Il dipartimento di Stato Usa: “Non concederemo mai l’estradizione agli agenti indagati per il sequestro Abu Omar”. Appare ormai certo che Washington non permetterà a nessuno di processare i propri agenti segreti, anche se questi si sono resi protagonisti di azioni illegali come il sequestro di persona in paese che pure sono considerati alleati. In pratica questo vorrà dire che l’8 giugno prossimo, quando nel palazzo di giustizia di Milano prenderà il via il processo per il sequestro Abu Omar, i 26 agenti della CIA indagati non siederanno sul banco degli imputati.Queste le parole di John Bellinger, consulente legale del segretario di Stato Condoleeza Rice: “Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di estradizione dall’Italia, ma anche se dovessimo riceverla non accorderemo l’estradizione in Italia per i nostri funzionari”.
Parole chiarissime che dovranno essere prese in considerazione anche in altri paesi europei come Germania e Spagna dove sono in corso azioni giudiziarie per le attività illegali della CIA in Europa. Azioni giudiziarie che lo stesso Bellinger ha precisato con tono duro “non contribuiscono alla necessaria cooperazione tra Stati Uniti ed Europa”.
Giustissimo perché è questa la giusta concezione di collaborazione e di cooperazione contro la minaccia del terrorismo. Non sapevo però che esistesse la collaborazione a senso unico… dimenticavo però che con gli Stati Uniti non si finisce mai di imparare.
Come infatti non capire, sempre in tema di cooperazione e collaborazione Usa-Unione Europea ad esempio la proposta pubblicata ieri su un articolo del Washington Post da parte di due ex legali della Casa Bianca, David Rivkin e Lee Casey. Questi due signori hanno avanzato la geniale idea al Congresso statunitense di varare una legge che permetta di incriminare chi, come i magistrati milanesi, indaghi sulle azioni illegali commesse dai funzionari americani, in modo da prevenirsi in casi di futuri processi ed indagini. Che dire, mi sembra più che giusto…
Prima di chiudere questo post riporto solo un’altra notizia sulla CIA e sulla sua legalità. Human Rights Watch ha diffuso l’elenco dei prigionieri portati nel corso degli ultimi sei anni nelle prigioni segrete della Cia, le cosiddette “Black prisons”, e mai più emersi. Si tratta di 37 uomini ed una donna le cui tracce sono state completamente cancellate dalla campagna antiterrorismo lanciata dagli Usa in seguito all’11 settembre 2001.Il cuore del rapporto è il lungo racconto di Marwhan Jabour, un palestinese arrestato nel maggio 2004 a Lahore, in Pakistan, con l’accusa di essere un militante di Al Qaeda, e quindi finito in una prigione probabilmente in Afghanistan. Nel 2006, con un volo segreto come quello che ha portato Abu Omar in Egitto, è stato trasferito in Giordania e consegnato alla polizia di Amman. Durante i due anni di interrogatorio, Jabour, a quanto emerge è stato picchiato più volte, legato con delle catene alle pareti della sala degli interrogatori e tenuto in posizioni che gli impedivano di respirare. E’ stato rilasciato dopo 2 anni e mezzo per mancanza di prove certe.
C’è da ricordare però che la Cia e anche il presidente Bush continuano a negare le torture, che invece definiscono “interrogatori duri ma legali”.
Il rapporto dei Human Rights Watch si conclude così: “Va sottolineato che il livello di segretezza che compre le prigioni segrete della Cia rimane estremamente alto, e gli ostacoli per ottenere questo tipo di informazioni sono molti. In sintesi potrebbero esserci altri ex prigionieri della Cia della cui esistenza non si sappia nulla al di fuori del programma”.
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pubblico una notizia appena letta sull'agenzia ign, ennesima conferma dell'comportamento statunitense:
IRAQ: D'ALEMA, SENZA RISPOSTA DOMANDA GIUSTIZIA PER CALIPARI
MANCATA ASSUNZIONE RESPONSABILITA' E' OCCASIONE PERSA DAGLI USA
Roma, 3 mar. - (Adnkronos) - "La domanda di verita' e giustizia" sulla vicenda di Nicola Calipari, il funzionario del Sismi ucciso due anni fa a Baghdad dal fuoco di una pattuglia statunitense dopo la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena "non ha trovato finora una risposta adeguata". E' stato il ministro degli Esteri Massimo D'Alema a sottolinearlo, intervenendo oggi a Villa Piccolomini alla tavola rotonda 'Nicola Calipari, una vita per gli altri'.
"E' conosciuto il nome del militare che avrebbe sparato. Al di la' della verita' -ha osservato D'Alema a margine dell'incontro- ci sarebbe bisogno di giustizia. Il governo si e' gia' impegnato, ma non dipende dal governo italiano tradurre in giudizio l'imputato. Ritengo che in una certa misura questa sia un'occasione perduta da parte americana".
"Ricordo la vicenda del Cermis, quando il militare imputato della responsabilita' colposa dell'incidente fu assolto. Tuttavia -rileva il ministro degli Esteri- il governo degli Stati Uniti si assunse la responsabilita' con un atto che ebbe, al di la' degli aspetti risarcitori, un grande valore di carattere morale e politico. Un'assunzione di responsabilita' che in questo caso non c'e' stata".
Quelli che non accettano il processo per il caso Abu-Omar sono gli stessi bravi americani che in casa loro torturano e fanno scomparire le persone (per non parlare dei bombardamenti di civili quasi quotidiani in qualche parte del mondo) e in cambio non riconoscono la colpevolezza dei loro militari nell'uccisione di un serio funzionario dello stato quale Calipari e promuovono in carriera i piloti che hanno abbattuto GIOCANDO la funivia del Cermis.











