sabato 31 marzo 2007
La formazione di una Banca del Sud rappresenta uno dei passi più importanti da fare per raggiungere una maggiore integrazione latinoamericana. Ieri a Caracas alti funzionari e ministri di Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador e Paraguay si sono riuniti per definire il progetto. La Banca del Sud entrerà in funzione nel primo semestre del 2008.

Nonostante il sabotaggio della destra mediatica, la Banca del Sud è sempre più una realtà. Un importante passo in avanti era stato fatto già il 21 febbraio nella città venezuelana di Puerto Ordaz, dove i presidenti Hugo Chávez e Néstor Kirchner si erano trovati d’accordo nel decidere la conformazione della Banca del Sud, e, sottoscrivendo il “Memorando de Entendimiento”, fissarono le basi di una banca che finalmente permetterà una forma di finanziamento, rapido e senza condizioni, per l’intero continente ed in particolare per le opere di infrastruttura necessarie per l’America Latina, come ad esempio il grande gasdotto continentale.

Decisivo però è stato l’incontro di Caracas di ieri dove i ministri delle finanze di Bolivia, Ecuador e Venezuela, il vice-ministro dell’economia del Paraguay e il segretario di Stato del ministro dell’economia argentino hanno fissato le basi per il convegno costitutivo della Banca del Sud, fissando e firmando un atto costitutivo ed una struttura organizzativa.

La Banca del Sud sarà di tutta l’America Latina, e non si ripeteranno i vecchi errori di altri organismi multilaterali. Nessuno avrà una posizione di egemonia, neanche il Venezuela che probabilmente apporterà la maggiore quota di capitale. Questa banca non avrà padroni e soprattutto non applicherà le condizioni di finanziamento che tanto abbiamo criticato ad altri organismi”, sono state le parole del ministro delle finanze venezuelano, Rodrigo Cabezas, che poi ha aggiunto: “C’è una proposta che mira ad evitare che un paese abbia un eccessivo peso all’interno della Banca del Sud, in pratica questo impedirà la ‘barbaridad’ che avviene ad esempio nella Banca Interamericana di Sviluppo (BID) dove le decisioni possono essere prese con un quorum minimo dell’80% e poi accade che un solo paese abbia un peso specifico del 30%, imponendo di fatto un veto. Chiaramente questo paese sono gli Stati Uniti d’America. Queste assurdità non avverranno mai nella nostra Banca del Sud”.

Cabezas, alla conclusione degli incontri di ieri ha poi pronosticato che la Banca del Sud in breve tempo diverrà “un muscolo tra i più importanti del pianeta” e servirà a finanziare lo sviluppo dell’America Latina, combattendo le ingiustizie regionali, abbattendo le asimmetrie nel continente ed individuando politiche di finanziamento che andranno a tentare di risolvere anche i problemi nelle bilance dei pagamenti.

La data fissata per l’inizio delle attività della Banca del Sud è il primo semestre del 2008 e comincerà a funzionare con due sedi principali, una a Caracas ed una a Buenos Aires.

Oltre ai cinque paesi riunitisi in Venezuela il progetto include anche Brasile ed Uruguay che, anche se ancora nel ruolo di osservatori a Caracas, guardano al progetto con interesse ed ottimismo. Intanto il governo di Chávez ha già reso noto che apporterà come capitale iniziale 7'000 milioni di dollari.

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di Antonio Pagliula ~ 2:55 PM

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La leader indigena candidata alle presidenziali in Guatemala, Rigoberta Menchú, assicura che il suo paese è preparato per essere governato da una donna e chiede un’opportunità per poterlo dimostrare.

Il Premio Nobel per la pace 1992, Rigoberta Menchú, ha già annunciato a febbraio la sua candidatura per le prossime elezioni in Guatemala. Sarà sia la prima donna a farlo che la prima candidata di origine indigena di tutta l’America Centrale, caratteristiche che la rendono, a tutti gli effetti, un vero e proprio simbolo di speranza in un paese la cui popolazione è a forte maggioranza indigena e dove ancora continua a dominare sia una forte cultura maschilista che una forte discriminazione nei confronti degli indigeni.

Approfittando del vertice dei popoli indigeni tenutosi proprio a Città di Guatemala, la Menchú ha dato inizio apertamente alla sua campagna elettorale, proponendo le ricette per tentare di risolvere problemi storici del Guatemala come la sicurezza, la discriminazione, il razzismo, l’esclusione sociale e la mancata partecipazione, appunto, sia delle donne che delle popolazioni indigene, all’interno della società.

Si è dimostrata molto concreta, il premio Nobel per la pace, quando ha fatto esplicito riferimento all’importanza del godere nell’appoggio del Congresso, ritenuto fondamentale per riuscire ad ottenere dei reali cambiamenti nel paese. “Non si potrà ottenere molto se il Congresso della Repubblica non sarà a nostro favore. Vogliamo introdurre nuove tematiche all’interno dell’agenda legislativa, per tentare di andare a fondo e per un cambiamento reale. Se purtroppo non godremo di questo appoggio il Guatemala rimarrà condannato ad essere una nazione in mano alle mafie e al crimine organizzato, rimanendo schiavo dell’elite che ha permesso questo da sempre.

Proprio per queste motivazioni la Menchú ha spiegato che la sua candidatura avrà un “carattere multisettoriale”, con l’obiettivo di riuscire ad ottenere un ampio consenso in particolare proprio sulle tematiche più delicate. “Più che vedere solo bianco o solo nero sarà importante il dialogo.

La Menchú si è poi anche espressa sul Trattato di Libero Commercio (TLC): “C’è quasi il 90% della popolazione che non conosce il significato del TLC, nessuno ha mai consultato la popolazione, nessuno ha spiegato quali fossero i meccanismi che sarebbero scaturiti, ma semplicemente ci è stato imposto dall’alto”.

Ed ha parlato della recente visita di Bush in Guatemala definendola: “Di nessuna sostanza, basta pensare al fatto che non sono state discussi le tematiche fondamentali che si dovevano discutere, cioè l’immigrazione e le deportazioni abusive. E’ stato solo una visita giusto per visitare, che ha ottenuto solo il risultato di paralizzare la tranquillità guatemalteca. Per questo secondo me non ha avuto molto senso”.

Secondo la Menchú gli altri interventi di presidenti degli Stati Uniti in Guatemala in passato avevano avuto altre caratteristiche: “La visita di Bill Clinton fu molto differente, infatti si presentò qui da noi con più umiltà e più rispetto. Questa volta invece questo non è avvenuto, per la sua visita, Bush ha preteso alla nazione la sospensione totale delle proprie attività, solo ed elusivamente per ricevere un capo di Stato. In poche parole c’è stata quasi un occupazione nordamericana del Guatemala, e su questo ci sarebbe molto di cui riflettere”.

Poi la candidata alle prossime presidenziali ha parlato anche di integrazione latinoamericana, qualificandola come una grande opportunità per l’intero continente e ringraziando in particolare il governo venezuelano di Hugo Chávez che già da qualche anno lavora in questa direzione.

L’integrazione latinoamericana è una necessità, è un progetto nuovo nel quale tutti molti paesi stanno mettendo in comune i loro sogni e le loro illusioni, ma anche i loro problemi. C’è una grande disponibilità di risorse in America Latina che potrebbero risolvere i problemi interni. Dobbiamo cercare di recuperare l’autostima nei nostri paesi, autostima che purtroppo è andata persa in passato”.

