martedì 9 ottobre 2007
9 ottobre 1967 - 9 ottobre 2007

Doveroso, a 40 anni di distanza dalla sua morte in Bolivia per mano della CIA, rendere tributo alla memoria e alle lotte di questo guerrigliero in nome della giustizia, dell’equità sociale e dei diritti dei popoli di tutto il mondo.

Al di là però delle facili etichette che nel caso del Che considero insopportabili ci sono almeno due punti, legati alla sua figura, che dovrebbero spingere tutti, anche i non guevaristi, a non dimenticare, ma anzi apprezzare e rendere grazie al Che:

• il primo punto è il viaggio, inteso come paradigma dell’educazione sentimentale alla politica. Guevara senza dubbio ha mutato il costume delle generazioni inventando il viaggio come apprendistato alla vita, alla conoscenza e alla politica. Attraverso il suo viaggio giovanile per l’America Latina ha scoperto e vissuto le contraddizioni del continente, contraddizioni che lo hanno reso consapevole e lo hanno portato a decidere di lottarci contro tutta la sua vita, sino alla morte.

• il secondo punto, ancora più importante e forse poco enfatizzato anche dagli stessi guevaristi, è che Che Guevara è da considerarsi la prima acuta consapevolezza della insopportabilità del mondo bipolare. È il primo annuncio, già dal discorso di Algeri del ‘62, della necessità di spaccare il muro di una gerarchizzazione feroce dei rapporti sociali e dei rapporti di potere nel mondo. Il primo ad interarsi degli errori dell’URSS comunista ed a reimpostare la prospettiva mondiale. Già nel ’62 la sua vista andava al di là di un mondo diviso tra superpotenze, Est ed Ovest, e si accorgeva della sempre crescente divisione tra Nord e Sud, dell’ingiusto sfruttamento da parte del Nord del mondo sul Sud, oggi chiaro ed evidente come mai.

Al Che si devono insomma quei valori etici che al giorno d’oggi danno fastidio a quella che è la finanza speculativa, al Dio mercato, che attraverso il neoliberalismo tiene in ostaggio la politica del terzo millennio.

Idee e valori che ricompaiono a distanza di 40 anni, nonostante i tentativi di pietrificare il suo pensiero in un gadget o in una faccia sulla maglietta.

Hasta siempre, Comandante...


“… me he sentido guatemalteco en Guatemala, mexicano en México, peruano en Perù, como me siento hoy cubano en Cuba y naturalmente como me siento argentino aquí y en todos los lados, ese es el estrato de mi personalidad...”
"...si Ud. es capaz de temblar de indignación cada vez que se comete una injusticia en el mundo, somos compañeros..."


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di Antonio Pagliula ~ 7:11 AM

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13 COMMENTI:

9/10/07 8:25 AM, Blogger Phoebe

Condivido tutto quello che hai scritto, bel post.
Mi diverte molto la commemorazione da parte di Fidel...

 

9/10/07 10:28 AM, Blogger Muriel

hasta siempre comandante.

"El Che diceva quello che pensava e faceva quello che diceva, una
qualità rara in un mondo in cui fatti e parole raramente si incontrano
e se si incontrano non si salutano perché non si riconoscono"
Non mi ricordo chi lo ha detto, potrebbe essere Sepúlveda o Octavio
Paz, ma non sono sicuro per nulla.

 

9/10/07 2:02 PM, Blogger AnnalisaM.

Ier, oggi, domani grazie Ernesto!

 

9/10/07 4:29 PM, Anonymous liberal mind

leggo il tuo post e rabbrividisco...
come fai a dire che anche i non guevaristi dovrebbero ammirarlo e apprezzarlo???bah....
personalmente nn riesco ad apprezzare una persona che a parole è contraria a lotte e predica l uguaglianza eppoi nei fatti non si comporta così....eppoi,sarei proprio curioso di sapere se il "comandante",come lo chiamate voi sarebbe contento della cuba attuale,x la quale ha dato la vita,dove i tanto decantati diritti umani ed equità sociale sono a dir poco calpestati o del comunismo/capitalismo della cina tutto sviluppo e censura o della rivoluzione socialista del bolivariano chavez...se il paragone deve essere questo preferisco essere concreto e realista e non astratto e utopista....mi tengo il mio mondo occidentale che avrà anche un sacco di magagne e difetti,ma almeno non è impregnato di ideologia e fanatismo e dove forse i diritti umani sono un po,dico un po,piu riconosciuti e dove la mattina ci si puo svegliare e fare tutto o piu o meno tutto in LIBERTà.cmq ho sentito che castro si sta lentamente spegnendo,la mortedi un uomo nn fa mai piacere,ma almeno sxiamo serva a far impiatare la democrazia....

