mercoledì 31 gennaio 2007
Quasi a sorpresa Fidel riappare in buone condizioni in un video della televisione cubana.



Dalle immagini che lo ritraggono in compagnia del presidente venezuelano Hugo Chàvez, Fidel Castro appare in netto miglioramento, smentendo quindi le notizie che si susseguono ormai da mesi sulle sue condizioni.

Fidel infatti, in piedi ed autonomamente, accoglie Chàvez in visita a La Havana e dialoga con lui per circa due ore sui più importanti temi d'attualità (cambi climatici, petrolio, nuovi potenziali conflitti internazionali).

Si può vedere a riguardo anche il servizio di TeleSur


Chàvez per conto suo rassicura le telecamere affermando di aver trovato il comandante cubano meglio rispetto all'incontro a Caracas di 48 giorni fa: "Fidel ha un buon aspetto, un buon umore e, come sempre, ha dimostrato molta lucidità e chiarezza nell'analisi dei problemi mondiali".

Forse ora la comunità dissidente di Miami dovrà rinviare i festeggiamenti per la morte del comandante en jefe così tanto auspicata e fomentata delle notizie, non troppo veritiere a questo punto, sullo stato di salute di Fidel, dato in punto di morte.

Addirittura ieri il quotidiano spagnolo El Pais riportava la notizia che il sindaco di Miami stava considerando l'ipotesi di concedere l'utilizzo dello stadio di football americano, "Orange Bowl", per la festa della folta comunità di "esiliati" cubani nella città della Florida.

Peccato, sarà per un altra volta...

P.S. Tra una settimana comunque viaggierò a Miami; spero di poter riportare ulteriori notizie sugli umori e sulle sensazioni che circolano in città, anche riguardo il futuro di Cuba e Fidel.

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martedì 30 gennaio 2007
Dopo il fracasso delle ultime elezioni del 3 dicembre scorso, la destra venezuelana sembra aver deciso di correre ai ripari.

Per difendere la concessione di Radio Caracas Televisión, infatti ha chiamato in aiuto José María Aznar, ex presidente spagnolo dal 1996 al 2004.

Aznar, che di credibilità a livello mondiale ne ha persa molta, in particolare quando prima delle elezioni spagnole tentò di incolpare gruppi terroristici islamici per l'attentato dell'11 M, ha subito preso a cuore la situazione della destra venezuelana, uscita a pezzi dalle elezioni e ancora peggio dalla manifestazione contro Chàvez del 23 gennaio in piazza Morelos.

L'ex presidente spagnolo si è fatto portavoce in particolare della situazione RCTV: "Crediamo che difendere RCTV sia un impegno morale".

A rispondere ad Aznar ha subito provveduto però l'ambasciatore venezuelano in Spagna, Arévalo Méndez: "Come in qualsiasi altro paese democratico al mondo, spetta anche allo stato venezuelano la facoltà di prorogare o conferire ad altro uso le frequenze radiotelevisive assegnate. I proprietari di RCTV, sapevano benissimo, in quanto accettarono gli accordi nel 1987, che la concessione in questione aveva una durata di 20 anni. Non aggiungerei poi nient'altro alle parole di Aznar, che si è dimostrato non essere abbastanza informato sui fatti".

Forse l'opposizione venezuelana poteva scegliere meglio da chi farsi aiutare...Sono veramente in tanti ad essere più credibili di Aznar...

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lunedì 29 gennaio 2007
Confessioni di un sicario dell'economia:

imperialismo"C'è qualcuno davvero innocente, negli Stati Uniti? Sebbene a guadagnarci più di tutti siano quelli al vertice della piramide economica, milioni di noi dipendono - direttamente o indirettamente - per la propria sussistenza dallo sfruttamento dei paesi meno sviluppati. Le risorse naturali e la manodopera a basso costo che alimentano tutte le nostre attività imprenditoriali provengono da paesi come l'Indonesia, e ben poca o nessuna ricchiezza torna indietro. I prestiti degli aiuti esteri condannano i bambini di oggi come pure i loro nipoti a restare in ostaggio. Saranno costretti a permettere alle nostre corporation di saccheggiare le loro risorse naturali e dovranno rinunciare all'istruzione, alla sanità e agli altri servizi sociali semplicemente per restituirci ciò che gli abbiamo prestato. La formula non tiene conto del fatto che le nostre aziende hanno già ricevuto gran parte di quel denaro per costruire le centrali elettriche, gli aereoporti e i poli industriali. Che gran parte degli americani ignori queste cose li rende forse innocenti? Disinformati e deliberamente male informati, d'accordo... ma innocenti?"

tratto da: "Confessioni di un sicario dell'economia" di John Perkins, la costruzione dell'impero americano nel racconto di un insider.

confessioni di un sicario dell'economiaUn consiglio spassionato per una lettura impegnata ma molto utile. Il brano che ho riportato è facilmente adattabile, sostituendo Stati Uniti con paesi industrializzati ed Indonesia con paesi sottosviluppati, alla realtà dei nostri giorni.

I "sicari dell'economia", descritti nel libro, sono un'élite di professionisti ben retribuiti che hanno il compito di trasformare la modernizzazione dei paesi in via di sviluppo in un continuo processo di indebitamento e di asservimento agli interessi delle multinazionali e dei governi più potenti del mondo; sono, insomma, i principali artefici dell'"impero", di cui disegnano - lavorando dietro le quinte - la vera struttura politica e sociale.

Per dieci anni John Perkins è stato uno di loro, e ha toccato con mano il lato più oscuro della globalizzazione in paesi come Indonesia, Iraq, Ecuador, Panama, Arabia Saudita, Venezuela, prima di affrontare una graduale presa di coscienza che lo ha portato a farsi difensore dell'ecologia e dei diritti civili delle popolazioni sfruttare.

Perkins ci costringe a riesaminare sotto prospettive inedite ed inquietanti l'ultimo mezzo secolo di storia, e ad interrogarci sul nostro futuro. Un bestseller internazionale indispensabile per comprendere a fondo le dinamiche dell'imperialismo e le ragioni dei conflitti che alimenta.

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giovedì 25 gennaio 2007
La denuncia della FAO, il fallimento del multilateralismo economico, i sussidi all’agricoltura statunitense, la crisi delle tortillas in Messico ed i biocombustibili: tutti temi d’attualità in questi giorni. Un’analisi sulle origini comuni di questi problemi apparentemente diversi.

Bush l'imperatoreMentre il “mondo che conta” è riunito a Davos al World Economic Forum ed il “mondo che non conta” per il “mondo che conta” è invece riunito a Nairobi per il World Social Forum è appena stato pubblicato l’ultimo rapporto della FAO (l’organo delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione ed agricoltura): “Gli aiuti servono ai paesi ricchi, non ai poveri”. Questa relazione ha portato ad un’analisi di tutti questi temi, all’apparenza distanti ma forse riconducibili a cause comuni.

Ma iniziamo dalla Fao. Nel rapporto di ieri vengono denunciate le tipologie di aiuti stanziati al terzo mondo, secondo l’organo Onu tecnicamente inadeguati a risolvere il problema della fame.

“Basta con l’abitudine di vincolare gli aiuti ad acquisti nel proprio Paese ed al trasporto sulle proprie navi, un’abitudine che finisce per dirottare un terzo degli aiuti, cioè un tutto 600 milioni di dollari, lontano dai destinatari. Basta con la vergogna del surplus spacciato per spirito umanitario”. “Milioni di vite sono state salvate grazie agli aiuti alimentari, indispensabili nelle emergenze”, ricorda l’agenzia dell’Onu. “Ma certe volte la generosità è in mala fede”.

faoLa prova a questa tesi l’ha fornita proprio Prabu Pingali, responsabile della Fao per l’agricoltura e lo sviluppo: “E’ sufficiente vedere che in anni recenti gli aiuti sono stati inversamente proporzionali al prezzo dei cereali”. In altre parole, quando il grano costa molto, i “donatori” sembrano poco disponibili al richiamo umanitario e più attenti a quello del mercato. Di fatto è una tirata d’orecchi alla tradizionale politica americana (il 60% delle donazioni viene dagli Usa), sino ad ora basata su un sostegno più o meno nascosto ai produttori agricoli statunitensi che, attraverso le distribuzioni al World Food Programe, smaltiscono quello che il mercato non assorbe.

