E’ passato poco più di un mese e mezzo da quando Felipe Calderón ha assunto la presidenza in Messico, si può già criticare aspramente tutte le scelte di questo governo.
Ultimamente sto scrivendo molto spesso circa l’operato del governo Felipe Calderón. Non lo faccio per puro accanimento contro un presidente comunque illegittimo e in carica solo grazie ai conclamati brogli elettorali del 1 luglio, lo faccio esclusivamente perché
non passa un solo giorno senza che questo nuovo governo panista (PAN) si metta in evidenza per le sue quantomeno discutibili scelte. Si può affermare tranquillamente infatti che, anche se un mese e mezzo è un arco temporale molto breve, soprattutto per valutare un governo di sei anni, il presidente Calderón non sembra assolutamente adatto a risanare le sorti di un paese come il Messico, sicuramente non in buona salute.
Calderón sembra anzi un presidente perfettamente in linea con la visione neoliberale imperante in Messico dagli inizi degli anni novanta, insomma un presidente sulla scia degli ultimi tre presidenti priisti (PRI) e del primo presidente panista Vicente Fox.
Riassumiamo brevemente cosa è riuscito a combinare Calderón in queste settimane.
Partirei ricordando come Calderón si sia impegnato nel cercare di gestire la situazione ad Oaxaca. Avendo ricevuto in consegna dal ex presidente Fox una situazione quasi drammatica, il nuovo governo ha pensato bene di continuare sulla stessa linea, quella della repressione. Una repressione fondata sulla continua violazione dei diritti umani, alla quale si sono aggiunti però anche gli arresti, a tradimento, dei portavoce e leader della APPO, l’assemblea popolare: si tratta di veri e propri arresti politici. Flavio Sosa e gli altri infatti sono stati detenuti proprio mentre si trovavano a Città del Messico per dialogare con i rappresentanti della segreteria del governo.
Calderón ed il suo governo si sono praticamente presentati subito come un autorità disposta a reprimere e cancellare chiunque non condivida i loro progetti ed il loro modo d’agire. Gli arresti dei leader dell’assemblea popolare infatti non fanno altro che confermare la rotta già seguita precedentemente dal governo Fox: proteggere il governatore priista di Oaxaca, Ulises Ruiz. Una scelta quasi scontata visto che senza l’appoggio del PRI il governo Calderón è impossibilitato a governare.
Proprio Ulises Ruiz, poi, ha ultimamente sconvolto tutti con l’affermazione che circa “l’80% degli arrestati negli scontri del 25 novembre ad Oaxaca dal gruppo operativo guidato dalla polizia federale preventiva (PFP) non ha nessun vincolo con la APPO”, purtroppo però a queste affermazioni non sono seguite le dovute scarcerazioni, infatti, per il momento, solo tre delle 214 persone arrestate sono state liberate, dopo aver pagato 108'000 pesos di cauzione (circa 13'000 euro).
Ma non è ancora tutto. Continuando a trattare Oaxaca non si può non fare riferimento ad uno degli ultimi atti del governo Calderón. In tanti si sono spaventati leggendo i nomi scelti per l’esecutivo, in particolare ha fatto molto discutere la nomina di Ramírez Acuña come ministro dell’Interni. Per chi ancora non conoscesse Acuña può bastare ricordare le 640 denunce per tortura a suo carico riconosciute dalla Commissione Statale per i Diritti Umani, CEDH (vi rimando qui per approfondire sul ministro della tortura). I timori dei “malpensanti”, così infatti sono stati tacciati chi come me nutriva fortissime preoccupazioni su questa nomina, sono stati invece subito confermati pochi giorni fa, quando Calderón ed Acuña hanno raddoppiato il numero degli effettivi della Polizia Federale Preventiva, spinti dalla voglia di ridurre la violenza nel paese. Ad Oaxaca in particolare il corpo di polizia è passato da 4'000 uomini a 20'000 tanto da far pensare che più che ridurre il grado di violenza in Messico questa scelta miri effettivamente a risolvere i diversi conflitti sociali sparsi per tutto il territorio messicano esclusivamente con la forza: non bastavano gli arresti politici in pieno stile dittatoriale, serviva anche raddoppiare la presenza di manganelli in mano allo stato in tutto il paese. (La vignetta è di Ángel Boligan ed è stata pubblicata qui)
Oltre ad Acuña ci sono però anche altre nomine all’esecutivo degne di nota. A completare la formazione del governo il presidente Calderón ha infatti scelto tra i principali esponenti del neoliberismo messicano in particolare: Georgina Kessel Martínez (del PAN, ministro dell’energia), Eduardo Sojo Garza-Aldape e Luis Téllez (del PAN, ministro dell’economia), Javier Lozano Alarcón (del Pan, ministro del lavoro), Rodolfo Elizondo Torres (unico esponente del PRI e riconfermato al ministero del turismo dopo i 6 anni di governo Fox).