Intanto proprio ieri si è concluso il vertice dei popoli indigeni alla quale hanno partecipato anche Evo Morales, Eduardo Galeano e Adolfo Pérez Esquivel (premio Nobel per la pace). Proprio il presidente boliviano, Evo Morales, ha approfittato della manifestazione per appoggiare ufficialmente la candidatura della Menchú alle prossime presidenziali guatemalteche, elezioni che si terranno il prossimo 9 settembre.

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di Antonio Pagliula ~ 1:34 PM

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Vi riporto questo utile servizio di TeleSUR, che evidenzia quali sono e dove sono le basi militari statunitensi in America Latina.


 

di Antonio Pagliula ~ 11:16 AM

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giovedì 29 marzo 2007
Alcuni deputati dell’Assemblea Legislativa del Distretto Federale hanno richiesto l’intervento del Governo messicano. E’ stato denunciato il comportamento di un cardinale colpevole di essersi intromesso eccessivamente in questioni prettamente politiche del paese. Il Messico è impegnato proprio in questi giorni nella discussione sulla depenalizzazione dell’aborto.

Deputati locali e federali del PRD e di Alternativa Socialdemócrata y Campesina hanno fatto richiesta ufficiale alla Segob (Secretaría de Gobernación) per richiedere l’espulsione dal paese del presidente del Consiglio Pontificio per la famiglia, Alfonso López Trujillo, ritenuto colpevole, a quanto pare, di intromissione nel dibattito politico. Il cardinale infatti a quanto risulta sembra abbia tentato di incidere sull’opinione pubblica da una prospettiva propriamente politica, influendo così pesantemente nella formulazione delle leggi sull’aborto.

Non sembra casuale infatti l’arrivo la scorsa settimana, direttamente dal Vaticano, del cardinale colombiano, coinciso appunto con l’apertura del dibattito sull’aborto in Messico. L’inviato papale dal giorno del suo arrivo è quasi a tempo pieno impegnato nel rilasciare dichiarazioni sul discusso tema politico.

La denuncia dei deputati è, quindi, una forma di protesta nei confronti dell’ingerenza della gerarchia cattolica nella discussione politica di iniziative atte esclusivamente a legiferare sull’interruzione della gravidanza. Proprio la ALDF (Asamblea Legislativa del Distrito Federal) infatti da alcune settimane analizza una riforma di legge che prevede la depenalizzazione dell’aborto sino alle 14 settimane di gestazione, mentre l’attuale legge solo esime da responsabilità in caso di stupro, malformazioni genetiche o nel caso sia la salute della madre in pericolo.

I deputati manifestano quindi il loro “rifiuto nei confronti dell’intervenzionismo, della pressione e dell’ingerenza dei rappresentanti della cupola ecclesiastica, che pretendono, partendo da un falso dibattito sulla moralità, di incidere, con la forza, nelle politiche istituzionali del DF (Distretto Federale), andando in questo modo a colpire l’ordine costituzionale messicano”.

Nella denuncia si esorta quindi la richiesta di una vera e propria espulsione di López Trujillo dal territorio nazionale. La sua permanenza nel paese – si legge - risulta sconvenievole in quanto “questo individuo pretende fare opposizione sul tema dell’aborto utilizzando qualificazioni come “assasinio” e “omicidio” in forma fanatica ed irriflessiva, e minacciando di scomunica nei tutte quelle persone non d’accordo con le sue idee”.

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di Antonio Pagliula ~ 11:49 AM

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mercoledì 28 marzo 2007
Golpe bianco in Egitto. Nel referendum farsa sono stati modificati 34 articoli della Costituzione, dando avvio tra l’altro ad una successione familiare al potere. Il segretario di Stato Usa però non fa una piega: “Ogni paese ha il suo modo di applicare la democrazia”.

mubarak bushL’Egitto ha approvato con il 75,9% dei votanti, un’affluenza alle urne ufficiale del 27,1% gli emendamenti ai 34 articoli della costituzione proposti dal partito del presidente Hosni Mubarak, il Partito Nazionale Democratico (Ndp). Non essendo previsto un quorum minimo, Mubarak, formalmente, ha vinto. Le modifiche ottenute prevedono un rafforzamento dei poteri della polizia e l’avvio di una successione familiare dal presidente Hosni, al potere dal 1981 al figlio Gamal. L’Egitto abbandona quindi sempre più la, comunque formale, democrazia repubblicana per prendere le sembianze di una più definita dittatura.

Quello che però stupisce è il comportamento degli Stati Uniti, e più in dettaglio il loro relativismo nel decidere quale paese è democratico e quale invece non lo è.

I più grandi esportatori mondiali di democrazia, infatti, sembrano avere le idee confuse, o forse ci vedono benissimo e decidono consapevolmente in base a meri interessi personali.

Riportando la notizia del referendum d’Egitto, infatti, si ha un chiaro esempio di come gli Usa decidano qual è il confine tra una democrazia ed un regime dittatoriale di volta in volta, e soprattutto di caso in caso.

Ma analizziamo bene il referendum egiziano, visto che la notizia non ha avuto un grande eco, i nostri media erano infatti impegnati dalle discussioni parlamentari per il rifinanzimento di una missione di guerra e dalle solite notizie di Cogne.

Pare che Amnesty International abbia catalogato la riforma costituzionale egiziana avvenuta per mezzo di un referendum farsa, come “la maggiore erosione dei diritti umani in Egitto dal 1981, anno nel quale proprio Mubarak prese il potere e varò le prime leggi a detrimento della democrazia sull’onda dell’emozione dell’attentato a Sadat”. Con un affluenza alle urne imbarazzante, 27,1% quella ufficiale, molto più bassa però quella fornita dalle organizzazioni non governative e dagli enti per i diritti umani (il 6 per cento nell' Alto Egitto ed il 2-3 nel Delta del Nilo), e senza la necessità di un quorum tutti gli emendamenti sono stati infatti approvati.

Quello che in pratica è avvenuto è che si è consolidato il potere del gruppo dirigente, in particolare di Mubarak, che secondo i più critici osservatori avrebbe predisposto strumenti costituzionali per garantire la successione alla presidenza a suo figlio Gamal, più volte indicato come “delfino” del presidente.

Non solo, la polizia egiziana ha anche arrestato al Cairo una ventina di oppositori che manifestavano contro il referendum/farsa, e repressioni si sono registrate anche in altre città dove si susseguivano manifestazioni organizzate dall’opposizione ed in particolare dai “Fratelli Musulmani”. Anche 13 attivisti e blogger sono stati fermati mentre organizzavano una protesta.

Come se non bastasse i giudici egiziani "si lavano le mani" dei risultati del referendum, chiederanno anzi al presidente Mubarak di dispensarli dall'obbligo di fare supervisione nei prossimi scrutini: “Tutta la filosofia degli emendamenti costituzionali è basata sull'impedimento di un cambiamento del potere attraverso le elezioni ed in questo caso i giudici preferiscono allontanarsene e rifiutare di essere uno strumento di inganno”, sono state le parole del vicepresidente della Corte di Cassazione, Ahmed Mekki.

Insomma se ne deduce benissimo che l’Egitto si è allontanato e di molto dall’essere considerato un paese a Costituzione democratica avvicinandosi invece all’essere una vera e propria dittatura e per giunta, visto il rafforzamento dei poteri della polizia, ad una dittatura militare(si potrà disporre arresti, perquisizioni e intercettazioni a piacimento, e citare in giudizio di fronte alle Corti Militari, inappellabili, chiunque sia sospettato di tramare contro l’ordine costituito) .

