giovedì 30 novembre 2006
Riporto oggi la testimonianza di Valerio Evangelisti, noto scrittore e attualmente direttore editoriale di Carmilla on line, che in ritorno dal Messico, in una mail privata che mi ha gentilmente autorizzato a riportare, ha descritto la realtà dello stato di Oaxaca credo meglio di molti quotidiani italiani.

collare spezzato"...vediamo di capire un po' meglio cosa sta succedendo a Oaxaca. Va considerato che si tratta di uno Stato dall'estensione enorme, e con condizioni molto diseguali al suo interno. La Costa Pacifica, per esempio, se la passa benino, e così la regione dell'Istmo di Tehuantepec (che ha avuto la fortuna di dare i natali al governatore Ruíz e al suo predecessore Murat, anche lui priista). Invece la miseria regna nella Sierra Madre del Sud, dove ho potuto vedere villaggi costituiti interamente da baracche di legno, inesistenti nella regione costiera. Nelle zone montagnose e miserabili, così come nei quartieri poveri della città di Oaxaca, esistono collettivi locali, piccoli sindacati contadini, comunità indigene (autonome dallo Stato, per quanto riguarda la vita amministrativa), gruppi cattolici di base, ecc.

Circa 400 di questi gruppi, integrati anche da studenti, hanno dato vita a una loro organizzazione, la APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca). Il governatore Murat cercava di tenersi buona la APPO con periodiche elargizioni di denaro, destinate ad attività locali e a piccoli lavori. Ulíses Ruíz, attuale governatore del PRI, ha invece sospeso queste donazioni, dicendo che non si sapeva dove finivano quei soldi.

Discorso in apparenza plausibile, se non fosse che nel contempo Ruíz si appropriava di 80 milioni di pesos e, valendosi delle proprie prerogative, si sottraeva a ogni inchiesta sull'ammanco. Nel contempo iniziavano, sulla Sierra, a essere uccisi o rapiti contadini legati ai gruppi della APPO. In un caso furono ritrovati 17 cadaveri in una volta. Furono accusati altri contadini presuntivamente legati all'EPR Esercito Popolare Rivoluzionario, un gruppo guerrigliero nato nel 1996 e poi divisosi in una decina di frazioni). Due anni dopo, però, gli arrestati dovettero essere rilasciati perché completamente innocenti, mentre tutto faceva convergere i sospetti sulle bande paramilitari di Ruíz.

Quando, in giugno, è scoppiato lo sciopero dei maestri elementari, la APPO si è unita all'agitazione, e ha occupato la piazza principale di Oaxaca, gli uffici governativi, la televisione locale, alcune radio, chiedendo le dimissioni del governatore. Ruíz, dal canto suo, ha detto che la faccenda riguardava il governo federale, e si è ritirato in una sua villa a Città del Messico.

Quanto al presidente Fox, si è lavato le mani di tutto finché non è stato ucciso un fotografo americano (i 13 messicani morti in precedenza, evidentemente, contavano molto meno). Allora ha inviato quasi 5000 agenti della Polizia Federale Preventiva a sgomberare il centro di Oaxaca, in cui la APPO era attestata. Gli insubordinati hanno trovato riparo nell'Università Autonoma di Oaxaca e collocato un accampamento presso il convento di San Domenico.

Il resto è storia di questi giorni. In tutto ciò il PRD e López Obrador c'entrano poco o nulla. La APPO ha in mente una sua forma di governo basata sul modello delle comunità indigene, e ha accolto con un certo fastidio il tardivo interesse della sinistra parlamentare nei suoi confronti.

Tutti quanti, da Fox, a Calderón, a López Obrador sono convinti che le dimissioni di Ruíz risolverebbero il conflitto, ma il "Gober Penoso" (così ribattezzato in assonanza al "Gober Precioso", un governatore di nome Precioso, trovato colpevole di pedofilia eppure rimasto al suo posto) non se ne vuole andare.

Devo però, onestamente, dire anche l'altra faccia della medaglia. Lo sciopero dei maestri, prolungato per cinque mesi, ha causato in tutto lo Stato problemi gravissimi alle famiglie e soprattutto ai bambini, a rischio di perdita dell'anno scolastico. L'economia statale, in larga misura fondata sul turismo, ha subito un colpo durissimo, con negozi e alberghi costretti a chiudere e migliaia di posti di lavoro perduti. Ciò ha fatto schierare molti oaxaquegni non con Ruíz, ma certo contro la APPO, almeno nelle zone di maggior benessere.

La società è nettamente divisa in due, e lo si vede bene dai due quotidiani di Oaxaca: "Noticias", pro APPO, e "El Imparcial", anti APPO. Anche se se ne andasse Ruíz, non c'è dubbio che rimarrebbero i problemi di dislivello sociale, del resto comuni a tutto il Messico".

In questo video, la sessione di ieri del Parlamento messicano, a due giorni dall'insediamento di Felipe Calderón:
http://video.google.com/videoplay?docid=8269792203030909054
Un deputato del PRD è stato ricoverato a causa di uno spray al pepe spruzzatogli negli occhi.

Intanto Calderón ha designato quale Segretario di Governo (una figura a metà tra il primo ministro e il portavoce della presidenza) l'ex governatore dello Stato di Jalisco, accusato da vari comitati per i diritti umani di essere il mandante di almeno sette omicidi politici, e sotto processo per assassinio (vedi articolo di Gennaro Carotenuto a riguardo: Messico, il ministro della tortura).

Della serie: chi ben comincia...

Dubito che troverete queste notizie su "La Repubblica".

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di Antonio Pagliula ~ 11:43 AM

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lunedì 27 novembre 2006
Dai dati che arrivano dal Tribunale Supremo elettorale ecuadoriano la vittoria del candidato di sinistra, Rafael Correa, risulta schiacciante: anche l’Ecuador svolta, quasi a sorpresa, a sinistra.

correa nuovo governoAnche se ancora parziali, i risultati del ballottaggio in Ecuador non lasciano grandi margini di dubbio: Rafael Correa 68,8% - Álvaro Noboa 31,72%. Netta quindi l’affermazione del candidato di sinistra che va oltre le più rosee previsioni della vigilia. Correa, che al primo turno aveva meno voti di Noboa, è riuscito a convincere molti degli indecisi soprattutto in alcune regioni dell’Ecuador, risultate determinanti ai fini del successo: “la sierra”, roccaforte dei settori moderati e dei professionisti, Quito, e soprattutto le regioni dei piccoli produttori di banane (prodotto su cui si basa buona parte dell’economia del paese) come ad esempio nella provincia di El Oro.

L’appoggio dei piccoli imprenditori in particolare è risultato decisivo e ha confermato il malessere, già palesato da tempo, nei confronti delle grandi imprese “bananere” (per chi non lo sapesse Noboa, il candidato sconfitto, è anche l’uomo più ricco dell’Ecuador e un gran magnate della produzione delle banane). Anche tra i professionisti e le classi medie il voto a favore di Correa è stato praticamente un voto contro l’imprenditore multimilionario, i settori più culturalmente formati infatti, si sono sentiti profondamente irritati dalla campagna elettorale che ha condotto Noboa negli ultimi mesi.


