Alla fine ha prevalso il buon senso.Con 49 voti contrari e 26 favorevoli il Congresso peruviano ha respinto il progetto dell’esecutivo che mirava a permettere l’applicazione della pena di morte per i casi di terrorismo e tradimento della Patria. Si tratta della prima sconfitta politica del governo di Alan García al Congresso della Repubblica. "Si diano gli strumenti necessari ai giudici ed al potere esecutivo per mettere fine a questi reati di terrorismo che, insisto, devono avere la massima sanzione che la legge umana e divina permettano"- erano state le parole del presidente peruviano.
La reintroduzione dell’applicazione della pena capitale, comunque prevista dalla costituzione del 1993 ma da sempre inutilizzata, sarebbe dovuta servire per punire il terrorismo in Perù, ed in particolare l’azione del “Sendero luminoso”, un gruppo terrorista peruviano che, ormai saltuariamente, si ripropone con attacchi contro le istituzioni. In realtà però l’iniziativa del governo appare inutile e fuori luogo visto che “Sendero” appare sempre meno attivo e secondo le ultime stime può contare solo su 200 effettivi; un numero per altro in continua diminuzione a partire da quel 15 settembre 1992 giorno della cattura di Abimael Guzmàn e di buona parte della cupola del gruppo.
Il voto contrario della maggioranza del Congresso ha comunque evitato la reintroduzione della pena capitale assolutamente inutile e non adatta ad uno stato democratico. Pensare che l’eventuale voto favorevole avrebbe implicato anche la violazione della convenzione di San José del 1969, con cui le nazioni latinoamericane avevano abolito la pena di morte. Si è rischiato quindi un eventuale scontro tra lo stato peruviano e l’intero sistema giuridico interamericano.
A cinque mesi dalle elezioni però il governo di Alan García comincia a perdere i primi colpi anche al Congresso, dopo aver già visto l’inarrestabile caduta di popolarità nei sondaggi post elettorali. Ha deluso molto, infatti, e non poco l’inizio di mandato del presidente peruviano, che proprio della reintroduzione della pena capitale aveva fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale per tornare alla presidenza.
Rimane comunque il fatto che in Perù si sia affrontata una discussione sulla validità della pena di morte nel 2007, a poche settimane dalla scandalosa esecuzione di Saddam Hussein e per giunta su proposta proprio di un governo che si definisce di sinistra.
Non si può più credere, ai giorni nostri, che un presidente democrata possa essere il promotore di una misura di questo tipo. Una misura veramente drastica che avrebbe significato attentare al rispetto dei diritti umani e alla dignità della persona, oltre che essere un grosso passo indietro per un paese come il Perù.Rimangono comunque molti quelli che credono che la discussione al Congresso sulla pena di morte ed tutto l’eco che ne è scaturito siano stati solo uno squallido tentativo di mascherare gli effettivi problemi che si trova ad affrontare il suo nuovo esecutivo. Il nuovo governo infatti non sembra avere in programma una seria politica antiterrorismo e antidroga, una lacuna veramente grossa considerando la portata di questi problemi nello stato andino.
Per questo motivo mi voglio soffermare un attimo ad analizzare la figura di Alan García, attualmente a capo di questo governo.
Da sempre di tradizione socialdemocratica (a suo dire) ma comunque, in politica economica, di chiaro e forte stampo neoliberale, Alan García si era contraddistinto già nel suo primo mandato (1985-1990) per essere riuscito, con le sue impopolari scelte, a frenare pesantemente la crescita economica peruviana, ma anche a peggiorare la qualità della vita dell’intero paese. Il risultato più eclatante del suo quinquennio di governo è stato però sicuramente quello di portare la parte di popolazione sotto la soglia di povertà dal 16,9% al 44,3% (da rabbrividire).
Il suo ritorno alla carica di presidente è poi avvenuta nel 2006 sotto la promessa di un “cambio responsabile” per il paese, riuscendo per l’ennesima volta a mascherare la sua chiara indole neoliberale con la promessa di un governo dallo stampo socialdemocratico, che avrebbe addirittura preso a modello il Cile della Bachelet. Anche questa volta, però, nella pratica ha subito deluso molti di quelli che gli avevano ri-accordato la fiducia. Nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale sembra infatti trovare effettivo spazio nell’agenda del nuovo esecutivo. Non verrà rivisto il Trattato di Libero Commercio (qualche giorno fa avevo parlato dei danni del TLC in Messico), non avverrà il ritorno alla costituzione del 1979, non sarà discusso il libero abbandono della AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones), non verranno ridotti gli stipendi a ministri e parlamentari, non sarà aumentata la giornata scolastica di un'ora, l'elenco delle promesse già smentite sarebbe lunghissimo...