Ma ora guardiamo all’ambiguo comportamento degli Stati Uniti, veramente assurdo considerando il fatto che se le stesse notizie fossero provenute ad esempio dal Venezuela, o da altri stati non graditi, avrebbero già fatto gridare allo scandalo e tutti i media mainstream avrebbero titolato a tutta pagina l’avvento di una nuova dittatura. Il segretario di Stato Usa Rice ha invece benedetto questo vero e proprio attentato alle, già poche basi, democratiche egiziane, dichiarando: “Ogni paese ha il suo modo di applicare la democrazia”.

Ma quale democrazia? Non si riesce a capire in cosa differisca l’Iraq di Saddam, meritevole di godere di una importazione di democrazia, dall’Egitto di Mubarak, o da altri regimi medio-orientali. Perché allora il presidente Bush non ci mette in guardia contro quest’attentato alle libertà? Perché non portare la pace anche in Egitto?

A questo punto verrebbe quasi da pensare a che l’invasione in Iraq non abbia avuto come obiettivo effettivo quello di portare ad un sistema democratico… Verrebbe a pensare, ma non si può, altrimenti si danneggerebbe l’immagine (o luogo comune) più diffusa dalla fine della guerra fredda: quella degli Stati Uniti, i garanti unici ed univoci delle libertà e della democrazia in tutto il mondo.

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di Antonio Pagliula ~ 4:13 PM

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lunedì 26 marzo 2007
Ennesima vignetta tratta da Pagina12, assolutamente meritevole di pubblicazione, anche considerando l'ultimo post dedicato alla dittatura militare argentina.



Giornalista: "Gli Stati Uniti ripudiano il golpe di stato del '76 in Argentina?"



Casa Bianca: "Dipende... lo ha fatto Chávez?"


 

di Antonio Pagliula ~ 10:47 AM

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sabato 24 marzo 2007
Sono passati 31 anni dal giorno in cui un golpe militare cambiò tragicamente la storia argentina. In quest’ennesimo anniversario è d’obbligo ricordare le innumerevoli vittime e denunciare i colpevoli, in memoria uno sterminio silenzioso e a purtroppo a lungo taciuto. Intanto emerge sempre più l’appoggio statunitense al governo militare.

desaparecidosIl 24 marzo 1976 una giunta militare composta dal generale Jorge Videla, comandante in capo dell'esercito, dall'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, comandante della marina militare, e da Orlando Ramon Agosti, comandante dell'aeronautica, prese il potere con un golpe si stato. Oggi 24 marzo 2007, a distanza di 31 anni, siamo qui a parlare di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici ed oltre 10.000 arresti politici, 2 milioni gli esiliati. 500 sono invece i bambini che sono stati sottratti brutalmente alle proprie madri, prima sequestrate e poi sistematicamente uccise dopo il parto, per essere affidati alle famiglie dei militari.

In Argentina, diversamente da quello che avveniva nel vicino Cile di Pinochet, venne adottata una “strategia rivoluzionaria”. Niente arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica. Crimini raccapriccianti, un genocidio selettivo, che eliminò con una feroce repressione tutti i meccanismi di solidarietà creati all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali urbani, ma anche tanta gente comune, non necessariamente di sinistra: intellettuali, professionisti, operai.

golpe argentinaPerò Argentina e Cile condividono buona parte delle motivazioni che sfociarono con le rispettive dittature militari, sono infatti gli esempi classici di come negli anni settanta, tanto semplicemente quanto brutalmente, venne imposto il neoliberismo in molti paesi in via di sviluppo, ossia attraverso un colpo di stato militare, appoggiato dalle classi dominanti tradizionali, oltre che dal governo statunitense (ora a quanto pare invece primo esportatore mondiale di democrazia). Anche in Argentina infatti al golpe seguirono i prestiti del Fondo Monetario Internazionale e l’affidamento dell’economia ai “Chicago boys” (gruppo di economisti chiamati così in virtù della loro adesione alle teorie neoliberiste di M.Friedman che insegnava all’università di Chicago). Proprio con il golpe gli Usa, in stretta alleanza con i militari riuscirono, a trasformare anche l’Argentina in una cavia di capitalismo estremo, reprimendo qualsiasi movimento di opposizione, e iniziando un opera conclusasi poi con l’Argentina di Memen, rendendo definitivamente il paese schiavo del FMI, del fondamentalismo di libero mercato e dell’ortodossia neoliberista.

Come spesso accadeva quindi c’era l’ombra statunitense ad appoggiare i regimi autoritari e le storie di violenze contro i movimenti popolari, esclusivamente per meri interessi economici e di sfruttamento. Gli Usa infatti accettavano, in particolare in America Latina, l’utilizzo di dittature militari repressive, appoggiandole e stringendoci forti alleanze economiche, sorvolando sulla violazione di qualsiasi diritto di base.

desaparecidos argentinaGli ultimi tasselli per capire la connessione Usa – Argentina sono usciti fuori dagli archivi statunitensi e sono stati resi noti dai National Security Archives, un’organizzazione universitaria non governativa americana molto attiva nel campo della ricerca. Aggiungono qualche particolare a quanto già si sapeva rispetto all’atteggiamento di Washington e dei suoi rapporti con le dittature sudamericane.

Questo è uno dei dialoghi emersi tra il presidente statunitense Henry Kissinger e il ministro degli esteri argentino Cesar Augusto Guazzetti, risalenti al giugno 1976:

Guazzetti: “Il nostro principale problema è il terrorismo....assicurare la sicurezza interna del paese...l’Argentina ha bisogno da parte degli Stati Uniti di comprensione e supporto, anche per la crisi economica.

Kissinger: “Abbiamo seguito le vicende argentine da vicino. Vediamo bene il nuovo governo e vogliamo che ce la faccia. Faremo il possibile perché ce la faccia

Ma le cose da vicino, ricordano i ricercatori americani, le aveva seguite anche la stampa americana, il Congresso e la stessa ambasciata Usa in Argentina che si era lamentata proprio con Guzzetti anche per il sequestro e la tortura di cittadini americani. Le violazioni che avevano caratterizzato i primi tre mesi della dittatura erano dunque ben note.

Ma Kissinger si dimostrò comprensivo: “Sappiamo che siete in difficoltà....sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendo ad emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità.... farò quel che posso”.

Dopo circa un mese poi, il 9 luglio, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi applicati dagli argentini, che utilizzavano “...il metodo cileno...terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore....”. Il 7 ottobre a New York, il fatto è noto da tempo, Kissinger aggiustò il tiro con Guzzetti: “...prima avrete finito meglio sarà”.

Chiara appare quindi la copertura statunitense alla criminale dittatura argentina, che in questa data è giusto ricordare e farne memoria storica.

Allo stesso modo in cui è fondamentale ricordare le migliaia di desaparecidos ed i loro assassini soprattutto in questi giorni in cui comincia ed essere fatta giustizia, anche con le condanne in Italia e con i numerosi processi finalmente in pieno svolgimento in Argentina.

Fondamentale è ricordare anche e soprattutto per non dimenticare.

chat desaparecidosPregevole a riguardo, ad esempio, un iniziativa di un artista argentino che ha lanciato una campagna in ricordo dei desaparecidos attraverso MSN di Messanger. Si chiama “NN red 2007” e consiste nell’utilizzare come “nick”, tra il 24 ed il 31 marzo, il nome di un desaparecido includendo anche una sua foto, in modo tale da generare nelle chat uno spazio per fare memoria e riflettere sulla storia.

