Il risultato è stato sorprendente, Correa, in pochi mesi di presidenza e grazie a questa sua particolare attenzione per gli ecuadoriani all’estero, ha conquistato le comunità di migranti che prima delle elezioni di fine 2006 erano invece molto dubbiose sulla sua figura. “A volte non so che pensare, qui in Italia non arrivano le informazioni sul nostro paese. Qui Correa viene dipinto come Hugo Chávez, ma non è così!”, raccontava Nancy con in braccio la sua bambina di pochi mesi nata in Italia.
Proprio per questo forse la vittoria di Correa non era vista di buon occhio inizialmente dagli ecuadoriani in Italia, e forse proprio per questo Correa ha intrapreso questo suo viaggio in Europa, tra Spagna, Italia e Belgio, per convincere e parlare direttamente con il suo popolo, quella che lui chiama la “quinta regione” dell’Ecuador, ossia i 3 milioni (su di una popolazione di 13 milioni) di ecuadoriani costretti ad emigrare.
Questa attenzione ricevuta dal loro presidente, insieme alle prime decisioni del suo governo all’insegna della rottura e del cambiamento con il passato, ha fatto breccia nei cuori degli ecuadoriani in Italia che ora appoggiano totalmente il loro nuovo presidente. “In lui ho grande fiducia, ha risvegliato il mio orgoglio di essere ecuadoriano”, affermava Carlos che vive in Italia da cinque anni.
Correa è stato chiaro, diretto e sincero durante l’incontro con i suoi “compatriotas emigrantes”. Molti anche gli argomenti trattati in un lungo intervento di circa tre ore, durante le quali il presidente ecuadoriano ha risposto direttamente alle domande e alle preoccupazioni del suo pubblico, che lo ha ascoltato ed acclamato nonostante un sole cocente ed i 38 gradi milanesi.
Si è parlato del passato, di quello che ha vissuto l’Ecuador negli ultimi vent’anni, un paese vittima dell’ingiustizia, della povertà, della disuguaglianza e della corruzione. Il presidente Correa parla di anni terribili, di una Patria rovinata da un neoliberismo “criminale”, di liberalizzazioni selvagge che culminarono nella crisi finanziaria del 1999 e privarono il popolo ecuadoriano di diritti fondamentali come educazione, salute, lavoro, oltre che della loro dignità.
Molti dei presenti furono proprio le prime vittime di quegli anni di crisi, in cui più di due milioni di persone in soli 10 anni si ritrovarono quasi costrette ad abbandonare il paese, ed erano in molti i presenti che sembravano rivivere la loro tragica storia nelle parole del “mandatario” ecuadoriano. “Io so che a molti di voi è stato detto che il mio governo vorrebbe attentare alla proprietà privata, alle vostre proprietà, alle vostre abitazioni, ma la verità storica è chiara. Gli unici ad essere stati protagonisti della più grande confisca di beni privati nella storia dell’Ecuador, dei vostri depositi e del vostro denaro, furono le banche con l’appoggio dei governi di estrema destra durante la crisi finanziaria”, accusava Correa, allo stesso tempo tranquillizzando e smentendo le false voci sulle sue intenzioni di governo.
Partendo da queste cause Correa ha poi parlato dell’argomento principale, ossia la migrazione della popolazione ecuadoriana. “Si tratta di una tragedia nazionale”, spiega il presidente, “è una vergogna per tutti noi, il chiaro specchio del fracasso economico, politico e sociale degli ultimi vent’anni per l’Ecuador; io ed il mio governo ci sentiremo dei falliti se continueranno ancora ad esserci “compatriotas” costretti a lasciare il paese e la terra che gli ha visti nascere”.
E’ un Correa vicino alle problematiche della sua gente all’estero, consapevole delle loro difficoltà e dei loro problemi. Risponde a chi parla dei problemi delle famiglie distrutte a causa di una difficile riunificazione familiare; di quegli dei giovani ecuadoriani che per sopperire all’emarginazione sociale si ritrovano a costituire bande (pandillas); di quegli legati alla corruzione dei consolati e delle ambasciate. Ad ogni domanda Correa dimostra preparazione ed attenzione alle tematiche dei suoi concittadini: promette un “Plan vivienda” per i migranti in ritorno in Ecuador, la concessione di microcredito, di borse di studio per giovani ecuadoriani e la nomina di nuovi consoli in Italia, scelti proprio tra gli ecuadoriani che già vivono qui da tempo.
Soprattutto promette un impegno profondo con lo stato italiano in tema di leggi per la regolarizzazione degli immigrati. Correa ammette un ritardo nei rapporti con l’Italia, al contrario di quello che invece avviene con la Spagna, legato soprattutto alla “difficile” politica migratoria italiana (vedi Bossi-Fini) ma si dice fiducioso e parla di ottimi rapporti con il governo targato Prodi.
