sabato 31 marzo 2007
La formazione di una Banca del Sud rappresenta uno dei passi più importanti da fare per raggiungere una maggiore integrazione latinoamericana. Ieri a Caracas alti funzionari e ministri di Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador e Paraguay si sono riuniti per definire il progetto. La Banca del Sud entrerà in funzione nel primo semestre del 2008.

Nonostante il sabotaggio della destra mediatica, la Banca del Sud è sempre più una realtà. Un importante passo in avanti era stato fatto già il 21 febbraio nella città venezuelana di Puerto Ordaz, dove i presidenti Hugo Chávez e Néstor Kirchner si erano trovati d’accordo nel decidere la conformazione della Banca del Sud, e, sottoscrivendo il “Memorando de Entendimiento”, fissarono le basi di una banca che finalmente permetterà una forma di finanziamento, rapido e senza condizioni, per l’intero continente ed in particolare per le opere di infrastruttura necessarie per l’America Latina, come ad esempio il grande gasdotto continentale.

Decisivo però è stato l’incontro di Caracas di ieri dove i ministri delle finanze di Bolivia, Ecuador e Venezuela, il vice-ministro dell’economia del Paraguay e il segretario di Stato del ministro dell’economia argentino hanno fissato le basi per il convegno costitutivo della Banca del Sud, fissando e firmando un atto costitutivo ed una struttura organizzativa.

La Banca del Sud sarà di tutta l’America Latina, e non si ripeteranno i vecchi errori di altri organismi multilaterali. Nessuno avrà una posizione di egemonia, neanche il Venezuela che probabilmente apporterà la maggiore quota di capitale. Questa banca non avrà padroni e soprattutto non applicherà le condizioni di finanziamento che tanto abbiamo criticato ad altri organismi”, sono state le parole del ministro delle finanze venezuelano, Rodrigo Cabezas, che poi ha aggiunto: “C’è una proposta che mira ad evitare che un paese abbia un eccessivo peso all’interno della Banca del Sud, in pratica questo impedirà la ‘barbaridad’ che avviene ad esempio nella Banca Interamericana di Sviluppo (BID) dove le decisioni possono essere prese con un quorum minimo dell’80% e poi accade che un solo paese abbia un peso specifico del 30%, imponendo di fatto un veto. Chiaramente questo paese sono gli Stati Uniti d’America. Queste assurdità non avverranno mai nella nostra Banca del Sud”.

Cabezas, alla conclusione degli incontri di ieri ha poi pronosticato che la Banca del Sud in breve tempo diverrà “un muscolo tra i più importanti del pianeta” e servirà a finanziare lo sviluppo dell’America Latina, combattendo le ingiustizie regionali, abbattendo le asimmetrie nel continente ed individuando politiche di finanziamento che andranno a tentare di risolvere anche i problemi nelle bilance dei pagamenti.

La data fissata per l’inizio delle attività della Banca del Sud è il primo semestre del 2008 e comincerà a funzionare con due sedi principali, una a Caracas ed una a Buenos Aires.

Oltre ai cinque paesi riunitisi in Venezuela il progetto include anche Brasile ed Uruguay che, anche se ancora nel ruolo di osservatori a Caracas, guardano al progetto con interesse ed ottimismo. Intanto il governo di Chávez ha già reso noto che apporterà come capitale iniziale 7'000 milioni di dollari.

Technorati Tags :


 

La leader indigena candidata alle presidenziali in Guatemala, Rigoberta Menchú, assicura che il suo paese è preparato per essere governato da una donna e chiede un’opportunità per poterlo dimostrare.

Il Premio Nobel per la pace 1992, Rigoberta Menchú, ha già annunciato a febbraio la sua candidatura per le prossime elezioni in Guatemala. Sarà sia la prima donna a farlo che la prima candidata di origine indigena di tutta l’America Centrale, caratteristiche che la rendono, a tutti gli effetti, un vero e proprio simbolo di speranza in un paese la cui popolazione è a forte maggioranza indigena e dove ancora continua a dominare sia una forte cultura maschilista che una forte discriminazione nei confronti degli indigeni.

Approfittando del vertice dei popoli indigeni tenutosi proprio a Città di Guatemala, la Menchú ha dato inizio apertamente alla sua campagna elettorale, proponendo le ricette per tentare di risolvere problemi storici del Guatemala come la sicurezza, la discriminazione, il razzismo, l’esclusione sociale e la mancata partecipazione, appunto, sia delle donne che delle popolazioni indigene, all’interno della società.

