“Il mio messaggio a quei trabajadores y campesinos dell’America Latina è che voi avete un amico negli United States of America”. Queste sono state le parole di G.Bush prima di intraprendere il suo primo viaggio in Sud America da quando è presidente degli Stati Uniti. Ma non si è limitato solo a questo, il presidente Bush infatti è addirittura arrivato a tracciare un parallelo tra Simon Bolivar, il liberatore dell’America Latina (di cui molto probabilmente ignorava l’esistenza), con G.Washington: “Bolivar, come Washington, appartiene a tutti coloro che amano la libertà. Noi americani possiamo chiamarci suoi figli”.Sfiora quasi l’assurdo questo goffo e frustrato tentativo di riallacciare i rapporti con un continente, da sempre visto come il cortile di casa, tutto ad un tratto ostile alle politiche nordamericane.
Ancora più assurdo se si pensa che in piena campagna elettorale 2000, cioè quasi l’ultima volta in cui tentò di occuparsi di questa regione, Bush vedeva i rapporti con l’America Latina come un impegno fondamentale, un impegno che doveva portare all’ALCA, l’accordo di libero commercio con le Americhe, che con scadenza gennaio 2005 doveva unire tutti i 34 paesi americani tranne Cuba, sotto un unico mercato (a senso unico pro Usa). Accordo ora, fortunatamente, grazie ad altri problemi statunitensi in altre regioni del mondo, definitivamente tramontato per sempre.
Le prospettive per questo continente ora sono invece completamente differenti e forse proprio per questo Bush ha deciso di lanciarsi in questo quasi disperato tentativo di recuperare terreno. Qual è però il suo reale obiettivo, qual è l’intento che si auspica di raggiungere con questi 8 giorni di incontri?
Credo sia facile da intuire a tutti: cercare di stoppare l’avanzata e l’influenza sull’intero continente del presidente venezuelano Hugo Chávez, l’unico che ha osato realmente sfidare gli Stati Uniti sul loro stesso territorio, il petrolio ed il neoliberismo. Il problema è che però intorno a Chávez si sono stretti anche molti degli stati latinoamericani, tra cui i più importanti come Argentina e Brasile. L’obiettivo è l’unità latinoamericana, un unione che spaventa non solo il presidente Bush, ma anche molti stakeolders nordamericani.
Ecco tornare quindi l’antica strategia statunitense: dividere per regnare. Proprio tentare di dividere è infatti l’obiettivo principale del viaggio di Bush, questa volta però di fronte ad una meta che pare realmente difficile da raggiungere.
Il primo colpo è stato cercare di “rubare” proprio l’icona dell’unità latinoamericana: Simon Bolivar. Guarda caso anche l’icona della rivoluzione bolivariana di Chávez, tanto che per molti, grazie ad opportune e mirate campagne mediatiche, oggi l’aggettivo “bolivariana” era arrivato ad incutere paura divenendo quasi sinonimo di socialismo, se non comunismo. Per fortuna c’ha pensato lo stesso Bush a rimediare, riconoscendone il giusto ruolo storico.Ma gli Stati Uniti non si sono limitati solo a questo. Per fortuna le ultime settimane sono state caratterizzate dalle dichiarazioni dei presidenti di Brasile ed Argentina che si possono considerare come risposte dirette alle parole ed alle azioni del presidente Bush e della sua amministrazione. Come detto, infatti, Bush e i suoi funzionari, con l’aiuto di alcune campagne mediatiche create ad hoc, insistono nel cercare di creare le condizioni ideali per isolare il Venezuela in America Latina.
Queste sono le intenzioni, che hanno avuto le prime concrete espressioni quando gli Usa hanno tentato, se non preteso, di spingere il presidente brasiliano Lula da Silva ad assumere il leaderato dell’intera regione. Ovviamente Bush non lo fa pensando a Lula come il leader del PT (partito dei lavoratori) e della sinistra brasiliana, ma esclusivamente per cercare di opporlo a Chávez. D’altronde il motto rimane uno: dividere per regnare.
Poco prima dell’arrivo di Bush a San Paolo, l’ambasciatore Usa, Clifford Sobel, dichiarò alla rivista Exame che il presidente venezuelano potrebbe allontanare gli investimenti e gli investitori dall’America Latina verso altri regioni geografiche. Sobel infatti sembrava deciso nell’affermare che “la retorica antimperialista di Hugo Chávez avrebbe inciso sulla percezione dell’intero continente”, tant’è che secondo lui lo stesso Brasile, principale potenza della regione, non dovrebbe limitarsi a gestire il suo arco d’azione al solo Mercosur.
