martedì 27 febbraio 2007
Il 27 febbraio del 1989 una grande protesta popolare contro le misure neoliberali del governo di Carlos Andres Perez terminò con un bagno di sangue: il Caracazo.

caracazoOggi 27 febbraio è l'anniversario di uno dei peggiori eccidi nella storia recente mondiale: il Caracazo, con migliai di morti, uomini, donne, bambini, vittime della brutale repressione poliziesca. I morti furono migliaia, forse addirittura più di diecimila. Tra i vari responsabili anche un italo-venezuelano, Italo del Valle, all'epoca ministro della difesa del governo venezuelano. Una persona indegna che ha macchiato di vergogna l'intero popolo italiano. I crimini contro l'umanità non hanno confini, non hanno prescrizione. Qualunque giudice del mondo può chiederne l'incriminazione. Alla giustizia italiana chiediamo di giudicare questo criminale di cittadinanza italiana.

Per un approfondimento sul "el Caracazo" si consiglia la visione di questo film e di questi link:

- El Caracazo, un film di Roman Chalbaud premiato al festival internazionale del cinema latinoamericano di Trieste nel 2006;

- La Patria Grande: link con video, documentari e film su questo tragico giorno per il Venezuela;

- El Caracazo: 18 anni dal massacro, di Annalisa Melandri;

- "Sed de justicia", un articolo di TeleSUR

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sabato 24 febbraio 2007
La pace scende in politica: il banchiere dei poveri corre in Bangladesh, l’amerindia in Guatemala. Intanto si forma anche un comitato internazionale per sostenere la candidatura al Nobel per la pace di Evo Morales.

rigoberta menchuDue Nobel per la pace entrano in politica. Muhammad Yunus, 66 anni, inventore del microcredito e Nobel per la pace 2006, si candida alle elezioni in Bangladesh, mentre la paladina dei diritti umani ed eroina terzemundista, Rigoberta Menchú, corre alle presidenziali in Guatemala. Il fondatore della Grameen Bank, la “banca dei poveri”, scende in campo con il movimento “Nagarik Shakti”, potere popolare. Con lo stesso motivo, perseguire la pace e dare voce alla parte di popolazione da sempre esclusa dalle decisioni importanti, la Menchú – Nobel per la pace nel 1992 ed icona della battaglia per i diritti delle popolazioni indigene in Sudamerica – si candida alle elezioni del 9 settembre in Guatemala.

Se sarà eletta, diventerà il primo capo di Stato donna del Paese, ed il primo di etnia Maya. Gli amerindi sono il 56% dei 13milioni di abitanti del Guatemala, ma da sempre vivono in condizioni di estrema povertà e non sono mai riusciti ad eleggere una forte rappresentanza politica.

La Menchú, 48 anni, è diventata un simbolo in tutto il mondo, grazie alla sua biografia, “Mi chiamo Rigoberta Menchú”, scritta da Elizabeth Burgos. Nel libro la protagonista racconta la guerra civile che ha travolto il Guatemala tra il 1960 ed il 1996 e che ha provocato oltre 250mila vittime, in gran parte indigeni. Meritatasi il Nobel "in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene", la Menchú, ora anche ambasciatrice Unescu, rappresenterà alle elezioni il partito di sinistra “Encuentro”, cercando di raggiungere la presidenza di un paese, precipitato quasi verso un punto di non ritorno, che ha un estremo bisogno di rinnovamento e di pace.

La Menchú, che attualmente secondo gli analisti locali godrebbe di un 30% delle intenzioni di voto, ha sottolineato che lo scopo per cui ha deciso di concorrere alle prossime elezioni presidenziali del suo paese è quello di dare una maggiore rappresentatività indigena nella vita politica, ammettendo però di essere consapevole della difficoltà di portare a termine tale compito. Innegabile comunque il fatto che in questo momento storico la situazione attuale dell’America Latina è propizia perché finalmente i gruppi indigeni occupino posti di governo e, come è accaduto in Bolivia, recuperino il potere delle nazioni che una volta erano loro.

evo morales nobelCon la Menchú si punta quindi a quella rinascita indigena, inaugurata proprio da Evo Morales in Bolivia, lo stesso Evo Morales per cui si cominciano a formare comitati in tutto il mondo in appoggio alla sua candidatura come premio Nobel per la pace 2007. Per chi volesse approfondire ed appoggiare questa candidatura: http://www.evonobel2007.org/.