Finalmente pare che se ne sono accorti anche alla Fao. Rimane da rispondere però una domanda che viene spontanea: cosa cambierà ora in tema di aiuti umanitari dopo questa denuncia? Posso azzardare rispondendo che non cambierà assolutamente nulla. La Fao si è solo limitata a fare delle raccomandazioni e sicuramente tra qualche settimana questa storia sarà dimenticata da molti.

Cosa si vuole pretendere d'altronde se, ad esempio, proprio in questi giorni a Davos la classe dirigente del capitalismo globale sta tentando di ridare slancio al Doha Round e al multilateralismo economico in stallo dall’estate scorsa a causa delle forti divergenze tra Europa e Stati Uniti riguardo soprattutto, guarda caso, le sovvenzioni al settore agricolo statunitensi.

Vi sembra strano che queste sovvenzioni al settore agricolo negli Usa, le stesse citate dalla Fao, ritornino così spesso nell’attualità si questi giorni vero? Non vi stupite, vediamo anzi di scendere più nel dettaglio.

Stati Uniti ed Europa in pratica qualche mese fa hanno rinnegato gli impegni sottoscritti a Doha nel 2001 per porre rimedio agli squilibri dell’ultimo round delle trattative commerciali – talmente iniquo che di fatto i Paesi più poveri del mondo erano peggiorati. Ancora una volta la mancanza di impegno degli Usa nei confronti del multilateralismo, la sua ostinazione, la sua sollecitudine a mettere l’opportunismo politico al di sopra dei propri principi sembra prevalere come sempre.

wefLe trattative si erano impantanate in estate guarda caso proprio sull’agricoltura, settore nel quale i sussidi e le restrizioni commerciali restano molto elevati. Con l’attuale regime a rimetterci realmente è quel 70% o quasi della popolazione che nei Paesi in via di sviluppo dipende direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Mentre ci si concentrava sull’agricoltura, inoltre, si distoglieva l’attenzione da un’agenda più ampia che avrebbe potuto essere portata avanti in modo tale da apportare benefici sia al Nord che al sud della Terra.

Le cosiddette “tariffe scalari”, per esempio, che gravano i prodotti lavorati con un’imposta molto più ampia rispetto a quella applicata ai prodotti non lavorati, fanno si che i dazi sulla produzione scoraggino i Paesi in via di sviluppo dall’intraprendere attività produttive di maggior valore aggiunto, in grado di creare posti di lavoro e incrementare le entrate.

L’esempio più scandaloso, forse, è quello della tassa americana di importazione pari a 0,54 dollari al gallone applicata all’etanolo, laddove invece non vi è balzello alcuno per il greggio, e soltanto di 0,5 dollari al gallone che le industrie statunitensi ricevono per l’etanolo. Di conseguenza, i produttori stranieri non possono essere competitivi, a meno di mantenere i loro prezzi inferiori di 1,05 dollari al gallone rispetto ai produttori americani. Grazie ai sostanziosi sussidi, gli Stati Uniti sono diventati il più importante produttore di etanolo al mondo.

Guarda un po’: etanolo e sussidi per l’agricoltura, proprio due parole spesso apparse in comune anche per descrivere il problema dell’aumento del prezzo del mais in Messico. Vediamo ora cosa c’entra il Messico.

tortillasIl prezzo del mais in Messico è aumentato esponenzialmente a causa dell’elevata richiesta di etanolo, ottenibile dal mais per produrre biocarburanti. Questo ha comportato che il prezzo del cereale da sette pesos al chilo (0,50 euro) e ora superi i 18, problemino non da poco considerando che le tortillas, fatte appunto con il mais, sono l'elemento base della cucina messicana.

C’è però da spiegare che gli Stati Uniti sono il primo produttore ed esportatore al mondo di mais e al tempo stesso il maggior produttore di etanolo. Il Messico ne produce 21 milioni di tonnellate ma il suo fabbisogno è di 39. Da qui la necessità di importarlo e di subire i forti aumenti di prezzo. La cosa più curiosa è però forse che il Messico sino al 1994 era uno dei paesi leader nell’esportazione del mais mentre ora a distanza di solo dieci anni si ritrova ad essere un importatore di mais transgenico e della peggiore qualità dagli Stati Uniti solo per riuscire a soddisfare la domanda interna. Da cosa è dipesa questo cambiamento?

Le origini non sono poi tanto lontane: proprio negli anni novanta un presidente messicano, molto vicino alla Casa Bianca firmava il Nafta, un trattato di libero commercio tra Messico, Usa e Canada, mirato a lanciare il Messico e la sua economia emergente nel libero mercato del Nord America. Questo presidente era Salinas de Gortari, lo stesso autore di una riforma agraria che ha in pratica impedito che si sviluppasse un'autosufficienza alimentare e invece si aumentasse le dipendenza di importazioni dagli Stati Uniti. Al resto hanno pensato poi i pesanti sussidi all’agricoltura a favore degli agricoltori statunitensi che hanno causato una forte pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando così molti agricoltori a lasciare la loro attività e causando in questo modo un vero e proprio “genocidio” economico.

proteste calderon messico tortillasInsomma tutti i nodi vengono al pettine e la crisi della tortilla rischia di avere conseguenze imprevedibili. Questa sarà anche una bella grana per il presidente Felipe Calderon, approdato alla guida del Messico dopo sei mesi di contestazioni. La risposta di Calderon però viene giudicata, dalla maggior parte degli analisti politici (fonte Sole 24 Ore), assolutamente insufficiente: l'aumento di 650mila tonnellate di mais importato dagli Stati Uniti a prezzo calmierato rappresenta solo il 3% della produzione nazionale e le ripercussioni sui prezzi e le tensioni sociali saranno inevitabili.

A nessuno però viene in mente che la reale colpa di questa situazione è legata soprattutto al trattato di libero commercio. Addirittura invece c’è qualcuno che elogia la Casa Bianca perché cerca di diminuire la dipendenza petrolifera attraverso lo sfruttamento di biocarburanti!!! Nessuno però pensa alle reali conseguenze a cui porterà l’aumento del prezzo dei cereali nei paesi in via di sviluppo che proprio dall’importazione dei cereali dipendono fortemente, dopo il Messico a chi toccherà?

Difficile rispondere, il problema potrebbe essere molto serio, il dibattito politico, economico, energetico, alimentare e persino etico è ufficialmente aperto. Forse però prima è fondamentale smettere di credere alle favole!!

Bush annuncia a Davos il piano verde Usa solo ed esclusivamente per cercare di risalire nei sondaggi, non ha mai preso impegni concreti sulla riduzione delle emissioni e Kyoto è una parola che ingora da sempre. Il signor Bush e gli Usa riguardo all’etanolo avrebbe potuto meglio prendere in esempio il Brasile, che ha incominciato a incentivare il bioetanolo (ottenuto dallo zucchero) trent’anni fa ed oggi riesce a sostituire il 40% della benzina raggiungendo prezzi sempre più competitivi grazie alle economie di scala della produzione di massa.

L’etanolo brasiliano ottenuto dallo zucchero alla produzione costa molto meno dell’etanolo americano ottenuto dal granoturco. Le industrie brasiliane sono inoltre di gran lunga più efficienti dell’industria americana che gode di sussidi, e che infatti investe maggiori energie per far sì che il Congresso le assicuri i sostegni economici di quante ne investa per migliorare la propria produttività. Da alcuni studi risulta che occorre molta più energia per produrre l’etanolo americano di quanto esso ne produca.