Grandi sono le speranze che il popolo ecuadoriano ha quindi riposto in Correa. Un popolo che, con il voto di ieri, ha espresso il malcontento per un decennio di politiche extraliberiste che hanno messo in ginocchio l’Ecuador. Ora il compito nelle mani del neo-presidente sicuramente è un compito difficile: c’è da risanare un intero paese attraverso profonde riforme sociali ed economiche, per di più senza la maggioranza nel congresso. Le buone premesse sembrano esserci, il rifiuto del trattato di libero commercio, che avrebbe distrutto l’agricoltura e l’industria ecuadoriana, è un primo passo, visti i precedenti in altri stati latinoamericani. C’è anche l’esigenza, però, per il bene dell’Ecuador, di riforme sociali concrete e di una assemblea costituente che rispecchi realmente le intenzioni espresse da Correa in campagna elettorale, senza finire con un buco nell'acqua come già successo nella storia di questo paese.

ecuador elezioni“Dopo moltissimi anni di politiche sociali ed economiche tese all’esclusione che hanno provocato e costretto il nostro popolo all’emigrazione, abbiamo vinto! Non sono riusciti a rubarci la speranza”, sono state le prime parole di Correa. “Il nostro sogno è costruire una patria in cui nessuno sarà più costretto ad emigrare per necessità, dove gli ecuadoriani che già sono emigrati possano tornare e trovare salute, educazione, lavoro e dignità”. Correa ha anche confermato il programma elettorale con cui vuole trasformare l’Ecuador. Il trattato di libero commercio (TLC) con gli Stati Uniti non verrà firmato; l’Ecuador non verrà coinvolto nel Plan Colombia, il piano di “lotta” al narcotraffico e alla guerrilla finanziato da Washington; sarà respinto l’accordo sulla base militare di Manta, non si permetterà più quindi l’entrata a gruppi militari stranieri in Ecuador; verrà rinegoziato il debito estero ecuadoriano.

Correa non si mostra preoccupato neanche quando gli ricordano che dovrà governare senza la maggioranza al congresso. “Rispetteremo al massimo le decisioni del congresso, faremo in modo che legiferi per il bene comune, però nel caso in cui troveremo davanti a noi un’opposizione scorretta e tesa esclusivamente ad ostacolare le leggi di cui avremo bisogno, non esiteremo a consultare il popolo”. Grande attesa anche per la formazione di una assemblea nazionale costituente, principale proposta della campagna elettorale di Correa.

Sorprendendo tutti il futuro presidente ha già annunciato chi farà parte del suo esecutivo. Il ministro del governo sarà Gustavo Larrea, dirigente di sinistra, esperto di diritti umani e già capo della campagna elettorale dello stesso Correa. Alberto Acosta, da sempre un duro critico della dollarizzazione, sarà il ministro dell’energia, mentre Ricardo Patiño sarà il ministro dell’economia. Correa ha annunciato anche che la presidenza dell’industria petrolifera statale Petroecuador sarà occupata da Carlos Pareja Yanuzzelli, cioè il responsabile della rottura del contratto con le imprese statunitensi, e già presidente alcuni mesi nel 2005 costretto però alle dimissioni per alcune pressioni ricevute. Importante anche un'altra dichiarazione del neopresidente che ha annunciato la presenza all’interno del suo governo anche di rappresentanti indigeni, settore della popolazione spesso discriminato e vittima di razzismo.

Correa, che lascia aperte le porte del suo governo a chiunque abbia “coscienza e mani pulite”, ha tenuto poi a sottolineare che manterrà la dollarizzazione (anche se l’obiettivo è tra quattro anni di rendersi indipendenti dal dollaro).

correa vince in EcuadorAnche l’Ecuador sembra aver voltato quindi a sinistra, Correa sembra intenzionato a lavorare affinché il paese andino consolidi le relazione con gli altri stati vicini e venga rafforzata l’idea di un’integrazione latinoamericana reale. Lasciamo ora il tempo a questo nuovo presidente per lavorare in modo da poterlo giudicare in base a promesse compite o meno, non come invece fa, per l’ennesima volta, “La Repubblica”, che continuando a cavalcare la scia dell’antichavismo a priori, nelle poche righe che oggi dedicava alle elezioni in Ecuador, catalogava Correa, troppo semplicemente, come “amico di Chàvez” senza preoccuparsi minimamente di analizzare i problemi ecuadoriani o di andare a vedere nei dettagli il programma elettorale del nuovo presidente.



 

di Antonio Pagliula ~ 5:44 PM

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venerdì 24 novembre 2006
Sono passati più di due mesi dalla scomparsa di Jorge Julio López, testimone chiave al processo contro Etchecolatz, però un dubbio ancora non è stato chiarito: qual è il reale significato di questa scomparsa? Nonostante la grande reazione del popolo argentino, sceso in massa nelle piazze per chiederne la liberazione, si teme per la fragile democrazia argentina e non solo.

jorge lopezVoglio partire dall’inizio della storia. Lo scorso 19 settembre il tribunale argentino emettendo una sentenza, straordinaria e di grande valore storico, ha condannato all’ergastolo l’ex commissario di polizia Miguel Etchecolatz, ossia uno dei più spietati e cruenti torturatori della dittatura militare argentina.

Nella sentenza il tribunale ha riconosciuto per la prima volta il genocidio e i crimini contro l’umanità avvenuti sotto la dittatura (si parla di circa 30'000 desaparecidos). L’Argentina così si butta alle spalle una vecchia decisione del suo congresso che, negli anni ’80, salvò gli ufficiali accusati di crimini contro l’umanità attraverso una legge tristemente conosciuta anche come “ley de Obediancia Debita y punto final”, una legge che macchiava terribilmente la nuova democrazia argentina e in pratica concedeva condono e amnistia verso crimini commessi dai militari durante gli anni della dittatura.

Finalmente Etchecolatz è stato così giustamente condannato all’ergastolo per vari omicidi, casi di tortura e privazioni di libertà.

Jorge Julio López, un muratore di 77 anni e vittima delle torture della dittatura, è stato il testimone chiave nella causa contro l’ex commissario Etchecolatz. Pochi giorni dopo la sentenza definitiva però, mentre era uscito per fare una passeggiata vicino casa, López è scomparso nel nulla e nessuno ha più saputo niente di lui.

Mentre vi scrivo sono passati più di due mesi da quel giorno, nel frattempo c’è stata più volte una forte mobilitazione popolare di tutto il popolo argentino per chiederne a voce alta la liberazione, Plaza de Mayo gremita di manifestanti è tornata ad essere il simbolo della condanna alla dittatura. Quello che rimane però, è il fatto che Jorge López è in pratica il 30'001 desaparecido argentino, il primo da quando l’Argentina è un paese democratico.

manifestacion por jorge lopezE’ chiaro che una sentenza che per la prima volta qualifica ufficialmente i crimini della dittatura con termini come genocidio o crimini verso l’umanità ha colpito al cuore di varie organizzazioni ancora dipendenti dall’oligarchia militare, che purtroppo l’Argentina non è riuscita ancora a debellare, e che anzi, tutt’ora, agiscono nella penombra usurpando la democrazia e invitando alla dissidenza. La scomparsa di Jorge López sembra essere un chiaro segnale, un segnale diretto al movimento popolare argentino. Sembra quasi un messaggio al popolo argentino che suona come: “Non cantate vittoria troppo presto, noi ci siamo ancora, e siamo ancora solidi e forti”.

Dante Roberti, un peronista sopravvissuto alla dittatura militare ha scritto circa la scomparsa di López: “Stiamo affrontando un gruppo che si può collocare con la destra fascista, ma non solo, questa forza non è da sola, è spalleggiata anche da alcuni gruppi economici, sia nazionali che stranieri, che non condividono l’operato dell’attuale governo”.

“Ogni volta che ne hanno la possibilità ne approfittano per dimostrare che sono presenti. Stiamo attenti, argentini, non possiamo permettere che il passato torni a ripetersi. Se realmente la scomparsa ha lo scopo di spaventarci che sappiano che stiamo portando avanti una politica di giustizia e andremo fino in fondo affinché verità sia fatta. Non abbiamo diritto ad avere paura” – queste sono stare le parole del presidente argentino Kirchner.

In pratica, però, c’è il forte sospetto che la scomparsa di López possa essere un segnale per l’intera America Latina. Le forze economiche che stanno dietro questo rapimento, ma anche dietro a molti mezzi d’informazione, non si rassegneranno tanto facilmente all’avanzata dei movimenti popolari che stanno riconquistando spazio all’interno del continente e che continuano a reclamare il potere (notizia di qualche giorno fa è l’arresto in Colombia di un giornalista di TeleSUR, un progetto informativo ritenuto scomodo da più parti).

