mercoledì 12 settembre 2007
Un gruppo guerrigliero, l’EPR, rivendica gli attentati a Pemex negli stati di Veracruz e Tlaxcala.

Puebla (Messico) – Nella prima mattinata di lunedì 10 settembre, sei esplosioni hanno fatto saltare in aria altrettanti oleodotti dell’impresa messicana Pemex. La distribuzione di petrolio e gas è stata momentaneamente interrotta provocando ingenti danni finanziari. Fortunatamente però non si sono registrate vittime anche se più di 20'000 persone, residenti nelle vicinanze, hanno dovuto evacuare le zone interessate.

Gli attentati, chiaramente premeditati, sono stati già rivendicati dal EPR (Ejercito Popular Revolucionario), esercito popolare rivoluzionario, un gruppo di guerriglia rurale nato nel 1996 ma tornato alla ribalta quest’anno per attentati simili commessi nel luglio scorso sempre agli oleodotti di Pemex.

L’EPR ha motivato i nuovi interventi terroristici come conseguenza diretta della scomparsa di due membri della guerriglia, Edmundo Reyes Amaya e Gabriel Alberto Cruz Sánchez, detenuti lo scorso 25 maggio a Oaxaca e da quel giorno scomparsi nel nulla. Nel comunicato il gruppo EPR ne richiede l’immediata liberazione con vita.

Questi i fatti, doverosa però un’analisi.

Senza ombra di dubbio ci troviamo di fronte ad atti terroristici ingiustificabili e assolutamente da condannare. Attentati che, anche se in nome di una proclamata rivendicazione sociale e/o politica, come conseguenza diretta non fanno altro che peggiorare la già drammatica situazione delle classi più deboli e povere (20'000 evacuati) e che invece indirettamente purtroppo contribuiscono ad alimentare e legittimare i settori più autoritari del governo che trovano così facili pretesti per accentuare la repressione, per altro già in corso, contro dissidenti, oppositori politici e movimenti sociali.

La giusta e dovuta condanna di questi attentati non è però sufficiente a giustificare il comportamento dell’attuale governo messicano. Due cittadini “desaparecidos” (scomparsi), che siano essi guerriglieri o no, dimostra la totale indifferenza alla tutela dei diritti umani e fa emergere la linea guida di questo, ma anche dei passati governi messicani, quella che nel suo comunicato lo stesso EPR ha definito come una vera e propria “guerra sporca” (guerra sucia) intrapresa dal governo di Felipe Calderón contro il popolo messicano.

Le azioni di sabotaggio agli oleodotti che ci troviamo ad esaminare non fanno altro che confermare la sensazione di un Messico ormai caldo e potenzialmente instabile. Su 105 milioni di persone, 19 milioni vivono sotto la soglia di povertà e ben 49 milioni non dispongono delle risorse minime per soddisfare le esigenze di base (casa, salute, vestiti, educazione, trasporti).

Risulta quindi quasi sorprendente come la palpabile esasperazione sociale non abbia ancora imboccato la strada della rivolta di massa. Risulta poi altrettanto sorprendente come, sino ad ora, non sia stato più evidente e marcato il collasso delle autorità di governo, considerando anche la totale mancanza di fiducia rispetto alla classe politica da parte dei cittadini ed i diversi focolai di mobilitazione sociale generatisi negli ultimi tempi.

Per ora la repressione attuata dal governo Calderón è riuscita a mantenere “stabile” la baracca, però, a questo punto, solo una totale mancanza di senso di Stato può spiegare il perché questa classe politica e dirigenziale continui a non tenere bene in conto la reale minaccia che incombe sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità politica.

Troppo facile limitarsi a dare la colpa agli atti terroristici delle guerriglie come l’EPR, o al narcotraffico, o alla delinquenza comune. E’ necessario invece guardare la realtà per quella che realmente è, facendo ricadere le reali cause sul sistema economico che ha portato più della metà della popolazione messicana alla miseria e alla fame, e che tutt’ora viene mantenuto in vigore.

Questi nuovi atti di terrorismo e di propaganda armata, compiuti in questo caso dal EPR, dovrebbero portare la classe di governo attuale a riflettere sulla spaventosa assenza di prospettive alla quale si raffrontano, a causa della politica economica ed alla totale assenza di politica sociale, tutti i giorni milioni di messicani. Milioni di persone che si trovano a non avere alternative che non siano l’immigrazione clandestina negli Usa, il mendicare per strada, l’essere reclutato dalla criminalità organizzata, o l’incorporarsi a gruppi politico-militari che si propongono di cambiare l’attuale sistema politico/economico attraverso il terrorismo.

Guardando questa indiscutibile realtà, le possibilità per l’attuale classe politica messicana sembrano restringersi esclusivamente a due: provare a cambiare la conduzione politica, economica e sociale del paese cercando di ascoltare la voce della metà della popolazione messicana esclusa dal sistema oligarchico vigente, od invece, continuare con l’attuale politica della repressione totale, tipica di uno stato autoritario che priva delle garanzie individuali di base. Strada quest’ultima a quanto sembrerebbe preferita e già abbondantemente intrapresa dal governo di Felipe Calderón.

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di Antonio Pagliula ~ 5:05 AM

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