Si è dimostrata molto concreta, il premio Nobel per la pace, quando ha fatto esplicito riferimento all’importanza del godere nell’appoggio del Congresso, ritenuto fondamentale per riuscire ad ottenere dei reali cambiamenti nel paese. “Non si potrà ottenere molto se il Congresso della Repubblica non sarà a nostro favore. Vogliamo introdurre nuove tematiche all’interno dell’agenda legislativa, per tentare di andare a fondo e per un cambiamento reale. Se purtroppo non godremo di questo appoggio il Guatemala rimarrà condannato ad essere una nazione in mano alle mafie e al crimine organizzato, rimanendo schiavo dell’elite che ha permesso questo da sempre.

Proprio per queste motivazioni la Menchú ha spiegato che la sua candidatura avrà un “carattere multisettoriale”, con l’obiettivo di riuscire ad ottenere un ampio consenso in particolare proprio sulle tematiche più delicate. “Più che vedere solo bianco o solo nero sarà importante il dialogo.

La Menchú si è poi anche espressa sul Trattato di Libero Commercio (TLC): “C’è quasi il 90% della popolazione che non conosce il significato del TLC, nessuno ha mai consultato la popolazione, nessuno ha spiegato quali fossero i meccanismi che sarebbero scaturiti, ma semplicemente ci è stato imposto dall’alto”.

Ed ha parlato della recente visita di Bush in Guatemala definendola: “Di nessuna sostanza, basta pensare al fatto che non sono state discussi le tematiche fondamentali che si dovevano discutere, cioè l’immigrazione e le deportazioni abusive. E’ stato solo una visita giusto per visitare, che ha ottenuto solo il risultato di paralizzare la tranquillità guatemalteca. Per questo secondo me non ha avuto molto senso”.

Secondo la Menchú gli altri interventi di presidenti degli Stati Uniti in Guatemala in passato avevano avuto altre caratteristiche: “La visita di Bill Clinton fu molto differente, infatti si presentò qui da noi con più umiltà e più rispetto. Questa volta invece questo non è avvenuto, per la sua visita, Bush ha preteso alla nazione la sospensione totale delle proprie attività, solo ed elusivamente per ricevere un capo di Stato. In poche parole c’è stata quasi un occupazione nordamericana del Guatemala, e su questo ci sarebbe molto di cui riflettere”.

Poi la candidata alle prossime presidenziali ha parlato anche di integrazione latinoamericana, qualificandola come una grande opportunità per l’intero continente e ringraziando in particolare il governo venezuelano di Hugo Chávez che già da qualche anno lavora in questa direzione.

L’integrazione latinoamericana è una necessità, è un progetto nuovo nel quale tutti molti paesi stanno mettendo in comune i loro sogni e le loro illusioni, ma anche i loro problemi. C’è una grande disponibilità di risorse in America Latina che potrebbero risolvere i problemi interni. Dobbiamo cercare di recuperare l’autostima nei nostri paesi, autostima che purtroppo è andata persa in passato”.

Intanto proprio ieri si è concluso il vertice dei popoli indigeni alla quale hanno partecipato anche Evo Morales, Eduardo Galeano e Adolfo Pérez Esquivel (premio Nobel per la pace). Proprio il presidente boliviano, Evo Morales, ha approfittato della manifestazione per appoggiare ufficialmente la candidatura della Menchú alle prossime presidenziali guatemalteche, elezioni che si terranno il prossimo 9 settembre.

Technorati Tags :


 

Vi riporto questo utile servizio di TeleSUR, che evidenzia quali sono e dove sono le basi militari statunitensi in America Latina.


 

giovedì 29 marzo 2007
Alcuni deputati dell’Assemblea Legislativa del Distretto Federale hanno richiesto l’intervento del Governo messicano. E’ stato denunciato il comportamento di un cardinale colpevole di essersi intromesso eccessivamente in questioni prettamente politiche del paese. Il Messico è impegnato proprio in questi giorni nella discussione sulla depenalizzazione dell’aborto.

Deputati locali e federali del PRD e di Alternativa Socialdemócrata y Campesina hanno fatto richiesta ufficiale alla Segob (Secretaría de Gobernación) per richiedere l’espulsione dal paese del presidente del Consiglio Pontificio per la famiglia, Alfonso López Trujillo, ritenuto colpevole, a quanto pare, di intromissione nel dibattito politico. Il cardinale infatti a quanto risulta sembra abbia tentato di incidere sull’opinione pubblica da una prospettiva propriamente politica, influendo così pesantemente nella formulazione delle leggi sull’aborto.

Non sembra casuale infatti l’arrivo la scorsa settimana, direttamente dal Vaticano, del cardinale colombiano, coinciso appunto con l’apertura del dibattito sull’aborto in Messico. L’inviato papale dal giorno del suo arrivo è quasi a tempo pieno impegnato nel rilasciare dichiarazioni sul discusso tema politico.