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venerdì 23 febbraio 2007
Così come il 50% degli italiani anche io sono arrabbiato e deluso per quello che è successo mercoledì al Senato. Nonostante questo però non mi sento di dare la colpa ai “dissidenti” Rossi (ex PdcI) e Turigliatto (Prc) per l’accaduto, anzi…

sfiducia senatoIl governo è caduto sulla politica estera. Odio dirlo ma credo che i senatori “dissidenti” della sinistra radicale abbiano fatto una scelta seria e, da parte mia, giustificabile. Odio dirlo perché conosco le alternative ad un governo di centro-sinistra in Italia, sicuramente in politica estera, ma non solo, ben peggiore dell’ultima gestione Prodi. Quello che però è certo è che questo governo aveva una maggioranza al Senato che non consentiva di governare decentemente il Paese, troppo vasta e variegata infatti la formazione di governo.

Solo il famosissimo programma dell’Unione, accettato da tutti prima delle elezioni, era il debole collante che permetteva tenere unito questo governo. Programma che però è stato puntualmente non rispettato, in politica estera ma non solo. Se infatti D’Alema era riuscito a riportare a casa le truppe italiane in Iraq ed, a fine estate, era riuscito ad evitare il conflitto in Libano, con la mediazione e svolgendo un ruolo di primo piano nella gestione Onu della situazione, negli ultimi tempi è invece venuta a mancare una degna continuazione di gestione della politica estera su temi come comunque importantissimi come l’Afghanistan e le basi militari Usa.

Il programma prevedeva infatti “una redifinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori […] che salvaguardi gli interessi della difesa nazionale e al tempo stesso quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali”, oltre al ripudio della guerra come risoluzione di conflitti internazionali.

Venuto meno il programma era normale che venisse meno anche la maggioranza. Lo dico realmente a malincuore ma non si poteva pensare che si riuscissero a fare 5 anni di governo continuamente sperando nell’appoggio degli ultra-ottantenni senatori a vita. Se questo governo è caduto non è colpa della sinistra radicale, è solo colpa di una maggioranza troppo esigua e allo stesso tempo troppo vasta e variegata. Crediamo veramente che si sarebbe riusciti ad esempio ad accordarsi sui DICO, o PACS o come diavolo si voglia chiamarli?

Alla sinistra radicale rimprovero anzi di non aver votato unita nel rifiutare la relazione sulla politica estera di D’Alema, non si può infatti pensare di andare contro i propri ideali e gli ideali dei propri elettori solo per tenere in piedi un governo che comunque non avrebbe avuto le gambe tanto forti da poter camminare per cinque anni, lavorando decentemente.

Ben vengano quindi i senatori Rossi e Turigliatto che almeno hanno dimostrato libertà politica e indipendenza da stupide logiche di gestione di maggioranza e patteggiamento tipiche italiane. Quello che rimane difficile da accettare è che ora quello a cui andremo in contro è sicuramente molto peggio, ma questo esclusivamente perché in Italia siamo ormai da tempo in piena crisi istituzionale, troppi gli interessi legati al potere politico che rendono impossibile uscire dallo stallo di maggioranze inventate esclusivamente per tirare 5 anni al governo. Se realmente al Senato ci fossero state persone minimamente responsabili, infatti l’opposizione avrebbe dovuto votare con D’Alema, visto la sintonia sull’Afghanistan, ma forse questo è chiedere troppo, molto più importante tornare al potere.

Certo invece sarà ora il peggioramento della gestione della politica estera, sia in caso di Prodi-bis, che di governo tecnico o del, prima o poi inevitabile, ritorno di Berlusconi (in questo caso non è previsto solo il peggioramento in politica estera).

Ed alle porte l’incubo del ritorno al grande centro, con gente come Casini, Mastella, ma non solo, già pronti a dare vita alla mai scomparsa cara vecchia DC, pronta a tornare a tutelare l’asse Casa Bianca-Vaticano ultimamente minacciato in Italia.

Prospettive difficili da accettare, personalmente veri e propri incubi, mancanza di alternative. Quasi preferirei la roulette russa all’eventuale scelta di un futuro legato o a Berlusconi o al ritorno dei neo-democristiani, senza dimenticare l’altro incubo ricorrente, quello del partito democratico voluto da Margherita e una parte dei DS.

democrazia cristianaIl governo è caduto, forse si è persa un occasione, forse si è solo ritornati sulla terra caduti dalle nuvole mentre si sognava di poter metter governare senza maggioranza al Senato, e senza essere d’accordo su troppi temi di governo. Per il futuro prossimo quasi certo il Prodi-bis, il danno minore, ma comunque una perdita di tempo, un traghetto inutile che passa per 12 punti e “qualche piccolo acquisto al centro”, insomma la solita Italia. Ah dimenticavo, tra i dodici punti logicamente non ci sono i DICO, prima vittima sacrificale in pasto al grande CENTRO

Viva la DC, ed un grazie speciale al senatore a vita Giuliano Andreotti. Chissà che non si possa tornare ad un ennesimo governo Andreotti…siamo in Italia, non dimentichiamolo!