“Il Mercosur è stato importante per il Brasile, però ora il Brasile ha l’opportunità di fare molto di più, includendo un approfondimento dei vincoli commerciali con gli Stati Uniti. Non è una questione ideologica, è una questione di ottenere i risultati”, dichiarava lo stesso Sobel. Si ricorda però che il Brasile condiziona la eventuale apertura alle negoziazioni commerciali con gli Usa al fatto che gli Stati Uniti accettino di trattare con il Mercosur, considerando quest’ultimo un'unica entità: Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela. Dividere per regnare: vecchia tattica.
Sembra come se Washington continuasse a guardare verso l’America Latina senza accorgersi dei cambi sostanziali che si sono prodotti e continuano a prodursi nella regione, senza accorgersi ad esempio che l’integrazione sudamericana continua ad avanzare, nonostante gli ostacoli, gli sgambetti e tutte le pressioni provenienti dal nord del continente.
Ora poi, nella smisurata ossessione di destabilizzare il governo venezuelano, e con questo anche la sua strategia di politica estera, gli Usa hanno puntato tutto sul tema “biocombustibili”, cercandolo di mascherare come una misura presa a difesa dell’ecologia. Infatti il viaggio intrapreso da Bush in Brasile ed Uruguay, tra l’altro gli unici paesi “ostili” meta di questo viaggio, sembra strettamente vincolato alla questione bio-combustibili. L’obiettivo che il presidente Usa vuole raggiungere è negoziare con San Paolo l’importazione da parte nordamericana del biocombustibile brasiliano, prodotto dalla canna da zucchero. Questo farebbe si che il Brasile, che produce la metà dei biocombustibili mondiali, in pochi anni attiri talmente gli investimenti stranieri da divenire l’Arabia Saudita dei biocombustibili, affrancando così Usa e l’intera America Latina dalla dipendenza dal petrolio venezuelano.Uno squallido tentativo questo di Bush, che non tiene conto dei danni che comporterebbe la produzione su larghissima scala esclusivamente della monocultura di canna da zucchero, che non solo aggraverebbe la perdita di biodiversità riducendo la quantità di terra dedicata alla produzione di alimenti, ma espellerebbe anche verso le favelas milioni di contadini in tutto il mondo. Come dicevo però solo uno squallido tentativo, camuffato da una motivazione ecologista, ed un trucco al quale difficilmente l’esperto presidente brasiliano Lula cadrà. Strano soprattutto l’improvviso pollice verde statunitense, da sempre contrario agli accordi di Kyoto ma ora pronto a scherarsi per il biocombustibile, seminando però solo danni (vedi mais in Messico).
L’altro fronte sarà poi quello Uruguayo, dove la cellulosa, altra fonte biocombustibile della quale l’Uruguay può arrivare ad essere un gran produttore, sarà uno dei temi sui quali Bush converserà con Tabaré Vázquez, visto che la discussione sul Trattato di Libero Commercio tra i due paesi sembra essere ormai fortunatamente, per l’Uruguay stesso, svanito.
Più facili ed abbordabili saranno invece le visite ai sin ora sempre servizievoli governi Uribe (Colombia), Oscar Berger (Guatemala) e Felipe Calderon (Messico).
Nel frattempo sono iniziati in tutti gli stati (anche quelli dal governo servizievole) grosse manifestazioni popolari di protesta nei confronti del presidente Bush. Le più grandi forse in Ecuador, dove indipendentemente dalla visita nordamericana è in atto la prima Conferenza Internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere, ed in Argentina dove è prevista la prima tappa di un viaggio di Chávez (diretto poi sempre in questi giorni in Bolivia), dove invece avrà luogo una manifestazione organizzata da “las madres de Plaza de Mayo” per accogliere il presidente venezuelano con lo slogan: “Per l’unità latinoamericana, benvenuto presidente Chávez!”.
Insomma si prospetta un viaggio tutt’altro che facile per G.W. , a cui non è bastato spacciarsi da “amico dei lavoratori e contadini dell’America Latina” per evitare contestazioni e manifestazioni in tutto il continente, reazioni spontanee a dimostrazione del radicato rifiuto delle politiche e delle attitudini del paese di cui è presidente.
Fuori tempo massimo però forse il viaggio in Sudamerica dove basta ascoltare o leggere le dichiarazioni dei presidenti leader di questa regione per accorgersi dell’ormai profondo cambiamento in atto.