Se gli Usa abbattessero queste inique barriere commerciali, comprerebbero maggiori quantità di energia dal Brasile e meno dal Medio Oriente. Invece, più che il Brasile evidentemente l’Amministrazione Bush preferisce aiutare i produttori di petrolio mediorientali, i cui interessi sembrano così spesso divergere completamente da quelli degli Stati Uniti. Chiaramente l’Amministrazione non si esprime in questi termini, ma essendo la politica energetica impostata dalle società petrolifere, Archer Daniels Midland e altri produttori di etanolo semplicemente si adeguano ad un sistema corrotto che prevede “contribuiti alle campagne elettorali in cambio di sussidi”.

bush kingI Paesi in via di sviluppo non possono, e non dovrebbero a queste condizioni, spalancare i mercati ai prodotti agricoli americani se non nel caso in cui i sussidi statunitensi fossero aboliti del tutto. Altrimenti per questi Paesi competere ad armi pari con gli Stati Uniti significherebbe elargire sussidi ai propri coltivatori, dirottando in quel settore i già esigui finanziamenti destinati e necessari all’educazione, alla sanità e alle infrastrutture.

Non sembrano discorsi troppo difficili da capire, eppure c’è ancora troppa gente che preferisce credere alla montagne di baggianate che il presidente Bush tira su di giorno in giorno. I mercati funzionano solo quando li si mette in condizione di dire la verità, cosa realmente impensabile allo stato attuale delle cose. L’attuale mercato mondiale invece è clamorosamente inefficiente e contribuisce solo agli interessi dei pochi che l’hanno messo su.

Però, per favore, non sia mai che nessuno accusi l’Impero, nessuno se la prenda mai con la politica Usa, non vorremmo essere tacciati di antiamericanismo solo per aver detto solo la semplice verità…

P.S.Perdonatemi la lunghezza del post ma le cose da dire erano proprio tante.

Fonti: La Repubblica; Il Sole 24 Ore; alcuni passi sono stati ripresi da un articolo del premio Nobel per l’economia 2001 Joseph Stiglitz (Copyright: Project Syndicate, 2006) intitolato “Quanto pagano i paesi poveri per l’egoismo dell’Occidente”.

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mercoledì 24 gennaio 2007
Vi segnalo e riporto un interessante articolo riguardo i trattati di libero commercio, trattati spesso in questo blog ultimamente.

caftaMaurizio Campisi, infatti, nel suo interessantissimo blog di analisi sul continente latinoamericano, ha pubblicato un'importante testimonianza sul CAFTA (Central America Free Trade Agreement) direttamente dal paese nel quale vive ormai da anni: il Costa Rica.

Quel tormentone del Cafta

Il Cafta –il Trattato di libero commercio con gli Usa- è ormai diventato, qui in Costa Rica, un tormentone. Il Congresso, dopo averlo ratificato almeno tre anni fa, non l’ha ancora approvato. Giunto alla discussione a dicembre, è stato ancora una volta rinviato per le vacanze natalizie, simili, per la durata, a quelle estive europee.
(http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=6948)

Árias ne aveva fatto un cavallo di battaglia durante le elezioni dell’anno passato ed ancora ora insiste che il Cafta bisogna firmarlo, altrimenti la Costa Rica rimarrebbe indietro. Indietro da cosa? Dagli altri paesi centroamericani, che il trattato l’hanno ratificato subito. Grandi differenze di bilancia commerciale in questo periodo tra i vari paesi non se ne sono viste. La Costa Rica non è rimasta indietro, ciò nonostante la pressione sui cittadini è continua e costante.

Le radio e le televisioni da mesi bombardano la gente con spot a favore del trattato, con il compito di convincere anche gli ultimi indecisi. Ma perchè spendere tanti soldi, quando il Congresso potrebbe semplicemente ratificare il Cafta? Prova di democrazia? Macchè. La paura è quella che mezza Costa Rica scenda in piazza a protestare contro un trattato negoziato a favore solo di pochi interessati.
Quindi ecco che tutti i giorni ascoltiamo il solito ritornello: “El Tlc es bueno” e “Adelante Costa Rica!”. Devo dirvi che ne ho le scatole piene.

Mi chiedo cosa si sarebbe potuto fare con tutti i soldi spesi per lavare il cervello alla gente. Strade? (che sono piene di buchi). Comprare banchi alle scuole? (che ne sono sprovviste). Medicine per gli ospedali pubblici?

La pressione è tale che oggi Undeca, il sindacato che riunisce i lavoratori degli ospedali, ha denunciato il governo all’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) perchè impedisce che si faccia propaganda anche contro il trattato. Undeca, infatti, di cose ne avrebbe da dire, già che la privatizzazione del settore e la legge sulla proprietà intellettuale metterebbe la salute pubblica nelle mani di poche aziende (quelle farmaceutiche, per esempio) e aumenterebbe a dismisura il prezzo delle medicine. Queste cose, però, non si possono dire: il governo spende soldi per pubblicizzare il Tlc e non permette ai propri impiegati di protestare contro.Sulla situazione del Cafta vi rimando alla pagina di Informa-tico:http://www.informa-tico.com/php/informa-tico.php

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lunedì 22 gennaio 2007
Nonostante il Congresso si sia già espresso negativamente riguardo l’utilizzo della pena capitale il presidente peruviano non si arrende, anzi capeggia i manifestanti che ne chiedono la reintroduzione.

manifestazione pena morte perùAlan García insiste sulla sua promessa elettorale: una riforma costituzionale che preveda l’applicazione della pena di morte ai condannati per terrorismo e per i pederasti. Con questo obiettivo ha radunato circa 3'000 manifestanti per le strade di Lima: “Il popolo peruviano non chiede vendette, chiede solo giustizia. Ho promesso di reintrodurre la pena di morte e voglio rispettare questa promessa con il mio popolo”.

Il problema è che il congresso chiamato ad esprimersi a riguardo a votato con ampia maggioranza contro questa eventualità, ma García non sembra preoccuparsi molto di questo dettaglio, come non sembra preoccuparsi neanche della convenzione di San Josè, con cui le nazioni dell’America Latina avevano in pratica vietato la pena capitale.

Sono in tanti comunque a credere che questa battaglia, anacronistica considerando l’effettivo peso del terrorismo nello stato andino, stia tanto a cuore al presidente peruviano esclusivamente per distrarre l’attenzione su di un governo che ancora non ha affrontato i reali problemi peruviani. Il nuovo governo infatti non sembra avere in programma una politica antiterrorismo e antidroga adeguata.

Riporto ora un pezzo di un articolo pubblicato su questo blog qualche settimana fa, che tenta di fare il punto sull’ambigua figura di Alan García:

Da sempre di tradizione socialdemocratica (a suo dire) ma comunque, in politica economica, di chiaro e forte stampo neoliberale, Alan García si era contraddistinto già nel suo primo mandato (1985-1990) per essere riuscito, con le sue impopolari scelte, a frenare pesantemente la crescita economica peruviana, ma anche a peggiorare la qualità della vita dell’intero paese. Il risultato più eclatante del suo quinquennio di governo è stato però sicuramente quello di portare la parte di popolazione sotto la soglia di povertà dal 16,9% al 44,3% (da rabbrividire).

alan garcia presidente perù pena morteIl suo ritorno alla carica di presidente è poi avvenuta nel 2006 sotto la promessa di un “cambio responsabile” per il paese, riuscendo per l’ennesima volta a mascherare la sua chiara indole neoliberale con la promessa di un governo dallo stampo socialdemocratico, che avrebbe addirittura preso a modello il Cile della Bachelet. Anche questa volta, però, nella pratica ha subito deluso molti di quelli che gli avevano ri-accordato la fiducia. Nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale sembra infatti trovare effettivo spazio nell’agenda del nuovo esecutivo. Non verrà rivisto il Trattato di Libero Commercio (qualche giorno fa avevo parlato dei danni del TLC in Messico), non avverrà il ritorno alla costituzione del 1979, non sarà discusso il libero abbandono della AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones), non verranno ridotti gli stipendi a ministri e parlamentari, non sarà aumentata la giornata scolastica… l'elenco delle promesse già smentite sarebbe troppo lunghissimo...