 

9/10/07 4:33 PM, Blogger Antonio Pagliula

Caro liberal mind,

mi dispiace, ma forse nn leggi bene.
Io indico chiaramente 2 punti per cui anche i "non guevaristi" dovrebbere attestare riconoscimento alla figura di ernesto guevara, un uomo che a 40 dalla sua morte continua ad essere celebreato in tutto il mondo e da più parti.
il primo punto è il viaggio, che dal Che è reinterpretato come apprendistato alla vita, alla conoscenza e sopratutto alla politica, un valore che farebbe bene alla gioventù italiana senza dubbio. Il viaggio inteso come conoscenza come prendere atto della condizione in cui si vive...vorresti negarlo?

il secondo è proprio che il Che, in un discorso ad Algeri, per primo al mondo forse accorgendosi degli errori dell Urss e conseguentemente della Cuba castrista, si rende conto e guardando al di là della guerra fredda, vede un ingiusto mondo diviso in 2 parti. dove il nord sfrutta senza scrupoli il sud del mondo.
Credo che a 40 anni di distanza questo sia evidente più che mani, nonchè innegabile...

se poi tutto il resto legato alla figura di Guevara non ti piace sei libero di esprimerlo...

tieniti i tuoi diritti "un po'" riconosciuti e la tua politica vuota e cancellata dalla logica economica neoliberista.

p.s. se la democrazia a Cuba, dopo Castro, la impianta (curioso che tu abbia utillizzato questo termine) Bush siamo a cavallo no? Io ne dubito conoscendo un minimo cuba ed il popolo cubano...

p.s. il mondo occidentale che parla di diritti è curioso. Guevara è stato ammazzato spietatamente dalla CIA e questo non ha contribuito a nessun diritto ne libertà. La storia latinoamericana è figlia degli abusi dell'intelligence statunitense, che a differenza di quello che pensi è forse molto più impregnata di fanatismo ed ideologismo (anticomunista, antisocialista, antidemocratica e contro ogni diritto internazionale e di autodeterminazione dei popoli) dell'America Latina attuale.

un saluto

 

9/10/07 7:11 PM, Anonymous Anonimo

sono altre le cose che fanno rabbrividire "liberal mind",

qui non si sta parlando di Cuba, di cui credo nessuno in questo blog sia felice e porti ad esempio, ma di una persona che ha lasciato un segno indelebile sulla storia.

guevara si accorse di quale percorso avesse intrapreso la cuba castrista e non riconoscendosi andò a lottare per gli stessi ideali che l'avevano animato in guatemala e a cuba, prima in congo ed infine in bolivia.

fil

 

9/10/07 7:22 PM, Anonymous guevara

Guevara, l'eroe che continua a nascere
Senza il sacrificio di tanti come il Che, non sarebbe germogliata, in poco tempo, in America Latina una coscienza dei propri diritti come quella che ha spinto negli ultimi anni molti paesi a rifiutare l'Alca, respingere l'arroganza di Fmi e Banca mondiale e uscire dall'impasse in cui li avevano stretti gli Usa
Gianni Minà