Personalmente spero che il popolo argentino non si lasci intimidire, ma anzi che continuii, come ha fatto sino ad ora, a dimostrarsi forte ed unito a difesa della democrazia. Cerchiamo però di dare il giusto peso al rapimento di López, di non snobbarne l’effettiva importanza ed il reale significato. Non è solo opera di radicali gruppi di estrema destra, sicuramente c’è anche qualcun altro che cerca di approfittare dell’accaduto, magari mandando in questo modo forti messaggi non solo all’Argentina, ma anche al Venezuela, alla Bolivia e a tutti gli stati latinoamericani che stanno cercando di opporsi ai piani che qualcun altro aveva disegnato da più in alto.

La scomparsa di Jorge Julio López sicuramente causa indignazione e rabbia, ma questa rabbia non deve offuscarci gli occhi, non ci deve impedire di fermarci a riflettere e di trarne le giuste conclusioni.



 

di Antonio Pagliula ~ 2:56 PM

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I sottoscritti, membri o simpatizzanti della Rete in Difesa dell'Umanitá, denunciamo pubblicamente la detenzione del corrispondente di Telesur in Colombia e la criminalizzazione di questo canale latinoamericano che questa incarcerazione nasconde.

Esigiamo la libertá immediata di Fredy Muñoz, il rispetto della libertá di stampa in Colombia e la fine di qualunque manovra che attenti contro il progetto informativo di Telesur.

Inviare adesioni all'e-mail libertadparafredy@gmail.com specificando nome, cognome, professione e paese.


 

di Antonio Pagliula ~ 12:32 PM

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martedì 21 novembre 2006
Mi sembra importante portare a conoscenza la vera storia di Portorico. Una storia che forse in pochi conoscono realmente: un popolo colonizzato dagli Stati Uniti da più di un secolo che chiede essenzialmente il rispetto del suo diritto all’autodeterminazione e l’avvio, il più velocemente possibile, di un programma di decolonizzazione che porti all’indipendenza.

mappa portoricoRappresentanti e leader politici di 22 paesi si sono incontrati questo fine settimana a Panama per chiedere ed esigere l’indipendenza di Portorico, occupato dal 1898 da parte degli Stati Uniti.

Uniti dallo slogan: “America Latina unita per l’indipendenza della popolazione portoricana”, circa 200 delegati dei vari stati, a chiusura del congresso latinoamericano e caraibico per l’indipendenza di Portorico celebrato la settimana scorsa, hanno approvato una dichiarazione finale che prevede anche la creazione di un comitato permanente di lavoro formato da 15 persone e destinato a promuovere la causa portoricana.

Il leader del PIP (partido intependentista de Puerto Rico), Rubén Berríos ha dichiarato che lo scopo della dichiarazione e dell’incontro era creare, attraverso tutti i governi e le forze politiche della regione, dei comitati di appoggio e solidarietà che riescano a formare una coscienza sociale, in modo che anche il Portorico possa entrare a far parte finalemente delle nazioni libere. “Il colonialismo che ancora domina il Portorico è un affronto per l’intera America Latina, siamo l’unica grande colonia che rimane ancora al mondo”, ha segnalato Berríos, ricordando la lunghissima lotta dei portoricani per la liberazione.

La dichiarazione stabilisce anche l’appoggio dei delegati del comitato alle campagne per il raggiungimento di una pronta scarcerazione dei prigionieri politici portoricani attualmente detenuti nei carceri statunitensi. Tra questi si ricordano Carlos Alberto Torres, Oscar López Rivera e Haydée Beltrán, detenuti da 25 anni, e José Pérez González, condannato a cinque anni di prigione per essersi opposto ai bombardamenti della marina degli Usa sull’isola di Vieques, territorio ed acque portoricane.

Il presidente di Panama neo-membro del Consiglio di Sicurezza Onu, Martín Torrijos, ha sottolineato che l’America Latina ha l’obbligo di incoraggiare un dialogo mirato ad ottenere l’indipendenza del Portorico dagli Stati Uniti. “Non si può più giustificare nessuna forma di colonialismo nel XXI secolo”, sono state le sue parole nel discorso conclusivo, nel quale ha aggiunto: “Per i popoli latinoamericani aiutare a correggere quest’anomalia deve essere priorità assoluta”.



portorico liberoStoria di Portorico:

Nel 1898 gli USA invadono Portorico. Gli USA instaurano un governo militare che dura fino al 1990 e un regime civile di carattere assolutista: si impone la lingua inglese in tutto il sistema educativo del paese, come tecnica di assimilazione culturale, finché le lotte del popolo restituiscono nel 1948 la lingua di Portorico, lo spagnolo, alle scuole pubbliche dell'isola. Nel 1917 il governo degli USA impone la cittadinanza nordamericana ai Portoricani, nonostante l'opposizione unanime della Camera dei Delegati, in quel momento unico corpo legislativo di elezione popolare. Tale cittadinanza ha permesso agli USA d'inviare i Portoricani in guerre dove essi sono morti in maggior numero che i nordamericani. Le relazioni tra USA e Portorico sono configurate da quanto stabilito dal Tribunale Supremo Nordamericano: "Portorico appartiene agli Stati Uniti, ma non è parte degli Stati Uniti". Questo stesso Tribunale riconosce la sovranità piena del Congresso USA su "la proprietà di Portorico", acquisita come bottino di guerra al termine della Guerra Ispanoamericana, bottino che include sia la terra che gli abitanti.

A questo sistema di controllo assoluto si sono affiancati programmi di esperimenti umani che in alcuni casi hanno assunto carattere di genocidio, come gli esperimenti di tecniche anticoncezionali sulle donne, fino ad arrivare alla sterilizzazione di circa un terzo della popolazione femminile in età fertile; gli esperimenti sugli effetti delle radiazioni; gli esperimenti di iniezione di cellule cancerogene in pazienti che non erano soggetti volontari.

A quanto detto occorre aggiungere l'esodo massiccio della popolazione, che ha avuto come risultato l'emigrazione di quasi metà del popolo portoricano verso gli USA. Sia la politica di emigrazione forzosa che la sterilizzazione di massa delle donne sono condannate dalla convenzione sul genocidio, approvata dalle nazioni unite nel 1948, che definisce il genocidio come azioni effettuate "con intenzione di distruggere parzialmente o totalmente un gruppo nazionale, deliberatamente imponendo al gruppo condizioni di vita mirate a produrre la sua distruzione fisica totale o parziale e imponendo misure destinate a evitare le nascite nel gruppo".

Le Nazioni Unite, sia nella Carta che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e nelle Convenzioni Internazionali sui diritti economici, sociali e culturali, politici e civili, stabiliscono non solo che la libera autodeterminazione è un diritto umano fondamentale ma anche che il conseguimento della stessa è imprescindibile al fine di conseguire ogni altro diritto. Da qui il ruolo fondamentale dell'ONU nella lotta al colonialismo. Di qui anche le sue risoluzioni che dichiarano il colonialismo crimine contro l'umanità e l'appello affinché nell'anno 2000 il colonialismo, come sistema di dominazione razzista e oppressiva, sparisca dalla Terra.

Dal 1972, il Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto di Portorico alla libera autodeterminazione e indipendenza; dal 1973 l’Onu ha chiesto agli USA che assumano tutte le misure necessarie perché Portorico possa esercitare tale diritto.

Gli USA hanno ignorato completamente queste richieste e, tutt'ora, il caso coloniale di Portorico è ancora senza soluzione. Il persistere di questa relazione coloniale è condannato da tutte le componenti ideologiche del paese, anche da coloro che aspirano all'annessione al paese dominante.

Nel febbraio 2000 quasi 100.000 portoricani si sono radunati (per quella che è stata probabilmente la più grande dimostrazione popolare mai organizzata nella storia del paese) per protestare contro i progetti della marina degli Stati Uniti di riprendere le esercitazioni sull'isola di Vieques. La folla sventolava bandiere portoricane e striscioni con richieste di pace. Nonostante le affermazioni degli organizzatori circa la non politicità della manifestazione, molti membri del Partito Indipendentista vi hanno preso parte. Il 24 aprile 2001, il governo portoricano promulgò una legge che proibiva le attività che producevano più di 200 decibel di rumore; gli ufficiali statunitensi ammisero che i ripetuti bombardamenti su Vieques infrangevano la nuova legge ma stabilirono che comunque avrebbero continuato a bombardare. Nel giugno 2001, invece, l'amministrazione statunitense dichiarò che la marina avrebbe smesso le esercitazioni a Vieques a partire dal primo maggio 2003. Grazie alla fortissima mobilitazione popolare la data di chiusura è stata rispettata. L'area dovrà essere smilitarizzata, decontaminata dall'uranio impoverito, restituita ai portoricani affinché sia avviato il suo sviluppo sociale ed economico sulla base della ecocompatibilità.