Per approfondire l’appoggio statunitense alla dittatura argentina potete leggere qui direttamente dagli archivi del National Security Archives:

- Documentos muestran apoyo de EEUU y la brutal represion de la dictatura;
- Kissinger to argentines on dirty war: “The quicker you succeed the better";
- La luce verde Usa alla dittatura argentina;
- Altri documenti dall'archivio.

Infine qualche link utili a capire la tragedia dei desaparecidos:

- 24 de marzo, del horror a la esperanza, sito governativo argentino;
- Muro della memoria dei desaparecidos.

Un articolo che dimostra la rinascita economica argentina, che ha coinciso con la rottura delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale:
- L'Argentina dalla schiena dritta.

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di Antonio Pagliula ~ 1:58 PM

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venerdì 23 marzo 2007
A cento giorni dall’insediamento del governo Calderón, la sinistra messicana cerca di rialzare la testa e torna ad organizzarsi. Gli zapatisti guidati dal Subcomandante Marcos ripartono con la “otra campaña” per denunciare gli abusi contro le popolazioni indigene; López Obrador cerca di intraprendere nuove iniziative politiche dopo la sconfitta, subita col minimo scarto, alle presidenziali.

Dopo diversi mesi di silenzio, l’esercito zapatista (EZLN) riparte. Comincerà infatti un nuovo viaggio all’interno degli stati messicani per cercare di riunirsi e dialogare con tutte le comunità indigene del paese. Allo stesso tempo anche la sinistra parlamentare guidata da Andrés Manuel López Obrador, leader del PRD, ritorna in piazza e, ripartendo proprio dallo Zócalo di Città del Messico, annuncia la convocazione di una seconda Convenzione Nazionale Democratica, nella quale si discuteranno le politiche e le iniziative del presidente Felipe Calderón e si decideranno le direttive della nuova coalizione delle forze progressiste messicane.

E’ stato lo stesso Subcomandante Marcos ufficializzare la ripartenza della “otra campaña” che da qui ad un anno percorrerà buona parte del territorio messicano. Questa volta però l’intento di Marcos sembra più mirato ad un ritorno alle radici storiche del movimento zapatista. “Si tratta di una campagna internazionale di solidarietà con le comunità indigene zapatiste e in difesa delle autonomie indigene”, ha sottolineato il Subcomandante nel suo comunicato. L’obiettivo torna ad essere focalizzato sulle comunità indigene, distaccandosi quindi dagli intenti perseguiti pochi mesi fa.

Questa scelta specifica trova radici nell’aumento delle violazioni dei diritti umani di cui si sono macchiati polizia e militari nelle cosiddette “megaoperazioni di sicurezza”, denunciate anche da tantissime organizzazioni sociali messicane, ed invece tanto elogiate dal presidente Calderón ed anche da George Bush nella sua visita al Messico pochi giorni fa. EZLN sembra quindi tornare a battersi principalmente per i diritti degli indigeni, anche perché, proprio con l’insediamento del nuovo governo, sembrano essere ricominciati nel territorio del Chiapas attacchi da parte di gruppi politici riconducibili al governo federale e statale (in pratica paramilitari) nei confronti di alcuni comuni autonomi zapatisti.

Non si può dire quindi che il governo Calderón stia riscuotendo consensi nel paese. Oltre a Marcos e gli zapatisti infatti anche López Obrador sta cercando di rinnovare la sua figura politica convocando una seconda Convenzione Nazionale Democratica per contrastare appunto il governo conservatore di FECAL (Felipe Calderón).

Gli argomenti di critica al governo Calderón non mancheranno sicuramente: la sempre più massiccia militarizzazione del paese, la altrettanto militarizzata ma sterile lotta al narcotraffico, la sempre più stretta alleanza politica/commerciale con gli Stati Uniti e la totale mancanza di iniziative nel campo dello sviluppo sociale, dell’educazione e della cultura.

"Tenemos que seguir defendiendo a los pobres"(Abbiamo l’obbligo di continuare a difendere le classi più povere) – sono state le parole di López Obrador all’annuncio della nuova iniziativa. Proprio questo è uno degli argomenti più battuti dalla sinistra messicana visto che le promesse in campagna elettorale di Calderón stanno venendo sempre più meno. Il leader delle destre messicane, tanto considerato da Bush, alla sua investitura aveva infatti dichiarato che tra le sue priorità ci sarebbe stata la lotta alla povertà ed alla disoccupazione. Il bilancio dei primi cento giorni invece è tutt’altro che rassicurante, visto che il tasso di disoccupazione tende ad aumentare quasi ininterrottamente e la povertà, soprattutto dei ceti inferiori aumenta, grazie anche ad un aumento esponenziale del prezzo del mais (40% in pochi mesi), alimento alla base dell’alimentazioni di milioni di messicani.

La valutazione dei primi cento giorni di Calderón, quindi, non può che essere estremamente negativa.

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di Antonio Pagliula ~ 11:29 AM

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giovedì 22 marzo 2007
L’acqua è un diritto inalienabile ed universale ma scarso e limitato. Oggi 22 marzo si festeggia la giornata nazionale dell’acqua, celebriamolo ricordando la famosa “guerra dell’acqua” di Cochabamba, ormai simbolo indiscusso della lotta contro la privatizzazione di un bene comune fondamentale.

giornata mondiale acquaL’acqua è una risorsa naturale limitata ma allo stesso tempo è anche un bene pubblico essenziale per la vita e la salute. Il diritto dell’uomo ad avere libero accesso all’acqua potabile è indispensabile per condurre una esistenza degna. L’acqua, la sua infrastruttura ed il suo servizio devono stare al servizio di tutti”. Questo è quanto è stato sancito dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite nel novembre 2002. La giornata mondiale dell’acqua è invece stata proclamata già nel 1993 dall'Assemblea delle Nazioni Unite, e di anno in anno, diventa sempre più attuale e urgente parlarne come occasione per sensibilizzare istituzioni e società civile su una indiscussa emergenza mondiale e sulle sue possibili soluzioni.

La risorsa acqua infatti è una grave emergenza in molte aree del mondo: ogni giorno 30.000 persone muoiono per cause connesse alla scarsità d'acqua o alla sua cattiva qualità e igiene. Ma l'acqua sta diventando un bene sempre più scarso soprattutto per la cattiva gestione che se ne fa.

In questa giornata credo valga la pena ricordare uno degli avvenimenti, per certi versi può sconcertanti ma decisivi, che riguardano la lotta contro la privatizzazione proprio di questo bene comune e di questo diritto irrinunciabile per ogni essere umano: la “guerra dell’acqua” di Cochabamba in Bolivia.

La piccola città andina di Cochabamba, infatti, è considerata ormai in tutto il mondo il simbolo più visibile della lotta per il controllo dell’acqua. Come sappiamo tutti la Bolivia è una delle nazioni più povere dell’America Latina oltre ad essere anche la nazione con più componente indigena di tutto il continente (61,8% della popolazione). Cochabamba è la seconda città più importante di questa nazione dopo la capitale, La Paz, però sicuramente è la città con il più alto tasso di crescita negli ultimi decenni.

Siamo nei primi anni novanta. Con la crisi dell’industria mineraria e con l’aumento dei problemi legati alla vita nei campi, centinaia di migliaia di boliviani si trasferirono in questa città dal clima mite alla ricerca di nuove opportunità economiche. Questo però generò un’espansione incontrollata delle periferie della città, che contribuì a peggiorare ed incrementare le già evidenti carenze delle strutture per l’acqua potabile e per i servizi di bonifica.