Quando due anni fa, Evo Morales, indigeno aymara, ex leader dei contadini coltivatori della foglia di coca, i cocaleros, vinse con il Mas (Movimento al Socialismo) le elezioni in Bolivia, scrissi per il manifesto un articolo che fu intitolato Il Che non era un visionario. Perché aveva un valore sicuramente simbolico il fatto che questa elezione fosse avvenuta nella terra dove Ernesto Guevara si era immolato, solo trentotto anni prima, per tenere fede ai suoi ideali di giustizia sociale. Una terra che nella sua storia più recente aveva vissuto la realtà grottesca e tragica di più di cento colpi di stato, una terra che era stata spesso governata (si fa per dire), fino agli anni '90, da impresentabili militari, assassini e corrotti, quasi tutti istruiti nella famigerata Escuela de las Americas, gestita dagli Stati Uniti, prima a Panama e poi a Fort Benning (Georgia).
Dopo l'elezione di un aymara in Bolivia, che ora molti Nobel della Pace hanno indicato come degno di questo riconoscimento per il 2007, è venuta quella di un quechua, Rafael Correa, in Ecuador, un economista formatosi all'Università di Lovanio, in Belgio, quella dove per anni ha insegnato sociologia François Houtart, il religioso, ora ottantaquattrenne, che è stato fra i fondatori del Forum di Porto Alegre, il laboratorio politico che, a partire dal 2000, ha battuto il tempo dei cambiamenti sociali, progressisti, in corso in America Latina.
Dunque, il continente che sta a sud degli Stati Uniti poteva essere liberato, come sognava il Che, o almeno avviato ad un riscatto, ad una riappropriazione delle risorse, saccheggiate per tanto tempo dalle politiche predatrici delle multinazionali del nord del mondo.
Credo che, a quaranta anni dal suo assassinio, bisogna riconoscere a Ernesto Guevara questa intuizione e questa fede. Molti, specie quelli che il subcomandante Marcos ha definito, in un suo recente intervento all'Enah (Scuola Nazionale di Antropologia di Città del Messico), «la sinistra mediatica», quella di moda, insomma, obbietteranno che non c'era quindi bisogno, come sosteneva il Che, della lotta armata. Questo «beautiful people», come lo chiamava ironicamente Manolo Vasquez Montalban, dimentica però, con assoluto cinismo, le migliaia e migliaia di vittime fatte dalla politica ufficiale, anche quando era definita democratica. E specie quando questa politica è diventata un vero e proprio «terrorismo di stato», come avvenne per il genocidio autorizzato dagli Stati Uniti in Guatemala negli anni Ottanta. O come la mattanza ordinata proprio in Bolivia nell'ottobre del 2003, dall'ex presidente Sánchez de Losada, solo perché gli indigeni (la maggioranza del paese, che però allora non governava), bloccavano le strade della capitale La Paz, perché si negavano alla svendita a un cartello di multinazionali, del gas naturale, ultima risorsa di un paese depredato.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, che «sentivano come una ferita aperta sulla propria pelle ogni prepotenza o ingiustizia commessa ai danni di un essere umano», in un continente in ostaggio come l'America Latina, non sarebbe germogliata, in poco tempo, una coscienza dei propri diritti come quella che, negli ultimi anni, ha portato Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, oltre a Bolivia ed Ecuador, a rifiutare l'Alca (il trattato del libero commercio voluto dagli Stati Uniti), a respingere l'arroganza di organismi come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, o a sognare addirittura, attraverso il MercoSur, di costruire una comunità latinoamericana, autonoma e indipendente.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, eroi silenziosi ed ignorati di una guerra civile continentale, pianificata dal Plan Condor voluto da Nixon e combattuta per anni contro feroci dittature militari, sconce oligarchie, politici corrotti, ma elusa o manipolata dai media, forse neanche il Cile della Concertazione avrebbe trovato il coraggio di processare Pinochet e la sua gang familiare, e di eleggere presidente, in un paese machista e militarista, una donna, Michelle Bachelet, che aveva conosciuto sulla propria carne gli oltraggi della dittatura militare.
E forse, senza l'esempio del Che, un movimento come quello zapatista non avrebbe costretto la politica messicana a riscrivere la propria agenda, decretando la prima disfatta in ottant'anni del Pri, il partito stato, e obbligato l'oligarchia di quel paese a ricorrere all'ennesimo broglio per non far vincere le elezioni, per la prima volta, a una coalizione di centro sinistra.
Ogni paese, ovviamente, ha scelto la sua via a seconda delle circostanze, dell'autonomia e del coraggio dei propri nuovi leader, ma in tutto il continente spira ora un'aria nuova, se perfino in Paraguay è nato un fronte progressista guidato da un vescovo, Fernando Lugo, che ha lasciato l'abito talare per inseguire un sogno politico di giustizia ed equità.
Ma, ora lo riconoscono in molti, tutto è nato con la presunta utopia del Che e della Rivoluzione cubana, esempio incredibile, pur fra tanti limiti e contraddizioni, di «resistenza e dignità», come ha dichiarato il presidente brasiliano Lula. Quell'imperdonabile popolo cubano, come ha ricordato recentemente il subcomandante Marcos, che è stato anche l'ultimo nel continente a rendersi indipendente ma il primo a liberarsi.
Per questo lascia perplessi, fra i tanti volumi usciti in questi giorni per approfittare della ricorrenza della morte dei Ernesto Guevara, che anche un diplomatico colto come Ludovico Incisa di Camerana, scriva nel suo appassionato libro I ragazzi del Che, di una rivoluzione mancata, che non è riuscita a cambiare un continente. E che dovrebbe ancora succedere in America latina, visto che a seguire alla lettera la politica che conviene agli Stati uniti sono rimasti solo la Colombia, terra di paramilitari senza legge, il Messico, sempre sull'orlo di un'esplosione sociale e -in parte- il Perù dell'impresentabile Alan Garcia?
Ma c'è anche chi tenta, come Dario Fertilio, un romanzo, La via del Che, ambientato in una Cuba «inquieta e spettrale, al crepuscolo del regime di Fidel Castro». Un'ambientazione che appare francamente improbabile. Vorrei umilmente ricordare a Fertilio che Cuba è stato sempre un paese allegro e bailarino, anche nei momenti più duri, come quelli che segnarono gli anni Novanta, quando il paese dovette affrontare, oltre all'embargo americano, anche la fine dei rapporti economici con gli ex paesi comunisti dell'Est europeo. Figuriamoci adesso, con un Pil che supera il 9%, tutto il nichel estratto che viene venduto a un prezzo conveniente alla Cina, e il problema energetico risolto con l'aiuto del Venezuela di Chavez in cambio di un consistente sostegno alla sanità di quel paese.
Purtroppo per la credibilità dell'informazione, da quarant'anni il Che e Cuba sono quasi sempre raccontati come gli Stati uniti e i tanti supporters della loro politica vorrebbero che fossero, non come sono stati in realtà. Così, mentre in Occidente si cercava di capire cosa sarebbe stata la transizione nell'isola, dopo l'infermità che ha costretto Fidel Castro al ritiro dalla politica, Cuba è già entrata nel suo futuro, senza scosse e senza tensioni. E il Che, quarant'anni dopo che un agente della Cia, Felix Rodriguez, sotto le mentite spoglie di Felix Ramos, capitano dei rangers boliviani, gli dette il colpo di grazia al cuore in una scuola di Las Higueras in Bolivia, continua ad essere un protagonista della comunicazione del nostro tempo e, per molti, un indiscutibile punto di riferimento etico.
Ricordo sempre una riflessione di Eduardo Galeano: «Per quale motivo il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più egli nasce. E' il maggior nascente del mondo. Non sarà perché il Che diceva quello che pensava e faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua a essere così straordinario in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano perché non si conoscono?»