Il caso coloniale di Portorico rivela la relazione disuguale tra un paese piccolo, dominato e un paese grande, dominatore, relazione in cui ha la meglio l'abuso continuato del diritto. Davanti a questa debolezza di Portorico sotto l'amministrazione coloniale degli USA, è necessario che si alzi la voce morale dell'America Latina e del Caribe per reclamare l'immediata cessazione del colonialismo in Portorico e la scarcerazione dei suoi prigionieri politici.



 

di Antonio Pagliula ~ 2:16 AM

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venerdì 17 novembre 2006

Il 26 novembre ci sarà il ballottaggio tra Rafael Correa e Álvaro Noboa in Ecuador. I sondaggi pre-elettorali danno in perfetta parità i due candidati. Nel frattempo i giornalisti si rivoltano contro Noboa mentre la OFP (Organización Frente Popular) si schiera ufficialmente con Correa.

Solo tra 10 giorni sapremo chi sarà il nuovo presidente in Ecuador, intanto il testa a testa tra i candidati continua e tutti i sondaggi danno praticamente vicinissime le percentuali di voto. Si deciderà tutto in questi pochi giorni che mancano al ballottaggio visto che ancora si stima vicina al 23% la percentuale degli indecisi.

Intanto ieri è arrivata l’ufficializzazione che la OFP (Organización Frente Popular) appoggerà Correa al secondo turno. Questa organizzazione, che raggruppa tutta la comunità educativa in Ecuador, attraverso un comunicato ai suoi iscritti (per lo più contadini, comunità indigene, piccoli commercianti e operai) ha invitato a votare per Rafael Correa, sottolineando che altrimenti sarebbe come favorire ed appoggiare il TLC (trattato di libero commercio) che Noboa e il suo “Partido Renovador Institucional de Acción Nacional ” (PRIAN) sono intenzionati a stringere con gli Stati Uniti in caso di vittoria alle urne.

La campagna elettorale diventa quindi sempre più calda ed infuocata. Anche le associazioni dei giornalisti si sono rivoltate ieri contro Noboa dopo gli attacchi e le critiche ricevute dall’aspirante presidente nelle scorse settimane. La UNP (Unión Nacional de Periodistas) accusa Noboa di cercare di limitare la libertà di espressione e i principi democratici. “Il candidato alla presidenza della Repubblica non si è trovato d’accordo per le critiche ricevute da alcuni mezzi di comunicazione, o da parte di qualche giornalista. La reazione è stata attaccare verbalmente i media e criticare il loro operato, però in qualche modo attaccare i mezzi di comunicazione è attentare contro la libertà di espressione e di pensiero” – sono state le parole di Héctor Espin, presidente della UNP. Álvaro Noboa, secondo le associazioni dei giornalisti, non accetta le critiche nei suoi confronti e nei suoi discorsi attacca ripetutamente i media che, per questo, temono una libertà di espressione limitata in caso di vittoria di Noboa nella corsa alla presidenza. “Noi crediamo in un giornalismo indipendente, in un giornalismo che in nessun modo sia subordinato al potere ma che anzi sia critico e utile alla comunità. Per questo motivo non troviamo giustificazione alcuna all’attitudine di Noboa di attaccarci, un’attitudine sicuramente autoritaria ed antidemocratica” – ha dichiarato ieri Paco Velasco, direttore di “Radio Luna” vittima anche lui delle aggressioni del leader del PRIAN.

correa rafaelNonostante tutto, però, Noboa rimane sicuramente il candidato favorito anche se di pochi punti percentuali, e pensare che prima delle elezioni era dato addirittura fuori dal ballottaggio. Per chi non lo sapesse, Noboa è anche l’uomo più ricco dell’Ecuador e un gran magnate della produzione delle banane. Poco prima delle elezioni aveva affermato parlando del suo rivale dato in testa a tutti i sondaggi: “Correa è un amico dei terroristi, un comunista, un dittatore con l’immagine di Cuba in mente... la mia proposta è che l’Ecuador sia come la Spagna, il Cile, l’Italia paesi dove ci sono libertà e democrazia”. Effettivamente Noboa mi ricorda molto un esponente della peggiore democrazia italiana, anche lui è l’uomo più ricco del paese e non ha buonissimi rapporti con i media, tanto da arrivare a censurare alcuni giornalisti delle reti pubbliche. Se poi aggiungiamo le notizie di questi giorni sui tentati brogli italiani con i sospetti di brogli elettorali nel primo turno in Ecuador le cose in comune tra Noboa e Berlusconi potrebbero aumentare a vista d’occhio.

A parte queste similitudini forse azzardate, sinceramente ritengo Noboa il peggior candidato in questo momento per l’Ecuador, un paese che non si può più permettere di essere portato alla rovina da un trattato di libero commercio con gli Usa. Molto probabilmente però sarà proprio Noboa il vincitore il prossimo 26 novembre, anche perché gli Stati Uniti, interessati al TLC, si sono già adoperati a paragonare Correa a Chàvez e Morales. Correa, che non è poi tanto simile a Chàvez, visto che è anche un ex ministro dell’economia e che il suo orientamento è solo moderatamente antiliberista, ha annunciato già che non stipulerà il trattato di libero commercio, che non rinnoverà con gli Usa l’accordo sulla base militare di Manta e che non permetterà l’entrata a gruppi militari stranieri in Ecuador, tutte dichiarazioni non gradite agli Usa.

C’è da sperare nella rimonta elettorale di Correa ma anche e soprattutto in un turno elettorale più democratico e “pulito” di quello del 15 ottobre, dove il ritiro dell’incarico di scrutinare i voti elettronici alla società brasiliana che doveva occuparsene, a poche ore dalla chiusura dei seggi, ha fatto pensare male in tanti e sicuramente contribuisce solo ad aumentare dubbi e perplessità sulle libere elezioni ecuadoriane. D’altronde dopo l’esperienza messicana è giusto vigilare…



 

di Antonio Pagliula ~ 11:43 AM

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mercoledì 15 novembre 2006
Oaxaca è oggi, più che mai, Messico.

Manifestiamo la nostra solidarietà con il popolo di Oaxaca!

Venerdì 17 Novembre 2006 dalle ore15:00 alle ore 19:00.
Si terrà un presidio al consolato messicano a Milano in via cappuccini ,4 (fermata metropolitana “Palestro”.

Prosegue fino a giovedì 16 novembre la raccolta delle firme all’appello da inviare alle rappresentanze del governo messicano in Italia, e statali e federali messicane, agli organismi di dirittu umani messicani, alla stampa nazionale messicana, al popolo di Oaxaca.
Mandare le adesioni a: info@coordinadora.it

Volevo segnalare un’iniziativa in appoggio al popolo di Oaxaca alla quale aderirò anche io venerdì 17 novembre a Milano.

Il presidio è stato autorizzato ieri pomeriggio dalla questura per le ore 15 in via cappucini angolo via vivaio.

Invito alla massima partecipazione.


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di Antonio Pagliula ~ 11:20 AM

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lunedì 13 novembre 2006
Continua il programma di nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia. Morales, zittendo le critiche interne ed esterne, stupisce per efficacia e rispetto delle tempistiche del programma. Intanto i primi introiti della nazionalizzazione vengono utilizzati per combattere storici problemi sociali, in particolare l’analfabetismo.

Il 28 ottobre è stato compiuto un altro passo importante nel piano della nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia. "Da ora tutte le imprese petrolifere straniere che operano nel paese hanno firmato nuovi contratti con la compagnia statale Yacimientos petrolíferos fiscales bolivianos (Ypfb)", scrive il settimanale Pulso, da sempre molto critico nei confronti del presidente Morales.