La denuncia dei deputati è, quindi, una forma di protesta nei confronti dell’ingerenza della gerarchia cattolica nella discussione politica di iniziative atte esclusivamente a legiferare sull’interruzione della gravidanza. Proprio la ALDF (Asamblea Legislativa del Distrito Federal) infatti da alcune settimane analizza una riforma di legge che prevede la depenalizzazione dell’aborto sino alle 14 settimane di gestazione, mentre l’attuale legge solo esime da responsabilità in caso di stupro, malformazioni genetiche o nel caso sia la salute della madre in pericolo.

I deputati manifestano quindi il loro “rifiuto nei confronti dell’intervenzionismo, della pressione e dell’ingerenza dei rappresentanti della cupola ecclesiastica, che pretendono, partendo da un falso dibattito sulla moralità, di incidere, con la forza, nelle politiche istituzionali del DF (Distretto Federale), andando in questo modo a colpire l’ordine costituzionale messicano”.

Nella denuncia si esorta quindi la richiesta di una vera e propria espulsione di López Trujillo dal territorio nazionale. La sua permanenza nel paese – si legge - risulta sconvenievole in quanto “questo individuo pretende fare opposizione sul tema dell’aborto utilizzando qualificazioni come “assasinio” e “omicidio” in forma fanatica ed irriflessiva, e minacciando di scomunica nei tutte quelle persone non d’accordo con le sue idee”.

Technorati Tags :


 

mercoledì 28 marzo 2007
Golpe bianco in Egitto. Nel referendum farsa sono stati modificati 34 articoli della Costituzione, dando avvio tra l’altro ad una successione familiare al potere. Il segretario di Stato Usa però non fa una piega: “Ogni paese ha il suo modo di applicare la democrazia”.

mubarak bushL’Egitto ha approvato con il 75,9% dei votanti, un’affluenza alle urne ufficiale del 27,1% gli emendamenti ai 34 articoli della costituzione proposti dal partito del presidente Hosni Mubarak, il Partito Nazionale Democratico (Ndp). Non essendo previsto un quorum minimo, Mubarak, formalmente, ha vinto. Le modifiche ottenute prevedono un rafforzamento dei poteri della polizia e l’avvio di una successione familiare dal presidente Hosni, al potere dal 1981 al figlio Gamal. L’Egitto abbandona quindi sempre più la, comunque formale, democrazia repubblicana per prendere le sembianze di una più definita dittatura.

Quello che però stupisce è il comportamento degli Stati Uniti, e più in dettaglio il loro relativismo nel decidere quale paese è democratico e quale invece non lo è.

I più grandi esportatori mondiali di democrazia, infatti, sembrano avere le idee confuse, o forse ci vedono benissimo e decidono consapevolmente in base a meri interessi personali.

Riportando la notizia del referendum d’Egitto, infatti, si ha un chiaro esempio di come gli Usa decidano qual è il confine tra una democrazia ed un regime dittatoriale di volta in volta, e soprattutto di caso in caso.

Ma analizziamo bene il referendum egiziano, visto che la notizia non ha avuto un grande eco, i nostri media erano infatti impegnati dalle discussioni parlamentari per il rifinanzimento di una missione di guerra e dalle solite notizie di Cogne.

Pare che Amnesty International abbia catalogato la riforma costituzionale egiziana avvenuta per mezzo di un referendum farsa, come “la maggiore erosione dei diritti umani in Egitto dal 1981, anno nel quale proprio Mubarak prese il potere e varò le prime leggi a detrimento della democrazia sull’onda dell’emozione dell’attentato a Sadat”. Con un affluenza alle urne imbarazzante, 27,1% quella ufficiale, molto più bassa però quella fornita dalle organizzazioni non governative e dagli enti per i diritti umani (il 6 per cento nell' Alto Egitto ed il 2-3 nel Delta del Nilo), e senza la necessità di un quorum tutti gli emendamenti sono stati infatti approvati.

Quello che in pratica è avvenuto è che si è consolidato il potere del gruppo dirigente, in particolare di Mubarak, che secondo i più critici osservatori avrebbe predisposto strumenti costituzionali per garantire la successione alla presidenza a suo figlio Gamal, più volte indicato come “delfino” del presidente.

Non solo, la polizia egiziana ha anche arrestato al Cairo una ventina di oppositori che manifestavano contro il referendum/farsa, e repressioni si sono registrate anche in altre città dove si susseguivano manifestazioni organizzate dall’opposizione ed in particolare dai “Fratelli Musulmani”. Anche 13 attivisti e blogger sono stati fermati mentre organizzavano una protesta.