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Riporto un'altra vignetta di Daniel Paz & Rudy pubblicata recentemente dal quotidiano argentino Pagina 12:

venezuela usaDomanda: "Il presidente Venezuelano è molto duro nei confronti della Casa Bianca, però nonostante questo la Casa Bianca se la prende con calma. Come mai?"

Risposta dell'esponente della Casa Bianca: "Solo perché ancora non sappiamo dove fucking si trova questo paese, però quando lo capiremo vedrete!!!"







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araujoA chi volesse approfondire la vicenda della "parapolitica" in Colombia, alla ribalta proprio in questi giorni dopo le dimissioni del ministro degli Esteri del governo Uribe, Maria Consuelo Araújo, consiglio la lettura di alcuni post già on line:


-
Bogotalia: il blog di Doppiafila, scritto direttamente dalla capitale colombiana Bogotà;

- il post "Pasticciaccio alla colombiana", scritto da Maurizio Campisi nel suo blog americalatina;

-"Colombia, onorevoli col mitra", un articolo di Guido Piccoli, giornalista del Manifesto, di cui consiglio anche la lettura del blog "Guido Piccoli: Non solo massacri, please!".

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lunedì 19 febbraio 2007
Sabato 150'000 persone a Vicenza manifestavano contro la decisione del governo di centro-centrosinistra di ampliare la base militare statunitense nella città veneta. Decisamente differente la situazione in Ecuador rispetto alla base Usa a Manta dove semplicemente la concessione non verrà rinnovata.

vicenza anti base usaL’Ecuador non rinnoverà l’accordo sull’uso della base aerea militare di Manta con gli Stati Uniti”, lo ha assicurato, la scorsa settimana a Quito, il ministro degli Esteri ecuadoriano, Maria Fernanda Espinoza. Dal primo giorno del suo mandato il presidente Rafael Correa ha annunciato che questi accordi, sottoscritti nel 1999 e in scadenza nel 2009, non verranno rinnovati. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri miravano a smentire le voci che parlavano di negoziati aperti: “Realmente non so con qui stiano negoziando il rinnovo, con questo governo sicuramente no, noi non siamo disposti a concederlo”.

Leggendo queste parole e considerando il clima politico italiano, sarà sicuramente facile, per molti, definire il comportamento del governo ecuadoriano: “Anti-americanista”, una definizione ormai di moda ma allo stesso tempo molto superficiale.

lenin morero ecuadorSi provi infatti ad esempio a leggere le semplicissime parole del vicepresidente ecuadoriano, Lenin Morero (foto a lato), sul motivo per cui gli accordi sulla base di Manta non saranno rinnovati: “Noi vogliamo solo essere rispettati. Gli ecuadoriani sono gente molto rispettosa della società nordamericana, rispettiamo e ammiriamo il popolo nordamericano. Non riteniamo però che sia corretto che il loro presidente prenda decisioni che diminuiscano o ledano la nostra dignità. La autodeterminazione dei popoli è una risorsa fondamentale”.

Nelle sue dichiarazioni al quotidiano Crónica il vicepresidente sottolinea: “Non c’è motivo che i soldati di un paese abbiano basi in altri paesi. Cosa pensereste se noi pretendessimo avere una base militare ecuadoriana negli Stati Uniti per difendere i diritti umani degli ecuadoriani che vivono lì? Non avrebbe senso, così come non ha nessun senso una base nordamericana in Ecuador”.

“C’è sempre stata l’abitudine da parte di certi governi statunitensi d’intervenire nella politica dei paesi latinoamericani, però fortunatamente i nostri popoli sono maturati e non si adattano più a questo comportamento”.

Parole sicuramente semplici ma decise, parole che mi sarebbe piaciuto ascoltare anche in minima parte simili da parte del nostro presidente del Consiglio Prodi o del nostro ministro degli Esteri D’Alema, entrambi esponenti di una pseudosinistra italiana che in politica estera si è dimostrata, in questa occasione più che in passato e nonostante le belle parole del “programma dell’Unione”, ben lontana dall’avvicinarsi a quell’idea di multilateralismo e centralità europea prefissatasi ad inizio mandato.