SEMAPA (Servicio de Agua Potable y Alcantarillado de Cochabamba), il sistema pubblico che amministrava l’approvvigionamento dell’acqua nella città, aveva grosse difficoltà e non riusciva più a soddisfare la domanda di espansione, anche a causa dell’alto livello di corruzione statale, e dei numerosi tentativi, da parte dei partiti politici locali, di utilizzare l’impresa pubblica per il proprio beneficio politico.

La Banca Mondiale, che aveva già concesso all’impresa incaricata del sistema regolatore delle acqua numerosi pacchetti di aiuti finanziari, prese la decisione che per i problemi di Cochabamba sarebbe stato necessario privatizzare l’intero sistema dell’acqua potabile. Inoltre la stessa BM mise subito in chiaro che questa privatizzazione sarebbe stata il prezzo che la Bolivia avrebbe dovuto pagare per poter continuare ad avere accesso in futuro ai prestiti della Banca Mondiale (tipico comportamento delle istituzioni mondiali neoliberiste come BM e Fondo Monetario Internazionale).

Così nel febbraio 1996, i funzionari della Banca Mondiale concessero ul prestito di 14 milioni di dollari al comune di Cochabamba per l’espansione del servizio dell’acqua, con la condizione che il comune avrebbe provveduto a privatizzare il servizio stesso. Nel giugno 1997, gli stessi funzionari si presentarono poi dal presidente boliviano, Sánchez de Lozada, comunicandogli che un importo di 600 milioni di dollari, da considerarsi come un condono sul debito estero, era a sua disposizione se Cochabamba avesse privatizzato l’intero sistema idrico. La BM specificò anche al governo boliviano che “non sarebbe stato necessario concedere sussidi alla popolazione come contributo all’aumento della tariffa dell’acqua a Cochabamba”. In altre parole, per avere l’acqua, i residenti del comune di Cochabamba, poveri compresi, dal quel momento avrebbero dovuto pagare per l’acqua il prezzo di mercato intero, senza nessun eventuale aiuto da parte dello Stato. Appare quindi indiscutibile il ruolo catalizzatore che la Banca Mondiale ha giocato nell’ombra nella scelta della privatizzazione.

Fatto sta che nel 1999, avendo ricevuto un chiaro ultimatum da parte della BM, il governo boliviano, nel frattempo passato da Sánchez de Lozada nelle mani dell’ex dittatore Gen. Hugo Panzer, fece partire definitivamente il processo di privatizzazione del sistema statale delle acque di Cochabamba. In una inusuale asta pubblica a porte chiuse alla quale partecipò un solo offerente, i funzionari boliviani sottoscrissero un contratto di concessione dell’acqua di Cochabamba, per 40 anni, ad una misteriosa nuova società denominata “Aguas del Tunari” (AdT), che poi risultò essere una sussidiaria del gigante di ingegneria californiana Bechtel con diverse partecipazioni tra le quali quelle delle italiane Edison-Aem e della spagnola Abengoa.

Il contratto era molto promettente per la nuova società. Era garantito infatti un utile medio del 16% annuale durante ogni anno in cui vigeva il contratto (40 anni). Senza dubbio però, il finanziamento di questo profitto richiedeva un grande aumento del fatturato locale per il rifornimento dell’acqua. Proprio per questo motivo, appena poche settimane dopo aver preso possesso del controllo dell’acqua, la società boliviana facente capo alla Bechtel colpì fortemente le popolazioni locali pretendendo un aumento delle tariffe per il servizio dell’acqua di circa il 200%. In una situazione che chiamare monopolistica sembra quasi un eufemismo succedeva, ad esempio, che un operaio che guadagnava un salario minimo pari a 60 dollari si ritrovava a dover pagare 15 dollari solo per mantenere attivo in casa sua il servizio dell’acqua corrente.

Fu con queste premesse che scoppiò la cosiddetta “guerra dell’acqua”. La reazione delle popolazioni locali ad un aumento della tariffa dell’acqua di questa portata fu infatti ferocissima. L’intera popolazione civile di Cochabamba organizzò una serie di proteste in cui si esigeva l’annullamento immediato degli insostenibili aumenti. Il governo boliviano, in difesa delle multinazionali straniere, mandò 1200 poliziotti per le strade della città andina con lo scopo di soffocarne le proteste. Gli scontri furono di grandissima portata, il risultato furono decine morti e diversi feriti gravi.

Nonostante la repressione però, durante la prima settimana dell’aprile 2000, i cittadini di Cochabamba riuscirono ad immobilizzare l’intera città con uno sciopero generale che blocco strade, scuole e negozi. Uno sciopero generale senza precedenti che aveva come obiettivo l’uscita di scena definitiva della Bechtel ed il ritorno dell’acqua in mano statali. Cercando di proteggere il contratto in atto e sotto le pressioni delle grosse multinazionali internazionali però, il presidente Hugo Panzer (ex dittatore degli anni settanta tornato al governo con l’appoggio delle destre) sancì addirittura il ritorno alle leggi marziali ed la conseguente chiusura della stazione televisiva di Cochabamba, oltre all’arresto di tutti i leader della protesta.

Lo sciopero non si fermò, ma anzi continuò nonostante tutto, e finalmente il 10 aprile tutti i funzionari della Bechtel furono costretti ad abbandonare il paese. La compagnia dell’acqua passò così sotto il controllo di un corpo esecutivo e amministrativo formato da funzionari municipali e dai leader dei movimenti civili.

La guerra dell’acqua era vinta. Nel novembre 2001, la Bechtel Corporation così come la Edison e la Abengoa presentarono una domanda di indennizzo di 25 milioni di dollari al popolo boliviano ad un tribunale commerciale poco conosciuto e segreto (il Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti ICSID), amministrato tra l’atro dalla stessa istituzione che aveva in pratica costretto la privatizzazione dell’acqua, la Banca Mondiale. Questa domanda di indennizzo però, dopo mesi di mobilitazioni e di campagne in America latina e in tutto il Mondo è stata, da poco, finalmente ritirata.

Si conclude quindi con una grande vittoria la sfida lanciata dopo un'altra grande battaglia: quella della guerra dell'acqua di Cochabamba, la vittoria di una città, di tutti i cittadini boliviani ma anche di quei 2,5 miliardi di uomini, donne e bambini di tutto il mondo che vivono in condizioni di insufficienza di acqua, bene primario, fonte insostituibile di vita, patrimonio dell’umanità, diritto inalienabile e universale.

Cochabamba insegna, la giornata dell’acqua ce lo ricorda, sta a noi ora non dimenticare…

Fonti: Comisión para la Gestión Integral del Agua en Bolivia (CGIAB): http://www.aguabolivia.org/

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di Antonio Pagliula ~ 2:55 AM

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martedì 20 marzo 2007
Finalmente arriva la sentenza, una corte di Washington condanna la Chiquita Brands a una multa di 25 milioni di dollari. Il famoso marchio si è scoperto finanziasse i "paras" colombiani.

chiquitaL’impresa Chiquita è stata condannata in questo caso per aver sovvenzionato gruppi di paramilitari, con l’assenso del direttivo dell’impresa di Cincinnati, stato nordamericano dell’Ohio. Non avrà più troppo senso il famoso spot delle "banane 10 e lode", pessimo infatti il comportamento di questa famossisima multinazionale statunitense peraltro già coinvolta in passato, quando si chiamava United Fruit, in atti di repressione delle popolazioni indigene.