Come se non bastasse i giudici egiziani "si lavano le mani" dei risultati del referendum, chiederanno anzi al presidente Mubarak di dispensarli dall'obbligo di fare supervisione nei prossimi scrutini: “Tutta la filosofia degli emendamenti costituzionali è basata sull'impedimento di un cambiamento del potere attraverso le elezioni ed in questo caso i giudici preferiscono allontanarsene e rifiutare di essere uno strumento di inganno”, sono state le parole del vicepresidente della Corte di Cassazione, Ahmed Mekki.

Insomma se ne deduce benissimo che l’Egitto si è allontanato e di molto dall’essere considerato un paese a Costituzione democratica avvicinandosi invece all’essere una vera e propria dittatura e per giunta, visto il rafforzamento dei poteri della polizia, ad una dittatura militare(si potrà disporre arresti, perquisizioni e intercettazioni a piacimento, e citare in giudizio di fronte alle Corti Militari, inappellabili, chiunque sia sospettato di tramare contro l’ordine costituito) .

Ma ora guardiamo all’ambiguo comportamento degli Stati Uniti, veramente assurdo considerando il fatto che se le stesse notizie fossero provenute ad esempio dal Venezuela, o da altri stati non graditi, avrebbero già fatto gridare allo scandalo e tutti i media mainstream avrebbero titolato a tutta pagina l’avvento di una nuova dittatura. Il segretario di Stato Usa Rice ha invece benedetto questo vero e proprio attentato alle, già poche basi, democratiche egiziane, dichiarando: “Ogni paese ha il suo modo di applicare la democrazia”.

Ma quale democrazia? Non si riesce a capire in cosa differisca l’Iraq di Saddam, meritevole di godere di una importazione di democrazia, dall’Egitto di Mubarak, o da altri regimi medio-orientali. Perché allora il presidente Bush non ci mette in guardia contro quest’attentato alle libertà? Perché non portare la pace anche in Egitto?

A questo punto verrebbe quasi da pensare a che l’invasione in Iraq non abbia avuto come obiettivo effettivo quello di portare ad un sistema democratico… Verrebbe a pensare, ma non si può, altrimenti si danneggerebbe l’immagine (o luogo comune) più diffusa dalla fine della guerra fredda: quella degli Stati Uniti, i garanti unici ed univoci delle libertà e della democrazia in tutto il mondo.

Technorati Tags :


 

lunedì 26 marzo 2007
Ennesima vignetta tratta da Pagina12, assolutamente meritevole di pubblicazione, anche considerando l'ultimo post dedicato alla dittatura militare argentina.



Giornalista: "Gli Stati Uniti ripudiano il golpe di stato del '76 in Argentina?"



Casa Bianca: "Dipende... lo ha fatto Chávez?"


 

sabato 24 marzo 2007
Sono passati 31 anni dal giorno in cui un golpe militare cambiò tragicamente la storia argentina. In quest’ennesimo anniversario è d’obbligo ricordare le innumerevoli vittime e denunciare i colpevoli, in memoria uno sterminio silenzioso e a purtroppo a lungo taciuto. Intanto emerge sempre più l’appoggio statunitense al governo militare.

desaparecidosIl 24 marzo 1976 una giunta militare composta dal generale Jorge Videla, comandante in capo dell'esercito, dall'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, comandante della marina militare, e da Orlando Ramon Agosti, comandante dell'aeronautica, prese il potere con un golpe si stato. Oggi 24 marzo 2007, a distanza di 31 anni, siamo qui a parlare di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici ed oltre 10.000 arresti politici, 2 milioni gli esiliati. 500 sono invece i bambini che sono stati sottratti brutalmente alle proprie madri, prima sequestrate e poi sistematicamente uccise dopo il parto, per essere affidati alle famiglie dei militari.

In Argentina, diversamente da quello che avveniva nel vicino Cile di Pinochet, venne adottata una “strategia rivoluzionaria”. Niente arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica. Crimini raccapriccianti, un genocidio selettivo, che eliminò con una feroce repressione tutti i meccanismi di solidarietà creati all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali urbani, ma anche tanta gente comune, non necessariamente di sinistra: intellettuali, professionisti, operai.

golpe argentinaPerò Argentina e Cile condividono buona parte delle motivazioni che sfociarono con le rispettive dittature militari, sono infatti gli esempi classici di come negli anni settanta, tanto semplicemente quanto brutalmente, venne imposto il neoliberismo in molti paesi in via di sviluppo, ossia attraverso un colpo di stato militare, appoggiato dalle classi dominanti tradizionali, oltre che dal governo statunitense (ora a quanto pare invece primo esportatore mondiale di democrazia). Anche in Argentina infatti al golpe seguirono i prestiti del Fondo Monetario Internazionale e l’affidamento dell’economia ai “Chicago boys” (gruppo di economisti chiamati così in virtù della loro adesione alle teorie neoliberiste di M.Friedman che insegnava all’università di Chicago). Proprio con il golpe gli Usa, in stretta alleanza con i militari riuscirono, a trasformare anche l’Argentina in una cavia di capitalismo estremo, reprimendo qualsiasi movimento di opposizione, e iniziando un opera conclusasi poi con l’Argentina di Memen, rendendo definitivamente il paese schiavo del FMI, del fondamentalismo di libero mercato e dell’ortodossia neoliberista.