Il popolo della pace invece a Vicenza è sceso in piazza per dimostrare, pacificamente il suo pacifismo. Non si tratta di antiamericanismo, ma di anti-imperialismo, perché ormai solo con il termine di “imperialismo” si possono definire le strategie di politica estera dei governi statunitensi, scelte sempre più mirate verso l’unilateralismo. Proprio per questo non si riesce a capire come, se si crede realmente nel multilateralismo e così come è stato scritto nel programma Unione, si possa poi assecondare senza battere ciglio l’ostentato unilateralismo nordamericano.

Vicenza è stata solo espressione di democrazia diretta, una lezione politica popolare e non esclusivamente una manifestazione della sinistra radicale, Vicenza ha solo rappresentato l’Italia pacifista, la parte degli italiani stanca di assecondare e accomodare scelte di politica estera impopolari e bellicose, spesso piovute dall’alto.

E’ preoccupante vedere come la parola “pacifismo” sia oggi arrivata ad essere catalogata quasi come offensiva e discriminatoria travisandone il reale significato. Trovo assurdo come siano riusciti a far credere che essere pacifisti sia una disgrazia, che il pacifismo voglia dire appoggiare il terrorismo e diffondere l’odio e la violenza, praticamente l’esatto contrario dei valori insiti nell’ampio e variegato movimento del pacifismo.

vicenza manifestazione 17 febbraioPer qualcuno poi, vedi l’ex premier Silvio Berlusconi, sabato è stata una giornata “triste”: “Sono molto triste perché mentre voi giovani di Forza Italia siete lì alla convention di Napoli a discutere dei temi della libertà, migliaia di manifestanti stanno sfilando a Vicenza contro gli Stati Uniti”. Difficile aggiungere qualcosa a queste parole, solo la considerazione che l’associazione tra le parole libertà e Stati Uniti suona sempre più ridicola e forzata. Ad esempio durante il mio recente viaggio negli Usa, ho dovuto presentare alla dogana passaporto elettronico e sul posto mi sono state rilevate le impronte digitali di indice destro e sinistro, più una foto fatta sul momento con una web-cam. Un procedimento previsto dalle norme anti-terrorismo appena entrate in vigore, ma decisamente difficile da accettare e condividere visto che nel caso fossi realmente un terrorista, attenendomi a queste misure sarei pericoloso solo ed esclusivamente sul territorio statunitense, in Italia ed in Europa nessuna autorità ha le mie impronte digitali. Soprattutto è assurdo che queste stesse norme in pratica implichino l’impossibilità da parte di un cittadino americano di essere potenzialmente “pericoloso”, visto che può viaggiare in Europa, come nel resto del mondo, senza avere bisogno di passaporti elettronici contenenti micro-chip, né di rilievi di impronte digitali. Esperienza personale apportata solo a conferma dell’ingiusta unilateralità a cui gli Stati Uniti aspirano e tendono da qualche lustro.

Però questo non conta, l’importante è solo che nei convegni di Forza Italia i giovani parlano di libertà ed intesa con gli Stati Uniti, mentre si deve essere tristi e dispiaciuti per la manifestazione di Vicenza. Un ossimoro spaventoso visto che Vicenza credo che abbia rappresentato i reali valori della libertà di espressione e manifestazione del pensiero, non solo di una città, ma anche delle tante anime che compongono il movimento dei popoli per la pace italiano.

manifesto W Vicenza WicenzaUn movimento ed una concezione di pace ed anti-imperialismo che, con sommo dispiacere però, non verrà presa in considerazione da parte dell’attuale governo italiano, fermo e rigido sulle decisioni prese riguardo questa base Usa. Proprio questa sicuramente la nota più dolente di una giornata importante come è stata quella di Vicenza. Triste considerando la tanto dichiarata centralità europea tanto ostentata da questo governo, ma disattesa quasi subito e sostituita dalla tipica sudditanza che dal dopoguerra si ritiene dovuta agli Usa.

Tristezza quantomeno un poco attenuata pensando invece alla scelta fatta in Ecuador, decisamente opposta a quella italiana, dove il governo Correa, dopo aver già raggiunto uno delle importanti promesse elettorali riuscendo a dare il via alla riforma costituzionale ed indicendo il referendum per l’elezione dell’Assemblea Costituente, si è dimostrato giustamente deciso nell’intenzione di non rinnovare la concessione agli Stati Uniti della base aerea di Manta.