L'annunciato programma di nazionalizzazione degli idrocarburi non è completo, ma i contratti stipulati con le multinazionali – anche con quelle che in futuro probabilmente saranno espropriate – è un passo avanti fondamentale. Secondo Pulso i nuovi accordi non sono il massimo, ma sono migliori di quelli precedenti: "Ora le aziende non potranno più permettersi il lusso di fissare un prezzo per il gas boliviano inferiore ai parametri regionali come quando vendevano alle loro succursali all'estero".

Il settimanale, che aveva dubitato della possibilità di realizzare la nazionalizzazione in tempi brevi, chiede scusa: "Siamo stati ingenui e abbiamo sbagliato. Il governo ha fatto bene ad andare avanti per la sua strada".

Intanto Morales non si ferma, ed annuncia che i primi introiti derivanti dalla nazionalizzazione saranno utilizzati nella lotta contro l’analfabetismo. Notizia di ieri è infatti l’istituzione di un buono di 25 dollari, chiamato “Juancito Pinto”, a favore dei bambini che frequentano le scuole primarie.

Più di un milione di bambini riceveranno il buono di 200 bolivianos (circa 25 dollari). Lo scopo è quello di aiutare tutte le famiglie che non possono permettersi di far studiare i propri figli.

Morales ha sottolineato che l’obiettivo che si vuole perseguire con questo aiuto alle famiglie è quello di cercare di abbassare l’indice di analfabetismo in Bolivia, seguendo così anche il programma stipulato i primi mesi del 2006 con Venezuela e Cuba e mirato appunto a combattere questo grave problema sociale. Voglio ricordare che proprio per questo programma Cuba, solo una settimana fa, ha ricevuto il premio Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) per l’alfabetizzazione.

“Il sussidio, che rientra nel piano nazionale di sviluppo "Bolivia Digna, Soberana, Productiva y Democrática para Vivir Bien", è mirato a cercare di scongiurare l’abbandono scolastico prematuro e far sì che tutti riescano a portare a termine il quinto anno di scuola primaria, proprio per questo sarà destinato anche a chi frequenta le scuole serali”, ha aggiunto Morales. Il buono è stato chiamato “Juancito Pinto” in omaggio appunto a Juancito, un bambino di soli 12 anni che lottò e morì nella guerra del Pacifico più di un secolo fa.




 

di Antonio Pagliula ~ 4:28 PM

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sabato 11 novembre 2006
Il governo dell’Uruguay ha annunciato ieri la cancellazione definitiva del suo debito pendente nei confronti del Fondo Monetario Internazionale.

Anche il governo di Tabaré Vázquez si unisce così al cammino intrapreso prima dal Brasile e immediatamente dopo dall’Argentina. Il ministro dell’economia uruguayano, Danilo Astori, ha annunciato ieri nella conferenza stampa che si tratta “dell’inizio di una nuova tappa nelle relazioni tra Uruguay e il FMI”. “La cancellazione totale del nostro debito con il Fondo Monetario Internazionale sarà integrata anche dalla cancellazione del programma vigente con il FMI accordato nel 2005 e che sarebbe stato valido sino al 2008, da questo momento in avanti invece tra l’organismo internazionale e l’Uruguay si limiterà solo ad uno scambio di opinioni e riflessioni” – ha poi aggiunto il ministro dell’economia.

Per quanto riguarda la cancellazione del programma del FMI per l’Uruguay, che proprio questa settimana aveva inviato una delegazione per la revisione nel paese, Astori ha affermato che “ha un essenziale significato, perché è la fine della dipendenza che oggi ha l’Uruguay nei confronti del Fondo Monetario Internazionale”. “Le conseguenze saranno l’aumento del margine di indipendenza delle nostre decisioni, che non sono mai state in discussione da un punto di vista di programmazione, ma che, senza dubbio, erano condizionate da alcune esigenze che spesso si convertivano in vere e proprie restrizioni. A partire da questo momento invece, l’Uruguay opererà sugli stessi progetti con una facilità di movimento maggiore a quella che aveva quando era condizionati da fuori.” – assicurava ieri Astori.

Nonostante questo il ministro concludeva: “Vogliamo mantenere comunque un rapporto d’amicizia con il FMI, così come vogliamo un’uscita dal programma senza traumi e per questo ci sottoporremo all’ultima revisione del Fondo a dicembre 2006”.


Fonte “Noticias del Mercosur” - traduzione in italiano Antonio Pagliula


 

di Antonio Pagliula ~ 1:31 PM

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giovedì 9 novembre 2006
Le Nazioni Unite hanno approvato ieri, con una maggioranza schiacciante, la condanna al blocco economico che gli Stati Uniti mantengono su Cuba. Il cancelliere cubano, Felipe Pérez Roque, ha manifestato soddisfazione e speranza.

L’assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha approvato mercoledì una risoluzione che condanna e rifiuta il blocco economico degli Stati Uniti contro Cuba, esigendo così la fine di questa misura che pesa sulla nazione cubana dal 1962. Con una maggioranza schiacciante e per il 15esimo anno consecutivo, l’organismo internazionale ha condannato il blocco imposto sull’isola caraibica, con 183 voti a favore, 4 contrari e 1 astenuto.

Si può immaginare quali sono gli stati che hanno votato contro: logicamente gli Stati Uniti d’America insieme ad Israele, ai quali questa volta si sono aggiunti i voti addirittura delle Isole Marshall e di Palau (un’isoletta dell’Oceano Pacifico con 19'000 abitanti). L’astenzione è stata della Micronesia.

Il cancelliere cubano Felipe Pérez Roque, che presentò la risoluzione con un discorso all’ONU, ha accolto i risultati con beneplacito. Durante il suo discorso, che ha preceduto la votazione, Pérez Roque ha definito la guerra economica imposta dagli Stati Uniti contro Cuba, come la più prolungata e crudele che la storia abbia conosciuto, qualificandola come un atto di genocidio che costituisce una fragrante violazione del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

La risoluzione approvata questo mercoledì ha ottenuto il maggior numero di voti di sempre. Il documento accoglie le denuncie espresse da L’Avana, è stato elaborato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e s’intitola “La necessità di mettere fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti su Cuba”.

In sede Onu si sono anche espresse le preoccupazioni per nuove leggi e misure promulgate da Washington per rinforzare ed ampliare l’embargo commerciale e finanziario, con le conseguenti ripercussioni negative che avrebbero sul popolo cubano. Il documento che è stato approvato denuncia anche che l’embargo imposto dagli Usa affetta la sovranità degli altri Stati, gli interessi legittimi di entità e persone sotto la loro giurisdizione, oltre a compromettere anche la libertà di commercio e di navigazione.

In questo senso gli stati membri delle Nazioni Unite furono esortati all’astenersi dal promulgare e applicare misure di questo tipo, in quanto violano la Carta Onu e numerose norme di Diritto Internazionale.

Quest’ultima considerazione lascia un po’ perplessi sull’effettivo potere delle Nazioni Unite sempre più prossimo allo zero. Solo qualche giorno fa infatti gli Stati Uniti minacciarono il Nicaragua con una promessa di embargo economico in caso di vittoria di Ortega. Questa volta la minaccia non è riuscita ad alterare i risultati elettorali però rimane la curiosità sul comportamento che gli Usa terranno nei confronti del futuro governo Ortega.

In tutti i modi nonostante l’ennesima votazione contro l’embargo a Cuba gli Stati Uniti manterranno le proprie decisioni e non si vede a breve la fine del blocco economico, quello che rimane sono invece i dubbi sul ruolo internazionale dell’Onu e sul finto potere che ricopre in ambito internazionale.


fonte della notizia TeleSur


 

di Antonio Pagliula ~ 1:04 PM

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mercoledì 8 novembre 2006
Pronostici confermati in Nicaragua. Daniel Ortega in testa con il 38,5% dopo il 90% delle schede scrutinate. Si parla di ritorno al passato, di svolta a sinistra e di ritorno del sandinismo, ma è realmente così? Facciamo il punto sul Nicaragua.

nicaragua_ortegaOrtega tornerà a guidare il Nicaragua, il leader sandinista torna al potere democraticamente sconfiggendo il candidato liberal moderato Montealegre. Da più parti però ho visto tirare conclusioni frettolose e dettate da facili sentimentalismi, conseguenza ancora della rivoluzione sandinista dei primi anni ’80, nessuno o forse in pochi invece si sono soffermati ad analizzare il Daniel Ortega del 2006, che a me pare ben lontano da quello leader della rivoluzione sandinista.