Dopo i 17 accordi, incluso quello fondamentale sulla Banca del Sud, firmati tra Argentina e Venezuela infatti queste sono state le dichiarazioni di Néstor Kirchner: “Molto è stato detto negli ultimi tempi circa paesi che dovevano contenere altri paesi, come nel caso del presidente Lula o nel mio caso, che dovevamo tenere sotto controllo il presidente Chávez. Errore assoluto: noi costruiamo insieme al presidente Chávez l’unità latinoamericana, uno spazio necessario alla dignità che i nostri popoli meritano”.
Quello che appare chiaro e che risulta impossibile valutare negativamente è l’attitudine venezuelana al rispetto, caratteristica in netta contrapposizione con quella statunitense o europea. Un’attitudine che invece ha marcato un sentiero per operare più in là dell’aspetto economico, segnale preciso destinato a definire i tratti di una nuova coalizione regionale.
Quest’aspetto è evidenziato poi dalle parole del presidente brasiliano Lula: “E’ nato un equivoco a causa della frequenza con il quale viene riproposto, infatti non c’è nessuna concorrenza per il leaderato nella regione tra Brasile e Venezuela. Il Venezuela fa parte del Mercosur, al quale porterà il suo contributo costruttivo così come gli altri membri. Il presidente Hugo Chávez ed io crediamo profondamente nell’integrazione regionale”.
Lo stesso Lula ha poi recentemente aggiunto: “L’America del Sud vive oggi un momento di importanza storica, nel quale si vedono finalmente governi con visioni convergenti su temi importanti e delicati come quello di trovare soluzioni alla fame, alla povertà, all’educazione e allo sviluppo basato sulla giustizia sociale. Questa convergenza di visioni contribuisce a approfondire le relazioni all’interno del nostro continente, specialmente quelle già intraprese dei processi d’integrazione”.Risulta così chiara e definita la situazione attuale, indipendentemente da quest’inutile tentativo rappresentato dal viaggio di Bush. Con i nuovi governi progressisti si sta spingendo per accelerare l’America Latina verso un processo d’integrazione regionale, un processo favorito anche dal fallimento dell’ALCA nel vertice de Mar de la Plata (Argentina) nel novembre 2005. Un processo che sembra stabile ed irreversibile anche davanti a questa nuova ondata neoliberale che G.W.Bush sta cercando, anche con questo scomodo viaggio, di promuovere, ma che vede però come ultimi baluardi della regione solo Messico e Colombia.
Vignetta di Ángel Boligan pubblicata da TeleSUR.
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La recente nomina di Negroponte a vice della Rice, si tradurrà in una sostanziale attività di proconsole dell’impero per il centro-sud delle Americhe. Non è un mistero che la linea seguita dalla diplomazia statunitense, dettata da Tomas Shannon, non è condivisa da Negroponte, che predilige invece ferro e fuoco nelle relazioni internazionali.
Shannon, peraltro, ha già chiesto di essere spostato ad altri incarichi proprio per non essere d’accordo con il boia di Tegucigalpa. Proprio Negroponte, infatti, ha già lanciato una campagna di attacchi contro Caracas, contro il cui governo sta costruendo una duplice strategia: pool di brocker finanziari per attaccarlo in Borsa e sferrare colpi alla sua autonomia finanziaria da un lato; organizzazione di un possibile attentato che elimini Chavez dall’altro. Quest’ultimo da realizzarsi con l’aiuto dei terroristi cubanoamericani di Miami che, a quanto risulta all'intelligence venezuelana, sono alla ricerca di grandi quantità di esplosivo. L a stessa intelligence riferisce di piani per l'abbattimento in volo con un missile terra-aria dell'aereo presidenziale venezuelano.
Circa 3000 manifestanti hanno riempito le piazze di Bogotà contro la visita del Presidente Usa. La protesta che si leva dalla capitale colombiana, dove Bush arriverà domenica, è solo una delle voci critiche che fanno da contraltare al tour che porterà il Presidente Usa nel centro e Sudamerica.
Fuori Bush dalla Colombia.
bush torna in america latina senza novità! come pretende di recuparare rapporti se propone ed insiste sui punti che hanno portato l'america latina a fine anni novanta sull'orlo del collasso?? Libero commercio, plan colombia e riforma migratoria...basta Mr Bush...forse le converebbe insistere sui diritti umani in colombia, guatemala e messico...ma forse Lei di diritti umani non è proprio un grande esperto...