Tra l’altro proprio Rafael Correa ha appena confermato la sua presenza alla “Conferenza Mondiale per l’abolizione delle basi militari straniere” che si terrà dal 5 al 9 marzo proprio in Ecuador. Con Correa ci saranno altre importanti presenze internazionali come l’argentino Adolfo Pérez Esquivel (premio Nobel per la pace 1980), Cindy Sheehan attivista nordamericana contro la guerra in Iraq e Medea Benjamín, anche lei statunitense e direttrice della fondazione “Global Exchange”.

“Sarà una protesta mondiale alla quale parteciperanno più di duemila rappresentanti di Asia, Africa, Europa e America”, ha segnalato Miguel Morán, leader del “Movimento Antiimperialista” di Manta. Lo stesso Morán ha annunciato che la conferenza avrà come sede sia Quito che Manta e conterà con la partecipazione di Natsume Taira, della “Red de Ciudadanos por la Paz”, di una delegazione giapponese, di Blanca Chancoso (leader indigena ecuatoriana) e di Denis Doherty coordinatrice della “coalizione anti-basi” australiana.

Per qualcuno forse sarà un’altra giornata triste, per altri invece, me compreso, non lo sarà affatto...

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giovedì 15 febbraio 2007
Si accende il dibattito politico negli Stati Uniti a causa del petrolio venezuelano destinato alle comunità povere statunitensi. Il congressista della Florida, Mack, si scaglia contro Joseph P. Kennedy per il suo appoggio al “presidente comunista” del Venezuela.

Negroponte BushMentre il Senato statunitense confermava la losca figura di John Dimitri Negroponte, che tanti danni ha già fatto in America Latina e non solo, come numero due del Dipartimento di Stato, ecco subito scoppiare nel Congresso Usa l’ennesimo dibattito riguardo le relazioni Usa – Venezuela. Ho deciso di riportare l’assurda vicenda datata 13 febbraio: apparentemente l’invio di combustibile per riscaldamento da parte di un paese latinoamericano, ed esclusivamente destinato a comunità povere degli Stati Uniti, può bastare per essere considerato una vera e propria minaccia per la sicurezza nazionale USA.

In quella che probabilmente è una espressione senza precedenti di solidarietà da un paese del Sud del mondo verso gli Stati Uniti, l’impresa petrolifera CITGO, sussidiaria dell’impresa statale venezuelana PDVSA, ha appena raddoppiato il suo impegno, rispetto al 2005, consegnando più di 100 milioni di galloni di combustibile destinato al riscaldamento a 400mila famiglie povere di 16 stati americani e con ben il 40% di sconto sul prezzo.

citgoComunità povere di New York (dove il programma partì l’inverno scorso con la prima consegna in novembre), Boston e varie città e zone rurali, più circa 163 comunità indigene, beneficeranno del petrolio venezuelano ed ogni famiglia otterrà mediamente circa 200 galloni di combustibile con il 40% di sconto. Questo programma è stato promosso da diverse associazioni ed organizzazioni sociali di appoggio umanitario statunitensi, tra le quali la più importante è la Citizens Energy Corporation, un’entità senza fini di lucro, capeggiata dall’ex rappresentante federale Joseph P. Kennedy II, tra l’altro membro della famosa famiglia politica Kennedy.

Forse proprio questo ha spaventato a molti legislatori statunitensi. Ieri il rappresentante della Florida, Conie Mack che come molti sapranno rappresenta interessi anticastristi e che è anche un ferocissimo critico di Chávez nel Congresso, ha inviato una lettera proprio a J.P. Kennedy nella quale denunciava il suo appoggio al “presidente comunista” venezuelano e chiedendogli anche di fermarsi e non apparire più in annunci televisivi che elogiassero “l’uomo più pericoloso dell’emisfero occidentale”.

La lettera di Mack a Kennedy inizia così: “Il presidente comunista del Venezuela, Hugo Chávez, è un nemico giurato degli Stati Uniti d’America. Proprio per questo non ci sono assolutamente scuse per giustificare gli elogi di cui Lei è prodigo nelle televisioni commerciali e nelle interviste che rilascia con i media”. La lettera ricorda anche che “più di 40 anni fa, suo zio, il presidente John F. Kennedy, parlò dei pericoli del comunismo nell’emisfero occidentale e della minaccia rappresentata da Fidel Castro… Questo, signor Kennedy, vale ancora oggi”.

mack floridaMack accusa il fatto che Chávez concede combustibile per il riscaldamento a basso prezzo “non per aiutare il popolo statunitense bensì per trarne profitto in nome delle relazioni pubbliche. Purtroppo Lei ha optato per partecipare a questa buffonata, anche quando Chávez continua ad attaccare gli Stati Uniti, i nostri leader e tutti gli amanti della libertà”. Sostiene poi anche che Chávez stia cercando di “distruggere le speranze ed i sogni del popolo venezuelano destabilizzando la libertà, la democrazia e gli interessi degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. Questo anche Lei come legislatore avrebbe dovuto capirlo”.