Come spesso accadeva quindi c’era l’ombra statunitense ad appoggiare i regimi autoritari e le storie di violenze contro i movimenti popolari, esclusivamente per meri interessi economici e di sfruttamento. Gli Usa infatti accettavano, in particolare in America Latina, l’utilizzo di dittature militari repressive, appoggiandole e stringendoci forti alleanze economiche, sorvolando sulla violazione di qualsiasi diritto di base.

desaparecidos argentinaGli ultimi tasselli per capire la connessione Usa – Argentina sono usciti fuori dagli archivi statunitensi e sono stati resi noti dai National Security Archives, un’organizzazione universitaria non governativa americana molto attiva nel campo della ricerca. Aggiungono qualche particolare a quanto già si sapeva rispetto all’atteggiamento di Washington e dei suoi rapporti con le dittature sudamericane.

Questo è uno dei dialoghi emersi tra il presidente statunitense Henry Kissinger e il ministro degli esteri argentino Cesar Augusto Guazzetti, risalenti al giugno 1976:

Guazzetti: “Il nostro principale problema è il terrorismo....assicurare la sicurezza interna del paese...l’Argentina ha bisogno da parte degli Stati Uniti di comprensione e supporto, anche per la crisi economica.

Kissinger: “Abbiamo seguito le vicende argentine da vicino. Vediamo bene il nuovo governo e vogliamo che ce la faccia. Faremo il possibile perché ce la faccia

Ma le cose da vicino, ricordano i ricercatori americani, le aveva seguite anche la stampa americana, il Congresso e la stessa ambasciata Usa in Argentina che si era lamentata proprio con Guzzetti anche per il sequestro e la tortura di cittadini americani. Le violazioni che avevano caratterizzato i primi tre mesi della dittatura erano dunque ben note.

Ma Kissinger si dimostrò comprensivo: “Sappiamo che siete in difficoltà....sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendo ad emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità.... farò quel che posso”.

Dopo circa un mese poi, il 9 luglio, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi applicati dagli argentini, che utilizzavano “...il metodo cileno...terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore....”. Il 7 ottobre a New York, il fatto è noto da tempo, Kissinger aggiustò il tiro con Guzzetti: “...prima avrete finito meglio sarà”.

Chiara appare quindi la copertura statunitense alla criminale dittatura argentina, che in questa data è giusto ricordare e farne memoria storica.

Allo stesso modo in cui è fondamentale ricordare le migliaia di desaparecidos ed i loro assassini soprattutto in questi giorni in cui comincia ed essere fatta giustizia, anche con le condanne in Italia e con i numerosi processi finalmente in pieno svolgimento in Argentina.

Fondamentale è ricordare anche e soprattutto per non dimenticare.

chat desaparecidosPregevole a riguardo, ad esempio, un iniziativa di un artista argentino che ha lanciato una campagna in ricordo dei desaparecidos attraverso MSN di Messanger. Si chiama “NN red 2007” e consiste nell’utilizzare come “nick”, tra il 24 ed il 31 marzo, il nome di un desaparecido includendo anche una sua foto, in modo tale da generare nelle chat uno spazio per fare memoria e riflettere sulla storia.

Per approfondire l’appoggio statunitense alla dittatura argentina potete leggere qui direttamente dagli archivi del National Security Archives:

- Documentos muestran apoyo de EEUU y la brutal represion de la dictatura;
- Kissinger to argentines on dirty war: “The quicker you succeed the better";
- La luce verde Usa alla dittatura argentina;
- Altri documenti dall'archivio.

Infine qualche link utili a capire la tragedia dei desaparecidos:

- 24 de marzo, del horror a la esperanza, sito governativo argentino;
- Muro della memoria dei desaparecidos.

Un articolo che dimostra la rinascita economica argentina, che ha coinciso con la rottura delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale:
- L'Argentina dalla schiena dritta.

Technorati Tags :


 

venerdì 23 marzo 2007
A cento giorni dall’insediamento del governo Calderón, la sinistra messicana cerca di rialzare la testa e torna ad organizzarsi. Gli zapatisti guidati dal Subcomandante Marcos ripartono con la “otra campaña” per denunciare gli abusi contro le popolazioni indigene; López Obrador cerca di intraprendere nuove iniziative politiche dopo la sconfitta, subita col minimo scarto, alle presidenziali.

