lunedì 25 dicembre 2006

Buone Feste e (per chi crede) un Felice Natale.


Un ringraziamento speciale a tutti i lettori di Vero Sudamerica con l'augurio di un felice anno nuovo:

Buon 2007 a chi è convinto (come me) che un altro mondo sia ancora possibile.




Un altro mondo è possibile continuando a crederci,

continuando a lavorare e lottare uniti per una società più giusta e umana,
per una società che sia più libera e solidale.



 

di Antonio Pagliula ~ 11:44 AM

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giovedì 21 dicembre 2006
E’ passato poco più di un mese e mezzo da quando Felipe Calderón ha assunto la presidenza in Messico, si può già criticare aspramente tutte le scelte di questo governo.

felipe calderon mano duraUltimamente sto scrivendo molto spesso circa l’operato del governo Felipe Calderón. Non lo faccio per puro accanimento contro un presidente comunque illegittimo e in carica solo grazie ai conclamati brogli elettorali del 1 luglio, lo faccio esclusivamente perché non passa un solo giorno senza che questo nuovo governo panista (PAN) si metta in evidenza per le sue quantomeno discutibili scelte. Si può affermare tranquillamente infatti che, anche se un mese e mezzo è un arco temporale molto breve, soprattutto per valutare un governo di sei anni, il presidente Calderón non sembra assolutamente adatto a risanare le sorti di un paese come il Messico, sicuramente non in buona salute. Calderón sembra anzi un presidente perfettamente in linea con la visione neoliberale imperante in Messico dagli inizi degli anni novanta, insomma un presidente sulla scia degli ultimi tre presidenti priisti (PRI) e del primo presidente panista Vicente Fox.

Riassumiamo brevemente cosa è riuscito a combinare Calderón in queste settimane.

Partirei ricordando come Calderón si sia impegnato nel cercare di gestire la situazione ad Oaxaca. Avendo ricevuto in consegna dal ex presidente Fox una situazione quasi drammatica, il nuovo governo ha pensato bene di continuare sulla stessa linea, quella della repressione. Una repressione fondata sulla continua violazione dei diritti umani, alla quale si sono aggiunti però anche gli arresti, a tradimento, dei portavoce e leader della APPO, l’assemblea popolare: si tratta di veri e propri arresti politici. Flavio Sosa e gli altri infatti sono stati detenuti proprio mentre si trovavano a Città del Messico per dialogare con i rappresentanti della segreteria del governo.

Calderón ed il suo governo si sono praticamente presentati subito come un autorità disposta a reprimere e cancellare chiunque non condivida i loro progetti ed il loro modo d’agire. Gli arresti dei leader dell’assemblea popolare infatti non fanno altro che confermare la rotta già seguita precedentemente dal governo Fox: proteggere il governatore priista di Oaxaca, Ulises Ruiz. Una scelta quasi scontata visto che senza l’appoggio del PRI il governo Calderón è impossibilitato a governare.

Proprio Ulises Ruiz, poi, ha ultimamente sconvolto tutti con l’affermazione che circa “l’80% degli arrestati negli scontri del 25 novembre ad Oaxaca dal gruppo operativo guidato dalla polizia federale preventiva (PFP) non ha nessun vincolo con la APPO”, purtroppo però a queste affermazioni non sono seguite le dovute scarcerazioni, infatti, per il momento, solo tre delle 214 persone arrestate sono state liberate, dopo aver pagato 108'000 pesos di cauzione (circa 13'000 euro).

calderon poliziaMa non è ancora tutto. Continuando a trattare Oaxaca non si può non fare riferimento ad uno degli ultimi atti del governo Calderón. In tanti si sono spaventati leggendo i nomi scelti per l’esecutivo, in particolare ha fatto molto discutere la nomina di Ramírez Acuña come ministro dell’Interni. Per chi ancora non conoscesse Acuña può bastare ricordare le 640 denunce per tortura a suo carico riconosciute dalla Commissione Statale per i Diritti Umani, CEDH (vi rimando qui per approfondire sul ministro della tortura). I timori dei “malpensanti”, così infatti sono stati tacciati chi come me nutriva fortissime preoccupazioni su questa nomina, sono stati invece subito confermati pochi giorni fa, quando Calderón ed Acuña hanno raddoppiato il numero degli effettivi della Polizia Federale Preventiva, spinti dalla voglia di ridurre la violenza nel paese. Ad Oaxaca in particolare il corpo di polizia è passato da 4'000 uomini a 20'000 tanto da far pensare che più che ridurre il grado di violenza in Messico questa scelta miri effettivamente a risolvere i diversi conflitti sociali sparsi per tutto il territorio messicano esclusivamente con la forza: non bastavano gli arresti politici in pieno stile dittatoriale, serviva anche raddoppiare la presenza di manganelli in mano allo stato in tutto il paese. (La vignetta è di Ángel Boligan ed è stata pubblicata qui)

Oltre ad Acuña ci sono però anche altre nomine all’esecutivo degne di nota. A completare la formazione del governo il presidente Calderón ha infatti scelto tra i principali esponenti del neoliberismo messicano in particolare: Georgina Kessel Martínez (del PAN, ministro dell’energia), Eduardo Sojo Garza-Aldape e Luis Téllez (del PAN, ministro dell’economia), Javier Lozano Alarcón (del Pan, ministro del lavoro), Rodolfo Elizondo Torres (unico esponente del PRI e riconfermato al ministero del turismo dopo i 6 anni di governo Fox).

calderon e carstensC’è però un altro ministro degno di essere menzionato: Agustín Carstens nominato da Calderón ministro delle Finanze e del Credito Pubblico. Proprio Carstens sembra incarnare in pieno la linea che questo nuovo governo messicano sembra abbia deciso di seguire, soprattutto in economia. Agustín Carstens infatti è uno degli alfieri del Fondo Monetario Internazionale, in particolare negli ultimi anni ha ricoperto la carica di direttore esecutivo del FMI in Costa Rica, El Salvador, Spagna, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Venezuela, prima di abbandonarla accettando l’invito di Calderón a partecipare al governo. E’ chiara quindi l’intenzione di questo governo di continuare a seguire le scelte neoliberali ed ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, proprio come è stato fatto negli ultimi decenni.

Una cosa però non mi è tanto chiara, è più importante mantenere il consenso di Washington o cercare di soluzionare il problema della povertà e dell’esclusione sociale nel paese? Qualcuno ha forse anche solo intravisto qualche beneficio per il Messico derivante dal NAFTA (Tractado de Libre Comercio de América del Norte) il trattato di libero commercio stretto con Stati Uniti e Canada?

naftaE’ difficile quindi spiegarsi come Calderón abbia il coraggio di dire che la massima priorità nei suoi sei anni di governo sarà data alla lotta alla povertà. Non riesco a credere a queste promesse in particolare andando a vedere come le politiche ispirate dal FMI abbiano ridotto l’intera America Latina. Si può forse ridurre la povertà e l’esclusione dei ceti più bassi attenendosi alle politiche del Fondo Monetario Internazionale?