Non poteva Correa non ricordare l’importanza che ha, proprio per questo motivo, l’Assemblea Costituente per il rinnovamento del paese, un’assemblea voluta dall’82% della popolazione ecuadoriana, che ha come obiettivo principale realizzare una nuova Costituzione. Ha ricordato quindi il fondamentale appuntamento elettorale che il 30 settembre 2007 vedrà le elezioni dei rappresentanti per l’Assemblea Costituente, che avranno poi il compito di scrivere la nuova Costituzione e riformare interamente il sistema delle istituzioni in Ecuador.
Correa ha avvertito delle difficoltà che un processo di questo tipo implica, delle “trampas” (trappole) che la vecchia classe politica continua a tendere, così come ha avvertito del comportamento ostruzionista di una parte dell’attuale Congresso, troppo legato al passato, anche se poi lo stesso Correa giustamente ne sottolinea comunque il ruolo fondamentale di massima espressione della rappresentanza legislativa.
La comunità ecuadoriana all’estero tra l’altro avrà anche l’occasione di eleggere sei rappresentanti per l’Assemblea Costituente, e sarà quindi coinvolta direttamente al processo elettorale: “L’Ecuador non ha più solo quattro regioni (Costa, Sierra, Oriente e Galapagos) ma cinque, e la quinta è costituita proprio dai 3 milioni di emigranti ecuadoriani nel mondo”.
Il presidente ecuadoriano infine annuncia che proprio in seguito alla Assemblea Costituente si rimetterà, insieme al suo governo, nelle “mani del popolo”. “La mia non è una missione personale, sarete voi a decidere, per questo si tratta di una revolución ciudadana, è questo lo spirito della democrazia partecipativa. Non importa se ci sarò io a guidare l’Ecuador o no, non importano le persone, quello che conta è rinnovare la nostra Patria, la unica cosa che conta è la causa comune, e la nostra causa si chiama Ecuador”.
Per visionare alcuni spezzoni dell’intervento di Correa all’Idroscalo di Milano:
•Rafael Correa a Milano: i video del discorso.
Oppure potete visitare il canale di Vero Sudamerica su YouTube a questo indirizzo: http://it.youtube.com/user/verosudamerica
Per tutte le foto che ho scattato dell’evento invece potete visitare la pagina su Flickr: http://www.flickr.com/photos/verosudamerica
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Lodevole l'operazione di Correa! Ci sono delle cose che purtroppo non riesco a spiegarmi. Se la "quinta regione" è composta da circa 3 miloni di equadoriani, su una popolazione di 13 miloni e se l'82% della popolazione ha votato per la creazione di un Assemblea Costituente, che si occupi della redazione di una nuova Costituzione... Non sembra mera propaganda portare una volontà così forte a 3 miloni di persone che sperano di acquisire la cittadinanza di un altro stato, in altro continente? La mia non è polemica. Cerco solo di capire se Correa ambisce al rientro in patria di 3 milioni di immigrati. Ci sono le possibilità per accoglierli attualmente? Nel lasso di tempo tra la redazione di una nuova costituzione (processo lungo) e la mutazione dei presupposti che spinsero 3 miloni di persone ad abbandonare il paese... non è possibile che la "quinta regione" abbia ormai già cambiato nazionalità? Ottimi insomma i presupposti, le volontà palesi, ma quelle nascoste? Non c'è il riscio di illudere 3 milioni di persone sullo stato attuale dell'Equador? E' questo che significa riconsegnare il paese alla sua popolazione?
Correa ha auspicato un rientro in patria da parte degli emigrati equadoriani. Lo ha detto chiaramente e si può ascoltare nei video. Ha promesso di creare in Ecuador le basi per ospitare le persone emigrate non per scelta ma per necessità. Ti assicuro che del pubblico di sabato in tanti erano gli ecuadoriani in Italia che ambivano un giorno a tornare giustamente nel paese che gli ha visti nascere. Certo qualcuno preferirà sicuramente tornare, ma sono in tantissimi ad essere qui con la famiglia in Ecudaor. Credo inoltre che sia leggittimo e giusto il coinvolgimento anche degli equadoriani all'estero nel processo che porterà alla nuova costituzione. E' vero c'è stata anche della campagna elettorale ma non la trovo populista.
La maggioranza degli equadoriani in Italia non vuole tanto cambiare nazionalità ma più che altro vorrebbe essere e lavorare in regola in Italia. Il processo che porterà alla costituzione nuova è estremamente importante per l'Ecuador.