Forse i lettori di questo blog conoscendomi si meraviglieranno di questo post ma non posso esimermi da esprimere il mio giudizio sulla vittoria di Ortega, sulle motivazioni di questa vittoria e sul suo programma elettorale. Trascinati dal sentimentalismo ho visto in questi giorni parlare della vittoria di Ortega come l’ennesima svolta a sinistra del continente latinoamericano, paragonando il leader storico del sandinismo addirittura a Chàvez o Morales. Ma tutti questi proclami al socialismo di questi giorni sono realmente fondati? La vittoria di questo nuovo fronte sandinista assicura un’effettiva svolta politica a sinistra? E' realmente tutto rose e fiori, gioverà questo Ortega al Nicaragua e all’America Latina?

Il mio giudizio è controverso, ritengo infatti positivo il passaggio di potere in Nicaragua dopo 16 anni di governo delle destre, spalleggiate dalla Casa Bianca e dalle politiche ultraliberiste del Fondo Monetario Internazionale, che hanno solo contribuito a peggiorare un’economia fragilissima e delicata come quella nicaraguense. Non mi piace però il nuovo Daniel Ortega, ben lontano dagli ideali che lo caratterizzavano la rivoluzione di un quarto di secolo fa, ecco qualche motivazione.

Nella lunga e faticosa campagna elettorale nicaraguense non ho mai sentito parlare il signor Ortega o qualcuno della sua coalizione di programmi elettorali. Conoscendo la sua storia in molti hanno dato per scontato la svolta socialista su ispirazione venezuelana o boliviana. Temo però che si sia fatta molta confusione a riguardo. Anche la Casa Bianca si è subito allertata, i funzionari statunitensi non hanno perso tempo e subito hanno gridato al lupo quando lo spettro dell’elezione di Ortega si è fatto avanti. Ma qual è la moda targata Usa per evitare l’elezione di un candidato sgradito? Sicuramente paragonarlo a Chàvez o a qualche altro capo di stato dell’asse del Male. Questo ha depistato in tanti, anche i sostenitori della svolta a sinistra dell’America Latina, che con gli occhi offuscati dall’antiamericanismo hanno portato ad Ortega come esempio per la lotta all’imperialismo.

Devo ammettere che anch’io mi sono lasciato trascinare per un momento, però l’antiamericanismo, seppur giustificatissimo e condivisibilissimo, non deve prescindere dall’effettiva validità dell’alternativa proposta. Gli Usa chiaramente hanno paura di Ortega esclusivamente per la sua possibile alleanza in politica estera con Chàvez, questa mi sembra l’unica motivazione reale. Sicura sarà ora infatti la vicinanza tra Nicaragua e Venezuela, ma c’è veramente da essere felici di questo? Io non lo sono perché attualmente Ortega mi sembra ben lontano dagli ideali che hanno animato questa svolta a sinistra latinoamericana. Purtroppo l’attuale Ortega ha solo le caratteristiche negative che caratterizzano Chàvez mentre non ha nessuna delle basi ideologiche e politiche che invece servirebbero attualmente al Nicaragua.

nicaraguaCosa intendo per caratteristiche negative? Facile, innanzitutto la militarizzazione seppur mascherata del Fsln (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale), caratteristica negativa per eccellenza e che per me compromette anche molto Chàvez. Non ritengo necessario né ipotizzabile alle soglie del 2007 che un partito abbia una base militare, si trovi esso in America Latina, in Africa o in qualsiasi altro posto. Un’altra caratteristica che macchia la figura di Ortega è il legame troppo stretto tra il suo partito e la sua figura. E’ innegabile che Ortega dal 1979 al 2006 è sempre stato a capo del fronte sandinista, però non ritengo positiva l’estremo legame tra una singola persona e un movimento. E’ la mia più grande preoccupazione anche in Venezuela dove Chàvez è in questo momento leader assoluto senza alle spalle un movimento o un partito capace di continuare la sua opera indipendentemente dalla sua forte figura. Mentre però in Venezuela a livello politico/economico la conduzione di Chàvez trova la mia approvazione e il mio consenso su quasi tutte le scelte di politica interna che si sono dimostrate in grado di risollevare le sorti venezuelane, non vedo in Ortega un programma economico per il Nicaragua in grado di migliorare effettivamente le misere condizioni di questo stato.

Ripeto, purtroppo il Daniel Ortega attuale non è uguale al Daniel Ortega della rivoluzione sandinista, così come il Fsln attuale ha subito tantissime modifiche rispetto al Fsln degli anni ’80. Per dimostrare questo basta andare a vedere come Daniel Ortega ha vinto quest’ultime elezioni.

Non credo che durante la rivoluzione sandinista il Fsln sarebbe sceso a così tanti compromessi per vincere una tornata elettorale, in queste elezioni invece si è evidenziato più il desiderio di tornare al potere ad ogni costo che un’effettiva politica alle spalle mirata a risollevare il paese. Spero che le mie parole verranno smentite e che Ortega si dimostri il vero leader sandinista però nutro seri dubbi a riguardo. Ortega infatti è riuscito a vincere queste elezioni solo perché la destra si è presentata divisa, attualmente non nutre quindi di una maggioranza reale ma deve ringraziare, e molto, la nuova legge elettorale. Da verificare sono poi le alleanze che il leader sandinista ha scelto per raggiungere l’obiettivo di vincere le elezioni.

Ortega ha sacrificato la purezza degli ideali rivoluzionari e si è presentato alle urne alleato con Morales Carazo, ossia il leader dei contras negli anni ottanta, in poche parole il nemico principale della rivoluzione. Questa alleanza ha generato una coalizione sandinista-conservatrice ben lontana da ideali progressisti, socialisti o di sinistra in generale. A questa si deve aggiungere un'altra alleanza poco chiara, quella con Arnoldo Alemàn, ex presidente del Nicaragua condannato per corruzione e ex leader del partito liberale. A macchiare ancora di più l’immagine storica di Ortega c’è poi la riconciliazione con la chiesa nicaraguense, storicamente tra le più conservatrici. Quest’ultima alleanza ottenuta è stata consolidata ultimamente votando il Fsnl contro l’aborto terapeutico e rendendolo illegale. Non mi sembrano quindi le alleanze giuste per attuare una politica né socialista, né socialdemocratica, o comunque tesa alla redistribuzione del reddito.

latinoamerica_izquerdaI problemi del Nicaragua sono tanti, è il secondo paese più povero dell’emisfero occidentale dopo Haiti, il 47% della popolazione vive con un salario inferiore o pari a 2 dollari al giorno, 800'000 bambini non hanno accesso all’istruzione di base, la crisi economica è galoppante e le politiche di capitalismo estremo degli ultimi 16 anni hanno accentrato la ricchezza nelle mani di pochissimi aumentando la povertà. Per risolvere questi problemi ci vorrebbe forse qualcosa di diverso dall'Ortega attuale, perché un Ortega con alleati conservatori e corrotti, per di più appoggiato dalla chiesa ultraconservatrice non può essere utile più di tanto a riassestare l’economia malata del Nicaragua.

E’ importante rendersene conto e non credere che la vittoria di Ortega sia positiva a priori esclusivamente ricordando la rivoluzione sandinista o solo perché indispettisce gli Stati Uniti. Se poi rendere l’aborto illegale un reato o continuare a proibire rapporti sessuali tra omosessuali consenzienti vi sembrano politiche di sinistra e tanto meritevoli inserire il Nicaragua tra gli stati latinoamericani che hanno svoltato a sinistra bene, ma per me non lo sono.

