le imprese petrolifere straniere che operano nel paese hanno firmato nuovi contratti con la compagnia statale Yacimientos petrolíferos fiscales bolivianos (Ypfb)", scrive il settimanale Pulso, da sempre molto critico nei confronti del presidente Morales.

L'annunciato programma di nazionalizzazione degli idrocarburi non è completo, ma i contratti stipulati con le multinazionali – anche con quelle che in futuro probabilmente saranno espropriate – è un passo avanti fondamentale. Secondo Pulso i nuovi accordi non sono il massimo, ma sono migliori di quelli precedenti: "Ora le aziende non potranno più permettersi il lusso di fissare un prezzo per il gas boliviano inferiore ai parametri regionali come quando vendevano alle loro succursali all'estero".

Il settimanale, che aveva dubitato della possibilità di realizzare la nazionalizzazione in tempi brevi, chiede scusa: "Siamo stati ingenui e abbiamo sbagliato. Il governo ha fatto bene ad andare avanti per la sua strada".

Intanto Morales non si ferma, ed annuncia che i primi introiti derivanti dalla nazionalizzazione saranno utilizzati nella lotta contro l’analfabetismo. Notizia di ieri è infatti l’istituzione di un buono di 25 dollari, chiamato “Juancito Pinto”, a favore dei bambini che frequentano le scuole primarie.

Più di un milione di bambini riceveranno il buono di 200 bolivianos (circa 25 dollari). Lo scopo è quello di aiutare tutte le famiglie che non possono permettersi di far studiare i propri figli.

Morales ha sottolineato che l’obiettivo che si vuole perseguire con questo aiuto alle famiglie è quello di cercare di abbassare l’indice di analfabetismo in Bolivia, seguendo così anche il programma stipulato i primi mesi del 2006 con Venezuela e Cuba e mirato appunto a combattere questo grave problema sociale. Voglio ricordare che proprio per questo programma Cuba, solo una settimana fa, ha ricevuto il premio Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) per l’alfabetizzazione.

“Il sussidio, che rientra nel piano nazionale di sviluppo "Bolivia Digna, Soberana, Productiva y Democrática para Vivir Bien", è mirato a cercare di scongiurare l’abbandono scolastico prematuro e far sì che tutti riescano a portare a termine il quinto anno di scuola primaria, proprio per questo sarà destinato anche a chi frequenta le scuole serali”, ha aggiunto Morales. Il buono è stato chiamato “Juancito Pinto” in omaggio appunto a Juancito, un bambino di soli 12 anni che lottò e morì nella guerra del Pacifico più di un secolo fa.




 

sabato 11 novembre 2006
Il governo dell’Uruguay ha annunciato ieri la cancellazione definitiva del suo debito pendente nei confronti del Fondo Monetario Internazionale.

Anche il governo di Tabaré Vázquez si unisce così al cammino intrapreso prima dal Brasile e immediatamente dopo dall’Argentina. Il ministro dell’economia uruguayano, Danilo Astori, ha annunciato ieri nella conferenza stampa che si tratta “dell’inizio di una nuova tappa nelle relazioni tra Uruguay e il FMI”. “La cancellazione totale del nostro debito con il Fondo Monetario Internazionale sarà integrata anche dalla cancellazione del programma vigente con il FMI accordato nel 2005 e che sarebbe stato valido sino al 2008, da questo momento in avanti invece tra l’organismo internazionale e l’Uruguay si limiterà solo ad uno scambio di opinioni e riflessioni” – ha poi aggiunto il ministro dell’economia.

Per quanto riguarda la cancellazione del programma del FMI per l’Uruguay, che proprio questa settimana aveva inviato una delegazione per la revisione nel paese, Astori ha affermato che “ha un essenziale significato, perché è la fine della dipendenza che oggi ha l’Uruguay nei confronti del Fondo Monetario Internazionale”. “Le conseguenze saranno l’aumento del margine di indipendenza delle nostre decisioni, che non sono mai state in discussione da un punto di vista di programmazione, ma che, senza dubbio, erano condizionate da alcune esigenze che spesso si convertivano in vere e proprie restrizioni. A partire da questo momento invece, l’Uruguay opererà sugli stessi progetti con una facilità di movimento maggiore a quella che aveva quando era condizionati da fuori.” – assicurava ieri Astori.

Nonostante questo il ministro concludeva: “Vogliamo mantenere comunque un rapporto d’amicizia con il FMI, così come vogliamo un’uscita dal programma senza traumi e per questo ci sottoporremo all’ultima revisione del Fondo a dicembre 2006”.


Fonte “Noticias del Mercosur” - traduzione in italiano Antonio Pagliula


 

giovedì 9 novembre 2006
Le Nazioni Unite hanno approvato ieri, con una maggioranza schiacciante, la condanna al blocco economico che gli Stati Uniti mantengono su Cuba. Il cancelliere cubano, Felipe Pérez Roque, ha manifestato soddisfazione e speranza.

L’assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha approvato mercoledì una risoluzione che condanna e rifiuta il blocco economico degli Stati Uniti contro Cuba, esigendo così la fine di questa misura che pesa sulla nazione cubana dal 1962. Con una maggioranza schiacciante e per il 15esimo anno consecutivo, l’organismo internazionale ha condannato il blocco imposto sull’isola caraibica, con 183 voti a favore, 4 contrari e 1 astenuto.

Si può immaginare quali sono gli stati che hanno votato contro: logicamente gli Stati Uniti d’America insieme ad Israele, ai quali questa volta si sono aggiunti i voti addirittura delle Isole Marshall e di Palau (un’isoletta dell’Oceano Pacifico con 19'000 abitanti). L’astenzione è stata della Micronesia.

Il cancelliere cubano Felipe Pérez Roque, che presentò la risoluzione con un discorso all’ONU, ha accolto i risultati con beneplacito. Durante il suo discorso, che ha preceduto la votazione, Pérez Roque ha definito la guerra economica imposta dagli Stati Uniti contro Cuba, come la più prolungata e crudele che la storia abbia conosciuto, qualificandola come un atto di genocidio che costituisce una fragrante violazione del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

La risoluzione approvata questo mercoledì ha ottenuto il maggior numero di voti di sempre. Il documento accoglie le denuncie espresse da L’Avana, è stato elaborato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e s’intitola “La necessità di mettere fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti su Cuba”.

In sede Onu si sono anche espresse le preo