La multinazionale ha piantagioni nella zona di Uraba, vicino la frontiera con Panama. Negli anni ’90 questa regione è stata una della più colpite dai massacri di contadini, fatte da questi gruppi paramilitari di destra. La maggioranza dei casi di torture e massacri sono stati realizzati perché i contadini venivano considerati alleati o simpatizzanti di gruppi guerriglieri. L’antica multinazionale, dieci dirigenti non identificati e vari impiegati hanno sovvenzionato con 2mila dollari in assegni e denaro dal 1997 al 2004 una “violenta organizzazione di estrema destra” chiamata Autodefensa Unidas de Colombia (AUD) o le Fuerzas de Autodefensa de Colombia, secondo il Dipartimento di Giustizia di investigazione criminale della Corte Federale.

parasPer questo grave crimine di collaborazione con una organizzazione terrorista, divulgato per la prima volta solo dai mezzi alternativi di informazione, la compagnia Chiquita è arrivata ad un accordo con il Dipartimento di Giustizia in virtù del quale dovrà pagare nel corso dei prossimi cinque anni una multa di 25 milioni di dollari, più interessi.

La multinazionale statunitense pagherà una multa di 25milioni di dollari al governo degli Stati Uniti” ha detto l’ufficio stampa del marchio Chiquita.

Proprio qui la beffa più clamorosa, la multa infatti entrerà nelle casse del governo statunitense invece di risarcire le vittime dei paramilitari, per lo più sindacalisti ed esponenti di partiti di sinistra la cui condanna a morte era sancita dalla stessa Chiquita che gli considerava figure potenzialmente pericolose.

I sindacati colombiani, soddisfatti in parte della sentenza, dichiarano però di non accontentarsi annunciando che continueranno a dare battaglia non solo alla Chiquita Brands, ma anche alla Coca Cola, Oxy e alla mineraria Drummonds, tutte imprese notoriamente coinvolte come mandanti di omicidi di attivisti sindacali.

boicotta coca colaEclatante l'esempio della Coca Cola. Dietro la bibita più famosa del mondo c'è una lunga lista di pesanti accuse: diritti dei lavoratori calpestati, repressione sindacale, inquinamento e impoverimento delle falde acquifere in molti Paesi. In Colombia nel 2004 una Commissione d'inchiesta indipendente di New York registrò 179 gravi violazioni dei diritti umani, tra cui 8 sindacalisti assassinati, 48 costretti a fuggire, 69 minacciati di morte e 3 incarcerati per false accuse. E le violazioni sindacali sono attuate non solo in Colombia ma anche in varie parti del mondo, come conferma il rapporto 2006 dell'Icftu, la Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi.

Per approfondimenti sul caso Chiquita:

- Banane in guerra, da Peacereporter;
- Pizzo e Chiquita, dal blog Americalatina

Fonti: revista Cambio, Il Manifesto, agenzia Adital


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di Antonio Pagliula ~ 3:11 PM

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sabato 17 marzo 2007
La "ley de sociedades de convivencia" entrata in vigore ieri produce la prima unione gay in Messico.

nozze gay messicoSi è celebrato a Città del Messico, grazie a una legge approvata 4 mesi fa entrata in vigore ieri, il primo (ma ci sono già 580 coppie gay in attesa) "matrimonio omosessuale" riconosciuto dalle autorità civili (foto: La Jornada). Questa legge prevede il riconoscimento giuridico di tutti i tipi di unione - comprese quelle tra anziani e badanti - che potranno beneficiarsi d'ora in poi dei diritti successori e alimentari sinora riservati alle coppie tradizionali.

Votata il 10 novembre scorso dal parlamento del Distrito Federal, che governa la capitale con la maggioranza di centro-sinistra, la legge per ora vale solo nella giurisdizione di Città del Messico e sta provocando le reazioni rabbiose dei vertici ecclesiastici e del Pan, il partito della destra cattolica attualmente al governo del paese.

A questo punto si dovrebbe avere paura per l'integrità dell'istituzione famiglia in Messico seguendo i ragionamenti dei cattolici italiani, istruiti a dovere dal Vaticano.

In Italia il rispetto dei diritti civili, anche per le minoranze, sembra ancora un utopia, il resto del Mondo invece si muove, e non solo in paesi tradizionalmente laici e liberali. Il Messico è un paese legato alla religione e a stragrande maggioranza cattolica, così come lo è la Spagna dove proprio oggi il presidente Zapatero firmava la "Ley de Igualdad" che sancisce gli stessi diritti uomo-donna.

Noi per ora, considerando la nostra popolazione parlamentare, accontentiamoci delle utopie...



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di Antonio Pagliula ~ 8:26 PM

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venerdì 16 marzo 2007
E' appena terminato il tour di Bush in America Latina. Anche l'ultima tappa in territorio messicano ha avuto il suo strascico di polemiche, non sembrano infatti essere arrivati i risultati concreti ai problemi bilaterali in agenda. Intanto il governo Calderón compie 100 giorni.

bush america latina fallimentoMolti mezzi d'informazione, molti giornalisti al seguito, tanta campagna mediatica e soprattutto tantissime parole. Nessun risultato concreto però se si guardano i fatti, così come già avvenuto in Uruguay, Colombia e Guatemala. Il tanto atteso viaggio di G.W. Bush in Messico non porta novità alcuna, in particolare si attendevano notizie e delucidazioni su temi importanti come immigrazione e trattato di libero commercio entrambi argomenti delicati e per questo puntualmente sorvolati.

Dallo Yucatan, dove Bush ha incontrato Calderón, arriva solo una ennesima dichiarazione di amicizia e rispetto verso l'America Latina, regione completamente trascurata dal ritorno dei repubblicani alla guida degli Stati Uniti e che invece ora sembra aver riacquistato improvvisamente importanza fondamentale.

Il Messico in particolare è una nazione fondamentale per lo scacchiere geopolitico dell'intero continente, di rilevanza soprattutto per gli stessi Stati Uniti in quanto circa 28 milioni di persone di nascita o ascendenza messicana vivono attualmente negli Usa. Proprio a questo propostito erano attesi chiarimenti e notizie sulla politica migratoria statunitense, sicuramente non ineccepibile in quanto a rispetto dei diritti umani.

Bush ha promesso impegno ma non ha parlato di impegni concreti, solo il giuramento di fare tutto il possibile affinché il Congresso Usa approvi una nuova riforma migratoria entro fine anno. Dichiarazioni che sono sembrate veramente poco visto che nel frattempo l'attuale presidente degli Stati Uniti ha firmato, proprio lo scorso ottobre, una legge che impone la costruzione di una barriera/muro di 1'226 Km proprio sul confine tra Usa e Messico.

Calderon UsaAncora peggiore forse il comportamento indifferente tenuto dalla coppia Calderón-Bush circa il Trattato di Libero Commercio. In seguito al caso "tortilla" e il biocombustibile statunitense prodotto dal mais, che ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del cereale in Messico, si attendevano infatti chiarimenti e proposte di soluzione. Questo tema invece non è stato neanche accennato, il che vuol dire, allo stato attuale delle cose, che nel 2008, così come previsto dal TLC che unisce i due paesi, si aprirà completamente il mercato di mais e fagioli, con tutte le pesanti conseguenze che questo implica sull'economia di milioni di famiglie messicane. In pratica i contadini messicani si troveranno costretti a confrontarsi con un mercato dei prezzi così elevato come quello statunitense, senza però godere dei sussidi di cui gode l’agricoltura Usa.