Spero che Ortega mi smentisca in questo suo mandato, sono il primo ad aver sperato che vincesse le elezioni perché comunque rappresenta un’alternativa migliore rispetto al recente passato nicaraguese, però questo circondarsi di alleanze improvvisate e sicuramente sbagliate non mi convince, è inutile sperare che questo governo Ortega ricalchi gli ideali del sandinismo vero. Non si può neanche attualmente paragonare questo governo a quello Venezuelano o Boliviano perché non ne vedo le basi, così come nonostante si sia dichiarato rispetto al passato più moderato e pacifista Ortega rimane ben lontano dagli altri governi socialdemocratici che attualmente possiamo trovare in altri stati latinoamericani.

Spero non sia così e che anzi Ortega riesca veramente a fare gli interessi dell’80% della popolazione del Nicaragua che ora vive sotto la soglia di povertà, che il suo governo punti ad una politica economica mirata alla redistribuzione dei redditi, e su riforme sociali fondamentali (sanità, istruzione e lavoro) senza scendere a bassi compromessi con chiesa e conservatori che salverebbero si la sua coalizione al governo ma che vanificherebbero questi obiettivi indispensabili per la sua nazione.



 

di Antonio Pagliula ~ 2:00 AM

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lunedì 6 novembre 2006
Migliaia di persone marciarono pacificamente ieri ad Oaxaca per chiedere la rinuncia all’incarico al governatore statale Ulises Ruiz. Ad una settimana dall’intervento della polizia federale l’ennesima dimostrazione della APPO, guardate le foto.

oaxaca1La marcia pacifica dell’Assemblea Popolare di Oaxaca (APPO - Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) formata da migliaia di manifestanti ha percorso ieri le strade della città di Oaxaca sino a raggiungere lo Zocalo, la piazza principale, continuando a chiedere l’uscita di scena del governatore Ulises Ruiz. Questo fiume di persone, per evitare ennesimi scontri con la polizia federale che presidia la città da una settimana, ha dovuto modificare il suo percorso, evitando così i presidi della PFP (Policía Federal Preventiva).

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Le proteste ad Oaxaca iniziarono nel maggio scorso con gli scioperi degli insegnanti che chiedevano un miglioramento delle condizioni lavorative. Queste proteste però col tempo hanno radunato anche altri gruppi come studenti, gruppi indigeni, movimenti di sinistra e di contadini, sindacati ed associazioni, tutti uniti nel chiedere le dimissioni del governatore accusato di malgoverno e corruzione.

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Da maggio quindi la città è diventata il simbolo della protesta messicana, anche e soprattutto dopo le elezioni presidenziali di luglio. Oaxaca è uno degli stati più poveri messicani, di popolazione a maggioranza indigena in continua lotta con la povertà e con la mancanza di opportunità. La principale fonte di introiti era il turismo che però ora ai minimi storici a causa dei blocchi di protesta.

oaxaca4Il 29 ottobre Vicente Fox, presidente messicano in carica sino al 1° dicembre, ha ordinato l’intervento delle forze dell’ordine capeggiati dalla polizia federale in assetto antisommossa per cercare di mettere fine alle proteste e ai blocchi che paralizzano la città. Si è trattata di una vera e propria soppressione delle forme di protesta da parte dell’esercito, mentre i media parlavano di scontri tra protestanti e polizia in realtà erano per lo più cariche della polizia contro i manifestanti per lo più disarmati e in tutti i casi pacifici (da maggio si contano circa 12 vittime a Oaxaca dovute agli scontri).

A dimostrazione di ciò la manifestazione di ieri, senza nessun tipo di scontro e anzi caratterizzata dalla decisione dei manifestanti stessi di evitare i blocchi di polizia distribuiti per la città. Le foto sono abbastanza esplicative.

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di Antonio Pagliula ~ 4:09 PM

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domenica 5 novembre 2006
Il punto sulla conduzione della politica estera statunitense a poche ore dalle elezioni in Nicaragua e negli stessi Usa. Ecco le parole della Rice e alcune mie considerazioni a riguardo.

Mercoledì 1 Novembre il quotidiano “La Repubblica” ha pubblicato un’intervista a Condoleezza Rice nella quale il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America ha toccato, tra gli altri, anche importanti tematiche come la conduzione della politica estera statunitense in America Latina. Riporterò qui alcuni passi dell’intervista seguiti da una mia lettera aperta indirizzata alla stessa Condoleezza Rice contenente alcune considerazioni sovvenutemi alla lettura delle sue risposte.

Il titolo dell’intervista è “Siamo già a metà dell’opera, si è aperta una nuova grande transizione storica in cui cerchiamo di preparare la vittoria della democrazia”.

Domanda: Che cosa dice del voto in Nicaragua e del possibile ritorno al potere di Daniel Ortega?
C. Rice: “Vedremo se, realmente, il Nicaragua intende tornare sui suoi passi. Il nostro obiettivo è garantire elezioni libere e regolari e che l’opposizione non subisca intimidazioni. Molto sta nell’adottare politiche orientate alla libera economia di mercato, provengano esse da sinistra, come in Brasile o in Cile o da destra. Noi non abbiamo problemi a trattare con governi di sinistra. Trattiamo con il Cile molto efficacemente con il Brasile, con l’Uruguay”.
Domanda: Ma non con il Venezuela e di certo non con Cuba…
C.Rice: “Avevamo in genere ottime relazioni con il Venezuela, ma ci vuole un presidente che rispetti le istituzioni democratiche. E che non si intrometta negli affari dei vicini”.

Lettera aperta a Condoleezza Rice

Stimato segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, volevo scriverLe in risposta alle sue dichiarazioni che il quotidiano italiano “La Repubblica” ha professionalmente riportato.
Sono stato molto lieto che Lei abbia parlato delle elezioni in Nicaragua, l’ennesima tappa importante per l’America Latina da qui a fine anno. Con il massimo rispetto però volevo puntualizzare alcuni punti importanti, infatti non capita tutti i giorni che in Italia si parli delle elezioni nicaraguensi e proprio per questo volevo approfittarne per parlarne più approfonditamente, facendo, se mi permette, anche un po’ di chiarezza.

Oggi 5 novembre il Nicaragua torna alle urne, gli ultimissimi sondaggi danno in testa il candidato sandinista Daniel Ortega, che i ben informati ricorderanno in quanto già presidente in questo stato nei primi anni ottanta e leader democratico della rivoluzione sandinista. Non si sa se realmente Ortega riesca a raggiungere il 35% dei voti assicurandosi così la vittoria al primo turno e scongiurando l’eventuale ballottaggio, però il punto su cui vorrei soffermarmi è un altro.

Sicuramente Lei, signora Rice, ricorderà benissimo perché terminò la rivoluzione sandinista in Nicaragua, giusto? Bene, per chi invece non lo sapesse fu un presidente degli Stati Uniti, Reagan, che profuse il massimo impegno per far cadere il governo Ortega arrivando a finanziare una carneficina in tutto il paese sino a quando nelle elezioni del 1990 i sandinisti persero alle urne soprattutto perché la popolazione non voleva più trovarsi di nuovo di fronte allo spettro della guerra civile.

Detto questo mi tornano in mente le Sue parole su Chàvez - “Avevamo in genere ottime relazioni con il Venezuela, ma ci vuole un presidente che rispetti le istituzioni democratiche. E che non si intrometta negli affari dei vicini” – e i commenti mi sembrano quasi superflui.

Tornando alle elezioni odierne in Nicaragua però avrei qualcos’altro da aggiungere. Il Nicaragua è uno dei paesi più poveri dell’America Centro-Meridionale, un esempio tangibile del fallimento delle politiche ultraliberiste promosse dagli Usa in questo continente e tutt’ora vive una gravissima crisi economica. Più del 47% della popolazione vive con 2 dollari al mese e circa 800.000 bambini non hanno accesso all’educazione di base (volevo invece sottolineare, stimato segretario di Stato, che qualche giorno fa Cuba, uno stato con il quale il suo paese si rifiuta di parlare, ha ricevuto il premio mondiale per alfabetizzazione assegnato dall’Unesco, però questo è tutt’altro discorso).