La risposta di Kennedy è arrivata ieri stesso con una lettera nella quale dichiara, sarcasticamente, di apprezzare l’interesse del legislatore Mack ed i suoi sforzi nel cercare di concedere a migliaia di persone combustibile sottocosto. In tono molto ironico Kennedy attacca la logica di Mack: “Apprezzo molto il tipo di leaderato morale che Lei sta cercando di dimostrare nonostante l’alto livello di ipocrisia riscontrabile nei suoi argomenti. Ad esempio, Le chiedo, se ritiene realmente così grossa la minaccia alla “nostra democrazia”, se non sia meglio rinunciare ai 558 milioni di barili di petrolio che si importano negli Stati Uniti proprio dal Venezuela”.

La lettera si conclude poi ricordando come la stessa associazione di Kennedy abbia scritto a tutte le imprese petrolifere statunitensi e non (Exxon/Mobil, British Petroleum, Shell, Conoco Phillips, Valero e Halliburton) così come anche a tutte le nazioni della OPEC chiedendo a tutti un aiuto nel vendere una parte di combustibile scontato per destinarlo ai poveri. Lettera alla quale però, come Kennedy ha ribadito, nessuno ha risposto ad eccezione proprio della venezuelana CITGO.

La Sua logica, signor Mack, che assomiglia molto alla purezza dei neoconservatori che ci hanno portato alla guerra in Iraq, non farà altro che far focalizzare la nostra ira nei confronti di paesi che Lei dipinge come non democratici. Non capisco però, se è questa realmente la sua preoccupazione, perché non si scaglia allo stesso modo denunciando ad esempio gli aiuti petroliferi provenienti dall’Arabia Saudita, un paese governato da una monarchia che per di più ha prodotto 15 dei 19 sequestratori dell’11 settembre?”.

kennedyKennedy poi conclude: “Mi piacerebbe unirmi a Lei nel lottare contro la minaccia reale che incombe su questo paese: il nostro assurdo sistema economico che prevede in pratica uno strano tipo di socialismo per i più ricchi ed un’economia di libero mercato estrema per i più poveri. Lo stesso sistema che ha permesso di far arricchire con migliaia di milioni di dollari le nostre imprese petrolifere ed il Suo esecutivo”.

Intanto in queste settimane dominate dal freddo intensissimo nel centro-nord degli Stati Uniti, tra numerose nevicate e sempre meno appoggi federali, dove gli scarsi guadagni obbligano ad optare tra pagare il riscaldamento o mangiare, decine di migliaia di famiglie, che non conoscono il Venezuela, né tanto meno il suo presidente, esprimono la loro grande gratitudine nei confronti di un paese lontano solo perché i loro bambini non tremano più per il freddo di questo terribile inverno. Ma questo al congressista della calda Florida a quanto pare interessa pochissimo, nonostante la sua auto, i suoi treni ed i suoi aerei utilizzino lo stesso petrolio venezuelano per funzionare. Sono o non sono questi dei grandi misteri?

Comunque, nato nel 2005 come risposta di solidarietà annunciata del governo di Chávez dopo le devastazioni degli uragani Katrina e Rita, che provocarono un grosso aumento del prezzo del combustibile statunitense, che sommato ai tagli nei programmi federali di appoggio destinati al riscaldamento lasciarono molte famiglie povere ancora più vulnerabili durante gli inverni, il programma dell’impresa petrolifera CITGO è ora al suo secondo anno di vita e punta a offrire il doppio dei galloni di combustibile rispetto al primo anno raddoppiando anche il numero degli stati destinatari.

“Questo è un programma di solidarietà, e non conta che sia venezuelano o no, conta solo che sia utile alle famiglie statunitensi che non hanno la possibilità di farsi carico economicamente per il loro riscaldamento” – ha dichiarato Félix Rodríguez, capo dell’esecutivo CITGO con sede a Houston, Texas.

Guardate qui uno degli spot pubblicitari della CITGO incriminati dal congressista Mack:



Ecco a voi l’ennesima assurda vicenda targata “MADE in USA”.