Dopo diversi mesi di silenzio, l’esercito zapatista (EZLN) riparte. Comincerà infatti un nuovo viaggio all’interno degli stati messicani per cercare di riunirsi e dialogare con tutte le comunità indigene del paese. Allo stesso tempo anche la sinistra parlamentare guidata da Andrés Manuel López Obrador, leader del PRD, ritorna in piazza e, ripartendo proprio dallo Zócalo di Città del Messico, annuncia la convocazione di una seconda Convenzione Nazionale Democratica, nella quale si discuteranno le politiche e le iniziative del presidente Felipe Calderón e si decideranno le direttive della nuova coalizione delle forze progressiste messicane.

E’ stato lo stesso Subcomandante Marcos ufficializzare la ripartenza della “otra campaña” che da qui ad un anno percorrerà buona parte del territorio messicano. Questa volta però l’intento di Marcos sembra più mirato ad un ritorno alle radici storiche del movimento zapatista. “Si tratta di una campagna internazionale di solidarietà con le comunità indigene zapatiste e in difesa delle autonomie indigene”, ha sottolineato il Subcomandante nel suo comunicato. L’obiettivo torna ad essere focalizzato sulle comunità indigene, distaccandosi quindi dagli intenti perseguiti pochi mesi fa.

Questa scelta specifica trova radici nell’aumento delle violazioni dei diritti umani di cui si sono macchiati polizia e militari nelle cosiddette “megaoperazioni di sicurezza”, denunciate anche da tantissime organizzazioni sociali messicane, ed invece tanto elogiate dal presidente Calderón ed anche da George Bush nella sua visita al Messico pochi giorni fa. EZLN sembra quindi tornare a battersi principalmente per i diritti degli indigeni, anche perché, proprio con l’insediamento del nuovo governo, sembrano essere ricominciati nel territorio del Chiapas attacchi da parte di gruppi politici riconducibili al governo federale e statale (in pratica paramilitari) nei confronti di alcuni comuni autonomi zapatisti.

Non si può dire quindi che il governo Calderón stia riscuotendo consensi nel paese. Oltre a Marcos e gli zapatisti infatti anche López Obrador sta cercando di rinnovare la sua figura politica convocando una seconda Convenzione Nazionale Democratica per contrastare appunto il governo conservatore di FECAL (Felipe Calderón).

Gli argomenti di critica al governo Calderón non mancheranno sicuramente: la sempre più massiccia militarizzazione del paese, la altrettanto militarizzata ma sterile lotta al narcotraffico, la sempre più stretta alleanza politica/commerciale con gli Stati Uniti e la totale mancanza di iniziative nel campo dello sviluppo sociale, dell’educazione e della cultura.

"Tenemos que seguir defendiendo a los pobres"(Abbiamo l’obbligo di continuare a difendere le classi più povere) – sono state le parole di López Obrador all’annuncio della nuova iniziativa. Proprio questo è uno degli argomenti più battuti dalla sinistra messicana visto che le promesse in campagna elettorale di Calderón stanno venendo sempre più meno. Il leader delle destre messicane, tanto considerato da Bush, alla sua investitura aveva infatti dichiarato che tra le sue priorità ci sarebbe stata la lotta alla povertà ed alla disoccupazione. Il bilancio dei primi cento giorni invece è tutt’altro che rassicurante, visto che il tasso di disoccupazione tende ad aumentare quasi ininterrottamente e la povertà, soprattutto dei ceti inferiori aumenta, grazie anche ad un aumento esponenziale del prezzo del mais (40% in pochi mesi), alimento alla base dell’alimentazioni di milioni di messicani.

La valutazione dei primi cento giorni di Calderón, quindi, non può che essere estremamente negativa.

Technorati Tags :


 

giovedì 22 marzo 2007
L’acqua è un diritto inalienabile ed universale ma scarso e limitato. Oggi 22 marzo si festeggia la giornata nazionale dell’acqua, celebriamolo ricordando la famosa “guerra dell’acqua” di Cochabamba, ormai simbolo indiscusso della lotta contro la privatizzazione di un bene comune fondamentale.

giornata mondiale acquaL’acqua è una risorsa naturale limitata ma allo stesso tempo è anche un bene pubblico essenziale per la vita e la salute. Il diritto dell’uomo ad avere libero accesso all’acqua potabile è indispensabile per condurre una esistenza degna. L’acqua, la sua infrastruttura ed il suo servizio devono stare al servizio di tutti”. Questo è quanto è stato sancito dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite nel novembre 2002. La giornata mondiale dell’acqua è invece stata proclamata già nel 1993 dall'Assemblea delle Nazioni Unite, e di anno in anno, diventa sempre più attuale e urgente parlarne come occasione per sensibilizzare istituzioni e società civile su una indiscussa emergenza mondiale e sulle sue possibili soluzioni.