Dopo pochi mesi di governo si vede quindi all’opera un esecutivo ben lontano dal potersi definire “di sinistra” ma anche lontano dalla famosa sinistra moderata, come invece qualcuno in Italia, ma non solo, continua a fare. L’ennesima conferma a questa opinione è emersa dall’affanno con cui Alan García ha cercato di risollevare la sua immagine attraverso la proposta di reintegrazione della pena di morte. Battendo cioè il chiodo caldo sul sentimento di una buona parte della popolazione che chiedeva vendetta al terrorismo. Una proposta che non può essere promossa da un presidente socialdemocrata e un garante della democrazia, come García ama autodefinirsi, ma che forse calzerebbe più a pennello ad uno stile di governo “populista”, aggettivo devo dire molto in auge negli ultimi tempi.

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venerdì 19 gennaio 2007
Inizia oggi a Brasilia il XXXII° vertice del Mercosur. Agli attuali membri Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela si aggiungerà la volontà della Bolivia di Morales a far parte dell’organismo come paese membro; anche l’Ecuador di Correa sonda il terreno per una prossima adesione. Proprio riguardo l’unità latinoamericana propongo quest’articolo di Chomsky pubblicato oggi dal settimanale “Internazionale”.

mercosurdi Noam Chomsky, da Internazionale

A dicembre una morte e una nascita hanno segnato un momento di transizione per l'America Latina e forse per tutto il mondo. L'ex dittatore cileno Augusto Pinochet si è spento proprio mentre i leader dei paesi del continente erano riuniti a Cochabamba, in Bolivia.

Il programma discusso al Secondo vertice della comunità sudamericana delle nazioni rappresenta l'antitesi di Pinochet e della sua epoca. Con la dichiarazione di Cochabamba, i presidenti e gli inviati di dodici paesi si sono impegnati a studiare la possibilità di creare una comunità continentale simile all'Unione europea.

La dichiarazione rappresenta un ulteriore passo avanti nel processo d'integrazione regionale del Sudamerica, cinquecento anni dopo la conquista europea. Il subcontinente americano, dal Venezuela all'Argentina, potrebbe dimostrare al mondo come si crea un futuro alternativo a partire da un'eredità di colonialismo e di terrore.

Gli Stati Uniti dominano da tempo la regione usando due tipi di armi: la violenza e lo strangolamento economico. La politica internazionale funziona un po' come la mafia: il padrino si arrabbia sempre quando qualcuno lo ostacola, anche se si tratta di un piccolo bottegaio. In passato sono falliti vari tentativi di ottenere l'indipendenza da Washington, in parte a causa della mancanza di collaborazione a livello regionale.

noam chomskyPer gli Stati Uniti il vero nemico è sempre stato il nazionalismo indipendente, soprattutto se minaccia di diventare un “esempio contagioso”, come disse Henry Kissinger a proposito del socialismo democratico cileno.

L'11 settembre 1973, una data che in America Latina viene spesso definita il primo 11 settembre, le forze del generale Pinochet attaccarono La Moneda, il palazzo presidenziale cileno. Il presidente Salvador Allende, democraticamente eletto, morì durante l'attacco.

Si sarebbe suicidato per non arrendersi a un golpe che stava per distruggere la più antica e vivace democrazia sudamericana instaurando un regime basato sulla tortura e sulla repressione. Un'inchiesta ufficiale condotta trent'anni dopo il golpe ha rivelato che i casi di tortura durante il regime di Pinochet furono circa trentamila. Il generale coinvolse le altre dittature militari latinoamericane sostenute dagli Stati Uniti in un programma internazionale di terrorismo di stato chiamato Operazione Condor, nell'ambito del quale furono torturate e uccise moltissime persone.

A Cochabamba Evo Morales e il presidente venezuelano Hugo Chávez hanno varato un progetto comune: la costruzione di un impianto per la separazione del gas in Bolivia. L'iniziativa rafforza il ruolo della regione nel campo della produzione internazionale di energia.

Chávez ha in mente un sistema integrato per la produzione e la vendita di energia simile a quello che la Cina sta cercando di realizzare in Asia. Il progetto dovrebbe chiamarsi Petroamerica. Il nuovo presidente ecuadoriano Rafael Correa ha proposto un collegamento per via terrestre e fluviale dalla foresta amazzonica brasiliana alla costa pacifica dell'Ecuador.

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, invece, ha invitato i colleghi a superare le differenze storiche per favorire l'integrazione del continente, anche se l'impresa sembra difficile.

L'integrazione è un requisito fondamentale per raggiungere una vera indipendenza: le potenze coloniali non solo hanno diviso i paesi gli uni dagli altri, ma hanno anche provocato spaccature profonde tra le élite ricche e la massa della popolazione più povera.

L'etnia ha sempre avuto un ruolo importante in questa divisione: di solito le élite erano bianche, europee, occidentalizzate, mentre i poveri erano indigeni, neri o meticci. Inoltre le élite bianche avevano pochi rapporti con gli altri paesi della regione e guardavano soprattutto all'occidente.

lula chavezNegli ultimi anni il controllo economico è stato esercitato soprattutto dal Fondo monetario internazionale (Fmi). L'Argentina è stata il manifesto pubblicitario dell'Fmi fino alla crisi economica del 2001. Per fortuna il paese è riuscito a riprendersi, ma solo violando le regole dell'Fmi e rifiutando di pagare il debito, parte del quale è stato comprato dal Venezuela.

La Bolivia, che è stata una delle alunne più diligenti dell'Fmi, dopo 25 anni si è ritrovata con un reddito pro capite più basso di quando ha cominciato. Adesso, con l'aiuto del Venezuela, anche La Paz si sta liberando dei vincoli che aveva con l'organismo internazionale.

In America Latina gli Stati Uniti distinguono ancora tra buoni e cattivi: il presidente brasiliano Lula fa parte dei buoni, Chávez e Morales dei cattivi. Per mantenere la sua linea, tuttavia, Washington deve far finta di non accorgersi di alcuni fatti: per esempio del viaggio di Lula a Caracas, subito dopo la sua rielezione, per collaborare alla campagna elettorale di Chávez. Il ritmo dell'integrazione sta crescendo.

A dicembre il Mercato comune del sud (Mercosur) ha ripreso il dialogo sull'unità della regione e Lula ha inaugurato il nuovo parlamento del Mercosur. Il continente si sta liberando dai demoni del passato.

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L'Ambasciata di Cuba in Italia invia il testo della Dichiarazione del Ministero degli Esteri della Repubblica di Cuba riguardo il furto da parte del Governo Statunitense dei fondi cubani congelati negli Usa.

DICHIARAZIONE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI SUL FURTO DA PARTE DEL GOVERNO DEGLI STATI UNITI DEI FONDI CUBANI CONGELATI IN QUEL PAESE.

usa-cubaL'Avana, 10 gennaio 2007.
Il Ministero degli Esteri è venuto a conoscenza che lo scorso 27 novembre negli Stati Uniti è stato per la quarta volta perpetrato il furto dei fondi cubani che furono illegalmente congelati nelle banche nordamericane dopo il trionfo della Rivoluzione, in base alle cosidette "Regole per il Controllo degli Attivi Cubani", approvate l'8 luglio del 1963 e grazie alle quali si è stabilito, tra le altre misure, il congelamento degli attivi finanziari cubani negli Stati Uniti, come parte dell'illegale e crudele politica del blocco contro Cuba.