Bush si è guardato bene da toccare l'argomento ed il fido Calderón ha assecondato, d'altronde le misure governative per tentare di risolvere questo spaventoso problema, in un paese dove il mais è l'alimento base della popolazione, si sono rivelate gravemente insufficienti ed inadeguate.

Ma non è poi così tanta la sorpresa, quello Calderón è infatti un governo, nato con il piede sbagliato e con elezioni poco chiare, che poi è arrivato a compiere i primi 100 giorni con l'unico risultato di aumentare la spesa per lo Stato maggiore presidenziale (Emp) e per l'esercito.

Proprio il comportamente dello Stato maggiore presidenziale è quello che desta più preoccupazione in Messico. Il settimanale messicano "Proceso" infatti scrive nell'ultimo numero: "Se qualcosa è cambiato dopo 100 giorni di governo è il comportamento delle forze armate, che sono tornate alla violenza di sessant'anni fa. Camionette ai lati delle strade, cecchini sui tetti, reazioni incontrollate. L' Emp, in particolare, è stata protagonista negli ultimi mesi di una serie di episodi allarmanti, tra cui il pestaggio di giornalisti e fotografi, e la violenza ingiustificata in occasione di alcune manifestazioni pacifiche. Per le guardie di Calderón la brutalità è diventato un passatempo".

Se questi sono i presupposti ed i risultati del governo Calderón allora si capisce meglio come mai la Casa Bianca abbia individuato proprio nel neo-presidente messicano l'unico in grado di arginare il "chavismo" in America Latina, fornendogli proprio con questa speranza appoggio incondizionato.

Fonti: La Jornada, Internazionale, Proceso. Vignette tratte da TeleSUR, autori nell'ordine: Daryl Cagle, Darío Castillejos.

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di Antonio Pagliula ~ 7:15 PM

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giovedì 15 marzo 2007
La Corte d’assise di Roma ha condannato ieri all'ergastolo in contumacia cinque torturatori della famigerata Erma argentina per l'uccisione di tre cittadini italiani durante la dittatura del 1976. Abuelas de Plaza de Mayo: “La sentenza italiana deve essere un esempio internazionale”.

Colpevoli. Per tutti i reati a loro contestati e per questo condannati alla pena dell'ergastolo, con la pena accessoria di un anno di isolamento in carcere, l'interdizione perpetua ai pubblici uffici e la pubblicazione della sentenza sui maggiori quotidiani italiani oltre al risarcimento di tutte le parti civili costituite nel processo, per la somma di 100 mila euro ciascuno per familiare”. E' stata questa la sentenza emessa dai giudici della II Corte d'assise del Tribunale di Roma che hanno chiuso così il processo a carico di cinque militari argentini accusati di aver procurato la morte dei tre italo -argentini durante il periodo della dittatura tra il '76 e il 1983.

Alfredo Astiz, Jorge “Tigre” Acosta, Jorge Raúl Vildoza, Antonio Febres e Antonio Vañek sconteranno la condanna per omicidio volontario multiplo premeditato, aggravato da sevizie e da crudeltà, per la “desaparición” di tre cittadini italiani: Angela María Aieta de Gullo –madre del dirigente peronista Juan Carlos Dante Gullo–, Juan Pegoraro e sua figlia Susana, che tra l’altro partorì durante la sua prigionia una figlia di cui non si ha più notizia.

Il processo iniziò in Italia quando ancora in Argentina erano ancora vigenti le vergognose leggi dell'obbedienza dovuta e del punto finale che concedevano condono e amnistia verso crimini commessi dai militari durante gli anni della dittatura (leyes de punto final y obediencia debida) ora fortunatamente annullate durante dall’attuale presidente Néstor Kirchner. E proprio in seguito a questo annullamento i condannati dal tribunale italiano sono già stati processati ed attualmente detenuti in Argentina in attesa di giudizio finale, con l’unica eccezione di Vildoza, latitante dal 1986 e ricercato da entrambi i paesi.

Secondo l’accusa tutti gli imputati: “hanno provocato la morte dei tre italiani dopo averne disposto od operato il sequestro e dopo averli sottoposti a tortura. L'eliminazione delle vittime sarebbe stata decisa nell'ambito del processo di riorganizzazione nazionale instaurato dalla dittatura militare argentina con il golpe del 24 marzo 1976”.

Queste le parole del pubblico ministero, Francesco Caporale, che ribadisce l’appartenenza degli imputati al Grupo de Tarea istituito presso l'Esma (Scuola Superiore di meccanica della Marina) uno dei principali centri di tortura nel cuore di Buenos Aires, in cui oltre 5000 persone vennero fatte scomparire nei voli della morte. La prassi era molto semplice ma altrettanto scabrosa: i prigionieri che venivano caricati sugli aerei venivano addormentati con un sonnifero, poi dopo un’iniezione di sedativo venivano buttati vivi nel mare, un’esecuzione senza appello che i soldati argentini avevano appreso, insieme ad altri metodi controrivoluzionari, dai fuoriusciti francesi della guerra d’Algeria che avevano trovato riparo in Sud America.

A riguardo è intervenuto anche il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che ha fatto sapere: “L’Italia sta considerando la possibilità di chiedere l'estradizione dei militari argentini condannati in contumacia nel 2000”. Il ministro ha anche ricordato l'esistenza di un accordo di cooperazione in materia giudiziaria con l'Argentina che però non prevede l'estradizione, ma ha comunque aggiunto: “E’ giusto presentare una richiesta di estradizione, poiché le sentenze non possono e non devono restare sulla carta”. (Ci piacerebbe però che lo stesso comportamento sia attuato anche nel caso di richiedere l’estradizione per gli imputati nordamericani accusati nel processo per il sequestro Abu Omar)

Alla sentenza ha assistito in video-conferenza anche Estela Parlotto rappresentante de “Las abuelas de Plaza de Mayo” che ha accolto la notizia come un “trionfo universale”, applaudendo “il coraggio dei giudici”. “Nonostante i condannati stiano finalmente affrontando un processo anche in Argentina, questa sentenza è fondamentale, un esempio internazionale di un paese che non occulta la storia, ma che usa la giustizia contro chi attenta ai diritti dei propri cittadini. Ha un effetto morale e moralizzatore, che può aiutare ad arrivare alla definitiva condanna anche in Argentina”, sono state le sue parole a caldo.

Sentenza veramente importante che si spera aiuti realmente la magistratura argentina a fare finalmente luce e giustizia anche se a così tanti anni di distanza e magari aiuterà anche a superare gli ostacoli e le ombre del passato riaffiorate ultimamente con la scomparsa di Jorge Julio López, testimone chiave al processo contro Etchecolatz, e a distanza di più di sei mesi dal sequestro non ancora ritrovato.

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di Antonio Pagliula ~ 9:13 PM

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martedì 13 marzo 2007
La visita di George W. Bush in Guatemala termina senza nessun risultato concreto. Il presidente della Conferenza Episcopale, il vescovo Ramazzini, definisce l'arrivo di Bush "una burla, perché si presenta come amico ma reprime i guatemaltechi negli Usa".

bush america latina guatemalaAncora una volta, come già in Brasile, Uruguay e Colombia, il presidente Bush palesa in Guatemala la sua totale mancanza di idee e progetti per il continente sudamericano. Niente di concreto, solo promesse ed i soliti auspici, quelli che si susseguono praticamente da una settimana a questa parte da San Paolo a Montevideo, da Bogotà a Città del Guatemala, per concludersi finalmente oggi a Città del Messico con l'amico Calderón.