Non mi sembra che in qualche posto al mondo si sia verificato ciò, ed anzi proprio in Messico dovrebbero saperlo bene, visto come il divario tra ricchi e poveri sia aumentato a dismisura da quel 1 gennaio 1994, quando è stato firmato il NAFTA. Non ci si può bendare gli occhi, è stato infatti chiarissimo come da quel giorno i trattati di libero commercio abbiano assicurato il dominio incontrastato, urbi et orbi, alle corporazioni statunitensi ed internazionali nel paese.

Queste paure dei “soliti malpensanti” sono state puntualmente confermate. Prima decisione di Calderón e Carstens: un severo taglio al fondo cultura, educazione, scienza e tecnologia. Un taglio inserito nel pacchetto economico del 2007, già criticato da diversi settori, movimenti sociali ed associazioni, che però sicuramente non avrà problemi ad essere approvato con i voti del PAN e del PRI.

manifestazione per l'istruzioneQuesto taglio del 30% al fondo cultura che colpisce anche l’istruzione e le università pubbliche era stato già fortemente criticato nei giorni scorsi da tutti i più grandi intellettuali messicani da Paco Ignacio Taibo II, a Víctor Hugo Rascón Banda, José Agustín, Guillermo Tovar, Margo Glantz, Jesusa Rodríguez etc etc. Alla loro protesta si sono aggiunti martedì scorso più di 5'000 persone che sono scese in piazza a Città del Messico per protestare l’intero progetto economico targato Calderón-Carstens, per chiedere una maggiore attenzione ed una maggiore spesa proprio per l’educazione e la cultura e per protestare contro il programma di sicurezza pubblica che ha previsto il raddoppiamento della Polizia Federale Preventiva.

La manifestazione al grido “arte sí, armas no” ha attraversato l’intera città e vi hanno preso parte sia gruppi di studenti delle diverse scuole ed università della capitale, sia artisti, scrittori, scenografi, coreografi, musicisti e ballerini che cercavano di richiamare l’attenzione del governo messicano nella speranza quantomeno di evitare ulteriori tagli in favore di educazione e cultura.

Un popolo senza cultura è un popolo senza anima”, “l’arte è la migliore medicina per la peggiore delle malattie: la corruzione delle coscienze”, “avete tanta paura per la cultura?” – sono stati i motti della manifestazione.

Calderon dittatoreNon c’è quindi molto da aspettarsi da questo governo. Un mese e mezzo sono più che bastati per far emergere gli obiettivi e gli scopi di Calderón e del suo esecutivo. Forse continuerò ad essere definito “un malpensante” però non si possono non denunciare queste scelte spaventose in un paese come il Messico che sicuramente non ha bisogno di una cura targata FMI ma ha bisogno di essere rigenerato da programmi sociali mirati alle classi più deboli e che puntino sull’educazione e sulla sanità. Calderón sembra invece puntare subito sui tagli all’istruzione. Questo qualcosa vorrà pur dire. Non si può non denunciare. Non trascuriamo poi l’applicazione della cosiddetta “mano dura”, che più che combattere narcotraffico, violenza e crimine organizzato, viene utilizzata come un pugno di ferro in mano del governo non in difesa della legge ma per violare la legge stessa, reprimere i movimenti sociali e violare i diritti umani. Se peggiorare l’esperienza del governo Fox sembrava difficile, Calderón sta smentendo tutti con uno spostamento a destra rilevante del suo governo e con l’utilizzo della forza per far rispettare le sue decisioni.

Insomma più che una rinascita nei prossimi sei anni per il Messico è prevista una caduta nel baratro di una dittatura, mascherata da democrazia, che utilizza la forza e la polizia per difendere uno statu quo conquistato esclusivamente attraverso elezioni per giunta delegittimate da brogli. Cos’altro credete ci si può aspettare da una democrazia formale di questo tipo? I risultati di questo mese non ammettono rosee prospettive.

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di Antonio Pagliula ~ 1:43 PM

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martedì 19 dicembre 2006
Ad un anno esatto dalla vittoria indigena del leader “cocalero” Evo Morales in Bolivia si comincia ad analizzare l’operato del governo e i risultati ottenuti.

sudamerica a sinistraLa maratona elettorale latinoamericana 2006 è terminata. Molti, in questi mesi, sono stati i paesi che hanno confermato la “svolta a sinistra” iniziata gli anni precedenti: il Cile di Michelle Bachelet, le riconferme di Lula da Silva in Brasile e di Chàvez in Venezuela, con le sorprese di Ortega in Nicaragua e Rafael Correa in Ecuador. Anche il 2005 si era concluso altrettanto bene, forse con la novità più significativa degli ultimi anni: in Bolivia finalmente un rappresentante indigeno riusciva a vincere le elezioni presidenziali.

Il 18 dicembre scorso, il candidato del MAS (Movimiento al Socialismo), Evo Morales, ha ottenuto il 54% dei voti diventando il primo presidente di origini indigene di sempre e per di più con un programma socialista. Ad un anno esatto dall’affermazione alle urne si possono iniziare a fare i primi bilanci, andando a spulciare a che punto è il programma elettorale, da più parti contestato, e quali sono state le promesse mantenute.

Fortissimi sono sempre stati dall’inizio i dubbi e le critiche su uno dei principali punti del programma di Morales: la nazionalizzazione degli idrocarburi e la legge che regolamentasse tutto il settore. Questo invece è stato sicuramente uno dei più grandi successi della nuova Bolivia che, dopo 11 mesi di nuova amministrazione, ha aumentato di quattro volte rispetto all’anno precedente le entrare derivanti dagli idrocarburi dello stato. “Il processo di nazionalizzazione delle risorse naturali, iniziato con gli idrocarburi, è ancora agli inizi. Il nostro obiettivo è riportare sotto il dominio nazionale anche le risorse idriche, forestali e minerali”, sono state le parole di Antonio Peredo, senatore del MAS, ieri durante il primo anniversario del governo.

Altrettanto importanti sono stati poi i risultati derivanti dalla nuova legge agraria, che ha finalmente messo fine ai latifondi e che si somma ai tantissimi benefici ottenuti dalla “operacion milagro” (operazione miracolo), grazie alla quale decine di migliaia di cittadini da sempre esclusi dalle cure specialistiche, sono stati visitati e se necessario operati. Un operazione di controllo medico in cooperazione con Venezuela e Cuba che ha permesso ad esempio il recupero della vista a persone di una certa età che poi, attraverso il metodo cubano, sono riuscite anche ad imparare a leggere e scrivere.