In un Nicaragua in questo misero stato si prospetta, come dice Lei, un popolo che torna sui suoi passi, con la possibile vittoria di Daniel Ortega. Devo dire che molte cose sono cambiate rispetto alla vittoria sandinista di più di vent’anni fa, el Frente Sandinista de Liberación Nacional forse non è più quello che fece sognare il popolo nicaraguense e non solo, oggi Ortega si presenta alle elezioni alleato con Morales Carazo, leader conservatore, tanto che la coalizione di Ortega viene definita sandinista-conservatrice, anche per la riconciliazione tra il sandinismo e la Chiesa nicaraguese. Nonostante questo però ritengo che Ortega sia la soluzione più giusta per il Nicaragua e la più valida in questo momento di profonda crisi, opinione che a quanto mi sembra di capire Lei non condivide.

Molto prima di leggere le sue parole sapevo già che gli Usa, nazione che Lei rappresenta in qualità di segretario di Stato, avrebbero cercato di interferire sugli esiti delle elezioni. Giusto a confermare la coerenza delle Sue parole continuo a sottolinearLe il suo auspicio riguardo alla non intromissione di Chàvez negli affari dei vicini, uno sport che però mi sembra diffuso da molti anni alla Casa Bianca. Volevo giusto ricordare le Sue parole:
“Vedremo se, realmente, il Nicaragua intende tornare sui suoi passi. Il nostro obiettivo è garantire elezioni libere e regolari e che l’opposizione non subisca intimidazioni”.

Da quanto lascia intendere dovrebbero essere gli Stati Uniti a vigilare sullo svolgimento di libere elezioni, la mia domanda è: secondo quale criterio gli Usa garantirebbero elezioni libere e regolari?

Le notizie che arrivano dal Nicaragua parlano invece di un forte interesse statunitense affinché Ortega, che ricordo in testa a tutti i sondaggi, non torni alla guida del Nicaragua. Ricordo di aver letto su “El Pais” in data 25 settembre, e quindi più di un mese fa, di una visita a Managua, la capitale nicaraguense, di Dan Burton, congressista repubblicano. Queste erano state le sue parole: “Non sono venuto per dire al popolo del Nicaragua per chi votare, questo è un diritto e una decisione che spetta a voi, mi sembra però importante che i cittadini sappiano quello che potrà succedere nel caso in cui ritorni un governo come quello sandinista dei primi anni ‘80”.

Signora Rice questa non è forse intromissione negli affari dei vicini? Lo stesso Burton auspicava una coalizione tra tutti gli oppositori di Ortega per evitare la vittoria alle urne, e non solo questo, da qualche mese la presenza statunitense in Nicaragua è stata fortissima, come si fa a dire che Lei, stimata signora Rice, vorrebbe garantire libere elezioni?

Proprio stamattina cercando informazioni a riguardo ho trovato le dichiarazioni di Mark Weisbrot, direttore del centro di investigazione economica e politica con sede a Washington, che afferma a 24 ore dal voto: “Non c’è dubbio che funzionari statunitensi stiano interferendo in maniera forte e con tutti i mezzi possibili, addirittura ci risultano abbiano minacciato l’ambasciata di Managua di sanzioni economiche contro il Nicaragua in caso di vittoria sandinista”. Mi scusi gentile segretario di Stato Usa è questo quello che intendeva quando parlava di garantire libere elezioni?

La mia è solo una domanda, ma so già che alla Casa Bianca usate spesso questi metodi per garantire libere elezioni. Ultimamente ricordo infatti le libere elezioni che avete assicurato in Ecuador, Perù e Messico come esempi lampanti. Signora Rice che mi dice invece di Oaxaca? Perché non ne ha parlato nella sua intervista mentre disegnava il quadro dell’America Latina attuale?

Non si preoccupi non pretendo sicuramente io una risposta, so già che a Lei come al suo presidente sta molto più a cuore impedire che Chàvez si intrometta negli affari dei vicini perché è solo vostra la priorità. D’altronde l’avete dimostrato anche in campo internazionale, al Consiglio di Sicurezza Onu, impedendo in tutti i modi che il Venezuela entrasse come membro non permanente e spingendo la candidatura del Guatemala fin quando non siete riusciti ad ottenere che entrambe si ritirassero a favore di Panama, uno stato che sicuramente non si “intrometterà”. La ringrazio gentile signora Rice per aver per l’ennesima volta dimostrato l’inutilità internazionale dell’Onu, un organismo nel quale preferite non avere nessun intralcio giusto?

Guardi signora Rice che alla fine La capisco benissimo, non deve giustificarsi in nessun modo, per voi la priorità è garantire lo stato delle cose in America Latina, non avete interesse che il Venezuela entri nel Consiglio di Sicurezza Onu, così come non avete interesse che Ortega vinca in Nicaragua. So bene anche che non avete nessunissimo interesse che Chàvez rivinca le elezioni tra un mese in Venezuela, e quindi sono qui ad aspettare e vedere cosa vi inventerete per scongiurare una vittoria più che certa a meno di 30 giorni. Lei stessa nell’intervista ha detto che gli Stati Uniti non hanno problemi a trattare con governi di sinistra ma non mi sembra che con Lula i rapporti siano poi così idilliaci come Lei descrive. Mi sembra di ricordare invece una dura reazione da parte vostra quando il Brasile, così come l’Argentina, ha dichiarato di non voler ricorrere più al Fondo Monetario Internazionale, strumento che voi, gentilissimi garanti della democrazia, utilizzate per interferire nelle politiche economiche/monetarie della maggior parte delle Nazioni in via di sviluppo.

Non si preoccupi signora Rice, non faccia caso alle mie basse insinuazioni, non sarò mica io a comprometterle la sua auspicata candidatura e presidente degli Stati Uniti, piuttosto però volevo ricordarLe, a proposito di elezioni, che anche nel suo paese a giorni i cittadini saranno chiamati alle urne. Anche da voi i sondaggi parlano abbastanza chiaro e le notizie non mi sembrano siano molto positive per voi repubblicani, nonostante il vostro sistema elettorale basato sui collegi che quasi bloccano la tanto declamata democrazia (consiglio la lettura di quest’articolo di Fabrizio Tonello), pare che nel Congresso per la prima volta dopo 15 anni non avrete più la maggioranza.

A quanto pare le Vostre politiche hanno scontentato anche molti cittadini statunitensi e si prospetta “una vittoria della democrazia sostanziale americana su quella formale, la ribellioni dei cittadini alla tirannide della paura e soprattutto si prospetta la rivolta contro l’uomo mandato in missione da Dio (il presidente G.W.Bush)” come ha scritto ieri Vittorio Zucconi su “La Repubblica”.

Spero vivamente che questo accadrà, così come spero che alle prossime presidenziali Lei signora Rice, o chi per lei sarà il candidato repubblicano, perda come è giusto che sia in democrazia. Fossi in Lei comincerei a preoccuparmi sin da ora piuttosto che cercare di intralciare le elezioni negli altri stati latinoamericani e non solo.

Sono sicuro che non farà assolutamente nessun caso alle mie parole, come è giusto che sia, e continuerà, insieme al suo presidente Bush, a liberare il mondo dagli stati canaglia e a lottare nelle “aree di crisi”, la cosa che mi rincuora, sono però le sue parole: “Siamo a metà dell’opera”. Infatti, per fortuna siamo a metà dell’opera così come è a metà il suo mandato e quello del suo presidente, per fortuna manca poco… Non si risolveranno i problemi mondiali senza Lei e Bush però forse anche noi potremmo dire di essere a metà dell’opera senza Voi alla guida degli Stati Uniti. So che le Vostre risorse sono infinite e che siete difficili a morire (politicamente) però per adesso mi accontento che il vento stia, anche se lentamente, cambiando…

I miei più cordiali saluti.
Un italiano medio che forse legge e s’informa più di quanto a Lei faccia piacere.



 

di Antonio Pagliula ~ 1:02 PM

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