Dopo il Brasile infatti, dove nonostante le divergenze e la diversa percezione ambientalista con Lula Bush è comunque riuscito a far firmare un accordo per la produzione di bio-combustibili, quasi un buco nell'acqua sono stati tutti gli altri incontri. Un nulla di fatto quello ottenuto in Uruguay, in barba a chi pensava addirittura alla firma di un accordo di libero commercio, mentre in Colombia e Guatemala ci si è limitati ai semplici "aiuti", storicamente funzionali agli interessi degli stessi Stati Uniti.

Proprio in Guatemala però l'ennesima brutta figura del presidente Usa: Bush si è impantanato in uno dei temi più delicati che aveva da discutere proprio con il suo omologo Oscar Berger quello dell'immigrazione.

"Le espulsioni continueranno", ha infatti affermato George W. che non fa nessun passo in avanti rispetto al passato. Il problema però è reale sono però e non riguarda tanto le espulsioni, ma le vere e proprie deportazioni che i cittadini guatemaltechi subiscono (18'000 solo nel 2006). Bush non si è scomposto, le cose non cambieranno. L'unico spiraglio che lascia in Guatemala è l'annuncio della riforma sull'immigrazione, annunciata per agosto, che dovrebbe dare uno status legale ai 13 milioni di clandestini che vivono negli Stati Uniti.

Anche lo stesso presidente guatemalteco Berger, discepolo statunitense, prendendo la parola dopo l'intervento di Bush, ha manifestato la speranza in una risposta diversa, più chiara e positiva da parte Usa, annunciandosi però comunque fiducioso nella futura riforma migratoria nordamericana.

Nulla di nuovo quindi, tutto fermo, le deportazioni continueranno almeno sino a questa fantomatica riforma.

Nonostante tutto, però, è un Bush tranquillo quello apparso in Guatemala, un paese da sempre molto amico degli Usa. Un paese fedele, che tra l'altro si era prestato a lottare contro lo spauracchio Venezuela nella corsa al Consiglio di Sicurezza Onu. Senza dimenticare poi il Cafta (accordo di libero scambio Usa-Centroamerica) già ratificato in Guatemala da tempo.

Insomma sembrerebbe essere il paese ideale da visitare per Bush, almeno, e solo per ora, a livello governativo ed istituzionale (il 9 settembre ci saranno le elezioni presidenziali, con la candidatura di Rigoberta Menchú).

Bush Berger GuatemalaMoltissime infatti sono state le manifestazioni di ripudio, che hanno riempito le piazze contro la politica migratoria statunitense che chiaramente penalizza e criminalizza l'immigrazione dei poveri del mondo. Altrettanto forti sono state poi le dichiarazioni nei confronti di Bush delle comunità Maya e della Conferenza episcopale.

Il vescovo Alvaro Ramazzini ad esempio ha definito l'arrivo di Bush "una burla perché si presenta come amico ma reprime i guatemaltechi negli Usa" ed ha chiesto al presidente Berger "una chiara presa di posizione per la richesta di una cessazione immediata della persecuzione e della deportazione dei suoi concittadini".

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di Antonio Pagliula ~ 7:46 PM

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Ecco riassunto il cambio di strategia statunitense dopo il viaggio di Bush junior in Brasile:

brasile etanolo usaResponsabile della Casa Bianca: "Con il Brasile abbiamo raggiunto un accordo a lungo termine!"

Intervistatore: "In che consiste?"

Responsabile della Casa Bianca: "Il Brasile produce etanolo e ce lo vende...in seguito noi rimpiazzeremo il petrolio con l'etanolo...ed infine invaderemo il Brasile".





vignetta di Daniel Paz & Rudy, pubblicata da Pagina12


 

di Antonio Pagliula ~ 6:08 PM

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domenica 11 marzo 2007
Si consiglia vivamente a tutti la visione di questo documentario andato in onda sulla televisione di stato spagnola. Due rispettati intellettuali internazionali come il sociologo svizzero Jean Ziegler e il giornalista/scrittore uruguayano Edoardo Galeano analizzano il nuovo ordine mondiale coincidendo nel definirlo CRIMINALE.

Una chiara analisi del modello neoliberista che ha portato all'attuale sistema economico, ed una considerazione sui reali rischi per il futuro dell'intera umanità.

L'ORDINE CRIMINALE MONDIALE


Un grande plauso va fatto alla TVE, televisione di stato spagnola, che nel suo programma "En Portada" mette in onda, e non in orari impossibili ma in seconda serata di venerdì, importanti ed impegnati documentari come questo: "El orden criminal del Mundo" (L'ordine criminale mondiale).

Ormai da tempo si è persa la speranza di vedere in Italia informazione di questo tipo e così ho deciso, incontrandolo on line, di segnalarvi questo reportage di primissimo livello, anche se purtroppo visionabile esclusivamente in lingua spagnola.

Il documentario, andato in onda in settembre in Spagna, ma tutt'ora attualissimo cerca di analizzare la situazione attuale mondiale guardando ai profondi limiti della globalizzazione così come viene intesa ed imposta.

Si motiva in pratica il perchè l'attuale ordine mondiale è controproducente e chiaramente inadeguato, oltre ad essere appunto un ordine mondiale CRIMINALE. Criminale in quanto ha portato all'indebitamento degli stati nazionali, sempre più dipendenti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, alla nascita di un nuovo tipo di capitalismo, che nella sua attuale forma estremizzata viene definito neoliberismo, e alla drastica riduzione del rispetto dei diritti umani con l'unico risultato di aver aumentato esponenzialmente le paure quotidiane e l'insicurezza globale.

Le voci di riferimento sono due tra i più importanti intellettuali dei giorni nostri: Jean Ziegler ed Eduardo Galeano.

Jean Ziegler, professore alla Sorbona di Parigi, è un sociologo e politico svizzero che attualmente ricopre la carica di relatore speciale sul diritto all'alimentazione per la Commissione sui diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.

Eduardo Galeano è invece tra i più grandi scrittori uruguayani, ricordato in particolare per "Le vene aperte dell'America Latina", il suo libro di maggior esito in cui accusa lo sfruttamento dell'America Latina da parte di poteri stranieri a partire dal XV secolo sino ai giorni nostri.(Consiglio però una bellissima poesia "El miedo global" a cui lo stesso Galeano fa riferimento all'interno del documentario).

Partecipano anche altre figure di primissimo ordine come l'ex ministra della cultura del Mali, Aminata Taoré, il giudice Baltasar Garzón, il dirigente dei campesinos colombiano Hector Mondragón, il giurista nordamericano William Goodman, e gli spagnoli impegnati in Africa José Collada e Ángel Olarán.

Insomma un lavoro di grande qualità e di cui consiglio la visione anche ai non hispano parlanti. Una chiarissima analisi del modello socio-economico mondiale, imposto dall'altro ed attualizzato attraverso le politiche neo-liberali, che stanno portando al collasso ed all'autodistruzione la stragrande maggioranza della popolazione mondiale a scapito di una minoranza sempre più ridotta.

Alzi la mano chi, allo stato attuale, è capace di affermare il contrario...

Con l'auspicio di far aprire gli occhi su una realtà che in troppi ignorano o fanno finta di non vedere, ma anche con l'auspicio che la televisione italiana prenda esempio da quella spagnola, o da qualsiasi altra televisione nel mondo, portando sugli schermi documentari di questo tipo, auguro a tutti una buona visione.


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di Antonio Pagliula ~ 11:54 PM

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