Sicuramente il primo anno di governo Morales non è stata solo rose e fiori, ad esempio, soprattutto negli ultimi giorni, è tornata alla ribalta la volontà di indipendenza di alcune delle regioni più ricche del paese, e proprio il tema dell’unità nazionale è uno dei punti sul quale l’opposizione è più critica, senza però negare i risultati ottenuti. “E’ innegabile che il governo ha ottenuto successi nella sua gestione, così come è innegabile che alcune misure prese sono state sicuramente chiare e favorevoli al Paese”, ha riconosciuto Fernando Messmer, capo dell’opposizione dei deputati di Podemos.

Dopo questo buon primo anno di governo però ora il presidente Evo Morales dovrà affrontare uno dei compiti più difficili, gestire bene l’assemblea costituente che dovrà porterà alla nascita della nuova costituzione boliviana.

evo morales cochabambaPer celebrare il primo anno di governo Morales ho deciso di riportare un intervista rilasciata le scorse settimane al giornale cileno Clarin, in occasione della “cumbre” dei paesi latinoamericani a Cochabamba.

Domanda: Molti analisti sostengono che l’integrazione regionale latinoamericana è solo un utopia. Che aspettative ha su questo vertice che proprio la sua Bolivia sta ospitando in questi giorni?

Evo Morales: In America Latina stiamo affrontando un periodo di cambiamenti profondi. Non ci sono finalmente dittature, sono finiti i tempi delle democrazie servili all’impero. Ora è il tempo di risolvere i problemi economici e sociali con le risorse naturali. C’è una stretta relazione tra i presidenti che partecipano a questo vertice, e per la prima volta ci sarà l’incontro dei capi di stato con i movimenti sociali.

Domanda: E’ chiara però una polarizzazione sociale crescente in tutti i paesi della regione sudamericana.

Evo Morales: E’ un fatto storico che c’è sempre stata una elite che si opponeva ai processi di cambiamento e di integrazione, e sempre ci sarà, è chiaro però che non possiamo comparare l’attuale situazione con quella di 15 o 20 anni fa. Ora ci sono delle profonde spaccature tra i gruppi di elite e la maggioranza della popolazione; è comunque importante che l’integrazione che pretendiamo si realizzi deve permettere di superare queste asimmetrie da famiglia a famiglia o da nazione a nazione.

Domanda: Non è un rischio per le democrazie regionali questa polarizzazione politica e sociale?

Evo Morales: L’America Latina d’oggi non sopporterebbe più né una dittatura né un colpo di stato. Guardi, in Bolivia si è conquistato la democrazia grazie alla lotta del popolo e alla voglia di democrazia di tutta la popolazione, per questo mi sembra difficile che qualche militare si possa avventurare in un golpe, né tanto meno che possa prosperare una dittatura civile. Quello che invece è ancora presente è l’intenzione di qualche ex presidente di combattere i governi democratici. Le oligarchie resistono e sempre resisteranno. Quello che invece a noi importa oggi è che esista una grande coscienza nazionale. Io personalmente credo molto nei movimenti sociali organizzati che si mobilitano per difendere i processi di cambio.

Domanda: Soprattutto ultimamente qui in Bolivia c’è una forte offensiva da parte dell’opposizione di destra.

Evo Morales: Questo non ci spaventa, è un diritto scioperare. Il ritiro dei senatori di destra dal Senato però è autoritarismo e un gesto antidemocratico per eccellenza. Stiamo resistendo però, a me sembra solo un pretesto per un problema politico di fondo: c’è ancora tanta gente nel mio paese che non accetta che un dirigente indigeno sia presidente della Bolivia, fa parte del razzismo fascista.

Domanda: Si aspetta che questo vertice rafforzi la sua posizione?

Evo Morales: Guardi, il nostro sistema è stabile e forte. Il processo che stiamo portando avanti è irreversibile. C’è comunque una minoranza che lo vuole pregiudicare e sostanzialmente sono le famiglie che difendono i loro privilegi. Si è visto quando abbiamo messo fine al latifondo, c’è qualcuno che non accetta, non ritiene possibile che un dirigente indio e sindacalista possa portare avanti un paese. Dicono che il potere non possa stare in mano indigene e per giunta di sinistra. Per questo motivo abbiamo vissuto un anno di governo sempre minacciato da cospirazioni neoliberiste.

lula chavèz morales kirchnerDomanda: La Bolivia sta pensando di entrare a far parte come membro del Mercosur, come è stato fatto in precedenza il Venezuela?

Evo Morales: Esamineremo in questo vertice questa possibilità, dobbiamo ancora discutere qualche punto, ad esempio quello del commercio. Non possiamo più affidarci ai trattati di libero commercio, non sono la soluzione per l’America Latina, lo abbiamo visto tutti.

Domanda: Lei si riferisce ai trattati di libero commercio con gli Stati Uniti?

Evo Morales: Sia con gli Stati Uniti che tra noi stessi. Il commercio è fondamentale ed importante, però deve essere un commercio giusto. Noi vorremmo un trattato di commercio tra popoli. L’altra questione è l’abbattimento delle asimmetrie tra gli stati latinoamericani. La cosa migliore per questo vertice è scommettere sull’integrazione, qualsiasi cittadino deve avere una cittadinanza latinoamericana, che gli consenta viaggiare liberamente, senza passaporti o visti.

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di Antonio Pagliula ~ 1:58 PM

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martedì 12 dicembre 2006
Torna a parlare il Subcomandante Marcos. In un intervista rilasciata per “El Heraldo de Chiapas” il delegato zero fa il punto sulla difficile situazione messicana: elezioni, Oaxaca e Chiapas.

Marcos intervistaNon può evitare di sorridere Marcos quando ironicamente qualifica come “ridicola” l’ultima tornata elettorale del 2 luglio. “Sono stati spesi diversi milioni per queste elezioni e per la democrazia, alla fine però sono stati solo sette ministri a decidere chi ha vinto le elezioni”.

La politica – afferma il dirigente dell’esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN) – si è convertita in un puro negozio di compravendita. Prima il corporativismo era monopolio esclusivo del PRI (Partido Revolucionario Institucional), invece ora qualsiasi partito che riesce a conseguire ed ottenere denaro compra e crea un seguito di persone, senza nessuna proposta concreta, senza lasciare il minimo spiraglio di speranza”.

“La gente – aggiunge – ormai non pensa che possa arrivare un buon presidente, un buon governante, pensa solo che chiunque arriva è sicuramente qualcuno che ruberà tanto. Non vorrei essere volgare ma il paese está jodido - letteralmente: “è fottuto”- non c’è quasi via d’uscita”.

el heraldo de chiapasQuesta volta l’intervista con “El Heraldo de Chiapas” e con la “Organizacíon Editorial Mexicana” non si è tenuta nella Selva Lacandona, ma nel centro di città del Messico, al café Zapatista, precisamente nella colonia Obrera in calle de Zapotecos. Il subcomandante Marcos si è presentato poco dopo mezzogiorno, con la camicia marrone e i pantaloni neri militari, con la pipa tra le labbra e il simbolico passamontagna, insomma i suoi vestiti di tutti i giorni.