 

10/10/07 6:53 AM, Anonymous alberto

Il più piccolo dei miei figli ha 18 anni. E varie magliette con l'immagine del Che.
Quando lui aveva l'età per ascoltare conversazioni o parlare con i suoi amici di personaggi leggendari, il Che era morto da 30 anni. Apparentemente.
Era scomparso dall'immaginario della Sierra Maestra, le difficoltà per trovare un posto nel castrismo, la seconda opprtunità in Bolivia, il Diario... E apparve un'immagine luminosa, ribelle, mitica, romantica, adolescente pertanto.
Il Che simbolizza la generosità del lato più attivo dell'idealismo. Un punto di riferimento di cui abbiamo molto bisogno.
La cosa interessante di tutto questo è che quando noi ci togliamo la maglietta del Che, c'è una nuova generazione pronta a indossarla. Per questo mi piace quest'immagine, quasi adolescente e poco armata.

 

10/10/07 6:48 PM, Anonymous la giustiziera della notte

Ciao...complimenti per il blog! è bene che ci sia una voce "contro" che racconti da un punto di vista diverso da quello politico - ufficiale cosa succede in America Latina...
Grazie (anche per il bellissimo articolo sul che)
cosedicasanostra.blogspot.com

 

11/10/07 1:11 PM, Anonymous Noantri

Ricordo legittimo e doveroso.
Un grazie da chi Cuba l'ha vissuta, conosciuta, amata e pianta per anni.
[Ste]

 

25/10/07 10:10 AM, Blogger Moose

Hasta Siempre Comandante!
Complimenti per il blog...

 

22/11/07 9:00 PM, Anonymous Anonimo

"siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo" E. ché Guevara
penso che l'autore dell'articolo abbia ben capito cosa rappresenta il ché! andiamo oltre la politica qua, si tratta di un grande uomo, per questo è un mito. hasta companeros

 

29/4/09 2:30 PM, Anonymous Anonimo

Stiamo parlando comunque di un assassino.