Fonti: Boston Herald, Fox News, La Jornada, Boston.com, Eyewitness News

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Guardate questa vignetta argentina:

matrimoni gay chiesaGiornalista: "La Chiesa si oppone al matrimonio omosessuale?"
Prete: "Dipende, se un uomo omosessuale vuole sposarsi con una donna omosessuale, va benissimo!!!"

Divertente vero? Eppure anche nella cattolicissima Argentina proprio in questi giorni si stanno facendo decisivi passi in avanti per quanto riguarda le unioni tra persone dello stesso sesso (leggi qui). La stessa cosa è stata fatta solo qualche settimana fa nell'atrettanto ultracattolico Messico, dove addirittura è stata registrata la prima unione gay (leggi qui), ed in Colombia dove la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale usare l'espressione "uomo e donna" per definire una coppia (leggi qui).

Invece noi in Italia siamo ancora qui a combattere per cercare di capirci qualcosa tra PACS, DICO, Vaticano, Mastella e Ruini...Sarà normale? Contenti noi...Viva Dio!!!

Vignetta di Daniel Paz & Rudy pubblicata da Pagina12

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mercoledì 14 febbraio 2007
OFF TOPIC: Scusate il fuori tema ma quando ho visto questa vignetta non ho potuto fare a meno di pubblicarla nonostante il mio profondo dissenso nei confronti di una festa come "San Valentino".
bush iraq san valentinoDisegno di Daryl Cagle pubblicata su teleSUR.net (la traduzione mi sembra inutile, credi sia chiarissima).

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martedì 13 febbraio 2007
Nella speciale classifica stilata da “Reporters sans frontières” il Messico è secondo subito dietro l’Iraq: nel 2006 nove sono stati i giornalisti uccisi e tre quelli desaparecidos. Anche Amnesty International, intanto, si schiera contro il governo di Calderón rifiutando il compromesso che il neopresidente ha proposto in difesa dei diritti umani, troppo spesso violati in Messico.

oaxaca repressioneIl Messico è il secondo tra i paesi al mondo più pericolosi per un giornalista. Questo il risultato di una classifica stilata da Reporters sans frontières che ha classificato lo stato centroamericano secondo subito dopo l’Iraq. Tra le motivazioni per questo poco gratificante risultato, oltre l’elevato ed eccessivo numero di morti per un paese in democrazia (solo l’Iraq ne può contare di più con 60), anche l’eccessiva violenza prodotta dal narcotraffico e l’eccessiva instabilità politica generata dalle proteste di Oaxaca in un anno tra l’altro segnato da una combattuta disputa elettorale poi conclusasi con la stretta vittoria di Felipe Calderón.

RSF segnala soprattutto nel suo informe la difficile situazione di Oaxaca, dove la crisi politica e sociale, iniziata con la protesta dei professori nei confronti del governo locale, si è trasformata da maggio scorso in una “battaglia” tra il governatore Ulises Ruiz Ortiz e la APPO (Assemblea popolare di Oaxaca) culminata con l’invio delle truppe e della polizia federale da parte del governo centrale.

Proprio ad Oaxaca infatti la morte di un giornalista che ha fatto più notizia, quella del cameraman statunitense Brad Will, morto per mano di agenti di polizia in difesa del Ruiz durante le proteste. Il fratello di Will ha poi denunciato il sistema giudiziario locale che ha liberato i presunti assassini per mancanza di prove. “Mio fratello era lì per documentare la natura non democratica della situazione politica di Oaxaca”- sono state le parole di Graig Will a Washington.

reporter senza frontiereCredo sia importante questo importante dato riguardo il basso livello di sicurezza che godono i giornalisti in Messico, un dato riconosciuto anche da Reporters sans frontières (RSF), un’associazione che comunque non merita la stima internazionale che invece gli viene riconosciuta (anche se questa volta ha fatto emergere quest’importante aspetto sul Messico). Basta ad esempio leggere “Come la Cia finanzia Reporters sans frontières” un interessantissimo articolo di Gianni Minà (recentemente premiato a Berlino con il Premio Kamera alla carriera) proprio su RSF.

Ritornando alla continua e reiterata violazione dei diritti umani in Messico invece è importante anche sottolineare l’intervento di Amnesty International (AI) che per voce di Rupert Knox, investigatore per l’associazione nello stato centroamericano. AI chiede un’azione concreta al nuovo governo: “Un compromesso “retorico” a protezione dei diritti umani del governo di Felipe Calderón non serve, AI chiede a questo governo una azione concreta a protezione dei diritti umani fondamentali e quest’azione deve assolutamente passare da indagini imparziali sui casi di San Salvador Atenco di Oaxaca, di Guadalajara, dei feminicidios di Ciudad Juárez, e delle desapariciones forzate di persone”.