Per più di due ore Marcos ha fatto un bilancio sui risultati de “La Otra Campaña”, soffermandosi anche ad analizzare la classe politica messicana, la situazione di Oaxaca e del Chiapas, senza trascurare la rinascita dei movimenti guerriglieri e il possibile futuro delle EZLN.

Considera l’arresto di Flavio Sosa, portavoce della “Asemblea Popular de los Pueblos de Oaxaca” (APPO) “un messaggio di Felipe Calderón che ha molte chiavi di lettura, non solo per gli zapatisti e i movimenti sociali, ma anche per i mercati internazionali”. Allo stesso modo evidenzia la grave povertà presente in Messico, soprattutto nelle campagne. “Il problema di questo paese non è tanto lo stipendio del presidente, ma sono i salari delle classi più povere”, ha sottolineato.

Infine senza tanti preamboli risponde freddamente alla domanda su di un possibile attentato alla sua vita o alla sua libertà: “non ci sono dubbi, è una certezza che ho”.

Per leggere interamente questa interessantissima intervista vi rimando alla pagina de “el Heraldo de Chiapas”.

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di Antonio Pagliula ~ 10:11 PM

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lunedì 11 dicembre 2006
Ulises Ruiz, governatore dello stato di Oaxaca riconosce che l’80% degli arrestati in seguito agli scontri del 25 novembre sono innocenti. Intanto le Ong e diversi osservatori internazionali hanno evidenziato detenzioni arbitrarie e processi irregolari.

oaxaca manifestazioneSi è risvegliato il popolo di Oaxaca, lasciandosi alle spalle finalmente la paura. Ieri migliaia di persone, con in testa i familiari dei detenuti del 25 novembre, si sono riversati per le vie della città in una marcia di 12 km per chiedere la liberazione dei più di 200 “prigionieri politici”. I cori "¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos!" e "¡Presos políticos, libertad!" hanno accompagnato l’intero percorso. Da questo momento si apre un nuovo capitolo della resistenza oaxachena, tutti i gruppi, APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), FAP (Frente Amplio Progresista) e gli altri movimenti popolari, hanno deciso di unire le proprie forze convergendo verso la formazione di un unico fronte di resistenza, con l’obiettivo unico di insistere nel chiedere la definitiva uscita di scena del governatore Ulises Ruiz e di riavere liberi tutti i detenuti irregolari.

Non solo, una direttiva dei movimenti annuncia anche la convocazione di una assemblea popolare tra i diversi gruppi che possa permettere di "defender nuestros derechos ante la rapaz política neoliberal", ossia difendere i loro diritti dalla spietata politica neoliberale.

Intanto proprio in concomitanza alla manifestazione torna a parlare il governatore Ulises Ruiz che a sorpresa ammette che “l’80% degli arrestati negli scontri del 25 novembre dal gruppo operativo guidato dalla polizia federale preventiva (PFP) non ha nessun vincolo con la APPO”. Questa situazione, avvertono gli avvocati dei detenuti e i difensori dei diritti umani, costituisce una esplicita privazione illegale della libertà. C’è da aggiungere che, per il momento, solo tre delle 214 persone arrestate sono state liberate, dopo aver pagato 108'000 pesos di cauzione (circa 13'000 euro), perché riuscite a dimostrare di non essere responsabili di alcun tipo di azione vandalica avvenuta quel giorno ma di essere solo osservatori internazionali, lì per la tutela dei diritti umani.

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di Antonio Pagliula ~ 5:57 PM

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domenica 10 dicembre 2006
VIVA CHILE LIBRE !!!

Alle 14:15 cilene e alle 18:15 italiane muore Augusto Pinochet.

Pinochet morteAll’età di 91 anni è morto nell’ospedale militare di Santiago del Cile, dove si trovava ricoverato dalla scorsa domenica, Augusto Pinochet. Credo non si possa essere mai felici né si possa festeggiare per la morte di qualcuno. Sicuramente però posso dire che questa notizia non mi rattrista affatto: non mi rattrista la morte dei uno dei dittatori più sanguinari del secolo scorso. Pinochet aveva preso il potere l’11 settembre del 1973 con un golpe di stato ai danni di Salvador Allende, e lo ha tenuto con la forza e a con la repressione degli oppositori sino al 1990. Oggi forse per uno strano scherzo del destino il dittatore cileno lascia questo mondo nel giorno internazionale per la difesa dei diritti umani.

Quello che penso sia realmente gravissimo è il fatto che Pinochet sia morto in completa libertà e senza essere giustamente giudicato e condannato per le atrocità compiute ai danni del Cile, del suo popolo e di tutto il mondo. Se ci fosse stata realmente una giustizia questo non sarebbe mai avvenuto…

Pinochet dittatoreOra l’ultima speranza che rimane è che non venga decretato il lutto nazionale in Cile e che non gli siano concessi gli onori di ex presidente della repubblica, perché è la maggioranza dei cileni a non volerlo. Pinochet infatti è stato solo un dittatore, della peggior specie, mai un presidente, solo un traditore per il suo popolo. E poi lo sappiamo tutti, un dittatore non diventa mai un ex-dittatore, rimane dittatore tutta la vita. Ho anche un'altra speranza, quella che la Bachelet non partecipi ai funerali, né lei né i rappresentanti del governo e della democrazia cilena, anche se so che questo sarà molto difficile.

Concluderei con il link che rimanda ad un articolo di Luis Sepulveda, scritto domenica scorsa, nel giorno del ricovero dell’anziano dittatore cileno, un articolo che può descrivere lo stato d’animo della maggioranza del popolo cileno, un popolo che ha sofferto troppo per versare lacrime in occasione di questa morte, forse vista anche come unica forma di giustizia e auspicata da tempo…

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di Antonio Pagliula ~ 8:48 PM

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Mi sembra opportuno riportare un commento che un lettore di questo blog ha fatto riguardo al nuovo governo messicano, e a cui ho risposto per esteso ritenendo interessante sia la critica ricevuta che l'argomento.

calderonCommento di Vincenzo:
Circa l'insediamento del nuovo presidente messicano, Felipe Calderón.
Vorrei aggiungere alcune precisazioni. L'articolo di Antonio (vedi qui) fa riferimento ai quanto meno discutibili fatti di Oaxaca, dove sono stati effettuati arresti ai leader principali della APPO. Fatti da condannare senza appello. Ma Antonio forse non sa che proprio ieri Calderón ha annunciato una serie di importanti misure sociali da adottare nel suo paese,in primo luogo promettendo meno povertà e più austerità e concretamente annunciando un aumento del 6.9% dei programmi sociali e una decurtazione del 10% dei salari delle alte cariche statali, compresa la sua.