La risorsa acqua infatti è una grave emergenza in molte aree del mondo: ogni giorno 30.000 persone muoiono per cause connesse alla scarsità d'acqua o alla sua cattiva qualità e igiene. Ma l'acqua sta diventando un bene sempre più scarso soprattutto per la cattiva gestione che se ne fa.

In questa giornata credo valga la pena ricordare uno degli avvenimenti, per certi versi può sconcertanti ma decisivi, che riguardano la lotta contro la privatizzazione proprio di questo bene comune e di questo diritto irrinunciabile per ogni essere umano: la “guerra dell’acqua” di Cochabamba in Bolivia.

La piccola città andina di Cochabamba, infatti, è considerata ormai in tutto il mondo il simbolo più visibile della lotta per il controllo dell’acqua. Come sappiamo tutti la Bolivia è una delle nazioni più povere dell’America Latina oltre ad essere anche la nazione con più componente indigena di tutto il continente (61,8% della popolazione). Cochabamba è la seconda città più importante di questa nazione dopo la capitale, La Paz, però sicuramente è la città con il più alto tasso di crescita negli ultimi decenni.

Siamo nei primi anni novanta. Con la crisi dell’industria mineraria e con l’aumento dei problemi legati alla vita nei campi, centinaia di migliaia di boliviani si trasferirono in questa città dal clima mite alla ricerca di nuove opportunità economiche. Questo però generò un’espansione incontrollata delle periferie della città, che contribuì a peggiorare ed incrementare le già evidenti carenze delle strutture per l’acqua potabile e per i servizi di bonifica.

SEMAPA (Servicio de Agua Potable y Alcantarillado de Cochabamba), il sistema pubblico che amministrava l’approvvigionamento dell’acqua nella città, aveva grosse difficoltà e non riusciva più a soddisfare la domanda di espansione, anche a causa dell’alto livello di corruzione statale, e dei numerosi tentativi, da parte dei partiti politici locali, di utilizzare l’impresa pubblica per il proprio beneficio politico.

La Banca Mondiale, che aveva già concesso all’impresa incaricata del sistema regolatore delle acqua numerosi pacchetti di aiuti finanziari, prese la decisione che per i problemi di Cochabamba sarebbe stato necessario privatizzare l’intero sistema dell’acqua potabile. Inoltre la stessa BM mise subito in chiaro che questa privatizzazione sarebbe stata il prezzo che la Bolivia avrebbe dovuto pagare per poter continuare ad avere accesso in futuro ai prestiti della Banca Mondiale (tipico comportamento delle istituzioni mondiali neoliberiste come BM e Fondo Monetario Internazionale).

Così nel febbraio 1996, i funzionari della Banca Mondiale concessero ul prestito di 14 milioni di dollari al comune di Cochabamba per l’espansione del servizio dell’acqua, con la condizione che il comune avrebbe provveduto a privatizzare il servizio stesso. Nel giugno 1997, gli stessi funzionari si presentarono poi dal presidente boliviano, Sánchez de Lozada, comunicandogli che un importo di 600 milioni di dollari, da considerarsi come un condono sul debito estero, era a sua disposizione se Cochabamba avesse privatizzato l’intero sistema idrico. La BM specificò anche al governo boliviano che “non sarebbe stato necessario concedere sussidi alla popolazione come contributo all’aumento della tariffa dell’acqua a Cochabamba”. In altre parole, per avere l’acqua, i residenti del comune di Cochabamba, poveri compresi, dal quel momento avrebbero dovuto pagare per l’acqua il prezzo di mercato intero, senza nessun eventuale aiuto da parte dello Stato. Appare quindi indiscutibile il ruolo catalizzatore che la Banca Mondiale ha giocato nell’ombra nella scelta della privatizzazione.

Fatto sta che nel 1999, avendo ricevuto un chiaro ultimatum da parte della BM, il governo boliviano, nel frattempo passato da Sánchez de Lozada nelle mani dell’ex dittatore Gen. Hugo Panzer, fece partire definitivamente il processo di privatizzazione del sistema statale delle acque di Cochabamba. In una inusuale asta pubblica a porte chiuse alla quale partecipò un solo offerente, i funzionari boliviani sottoscrissero un contratto di concessione dell’acqua di Cochabamba, per 40 anni, ad una misteriosa nuova società denominata “Aguas del Tunari” (AdT), che poi risultò essere una sussidiaria del gigante di ingegneria californiana Bechtel con diverse partecipazioni tra le quali quelle delle italiane Edison-Aem e della spagnola Abengoa.

