Non c’è dubbio, l’attuale politica statunitense mirata ad incrementare la produzione di etanolo minaccia chiaramente la sopravvivenza di milioni di famiglie messicane, in particolare di quelle più povere. Il nuovo programma nordamericano, che ha l’obiettivo di duplicare la produzione di biocombustibile prodotto da mais, avrà pesanti conseguenze su milioni di persone. Sarà solo questione di pochi mesi, infatti, e l’intera popolazione messicana si troverà costretta ad affrontare aumenti del prezzo della farina di mais senza precedenti, dal 50 al 200% a seconda della zona di residenza, e tutto nella quasi completa indifferenza mondiale.Molti non sanno, però, che sin da tempi antichissimi il mais è il componente fondamentale della dieta centroamericana. Con questo cereale si preparano i piatti tipici della cucina messicana e soprattutto si prepara la famosa “tortilla”, tradizionale pane prodotto dal mais, da sempre presente su tutte le tavole del Messico, che, anche per il suo costo accessibile, sfama in particolare milioni di famiglie sotto la soglia di povertà. Il “Popol Vuh”, antico libro che raccoglie le leggende e le tradizioni Maya, racconta che Dio creò addirittura l’intera razza umana usando del mais bianco e mais giallo, ed è praticamente da tempi ancestrali che la cultura di questo cereale ha marcato la storia del Messico e del Centro-America.
Dal 1994 invece, ossia quando viene sottoscritto il Trattato di Libero Commercio (TLC) tra Stati Uniti e Messico, è iniziata una nuova storia. Le tariffe doganali tra questi due paesi, infatti, sono state abbattute ed il mais nordamericano che godeva, e gode tuttora, di forti sussidi da parte del governo Usa monopolizza, grazie ai suoi costi più bassi, l’economia messicana. Milioni di piccoli produttori messicani vengono tagliati fuori dal mercato con la promessa che “il più economico mais statunitense porterà maggiori benefici ai consumatori, rendendo più conveniente anche il prezzo de “las tortillas”. I pesanti sussidi all’agricoltura di cui gli agricoltori statunitensi godono hanno in pratica causato una forte pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando così molti agricoltori a lasciare la loro attività causandone, in questo modo, un vero e proprio “genocidio” economico. A più di dodici anni di distanza il Messico, da grande produttore di mais, si ritrova oggi costretto ad importare quasi obbligatoriamente mais transgenico dagli Stati Uniti per soddisfare l’enorme richiesta interna del cereale.
Purtroppo però le promesse di riduzione dei prezzi pubblicizzate in passato non sono state di fatto mai rispettate. In questi ultimi mesi le cose sono addirittura peggiorate, il prezzo del cereale è passato da sette pesos al chilo (0,50 euro) ai 18 attuali e non sembra fermarsi, anzi continua la sua impennata a causa dell’incremento esponenziale della domanda di mais per la produzione di etanolo. Il dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti d’America ha annunciato che le esportazioni nordamericane del cereale andranno riducendosi sempre di più in concomitanza dell’aumento del 20% dell’utilizzo del mais per produrre carburante.
Di questo passo in pratica i produttori di combustibile “ecologico” taglieranno fuori dal mercato i consumatori di mais che non potranno più permettersi l’incremento del prezzo. Si tratta di milioni di persone, a cominciare proprio dalle classi più povere di Messico, Centroamerica e Carabi. Una volta distrutta la capacità produttiva di milioni di agricoltori messicani, il prezzo del mais continuerà a salire, rendendo così il Messico e la sua popolazione ancora più dipendente dalle importazioni dall’estero.
La cosa forse più grave è forse però che nessuno pensi realmente alle conseguenze a cui porterà l’aumento del prezzo dei cereali in tutti i paesi in via di sviluppo che proprio dall’importazione dei cereali dipendono fortemente, la domanda è: dopo il Messico a chi toccherà?
Questa svolta ecologica nordamericana rischia di costare caro a buona parte del cosiddetto Sud del Mondo, la Farm Bill (legge agricola) del 2006 prevede addirittura come obiettivo un aumento esponenziale della produzione di etanolo dal mais.
I dubbi sull’intera vicenda sono innumerevoli. Per prima cosa non convince questa nuova politica statunitense che parla di riforma ecologica quando sappiamo tutti che proprio gli Usa non hanno mai sottoscritto né gli accordi per la tutela ambientale di Kyoto né quelli per la riduzione delle emissioni. Per seconda cosa ormai è risaputo, ed è stato confermato proprio da “The Economist” solo qualche settimana fa, che "l'etanolo derivato dal mais, cioè quello che si produce negli Stati Uniti, non è vantaggioso né sotto il profilo economico né sotto quello ecologico. La produzione richiede infatti altrettanta energia di quanta ne produce, i sussidi costano ai contribuenti tra i 5,5 e i 7,3 miliardi di dollaro all'anno, e aumenteranno esponenzialmente il prezzo del mais, quello dei terreni e quello della carne. La produzione alimentare, in altre parole, viene usata per sfamare le voraci automobili statunitensi".In pratica sembra che occorra addirittura molta più energia per produrre l’etanolo americano di quanto esso ne produca. Conviene realmente, quindi, esclusivamente per ridurre la dipendenza Usa dal Medio Oriente e dai paesi produttori di petrolio che milioni e milioni di persone siano costrette alla fame? Alimentare un auto conta più che alimentare un uomo? Molti leader e presidenti latinoamericani, con in prima linea il presidente venezuelano Chàvez e quello cubano Fidel Castro, si sono espressi negativamente a riguardo criticando fortemente questa nuova politica nordamericana, ma quello che manca realmente è forse una reale presa di coscienza su questi fatti della popolazione mondiale.
Per permettere il funzionamento delle auto nel primo mondo non si può infatti condannare alla morte per fame più di tre miliardi di persone nel “Sud del Mondo”.
Intanto però a quanto pare la “tortilla” di mais, nell’indifferenza mondiale, da storico simbolo della cultura ancestrale del continente latinoamericano sembra che si trasformerà rapidamente e tristemente in un semplice strumento per la produzione di combustibile.
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18/6/07 7:15 PM, essential rambles
Le polemiche sulle fonti di energia sembra raggiugano il riidcolo se non fosse un dramma universale.
Il No al nucleare, no all'eolico, non al carbone, no al bio diesel (anche se so per certo che non basterebbero tutte le terre coltivabili) non basta il fotovoltaico a produrre l'energie che ci necessita. Se è vero che i paesi occidentali consumano più di tutti, è anche vero che per migliorare le condizioni dei paesi in via di sviluppo occorre energia e anche molta (vedi la Cina).
Non potendo eliminare fisicamente la popolazione mondiale in eccesso, non essendoci allo stato attuale delle cose, fonti energetiche alternativa valide e sufficienti, bisogna decidere quale tipo di SACRIFICIO fare.
Sempre che non si desideri tornare al medio evo ed ai cavalli.
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