Inoltre il suo primo viggio da presidente lo ha condotto nel "estado del Guerrero", una delle zone più povere del paese centro-americano. Sempre in questa occasione ha annunciato l'attuazione di un programma di sviluppo integrale per i 100 comuni più emarginati e disastrati del Messico, e una riduzione delle tariffe di gas e luce per le famiglie più indigenti.

Si potrà obbiettare o meno il programma di Calderón e soprattutto lo si dovrà aspettare alla resa dei conti per stabilire se realmente alle parole seguano i fatti ma invito tutti ad un analisi serena dei fatti messicani, anche alla luce del fatto che l'opposizione di "izquierda" in Messico ha rivolto apertura alle parole di Calderón spingendosi addirittura a teorizzare un appoggio al governo se queste saranno le priorità del suo mandato. A me sembra un buon modo di rasserenare un clima quanto mai intriso di tensione,pertanto pur non dimenticando i fatti di Oaxaca (dove forse si arriverà a una destituzione di Ruiz...) e le elezioni, credo che ciò che veramente è importante è il raggiungimento di risultati che permettano alla popolazione di risollevarsi.

oaxaca carica poliziaRisposta:
Caro Vincenzo, la notizia a cui fai riferimento è purtroppo posteriore al mio post sul Messico per questo non l'ho riportata. Ti posso però dire che l'ho letta anch'io sia sul El Pais (Spagna) in castellano che in versione originale pubblicata sul New York Times. Ti dirò, non posso che essere soddisfatto se Calderón promette queste misure sociali, quello che si deve però forse sottolineare è che però al momento sono solo promesse, sicuramente mirate come dici tu a rasserenare un clima molto difficile e caldo.

Stiamo attenti a valutare le notizie per quello che realmente sono, volevo infatti farti notare come la riduzione del 10% dei salari delle alte cariche statali suoni un po' come una presa in giro. Nonostante questa riduzione infatti Calderón continuerà a prendere uno stipendio da Presidente secondo solo a quello di Bush nell’intero continente americano e pari a circa 14mila di dollari mensili. Per darti un’idea concreta Calderon guadagna, nonostante questa riduzione, 3 volte di più della Bechelet in Cile e il doppio di Zapatero in Spagna.

Addirittura Obrador avrebbe potuto fare meglio, visto che la lotta alla povertà era lo slogan della campagna elettorale del PRI e che Obrador stesso tra le altre cose aveva promesso una riduzione del 50% dei salari dei funzionari pubblici oltre alla eliminazione completa della pensione (anch'essa di 15mila dollari mensili) per gli ex presidenti compresa quella di Fox, e Calderón a questo non ha fatto il minimo riferimento. Tengo a precisare poi che le parole di Calderón sono riferite a politiche che godono dell'appoggio incondizionato anche dell'opposizione.

Forse invece, anzi sicuramente credo, non avrai letto ad esempio della proposta dello stesso Calderón di ridurre i fondi destinati alla cultura del 30%. Una proposta criticata dai tutti i più grandi intellettuali messicani da Paco Ignacio Taibo II, a Víctor Hugo Rascón Banda, José Agustín, Guillermo Tovar, Margo Glantz, Jesusa Rodríguez etc etc.

L'ennesimo passo falso di Calderón in una sola settimana dall'insediamento.

Il governo di fatto di Calderón è infatti iniziato con una serie di violazioni alla Costituzione, con al centro la perla dell’arresto degli esponenti della APPO. Forse c'era da aspettarselo visto che i precedenti 6 anni di governo PAN non si erano certo distinti per la loro legalità.

Come si fa a dimenticare, solo per qualche promessa di programma per la riduzione della povertà, che Flavio Sosa, uno dei portavoci della APPO, è stato arrestato e trattato come un delinquente mentre andava a Città del Messico per una riunione di dialogo tra il governo e la APPO.

Chi può avere fiducia in un governo che ha esponenti come Ignacio del Valle (vedi fatti di Atenco) e Flavio Sosa (Oaxaca) in carceri di alta sicurezza mentre chi ha commesso i veri delitti e i gravissimi atti di repressione è invece ben saldo al governo del paese?

Il PAN, ossia il partito di Calderón era al governo quando ci sono state le repressioni ad Oaxaca, repressioni che costituiscono una gravissima violazione dei diritti fondamentali di migliaia di persone, e per il Messico un ritorno indietro nel tempo a più di 90 anni fa.

Come dimenticare poi che il nuovo governo Calderón è il governo antidemocratico per eccellenza, perché di fatto nato esclusivamente su basi antidemocratiche. E' un governo figlio solo di conclamati brogli, un governo che non gode dell'appoggio della popolazione, anzi quasi il 50% dei messicani lo considera illegittimo. Come dimenticare che nonostante questi brogli poi quello di Calderón è comunque un governo minoritario, perchè ha bisogno del PRI per governare. Non c'è da illudersi che Ruiz verrà destituito dalla carica di governatore di Oaxaca tanto facilmente proprio per questi motivi.

Se poi questo avverrà, sarò ben felice di darne notizia. Così come sarò il primo a annunciare la liberazione di Sosa e degli altri leader APPO, qualora questa avvenisse, ma non credo sia né prossima né comunque tra gli obiettivi di Calderón.

Non credere che io boicotti questo governo a priori, non sono nessuno per farlo, anzi sono io il primo a sperare in risvolti politici positivi per un paese come il Messico così potenzialmente ricco e importante per l'intero continente. Lasciami però dire che con queste premesse il governo Calderón non porterà a nulla di realmente positivo, purtroppo…

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di Antonio Pagliula ~ 12:21 AM

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sabato 9 dicembre 2006
I pacifisti statunitensi chiedono la chiusura della Scuola delle Americhe, che addestra i soldati latinoamericani. Ma la Casa Bianca vuole aumentare la sua influenza militare nella regione.

school of americasLa protesta annuale contro la Scuola delle Americhe (Soa) di Fort Benning, in Georgia, ha sempre più seguito. Nel 2003 ha richiamato 10mila persone, nel 2004 16mila e nel 2005 19mila. Forte del suo sostegno, il movimento che si batte per la chiusura della controversa istituzione dell’esercito statunitense sta allargando i propri orizzonti. Mentre i pacifisti si riunivano alle porte di Fort Benning, dal 17 al 19 novembre, altri manifestanti scendevano in piazza a Santiago, Bogotà, San Salvador e in altre città latinoamericane. Il movimento internazionale che si oppone alla politica militare di Washington è sempre più ampio. E di recente alcuni articoli sulla decisione dell’amministrazione Bush d’intensificare l’addestramento dei militari latinoamericani, per contrastare la svolta a sinistra del continente, hanno scatenato forti critiche in patria e all’estero.