C’è però un altro ministro degno di essere menzionato: Agustín Carstens nominato da Calderón ministro delle Finanze e del Credito Pubblico. Proprio Carstens sembra incarnare in pieno la linea che questo nuovo governo messicano sembra abbia deciso di seguire, soprattutto in economia. Agustín Carstens infatti è uno degli alfieri del Fondo Monetario Internazionale, in particolare negli ultimi anni ha ricoperto la carica di direttore esecutivo del FMI in Costa Rica, El Salvador, Spagna, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Venezuela, prima di abbandonarla accettando l’invito di Calderón a partecipare al governo. E’ chiara quindi l’intenzione di questo governo di continuare a seguire le scelte neoliberali ed ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, proprio come è stato fatto negli ultimi decenni.
Una cosa però non mi è tanto chiara, è più importante mantenere il consenso di Washington o cercare di soluzionare il problema della povertà e dell’esclusione sociale nel paese? Qualcuno ha forse anche solo intravisto qualche beneficio per il Messico derivante dal NAFTA (Tractado de Libre Comercio de América del Norte) il trattato di libero commercio stretto con Stati Uniti e Canada?
E’ difficile quindi spiegarsi come Calderón abbia il coraggio di dire che la massima priorità nei suoi sei anni di governo sarà data alla lotta alla povertà. Non riesco a credere a queste promesse in particolare andando a vedere come le politiche ispirate dal FMI abbiano ridotto l’intera America Latina. Si può forse ridurre la povertà e l’esclusione dei ceti più bassi attenendosi alle politiche del Fondo Monetario Internazionale?
Non mi sembra che in qualche posto al mondo si sia verificato ciò, ed anzi proprio in Messico dovrebbero saperlo bene, visto come il divario tra ricchi e poveri sia aumentato a dismisura da quel 1 gennaio 1994, quando è stato firmato il NAFTA. Non ci si può bendare gli occhi, è stato infatti chiarissimo come da quel giorno i trattati di libero commercio abbiano assicurato il dominio incontrastato, urbi et orbi, alle corporazioni statunitensi ed internazionali nel paese.
Queste paure dei “soliti malpensanti” sono state puntualmente confermate. Prima decisione di Calderón e Carstens: un severo taglio al fondo cultura, educazione, scienza e tecnologia. Un taglio inserito nel pacchetto economico del 2007, già criticato da diversi settori, movimenti sociali ed associazioni, che però sicuramente non avrà problemi ad essere approvato con i voti del PAN e del PRI.
Questo taglio del 30% al fondo cultura che colpisce anche l’istruzione e le università pubbliche era stato già fortemente criticato nei giorni scorsi da tutti i più grandi intellettuali messicani da Paco Ignacio Taibo II, a Víctor Hugo Rascón Banda, José Agustín, Guillermo Tovar, Margo Glantz, Jesusa Rodríguez etc etc. Alla loro protesta si sono aggiunti martedì scorso più di 5'000 persone che sono scese in piazza a Città del Messico per protestare l’intero progetto economico targato Calderón-Carstens, per chiedere una maggiore attenzione ed una maggiore spesa proprio per l’educazione e la cultura e per protestare contro il programma di sicurezza pubblica che ha previsto il raddoppiamento della Polizia Federale Preventiva.
La manifestazione al grido “arte sí, armas no” ha attraversato l’intera città e vi hanno preso parte sia gruppi di studenti delle diverse scuole ed università della capitale, sia artisti, scrittori, scenografi, coreografi, musicisti e ballerini che cercavano di richiamare l’attenzione del governo messicano nella speranza quantomeno di evitare ulteriori tagli in favore di educazione e cultura.
“Un popolo senza cultura è un popolo senza anima”, “l’arte è la migliore medicina per la peggiore delle malattie: la corruzione delle coscienze”, “avete tanta paura per la cultura?” – sono stati i motti della manifestazione.
Non c’è quindi molto da aspettarsi da questo governo. Un mese e mezzo sono più che bastati per far emergere gli obiettivi e gli scopi di Calderón e del suo esecutivo. Forse continuerò ad essere definito “un malpensante” però non si possono non denunciare queste scelte spaventose in un paese come il Messico che sicuramente non ha bisogno di una cura targata FMI ma ha bisogno di essere rigenerato da programmi sociali mirati alle classi più deboli e che puntino sull’educazione e sulla sanità. Calderón sembra invece puntare subito sui tagli all’istruzione. Questo qualcosa vorrà pur dire. Non si può non denunciare. Non trascuriamo poi l’applicazione della cosiddetta “mano dura”, che più che combattere narcotraffico, violenza e crimine organizzato, viene utilizzata come un pugno di ferro in mano del governo non in difesa della legge ma per violare la legge stessa, reprimere i movimenti sociali e violare i diritti umani. Se peggiorare l’esperienza del governo Fox sembrava difficile, Calderón sta smentendo tutti con uno spostamento a destra rilevante del suo governo e con l’utilizzo della forza per far rispettare le sue decisioni.
Insomma più che una rinascita nei prossimi sei anni per il Messico è prevista una caduta nel baratro di una dittatura, mascherata da democrazia, che utilizza la forza e la polizia per difendere uno statu quo conquistato esclusivamente attraverso elezioni per giunta delegittimate da brogli. Cos’altro credete ci si può aspettare da una democrazia formale di questo tipo? I risultati di questo mese non ammettono rosee prospettive.
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