Questo furto indecente è prodotto dei verdetti originati dalle richieste illegittime presentate innanzi ai tribunali degli Stati Uniti contro il nostro paese dalle cittadine nordamericane Janet Ray Weininger e Dorothy Anderson McCarthy. Le richiedenti hanno ricevuto un totale di 72.126.884 dollari, provenienti dai fondi cubani congelati in conti bancari del Banco Nacional de Cuba e della Empresa Cubana de Telecomunicaciones (EMTELCUBA). In entrambi i casi i tribunali federali nordamericani hanno convalidato i verdetti emessi da una Corte Statale della Florida.

Una delle denunce contro Cuba è stata proposta innanzi alla Corte statale dell'Undicesimo Circuito Giuridico della Florida, appartenente alla Contea di Miami-Dade, da Janet Ray Weininger, figlia del pilota nordamericano Thomas Willard Ray, del quale si è falsamente riportato che fu sommariamente giustiziato il 19 aprile del 1961, durante l'invasione mercenaria della Baia dei Porci.

In realtà, si tratta di un pilota aggressore nordamericano, ufficiale della CIA, che fu abbattuto durante l'invasione ed il cui cadavere rimase per 18 anni conservato nell'Istituto di Medicina Legale di Cuba poiché il Governo degli Stati Uniti nascondeva la sua identità e si negava di accettarne la cittadinanza nordamericana per non riconoscere la propria diretta responsabilità nella fallita invasione. Alla fine, di fronte all'attività svolta dalla famiglia Ray e dopo il riconoscimento da parte del governo degli Stati Uniti dell'identità e della cittadinanza nordamericana del pilota, nel 1979 fu possibile la consegna del cadavere ai suoi familiari.

Nell'altra denuncia, presentata da Dorothy Anderson McCarthy, la citata Corte statale ha accettato i capi d'accusa della presunta tortura e omicidio extragiudiziale del cittadino nordamericano Howard F. Anderson senza alcuna prova, quando in realtà si tratta di un cittadino nordamericano che fu giudicato il 18 aprile del 1961 dal Tribunale Rivoluzionario di Pinar del Río nella Causa N. 97 di quell'anno, per le sue attività sovversive al servizio del governo degli Stati Uniti e contro il popolo cubano, e condannato alla pena di morte.

Anderson fu arrestato dagli Organi di Sicurezza dello Stato il 26 marzo del 1961, poche settimane prima dell'invasione della Baia dei Porci, come componente di un gruppo di ex militari al servizio della tirannia, membri dei gruppi terroristici "Asociación Civica Anticomunista" (ACA) e "Frente Revolucionario Democrático" (FRD), che preparavano delle sollevazioni armate adempiendo a direttive della CIA. Al gruppo di Anderson furono sequestrate armi per 8 tonnellate, che avevano sotterrato nella costa meridionale di Pinar del Río e che il 22 febbraio del 1961 erano state trasferite a Cuba da una barca con matricola nordamericana, durante un'operazione diretta dalla CIA. Le indagini confermarono che Anderson, che operava a Cuba con lo pseudonimo di "Lee", era il contatto della CIA a Cuba con le citate organizzazioni terroristiche.

Durante l'istruzione delle istanze contro Cuba, che ora danno luogo a nuovi furti dei nostri fondi congelati, il governo degli Stati Uniti ha agito in totale complicità con i richiedenti, argomentando che la legge nordamericana permette l'uso di detti fondi per rispettare i verdetti favorevoli agli stessi e che il Dipartimento del Tesoro non solleverà il ben che minimo impedimento, esentandoli inoltre dall'onere d'ottenere un permesso per potersi appropriare del denaro.

Queste attività contro Cuba si basano sulla manipolazione arbitraria e politicizzata della designazione, da parte del governo degli Stati Uniti, del nostro paese quale supposto Stato "sostenitore del terrorismo internazionale" e di una distorta interpretazione delle stesse leggi nordamericane.

Risulta totalmente inaccettabile che si accusi lo Stato cubano della commissione di supposti atti terroristici contro cittadini nordamericani. Al contrario, sono stati precisamente atti di terrorismo ed attacchi armati contro Cuba, perpetrati da quel paese, quelli che hanno occasionato, oltre a cospicui danni ed a perdite economiche per il nostro paese, migliaia di morti e gravi lesioni fisiche e psichiche a cittadini cubani.

Queste ed altre simili richieste, presentate presso i tribunali nordamericani, secondo Cuba mancano di validità e legittimità, poiché si basano su argomenti totalmente falsi e manipolati, costituendo aberrazioni legali che possono possedere capacità e sostegno solo nell'irrazionale ed ostile politica del governo degli Stati Uniti contro Cuba.

Lo Stato Cubano ha ripetutamente denunciato l'attività illegale delle amministrazioni statunitensi succedutesi contro i fondi cubani congelati illegittimamente in detto paese. In passato questi fondi furono rubati per decisione o con l'assenso dei vari presidenti e dello stesso Congresso nordamericano, come il 2 ottobre 1966, il 12 febbraio 2001 ed il 29 aprile 2005, per "compensare" i rappresentanti della mafia terrorista di Miami, in particolare i familiari dei piloti dell'organizzazione controrivoluzionaria "Hermanos al Rescate", che furono abbattuti il 24 febbraio del 1996 poiché violarono ripetutamente il nostro spazio aereo.

Con il recente attacco agli attivi finanziari cubani congelati nelle banche degli Stati Uniti, ammontano già a 170.233.536 dollari i fondi rubati al nostro paese.

Il Ministero degli Esteri denuncia che, prendendo ancora una volta la decisione unilaterale d'impossessarsi degli attivi finanziari cubani, il governo degli Stati Uniti risulta palesemente inadempiente ai propri obblighi di proteggere e custodire l'assoluta integrità di quei fondi, appartenenti ad istituzione cubane.

Il governo cubano non riconosce la giurisdizione dei tribunali nordamericani per giudicare la Repubblica di Cuba. Né il governo degli Stati Uniti né gli organi giudiziali di questo paese sono legittimati nel consegnare parte dei fondi cubani congelati a gruppi terroristici o a familiari di cittadini statunitensi coinvolti in aggressioni contro il nostro paese, incoraggiando così in maniera diretta questo tipo d'attività.

Il governo di Cuba condanna questi nuovi attacchi contro i fondi cubani congelati negli Stati Uniti, costituendo una violazione del Diritto Internazionale ed un'ulteriore manifestazione della criminale politica del blocco e dell'ostilità del governo nordamericano contro il nostro paese.

Cuba non rinuncerà mai al suo diritto di esigere, fino all'ultimo centesimo, la completa responsabilità del governo degli Stati Uniti nel furto dei fondi che legittimamente ci appartengono.

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martedì 16 gennaio 2007
Altro colpo ad effetto del neo-presidente messicano: un presidente civile appare in pubblico con l’uniforme militare e circondato da militari, suscitando stupore ed ennesime perplessità.

calderon esercito militareLo scatto fissa un momento storico: il primo capo dell’esecutivo civile messicano ad indossare un’uniforme militare. Tra il 1 dicembre ed il 4 gennaio Calderón ha presieduto diciotto eventi collegati all’esercito. Troppi forse, visto che il suo unico contatto con le forze armate risale all’epoca del servizio militare. Non sarà che il neopresidente stia abusando del protocollo militare per rafforzare la propria autorità?

Sono in molti a pensarla così. Quasi una ventina di intellettuali messicani, infatti, hanno pubblicato un manifesto attraverso il quale cercano di mantenere alto il livello di attenzione nei confronti della “tentazione dittatoriale”, di cui il governo di destra targato Felipe Calderón sembra affetto. Le accuse che si muovono contro questo governo sono quelle di aver criminalizzato le proteste sociali, di aver imposto un controllo fazioso e falso sui mezzi di comunicazione, oltre alla collusione tra potere giudiziario ed altri poteri e all’attacco sferrato all’educazione, alla scienza, alla tecnologia, all’agricoltura, alla cultura e allo sviluppo sociale messo in pratica con i tagli del 30% dei fondi a questi settori normalmente destinati.

calderon ejercito
Calderón è effettivamente indifendibile, lui però continua per la strada intrapresa: “Onestamente mi sento molto soddisfatto e contento per quello che ho ottenuto da quando sono al governo”- sono state le sue parole, e poi ha aggiunto: “I primi 45 giorni di governo sono stati senza dubbio positivi, ora il Messico è più sicuro rispetto a prima”.