Fondata a Panama nel 1946 e trasferita a Fort Benning nel 1984, la Soa ha addestrato più di 60mila soldati latinoamericani. Il Pentagono ha riconosciuto che in passato la Soa ha insegnato metodi d’interrogamento coercitivi e ha giustificato il ricorso alle esecuzioni extragiudiziali. Alcuni ex allievi della scuola sono stati accusati di gravi violazioni dei diritti umani in America Latina.

Nel 2001 il congresso ha ribattezzato la scuola “Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione alla sicurezza” (Whinsec). Da allora migliaia di soldati stranieri sono andati a Fort Benning. Ma con il cambiamento politico che sta investendo l’America Latina, vari paesi hanno interrotto i loro rapporti con la scuola. Il Venezuela ha smesso di inviare soldati alla Soa nel 2004, seguito quest’anno da Uruguay e Argentina. Il sacerdote Roy Bourgeois, che ha fondato l’organizzazione indipendente Soa Watch, ha promosso una serie d’incontri con funzionari governativi di Caracas, Montevideo e Buenos Aires. E quest’anno ha continuato l’opera di sensibilizzazione contro la Soa nelle principali città sudamericane. L’anno prossimo Bourgeois ha in programma di visitare almeno altri cinque paesi, tra cui il Nicaragua. Daniel Ortega, del Fronte sandinista per la liberazione nazionale, potrebbe riconsiderare l’accordo stretto con Washington per la formazione militare.

La lotta contro la Soa è in generale contro l’addestramento militare statunitense è al centro delle iniziative dei pacifisti. “Vogliamo che le generazioni del futuro vivano in pace e nel rispetto della giustizia”, ha detto Pablo Ruiz, un cileno sopravvissuto alle torture, prima della manifestazione a Santiago. “Ma non sarà possibile finché permettiamo che i soldati siano addestrati all’uso delle armi e della violenza”.

uruguay torturaIl 10 novembre il quotidiano Usa Today ha scritto che la strategia dell’amministrazione Bush è di militarizzare ulteriormente l’emisfero. L’articolo spiega che a ottobre la Casa Bianca ha annullato le restrizioni all’addestramento dei militari latinoamericani. In passato questi programmi erano stati limitati perché alcuni paesi non garantivano l’immunità ai soldati statunitensi. Tuttavia la nuova maggioranza democratica potrebbe modificare il corso del dibattito sull’addestramento. A giugno la camera dei deputati, allora repubblicana, ha respinto un emendamento che avrebbe ridotto i finanziamenti alla Soa. Ma con le elezioni di medio termine la situazione è cambiata. “Ripresenterò il disegno di legge al Congresso, e questa volta avremo più possibilità di farcela”, afferma Jim McGovern, il deputato democratico del Massachusetts che ha proposto l’emendamento.

Oggi, ancor più che durante la guerra fredda, la Soa è al centro di accese polemiche. Ma non dovrebbe sorprendere che questa piccola istituzione si sia trasformata in un parafulmine internazionale. Dopo tutto le qualità più note della Soa negli ultimi sessant’anni – l’insegnamento delle torture, la totale assenza di responsabilità e la promozione di obiettivi politici attraverso mezzi militari – spiegano molti dei problemi d’immagine degli Stati Uniti in America Latina e nel resto del mondo.

Articolo di Patrick Mulvaney, pubblicato da “The Nation” (Usa) e in Italia dal settimanale “Internazionale

Per chi volesse approfondire l’argomento Scuola delle Americhe e tortura ecco qualche link:

- la storia di Posada Carriles, uno dei peggiori terroristi creati dagli Usa nella Soa;
- la legge sulla tortura, datata fine settembre 2006, emanata negli Stati Uniti, che in pratica prevede l’abolizione del “habeas corpus”;
- il Paraguay ritira l’immunità di cui godevano i militari statunitensi godevano nella regione.

Vi lascio questo fine settimana con un articolo di Eduardo Galeano pubblicato giovedì su “Il Manifesto” in occasione dei 30 anni della dichiarazione universale dei diritti dei popoli:

Dicono che la tortura è efficace

Dicono che la tortura è efficace. Però si sa bene, dai tempi della Santa Inquisizione, che le confessioni del torturato non sono credibili, perché il dolore gli fa dire ciò che il torturatore desidera. Uno dei casi più recenti e rivelatori è stata la confessione di un capo di Al Qaeda, Ibn al Shaykh al-Libi, che sotto tortura confesso che Saddam Hussein stava addestrando la sua organizzazione con armi chimiche e biologiche, ed aiutò così Colin Powell a commettere la più grande gaffe della sua carriera nel discorso con cui annunciava l’invasione dell’Iraq.

Dicono che la tortura è efficace. Però è stata applicata massicciamente a centinaia di migliaia di persone in Algeria, Vietnam, America Latina, e non ha impedito né la sconfitta del potere coloniale francese, né l’umiliazione del potere coloniale nordamericano, né la caduta delle torture militari latinoamericane.

tortureDicono che la tortura è efficace. Pero in Iraq Abu Ghraib è servito solo a mettere in tutta la sua luce e a dimostrare senza ombra di dubbio il terrorismo degli invasori.

Nelle sale dove si tortura un sistema che pratica il crimine per spogliare paesi si toglie la maschera. I burocrati del dolore, soldati e polizie, sono solo strumenti di un potere che ha bisogno della tortura per assicurarsi ed estendere i suoi confini.

Nulla di anormale: un sistema atrocemente ingiusto utilizza metodi atroci per durare. Nulla di anormale che i padroni del mondo non solo pratichino la tortura, ma ne predichino la qualità, “mezzo alternativo di coercizione”, “tecnica intensiva d’interrogatorio”, o “tattica di pressione ed intimidazione”.

Ciò che ci angoscia è constatare che nel mondo una parte crescente della pubblica opinione applaude la tortura, o almeno la accetta, quando si applica a presunti terroristi che rifiutano di dire ciò che sanno o contro presunti delinquenti che minacciano la sicurezza. Ci sembra scandaloso che questo errore venga ammesso come pratica corrente e che i mass-media più influenti ne facciano propaganda sempre più apertamente.

E’ per noi inammissibile la crescente impunità dei torturatori, protetti dagli accordi di immunità che il governo degli Stati Uniti impone per mettere i suoi agenti e militari fuori dalla competenza di qualsiasi giustizia, locale o universale.

Crediamo sia urgente dire ad alta voce che mentono coloro che dicono che la tortura protegge la popolazione civile. Questa macchina che si nutre di carne umana non agisce per mettere gli innocenti al riparo dalle minacce in agguato perché in qualsiasi momento, con i suoi trattamenti feroci, può trasformarli in colpevoli.