Knox segnala: “Il governo del presidente Calderón ha la possibilità di cambiare questa vergognosa attitudine messicana, un vero e proprio scandalo internazionale in materia di giustizia, ma per fare questo si deve investigare a fondo, in maniera imparziale, sulle gravi violazioni ai diritti umani che ancora chiedono giustizia. Non basta aprire indagini preventive, questo maniera d’intervenire non serve a fare giustizia. Calderón deve dare una risposta perché i 70 giorni di governo sono molto preoccupanti visti i segnali negativi che ci stanno arrivando. E’ vergognoso e scandaloso l’attuale sistema di giustizia”.

Quello che preoccupa giustamente più AI è l’impunità. Le indagini effettuate ad Atenco ed a Oaxaca sono state un passo indietro, ci sono implicate agenti del ministero e giudici, ma quello che sembra più evidente è la mancanza di volontà nel sanzionare i responsabili di questi gravi delitti (tortura, abusi sessuali, detenzioni illegali). E’ un insulto il fatto che si voglia processare i colpevoli solo per abuso di autorità. Il fatto che vengano rimandate al mittente le raccomandazioni della Commissione Nazionale per i Diritti Umani manifesta purtroppo la mancanza di volontà nel fare giustizia.

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“Berlino mi premia, l’Italia mi ignora”. Al giornalista italiano il riconoscimento alla carriera per i suoi documentari: "Bella soddisfazione, considerato che la Rai, da anni, mi ha messo in esilio"

minàIl talento giornalistico di Gianni Minà è stato celebrato a Berlino in occasione del Berlino International Film Festival in svolgimento nella capitale tedesca fino al prossimo 18 febbraio. Il premio Berlinale Camera viene consegnato alle personalità o alle istituzione alle quali viene riconosciuto di aver dato un contributo importante all'arte e alla cultura, ed è considerato uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo per i giornalisti documentaristi. Particolare apprezzamento è stato espresso al giornalista italiano per il suo ultimo lavoro documentaristico "Travelling with Che Guevara".

Durante le giornate della manifestazione verranno proiettati diversi documentari di Minà quali "Un dia con Fidel" e "Cuban Memories", dedicati a Cuba e al leader maximo Fidel Castro, argomento verso il quale Minà ha dedicato questi ultimi anni di lavoro con passione e dedizione. Gianni Minà, nato a Torino nel 1938, ha lavorato con svariate testate giornalistiche, sia di carta stampata che televisive italiane e condotto programmi televisivi per la Rai, oltre ad essere autore di molti documentari di successo sulla vita di personaggi quali Che Guevara, Mohammed Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Maradona.

Attualmente dirige la rivista Latinoamerica e la collana "Continente Desaparecido" della Sperling&Kupfer, intanto lavora già a un nuovo progetto: "Un ciclo di documentari sui capi di Stato che stanno cambiando l'America Latina, da Lula a Chavéz, dalla Bachelet a Morales”. "Qualcuno teme l'autonomia intellettuale, invece il pubblico ama l'impegno", ha affermato ricevendo il tanto ambito quanto meritato premio.

Grande festa per la premiazione del giornalista italiano, autore di documentari sui grandi personaggi del nostro secolo. Arriva finalmente il giusto riconoscimento ad una grande carriera intellettuale, per un giornalista italiano che all’estero è stato più volte ripagato per il suo grande lavoro e che invece in Italia non ha avuto forse mai il giusto tributo. Se si pensa a Minà, oggi forse si pensa solamente alle uscite in edicola che raccontano la vita di Maradona. Ma c'è molto di più, e sarebbe bene che la nostra televisione si decidesse a (ri)scoprirlo, tra l’altro Minà è uno dei massimi esperti di America Latina in Italia.

Riporto ora l’articolo riportato su Repubblica.it di A.Vitali:

ROMA - Non sapeva, Fiorello, che quando imitava Gianni Minà che "gioca a scopetta" con Fidel all'Avana stava solo raccontando la verità. Pensava di fare parodia, faceva cronaca. Meglio, faceva storia, quella che Minà racconta con le sue interviste a personaggi come Castro, Mohammed Ali, Marcos, e le storie che si fa raccontare in giro per il mondo dai protagonisti dei fatti. "Poi, a Fiorello ho portato una foto fatta anni fa in un ristorante a Roma, siamo io, Gabriel Garcia Marquez, Sergio Leone, Cassius Clay e Robert De Niro", dice il giornalista da Berlino dove h