Si dimentica però gli ultimi episodi di violenza registrati a Oaxaca, dove alcuni funzionari di polizia sono stati accusati di attuare oltre i loro effettivi poteri nei confronti della popolazione civile. Intanto, nonostante le sue entusiastiche dichiarazioni, continuano a piovere forti critiche sull’operato di questo governo, in particolare per le misure adottate in materia di sicurezza ed economia. Non ultima la discussione sulle “tortillas”, che a causa della norma prevista dal trattato di libero commercio con Usa e Canada prevede l’importazione dagli Stati Uniti del mais, cau ne ha così causato l’aumento di prezzo.

Calderón però si sente soddisfatto del suo operato, per lui problemi non ce ne sono. E poi in questo momento è comunque più impegnato a giocare al militare… E se questo però non fosse solo un gioco?

calderon dittatore messico

Vi rimando a qualche articolo che parla dei primi 45 giorni di governo Calderón:

- Trattato di “libero” commercio, dove si approfondisce la questione del mais e non solo;

- Il Messico di Calderón : democrazia formale, dove si riassumono le più importanti ed impopolare scelte del governo panista;

- Le prime opere del presidente messicano, dove si descrive la repressione dei portavoce della Appo e l’intervento dell’esercito ad Oaxaca.

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domenica 14 gennaio 2007
Il presidente iraniano Ahmadinejad è in questi giorni in visita in alcuni stati del Sudamerica: Venezuela, Nicaragua ed Ecuador.

Chavez AhmadinejadNon si deve discutere riguardo le possibili intese economiche e gli accordi commerciali che sorgeranno come conseguenza degli incontri tra il presidente iraniano e i paesi sudamericani. In fondo non è solo Chávez a legarsi come partner commerciale con l’Iran… Sono infatti tre tra i più importanti paesi europei ad essere i principali fornitori del discutibile paese guidato da Ahmadinejad: rispettivamente Germania (12,3%), Francia (8,4%) ed Italia (7,8%, che rientra anche tra i principali cinque clienti).

Ma la Merkel, Chirac o Prodi non credo si vanteranno mai di amicizie con Teheran. Un aspetto effettivamente non trascurabile, considerando soprattutto le sempre più estremistiche posizioni intraprese da Ahmadinejad negli ultimi mesi.

Niente da dire però sulla libertà di Chávez, Ortega e Correa di stringere intese economiche. Sia libero il Venezuela di discutere con l’Iran sull’eventuale riduzione della produzione di petrolio, in fondo sono due stati membri dell’Opec, non c’è nulla di male a riguardo. Va bene anche il diritto di difendere l’utilizzo del nucleare per qualsiasi paese, sempre che sia effettivamente mirato ad un utilizzo non bellico ed esclusivamente pacifico. Massimo rispetto anche per gli accordi di cooperazione, per la promozione del commercio Sud-Sud, per i 2'000 milioni di dollari stanziati per lo sviluppo di paesi sottosviluppati in America Latina ed in Africa.

Il problema è un altro, e sorge se queste “cattive amicizie”, peraltro osteggiate e pubblicizzate, siano poi realmente mirate alla formazione di un fronte unico anti-imperialista, se queste intese siano seguite da un accordo politico tra le parti. In questo caso è meglio tornare subito sui propri passi, Ahmadinejad è un dittatore fanatico e estremista, e le conseguenze a livello di immagine ma non solo non si devono trascurare.

E’ vero, gli Stati Uniti in America Latina hanno sempre fatto il bello e molto più spesso il cattivo tempo, però non va bene seguire determinate linee politiche esclusivamente per fare dei dispettucci ai vecchi padroni. L’antiamericanismo è, in fondo, un sentimento comprensibile ma non per questo un sentimento giustificabile in particolar modo se poi finisce con comportare determinate scelte di politica estera, realmente molto difficili da accettare.

Chavez Morales Lula KirchnerE’ preferibile quindi la scelta di Kirchner che non andrà ad assistere alla cerimonia di investitura di Correa giustificando la sua assenza con la presenza “incomoda” del presidente iraniano Ahmadinejad. Non dimentichiamo, infatti, che la giustizia argentina ancora reclama la cattura di nove iraniani accusati di essere implicati nell’attentato del 1994 a Buenos Aires che per altro causò ben 85 morti.

Molto spesso difendere “cattive amicizie” comporta grossi errori, speriamo questo non sia il caso di Venezuela, Ecuador e Nicaragua…Caro Chávez stia attento…

Consiglio poi a tutti la lettura di un articolo pubblicato in questi giorni sul blog “Petrolio”, che da una interpretazione molto interessante del viaggio di Ahmadinejad in America Latina.

Ecco il punto di vista di altri due blog:
- Maurizio Campisi, che esprime critiche simili alle sopraesposte: L'Iran in America Latina;
- Gennaro Carotenuto, che invece ha un'altra opinione: Sulle relazioni tra Iran e Venezuela

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venerdì 12 gennaio 2007
Il Congresso della Repubblica peruviana ha votato NO al progetto presentato dal governo che proponeva la riabilitazione della pena di morte in Perù. Segue un’analisi sul nuovo governo di Alan García.

garcia perùAlla fine ha prevalso il buon senso.
Con 49 voti contrari e 26 favorevoli il Congresso peruviano ha respinto il progetto dell’esecutivo che mirava a permettere l’applicazione della pena di morte per i casi di terrorismo e tradimento della Patria. Si tratta della prima sconfitta politica del governo di Alan García al Congresso della Repubblica. "Si diano gli strumenti necessari ai giudici ed al potere esecutivo per mettere fine a questi reati di terrorismo che, insisto, devono avere la massima sanzione che la legge umana e divina permettano"- erano state le parole del presidente peruviano.

La reintroduzione dell’applicazione della pena capitale, comunque prevista dalla costituzione del 1993 ma da sempre inutilizzata, sarebbe dovuta servire per punire il terrorismo in Perù, ed in particolare l’azione del “Sendero luminoso”, un gruppo terrorista peruviano che, ormai saltuariamente, si ripropone con attacchi contro le istituzioni. In realtà però l’iniziativa del governo appare inutile e fuori luogo visto che “Sendero” appare sempre meno attivo e secondo le ultime stime può contare solo su 200 effettivi; un numero per altro in continua diminuzione a partire da quel 15 settembre 1992 giorno della cattura di Abimael Guzmàn e di buona parte della cupola del gruppo.

Il voto contrario della maggioranza del Congresso ha comunque evitato la reintroduzione della pena capitale assolutamente inutile e non adatta ad uno stato democratico. Pensare che l’eventuale voto favorevole avrebbe implicato anche la violazione della convenzione di San José del 1969, con cui le nazioni latinoamericane avevano abolito la pena di morte. Si è rischiato quindi un eventuale scontro tra lo stato peruviano e l’intero sistema giuridico interamericano.

A cinque mesi dalle elezioni però il governo di Alan García comincia a perdere i primi colpi anche al Congresso, dopo aver già visto l’inarrestabile caduta di popolarità nei sondaggi post elettorali. Ha deluso molto, infatti, e non poco l’inizio di mandato del presidente peruviano, che proprio della reintroduzione della pena capitale aveva fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale per tornare alla presidenza.