Non serve per proteggere ma per terrorizzare la popolazione. Non serve per ottenere informazioni: si pratica per prevenire ribellioni, per castigare eresie, per umiliare dignità e seminare paura.


Eduardo Galeano, Il Manifesto 7 dicembre 2006

Per salutarvi infine vi rimando alla lettura, sempre di questo grandissimo autore:

- di questa poesia, El miedo global - Tratto da "Le labbra del Tempo";
- e di un libro indispensabile “Le vene aperte dell’America Latina”, per capire e comprendere meglio la realtà di questo continente.

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di Antonio Pagliula ~ 2:44 PM

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mercoledì 6 dicembre 2006
Appena insediato il presidente “legittimo”, Felipe Calderón cerca di risolvere il problema Oaxaca. Come? Arrestando i leader principali della APPO, adempiendo quindi alla prima promessa elettorale, ossia la famosa “mano dura”, più sicurezza, più polizia, meno dialogo e meno tolleranza. Intanto il Cepal rende noti i dati sui risultati economici dell’America Latina.

sosa arrestatoNon si avevano grandi speranze riguardo al governo di Calderón, però certo non ci si aspettava che iniziasse subito così male. Dopo la scelta del discutibile Francisco Ramírez Acuña come ministro dell’Interno arrivano le prime decisioni su Oaxaca, anch’esse più che discutibili. Pensare che solo quattro giorni fa il neo-presidente nel suo primo discorso ufficiale dopo la cerimonia ufficiale annunciava: “Ufficializzo formalmente il mio invito a dialogare con tutte le forze politiche. Per il bene del Messico questo confronto non può più attendere. Dialogherò con chi è disposto a dialogare, se ci saranno da cambiare le regole le cambieremo per adeguarle ai tempi che stiamo vivendo. Cercherò di essere il presidente di tutti e da parte mia ci sarà sempre la disponibilità a rafforzare la democrazia, anche battendo nuove strade per capirci, prendere le decisioni e risolvere i conflitti, anche se non aspetterò il dialogo per iniziare a lavorare”.

A quanto pare il dialogo per il momento dovrà attendere. L’arresto dei dirigenti della Assemblea Popolare di Oaxaca (APPO) Flavio Sosa, Horacio Sosa, Ignacio García e Marcelino Coache, avvenuto alle 7 del mattino di ieri suona come la negazione completa, a distanza di soli quattro giorni, dell’intero discorso presidenziale. I detenuti si trovavano nella capitale per dialogare con i rappresentanti della segreteria del governo in un incontro che era stato precedentemente accordato tra le parti. I fatti peraltro ricordano molto un altro passaggio fondamentale della storia messicana, come dimenticare infatti il 9 febbraio 1995, quando Ernesto Zedillo, nel bel mezzo del processo di negoziazione con la dirigenza zapatista ordinò improvvisamente l’arresto dei leader EZLN.

appo arrestoIl governo che si è appena instaurato si presenta subito come un regime senza principi che non ha rispetto per la parola data, per di più e forse quello che è ancora più grave, si presenta come un autorità disposta a reprimere e cancellare chiunque non condivida i suoi progetti e il suo modo d’operare. Questi arresti non fanno altro che confermare la rotta già seguita dal governo Fox: proteggere il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz.

Quindi la risoluzione del conflitto a Oaxaca per Calderón e per la destra messicana è facile da ottenere: consiste esclusivamente nel reprimere e zittire le voci di chi è contro Ulises Ruiz, senza prendere in considerazione minimamente le richieste e le origini di questo conflitto sociale. Si è scelta quindi la via dell’autoritarismo, dell’intolleranza e della persecuzione politica, non si fa altro che continuare a gettare benzina su un incendio che potrebbe assumere dimensioni nazionali.

Ieri inoltre è stata resa nota la relazione del CEPAL (Comisión Económica para América Latina y el Caribe U) riguardo ai risultati economici e sociali ottenuti dall’America Latina. La relazione, che prende in considerazione gli ultimi quattro anni, è in generale positiva e dimostra i buoni progressi ottenuti dall’intera regione per quanto riguarda la salute e l’istruzione. I dati più importanti sembrano quelli della riduzione della povertà che è diminuita di quattro punti percentuali di media in tutto il continente.

Il presidente del Cepal, José L. Machinea, ha sottolineato l’importanza di aumentare i programmi sociali da parte dei singoli stati in modo da aiutare direttamente i cittadini e allo stesso tempo far crescere il livello di occupazione. Questa la linea guida da seguire per combattere l’esclusione sociale e aumentare la crescita economica.

Il miglioramento della situazione dell’intera regione sembrerebbe quindi quasi naturale ed indipendente dalle decisioni dei singoli stati, in realtà andando a spulciare bene la relazione e tenendo anche in considerazione le linee guida del presidente del Cepal, sembrerebbe che i paesi con governi di sinistra e quindi più orientati a seguire programmi sociali siano anche quelli che hanno ottenuto i migliori benefici a livello economico.

I miglioramenti più significativi si sono avuti forse non a caso in Argentina (26% di povertà nel 2003-2005, contro il 45,4 del 2000-2002) e Venezuela (37,1% nel 2003-2005, contro il 48,6% del 2000-2002). Non sono stati invece molto confortanti i risultati dei governi che hanno seguito politiche economiche liberali: Colombia, Ecuador, Perù e Messico hanno avuto una diminuzione generale della povertà di soli 4 punti percentuali. Particolarmente preoccupante la situazione messicana che ad una piccola diminuzione della povertà nelle grandi città contrappone un aumento concreto del livello di povertà nelle zone rurali (il consiglio nazionale per la valutazione delle politiche sociali ha contato un milione di poveri in più solo tra il 2004-2005, penultimo anno della gestione Fox).

Non bisogna comunque cantare vittoria. La povertà interessa 205 milioni di persone, delle quali 80 milioni vivono nell’indigenza. Traguardo della Cepal –che è un organo delle Nazioni Unite- è quella di dimezzare queste cifre per l’anno 2015, attraverso programmi sociali ed investimenti mirati.

E’ possibile consultare la relazione e tutti i dati sul sito Cepal.

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di Antonio Pagliula ~ 4:21 PM

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lunedì 4 dicembre 2006
Come era quasi scontato il presidente Hugo Chàvez è stato rieletto a grande maggioranza dal popolo venezuelano. Se il risultato delle urne era abbastanza prevedibile è comunque importantissima la riconferma di Chàvez non solo per il Venezuela ma anche per l’intero continente sudamericano.

risultati elezioni venezuelaIl risultato delle urne è chiarissimo: Hugo Chàvez, presidente uscente, 61,35%; Manuel Rosales 38,39%. I tentativi di depistare, di condizionare e di creare tensione alla vigilia del voto da parte dell’opposizione, spalleggiata come sempre dagli Stati Uniti, non sono serviti a nulla. Qualche finto sondaggio che dava Rosales in parità con Chàvez, la Casa Bianca e l’opposizione che gridavano a brogli prima dell’apertura dei seggi, l’ambasciata Usa che consigliava ai cittadini statunitensi di non uscire di casa e di fare provviste di cibo e candele in previsione si torbidi post-elettorali non sono bastati. La democrazia, svuotata e incapace di offrire alternative reali al Nord, viene invece usata bene per far rivivere la speranza ai popoli del Sud.