Già dopo pochi mesi si vede quindi un governo ben lontano dal potersi definire “di sinistra” ma anche lontano dalla famosa sinistra moderata, come invece qualcuno in Italia, ma non solo, continua a fare. L’ennesima conferma a questa opinione è emersa dall’affanno con cui Alan García ha cercato di risollevare la sua immagine attraverso la proposta di reintegrazione della pena di morte. Battendo cioè il chiodo caldo sul sentimento di una buona parte della popolazione che chiedeva vendetta al terrorismo. Una proposta che non può essere promossa da un presidente socialdemocrata e un garante della democrazia, come García ama autodefinirsi, ma che forse calzerebbe più a pennello ad uno stile di governo “populista”, aggettivo devo dire molto in auge negli ultimi tempi.
E proprio sull’opinione di Alan García volevo ricordare le “strane” affermazioni del nostro ministro degli esteri Massimo D’Alema. In un’intervista ad Angela Nocioni di Liberazione, proprio durante il suo recente viaggio in America Latina, il vicepremier italiano è infatti scandalosamente riuscito a catalogare Alan García come “un esponente storico della sinistra”. Parole veramente difficili da condividere soprattutto perché il ministro D’Alema in questo caso dimostra ad esempio di ignorare il fatto che García sia tornato al governo solo grazie all’apporto determinante della destra liberista, dell’oligarchia reazionaria e dei settori urbani più razzisti, come ha anche sottolineato Tito Pulsinelli in un commento alle ultime dichiarazioni del ministro italiano (ne consiglio vivamente la lettura qui). Parole, quelle di D’Alema, ancora più difficili da tollerare considerando poi l’impegno italiano riguardo la mozione Onu contro la pena di morte.Altrettanto strano poi che, nonostante fosse stato capace durante tutta l’intervista di distinguere a suo modo tra sinistra populista-radicale e sinistra light in america del sud, D’Alema cada poi in un clamoroso errore accomunando esperienze politiche molto differenti. Non si riesce infatti bene a capire come quelle del Brasile di Lula, del Cile della Bachelet e del Perù di Alan García possano essere viste tutte sotto la stessa matrice e catalogate come esperienze di “sinistra moderata” (l’unica forma di sinistra per altro meritevole di visita italiana secondo il nostro ministro).
Questa nuova concezione D’Alemiana di sinistra moderata non può non lasciare quantomeno perplessi, in particolar modo se si conosce approfonditamente la realtà politica sudamericana. Forse a D’Alema però serviva semplicemente una giustificazione per il suo viaggio, quasi esclusivamente di interesse economico e non troppo mirato a rafforzare i rapporti con la sinistra latinoamericana. Sono insinuazioni ma d’altronde non oso immaginare cosa penserebbe Lula al sentirsi paragonato ad Alan García…
Concluderei comunque sottolineando un aspetto positivo della visita del vicepremier in Perù. Oltre a riallacciare i rapporti economici con una zona da tempo trascurata da parte del governo italiano, infatti si è riusciti a raggiungere con il governo di Lima un importante accordo che porterà alla conversione di 53milioni di euro di debito, che ancora pesano sul Perù nei confronti del nostro paese, in fondi per progetti di lotta alla povertà.
Per chi volesse comunque approfondire la visita di D’Alema ecco qualche interessante link:
- in azzurro gli stati dove non è applicata la pena di morte;.
- in verde gli stati dove non è applicata la pena di morte, se non per crimini eccezionali (l’America Latina rientra in questa fascia, anche se l’accordo di San José del 1969 in pratica vieta questa pratica all’interno degli stati sudamericani);
- in arancione gli stati dove non è applicata la pena di morte, ma solo sulla carta;
- in rosso gli stati dove è legale la pena di morte per certi reati.
D'Alema dice di essere andato a visitare gli esponenti della sinistra moderata...criticando la sinistra di chavez e morales!!!!
molto strano, come mai allora il suo sottosegretario Di Santo nel primo viaggio ufficiale era passato anche in Bolivia, forse perchè anche lì l'Italia ha forti interessi economici???
Mi faccia il piacere D'Alema, sia più onesto la prossima volta.
p.s. Alan Garcia è un esponente della destra, come Uribe in Colombia e Calderon in Messico. La pena di morte non è associabile alla sinistra moderata, ma anche questo D'Alema dovrebbe saperlo...