Rimane comunque il fatto che in Perù si sia affrontata una discussione sulla validità della pena di morte nel 2007, a poche settimane dalla scandalosa esecuzione di Saddam Hussein e per giunta su proposta proprio di un governo che si definisce di sinistra.

perù congressoNon si può più credere, ai giorni nostri, che un presidente democrata possa essere il promotore di una misura di questo tipo. Una misura veramente drastica che avrebbe significato attentare al rispetto dei diritti umani e alla dignità della persona, oltre che essere un grosso passo indietro per un paese come il Perù.

Rimangono comunque molti quelli che credono che la discussione al Congresso sulla pena di morte ed tutto l’eco che ne è scaturito siano stati solo uno squallido tentativo di mascherare gli effettivi problemi che si trova ad affrontare il suo nuovo esecutivo. Il nuovo governo infatti non sembra avere in programma una seria politica antiterrorismo e antidroga, una lacuna veramente grossa considerando la portata di questi problemi nello stato andino.

Per questo motivo mi voglio soffermare un attimo ad analizzare la figura di Alan García, attualmente a capo di questo governo.

Da sempre di tradizione socialdemocratica (a suo dire) ma comunque, in politica economica, di chiaro e forte stampo neoliberale, Alan García si era contraddistinto già nel suo primo mandato (1985-1990) per essere riuscito, con le sue impopolari scelte, a frenare pesantemente la crescita economica peruviana, ma anche a peggiorare la qualità della vita dell’intero paese. Il risultato più eclatante del suo quinquennio di governo è stato però sicuramente quello di portare la parte di popolazione sotto la soglia di povertà dal 16,9% al 44,3% (da rabbrividire).

Il suo ritorno alla carica di presidente è poi avvenuta nel 2006 sotto la promessa di un “cambio responsabile” per il paese, riuscendo per l’ennesima volta a mascherare la sua chiara indole neoliberale con la promessa di un governo dallo stampo socialdemocratico, che avrebbe addirittura preso a modello il Cile della Bachelet. Anche questa volta, però, nella pratica ha subito deluso molti di quelli che gli avevano ri-accordato la fiducia. Nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale sembra infatti trovare effettivo spazio nell’agenda del nuovo esecutivo. Non verrà rivisto il Trattato di Libero Commercio (qualche giorno fa avevo parlato dei danni del TLC in Messico), non avverrà il ritorno alla costituzione del 1979, non sarà discusso il libero abbandono della AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones), non verranno ridotti gli stipendi a ministri e parlamentari, non sarà aumentata la giornata scolastica di un'ora, l'elenco delle promesse già smentite sarebbe lunghissimo...

Già dopo pochi mesi si vede quindi un governo ben lontano dal potersi definire “di sinistra” ma anche lontano dalla famosa sinistra moderata, come invece qualcuno in Italia, ma non solo, continua a fare. L’ennesima conferma a questa opinione è emersa dall’affanno con cui Alan García ha cercato di risollevare la sua immagine attraverso la proposta di reintegrazione della pena di morte. Battendo cioè il chiodo caldo sul sentimento di una buona parte della popolazione che chiedeva vendetta al terrorismo. Una proposta che non può essere promossa da un presidente socialdemocrata e un garante della democrazia, come García ama autodefinirsi, ma che forse calzerebbe più a pennello ad uno stile di governo “populista”, aggettivo devo dire molto in auge negli ultimi tempi.

garcia d'alemaE proprio sull’opinione di Alan García volevo ricordare le “strane” affermazioni del nostro ministro degli esteri Massimo D’Alema. In un’intervista ad Angela Nocioni di Liberazione, proprio durante il suo recente viaggio in America Latina, il vicepremier italiano è infatti scandalosamente riuscito a catalogare Alan García come “un esponente storico della sinistra”. Parole veramente difficili da condividere soprattutto perché il ministro D’Alema in questo caso dimostra ad esempio di ignorare il fatto che García sia tornato al governo solo grazie all’apporto determinante della destra liberista, dell’oligarchia reazionaria e dei settori urbani più razzisti, come ha anche sottolineato Tito Pulsinelli in un commento alle ultime dichiarazioni del ministro italiano (ne consiglio vivamente la lettura qui). Parole, quelle di D’Alema, ancora più difficili da tollerare considerando poi l’impegno italiano riguardo la mozione Onu contro la pena di morte.

Altrettanto strano poi che, nonostante fosse stato capace durante tutta l’intervista di distinguere a suo modo tra sinistra populista-radicale e sinistra light in america del sud, D’Alema cada poi in un clamoroso errore accomunando esperienze politiche molto differenti. Non si riesce infatti bene a capire come quelle del Brasile di Lula, del Cile della Bachelet e del Perù di Alan García possano essere viste tutte sotto la stessa matrice e catalogate come esperienze di “sinistra moderata” (l’unica forma di sinistra per altro meritevole di visita italiana secondo il nostro ministro).

Questa nuova concezione D’Alemiana di sinistra moderata non può non lasciare quantomeno perplessi, in particolar modo se si conosce approfonditamente la realtà politica sudamericana. Forse a D’Alema però serviva semplicemente una giustificazione per il suo viaggio, quasi esclusivamente di interesse economico e non troppo mirato a rafforzare i rapporti con la sinistra latinoamericana. Sono insinuazioni ma d’altronde non oso immaginare cosa penserebbe Lula al sentirsi paragonato ad Alan García…

Concluderei comunque sottolineando un aspetto positivo della visita del vicepremier in Perù. Oltre a riallacciare i rapporti economici con una zona da tempo trascurata da parte del governo italiano, infatti si è riusciti a raggiungere con il governo di Lima un importante accordo che porterà alla conversione di 53milioni di euro di debito, che ancora pesano sul Perù nei confronti del nostro paese, in fondi per progetti di lotta alla povertà.

Per chi volesse comunque approfondire la visita di D’Alema ecco qualche interessante link:

- intervista di D’Alema sul Sudamerica: http://www.esteri.it/ita/6_38_227_01.asp?id=2809&mod=2&min=1
- commento critico di Tito Pulsinelli all’intervista di D’Alema: http://www.lapatriagrande.net/04_opiniones/tito_pulsinelli/populismo.htm
- sotto la cartina attuale che evidenzia i paesi in cui la pena di morte è ancora utilizzata (clikka per ingrandire):

mondo pena morte
  • in azzurro gli stati dove non è applicata la pena di morte;.
  • in verde gli stati dove non è applicata la pena di morte, se non per crimini eccezionali (l’America Latina rientra in questa fascia, anche se l’accordo di San José del 1969 in pratica vieta questa pratica all’interno degli stati sudamericani);
  • in arancione gli stati dove non è applicata la pena di morte, ma solo sulla carta;
  • in rosso gli stati dove è legale la pena di morte per certi reati.


 

mercoledì 10 gennaio 2007
Dopo 52 giorni di carcere con l’accusa di essere un terrorista ribelle appartenente alle FARC, finalmente un giudice colombiano ha emesso la sentenza di scarcerazione per Fredy Muñoz.

Fredy MuñozFredy Muñoz è il corrispondente per la Colombia di TeleSUR, la neonata emittente televisiva nata da un progetto comune tra diversi paesi latinoamericani (Venezuela, Uruguay, Argentina) con l’intento di creare un canale di informazione indipendente in Sud America ed aiutare il processo di integrazione nel continente. Purtroppo però Fredy Muñoz Altamiranda da domenica 12 novembre si trovava in stato di arresto a Bogotà con l’accusa di essere un terrorista.