Chi conosceva realmente un minimo la realtà venezuelana non poteva neanche immaginare che la candidatura di Rosales potesse essere realmente un pericolo per Chàvez. Non perché “la dittatura” chavista (ormai così è stata catalogata dagli Usa, grandi esperti di democrazia mondiale) non lasci spazio o si serva di brogli per manipolare voti, ma perché il governo venezuelano, ormai più volte eletto democraticamente e sempre riconfermato, gode di un appoggio popolare indiscutibile e più volte dimostrato, una popolazione quella venezuelana che sembra dimostrare una maturità al momento di andare al voto che forse molte nazioni occidentali ancora non hanno. Voglio vedere chi, oggi, davanti a questi risultati, ha ancora il coraggio di annunciare che il risultato delle urne è falsato e manipolato. Chi è che, davanti ad uno scarto così ampio, sapendo che sono state le elezioni tra le più controllate e sorvegliate dagli osservatori internazionali (erano 300 tra statunitensi, europei e sudamericani), sapendo che il sistema di voto e conteggio venezuelano è forse più avanzato e funzionale di molti altri sparsi per il mondo (vedi Messico, Usa e forse Italia), può avanzare un minimo dubbio sull’autenticità del voto?

Sono convinto che qualcuno ci sarà ancora, qualcuno che però ancora non ha capito il segreto di Chàvez.

Il successo di Chàvez è il suo popolo, il popolo venezuelano che gli è fedele e crede in lui e non per devozione ma perché Chàvez realmente ha fatto tornare la speranza a milioni e milioni di persone tagliate fuori prima del 1998 dal sistema economico dominante. Chàvez, con i suoi pregi ed i suoi difetti, ha fatto tornare la speranza al suo popolo, schiacciato, oppresso e stanco di fare la cavia per un neoliberismo, portato ai massimi estremi, e colpevole principale dell’aumento esponenziale della povertà, della corruzione e dell’esclusione sociale.

Hugo ChàvezEsclusione sociale. E’ questo uno dei punti cruciali da analizzare per capire non solo la realtà venezuelana ma anche quella dell’intero continente latinoamericano. Il popolo venezuelano da quando c’è Chàvez non si sente più escluso, ma anzi è partecipe della vita politica del suo paese. Questo non per una campagna mediatica a senso unico e tesa a condizionare pensieri ed opinioni, perché sicuramente non è il caso venezuelano (buona parte di tv e giornali sono critici e molto duri nei confronti di Chàvez), ma perché le classi basse, ossia la parte di popolazione che ormai era arrivata a non contare più nulla e a non avere la minima speranza nel futuro, ha goduto e gode di innegabili benefici dalla politica di Chàvez.

A dimostrazione di questo punto anche il fatto che la stessa opposizione guidata da Rosales ha sottolineato l’importanza delle “missioni” sociali. Risultati che non possono essere smentiti o messi in dubbio quando organismi internazionali come l’Oms e il Pnud dell’Onu annunciano che la povertà è calata dall’80% al 40%, idem la mortalità infantile e l’analfabetismo. Missioni come “barrio adento” o “milagro” (controllo medico gratuito per migliaia di persone da sempre esclusi da cure specialistiche, grazie soprattutto all’aiuto dei medici cubani) non possono essere ignorate né dal popolo venezuelano, che non lo ignora visto il risultato delle urne, ma neanche dal popolo occidentale, che forse ha troppo gli occhi offuscati da alcune campagne medianiche.

Voglio però evidenziare una realtà, che forse in molti non hanno ben chiara. Stiamo assistendo, forse proprio dalla prima elezione di Chàvez nel 1998, ad un netto cambio di rotta da parte di tutte le nazioni sudamericane. Quello in cui molti sbagliano è vedere la causa di questo cambiamento nelle singole persone (Chàvez, Morales, Lula), invece che rendersi conto che i governi attualmente in carica in quasi tutta l’America Latina (da ricordare anche l’Ecuador giusto la settimana scorsa) non sono altro che la reazione naturale ad una sbagliatissima politica economica e sociale adottata per 50anni in Sudamerica. Una politica che non amo definire imperialistica ma che preferisco chiamare speculativa, basata sul neoliberismo post keynesiano, che non ha fatto altro che creare disuguaglianze, povertà e malessere in un territorio tra i più ricchi di risorse e di opportunità al mondo.

chavez no se vaSe poi il Venezuela sceglie Chàvez con il 65% delle preferenze nonostante gli otto anni di governo, se è lui il primo presidente della storia venezuelana ad essere riconfermato, vuol dire esclusivamente che il suo governo riflette bene la volontà dei venezuelani. Se invece il candidato dell’opposizione, Rosales, raggiunge il 35% nonostante goda dell’appoggio di 42 partiti (da socialdemocratici ad estrema destra), nonostante sia spalleggiato dagli Usa e dalle imprese petrolifere vuol dire che il popolo ha fatto una scelta precisa. La scelta era tra continuare con Chàvez, per l’integrazione sudamericana, per risollevare dalla povertà un popolo, per sfruttare le ricchezze del territorio nell’interesse dalla nazione e non a beneficio delle grandi multinazionali, per dare sanità e istruzione gratuita, per ridare terre e crediti agli indigeni e ai poveri, o scegliere Rosales, per altro tra i firmatari del tentato golpe poi fallito nel 2002, per tornare al passato pre-Chavez.

E’ questo quello che si deve capire, si deve rispettare l’autodeterminazione di un popolo che non vuole tornare al passato, un passato in cui non era rappresentato ma solo sfruttato. Chàvez, che anche io critico per certi versi perché comunque non apprezzo la figura di un militare presidente, ha avuto ed ha un grande merito nella presa di coscienza del Venezuela e dell’intera America Latina. Un ruolo fondamentale dal quale non si sarebbe potuto prescindere in questi anni per far partire la reazione di questa regione. La vittoria di ieri non è altro che l’ennesimo passo in avanti verso la trasformazione e la ricerca di un’alternativa ad un sistema economico imposto dall’alto e chiaramente fallito in Sudamerica, una trasformazione che in questo momento comunque non può assolutamente prescindere da un leader forte come Chàvez.

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di Antonio Pagliula ~ 2:03 PM

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