Le accuse sull’inviato in Colombia erano basate su semplici testimonianze senza nessun concreto fondamento, tanto che sin dall’inizio facevano pensare al caso come una vera e propria montatura. Il capo d’imputazione più pesante che pendeva su Muñoz era quello di far parte del fronte 37 delle FARC e di ribellione con l’incarico di addetto agli esplosivi. Accuse difficili da credere quando proprio Fredy Muñoz Altamiranda era diventato scomodo in Colombia perché rendeva pubbliche troppe cose e dava voce a chi generalmente voce in Colombia non ne ha: dalla cronaca delle manifestazioni dei familiari dei desaparecidos, ai recenti omicidi di insegnanti (11 solo nei primi quattro mesi dell’anno) da parte dei paramilitari, alla diffusione della notizia che lo Stato Colombiano è stato dichiarato (dal Consiglio di stato, il massimo tribunale del paese) responsabile per “inefficienza” della morte dei 63 soldati avvenuta nel corso di un’azione contro le FARC .

In realtà dietro l’arresto del giornalista molti vedevano invece l’intenzione di colpire un progetto come quello di TeleSUR di chiaro impegno verso una informazione libera e che per questo motivo si scontra con l’atteggiamento di coloro i quali detengono l’opprimente egemonia della comunicazione, a partire dai monopoli e oligopoli nazionali e internazionali.

Fatto sta che Fredy Muñoz è stato costretto a 52 giorni nel carcere di Barranquilla prima di essere scarcerato per mancanza di fondamento delle accuse nei suoi confronti.

Inutile sottolineare come tra i media italiani la notizia non sia emersa, né ai tempi dell’arresto né con l’attesa scarcerazione, eppure penso ci sarebbe molto da scrivere e da riflettere sul questo “stano” comportamento dello stato colombiano nei confronti di un giornalista e quindi della libertà di stampa in Colombia, un paese sull’orlo di un conflitto armato dove l’informazione indipendente sempre meno facilmente riesce a trovare il giusto spazio.

TeleSUR è visibile anche qui in Italia in streaming dal sito internet http://www.telesurtv.net/ e sul satellite in alcuni orari tra la programmazione di Acroiris Tv (canale 916).

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lunedì 8 gennaio 2007
Spesso citati e messi in discussione, purtroppo ancora i TLC non sono stati ancora riconosciuti per quello che effettivamente sono, strumenti dannosi per le economie dei paesi in via di sviluppo. In Messico l’argomento torna d’attualità: Lopez Obrador capeggia un nuovo movimento contro le prossime norme sulla circolazione dei cereali di base.

naftaCredo sia evidente come la situazione economica in Messico, in particolare del settore agricolo, sia enormemente peggiorata a partire da quel famoso 1 gennaio 1994, data in cui entrava in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement, Accordo di Libero Scambio Nordamericano). Questo TLC (trattato di libero commercio) prevede una zona di libero scambio che interessa circa 360 milioni di abitanti e tre nazioni: Stati Uniti, Canada e Messico. Dalla sua entrata in vigore si diceva sarebbe servito come modello per l’integrazione continentale, nella pratica però, a distanza di una dozzina di anni, si riescono a vedere solo i pessimi risultati.

Dal 1 gennaio 1994 si è assistito alla soppressione delle barriere doganali fra Stati Uniti, Canada e Messico, ma solo ed esclusivamente per le merci, l’accordo infatti non prevede nessuna possibilità di libera circolazione per le persone tra i tre paesi, come dimostra anche l’impopolare scelta degli Usa di costruire muri di frontiera con il Messico. I rischi insiti nel TLC erano ben visibili già allora, associare infatti la prima potenza e l’economia più forte a livello mondiale ad un paese in via di sviluppo come il Messico poteva apparire molto pericoloso. Forse però i risultati sono stati ancor peggio di quelli che si sarebbero potuti immaginare.

Non solo non c’è stata l’attesa entrata a far parte del cosiddetto “primo mondo” prospettata dall’allora presidente messicano Salinas, ma anzi l’accordo di libero scambio nordamericano, oltre a causare lo sfruttamento incontrollato degli uomini e dei flussi migratori, ha letteralmente messo in ginocchio l’intera economia messicana, ancora troppo immatura per poter reggere le conseguenza di un così brusco inserimento nell’economia di mercato.

trattato libero commercioSe è infatti vero che, economicamente parlando e come teorizzato anche da Adam Smith nel “La ricchezza delle nazioni”, eliminare i dazi doganali e il protezionismo avrebbe dovuto giovare a tutti i paesi membri del NAFTA, in pratica è accaduto il perfetto contrario. Ed a soffrirne maggiormente è stata proprio l’agricoltura messicana: i sussidi milionari che il governo degli USA assegna alla sua agricoltura non erano forse stati previsti da Adam Smith nelle sue teorie. I vincoli e le norme imposte da questo trattato di libero commercio non si sono rivelate infatti così antiprobizioniste come prospettato, comportavano anzi chiari benefici solo per l’economia Usa.

I pesanti sussidi all’agricoltura a favore degli agricoltori statunitensi hanno causato una forte pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando così molti agricoltori a lasciare la loro attività e causando in questo modo un vero e proprio “genocidio” economico. Dal 1994 il Messico è passato, ad esempio, dall’essere uno dei paesi leader nell’esportazione del mais ad essere un importatore di mais transgenico e della peggiore qualità dagli Stati Uniti solo per riuscire a soddisfare la domanda interna.

Nonostante questi pessimi risultati, ormai alla portata di tutti, il tema degli accordi di libero commercio si rifà caldo in Messico. Per il 2008 è infatti prevista l’apertura per la commercializzazione dei cereali di base (come frumento e riso), il che vuol dire che il Messico dal prossimo anno importerà dagli Stati Uniti queste materie prime. Il problema sarà lo stesso, i contadini messicani non potranno mai reggere ad un mercato dei prezzi così elevato, soprattutto senza godere dei sussidi di cui gode l’agricoltura statunitense.

A capeggiare questo neonato movimento contro l’importazione dei cereali di base è stato Lopez Obrador, che anche se ancora molto lontano dal preoccuparsi ad esempio del crescente grado di militarizzazione della repubblica messicana da quando è in carica Felipe Calderón, ha comunque promosso la nascita di un vero e proprio fronte comune di protesta contro le misure previste dal TLC. Durante il suo viaggio in un comune maya il leader del PRD ha evidenziato come il trattato di libero commercio abbia costretto i prodotti nazionali alla competizione con i prodotti di Stati Uniti e Canada in condizioni di disuguaglianza.

Vogliamo giustizia e non disuguaglianza. Non vogliamo più che 500mila messicani, per lo più giovani, si trovino costretti ad emigrare in cerca di lavoro negli Usa esclusivamente perché l’attività produttiva messicana, in particolare al sud, è in rovina a causa del TLC” – ha poi aggiunto Obrador: “La vera piaga è la mancanza di opportunità e di lavoro, questo dobbiamo combattere, vogliamo un cambio politico ed economico”.

Difficile che il nuovo governo Calderón, di chiarissima impronta neoliberale, faccia un passo indietro sul trattato di libero commercio, resta comunque importante però la presa di posizione di Obrador, che tiene alto il livello di attenzione sul problema e mette in evidenza l’alto grado di ingiustizia che domina questi accordi.

naftaSembra questa la strada giusta da seguire per la sinistra messicana per cercare di unificare le forze a disposizione. Basta lamentarsi per i brogli elettorali, contro i quali ormai sembra difficile se non impossibile ottenere giustizia, ma concentrarsi sui reali problemi della maggioranza della popolazione messicana, portare cioè a conoscenza le cause dei problemi facendo opposizione dura e concreta, senza però tralasciare l’importanza dell’allacciare finalmente relazioni solidecon i movimenti sociali, ora più che mai importantissimi nel quadro politico in Messico. La sinistra messicana istituzionale non può più permettersi di ignorare la APPO o le EZLN, non dimentichiamo infatti, ad esempio, che proprio i primi ad insorgere contro il trattato di libero commercio, lo stesso giorno della sua entrata in vigore, il 1 gennaio del 1994, sono state proprio le EZLN che, manifestandosi al mondo nello Zocalo di Città del Messico, denunciavano, già allora, i futuri danni che il NAFTA ha poi effettivamente portato al paese.

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