Il contratto era molto promettente per la nuova società. Era garantito infatti un utile medio del 16% annuale durante ogni anno in cui vigeva il contratto (40 anni). Senza dubbio però, il finanziamento di questo profitto richiedeva un grande aumento del fatturato locale per il rifornimento dell’acqua. Proprio per questo motivo, appena poche settimane dopo aver preso possesso del controllo dell’acqua, la società boliviana facente capo alla Bechtel colpì fortemente le popolazioni locali pretendendo un aumento delle tariffe per il servizio dell’acqua di circa il 200%. In una situazione che chiamare monopolistica sembra quasi un eufemismo succedeva, ad esempio, che un operaio che guadagnava un salario minimo pari a 60 dollari si ritrovava a dover pagare 15 dollari solo per mantenere attivo in casa sua il servizio dell’acqua corrente.

Fu con queste premesse che scoppiò la cosiddetta “guerra dell’acqua”. La reazione delle popolazioni locali ad un aumento della tariffa dell’acqua di questa portata fu infatti ferocissima. L’intera popolazione civile di Cochabamba organizzò una serie di proteste in cui si esigeva l’annullamento immediato degli insostenibili aumenti. Il governo boliviano, in difesa delle multinazionali straniere, mandò 1200 poliziotti per le strade della città andina con lo scopo di soffocarne le proteste. Gli scontri furono di grandissima portata, il risultato furono decine morti e diversi feriti gravi.

Nonostante la repressione però, durante la prima settimana dell’aprile 2000, i cittadini di Cochabamba riuscirono ad immobilizzare l’intera città con uno sciopero generale che blocco strade, scuole e negozi. Uno sciopero generale senza precedenti che aveva come obiettivo l’uscita di scena definitiva della Bechtel ed il ritorno dell’acqua in mano statali. Cercando di proteggere il contratto in atto e sotto le pressioni delle grosse multinazionali internazionali però, il presidente Hugo Panzer (ex dittatore degli anni settanta tornato al governo con l’appoggio delle destre) sancì addirittura il ritorno alle leggi marziali ed la conseguente chiusura della stazione televisiva di Cochabamba, oltre all’arresto di tutti i leader della protesta.

Lo sciopero non si fermò, ma anzi continuò nonostante tutto, e finalmente il 10 aprile tutti i funzionari della Bechtel furono costretti ad abbandonare il paese. La compagnia dell’acqua passò così sotto il controllo di un corpo esecutivo e amministrativo formato da funzionari municipali e dai leader dei movimenti civili.

La guerra dell’acqua era vinta. Nel novembre 2001, la Bechtel Corporation così come la Edison e la Abengoa presentarono una domanda di indennizzo di 25 milioni di dollari al popolo boliviano ad un tribunale commerciale poco conosciuto e segreto (il Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti ICSID), amministrato tra l’atro dalla stessa istituzione che aveva in pratica costretto la privatizzazione dell’acqua, la Banca Mondiale. Questa domanda di indennizzo però, dopo mesi di mobilitazioni e di campagne in America latina e in tutto il Mondo è stata, da poco, finalmente ritirata.

Si conclude quindi con una grande vittoria la sfida lanciata dopo un'altra grande battaglia: quella della guerra dell'acqua di Cochabamba, la vittoria di una città, di tutti i cittadini boliviani ma anche di quei 2,5 miliardi di uomini, donne e bambini di tutto il mondo che vivono in condizioni di insufficienza di acqua, bene primario, fonte insostituibile di vita, patrimonio dell’umanità, diritto inalienabile e universale.

Cochabamba insegna, la giornata dell’acqua ce lo ricorda, sta a noi ora non dimenticare…

Fonti: Comisión para la Gestión Integral del Agua en Bolivia (CGIAB): http://www.aguabolivia.org/

Technorati Tags :


 

martedì 20 marzo 2007
Finalmente arriva la sentenza, una corte di Washington condanna la Chiquita Brands a una multa di 25 milioni di dollari. Il famoso marchio si è scoperto finanziasse i "paras" colombiani.

chiquitaL’impresa Chiquita è stata condannata in questo caso per aver sovvenzionato gruppi di paramilitari, con l’assenso del direttivo dell’impresa di Cincinnati, stato nordamericano dell’Ohio. Non avrà più troppo senso il famoso spot delle "banane 10 e lode", pessimo infatti il comportamento di questa famossisima multinazionale statunitense peraltro già coinvolta in passato, quando si chiamava United Fruit, in atti di repressione delle popolazioni indigene.

La multinazionale ha piantagioni nella zona di Uraba, vicino la frontiera con Panama. Negli anni ’90 questa regione è stata una della più colpite dai massacri di contadini, fatte da questi gruppi paramilitari di destra. La maggioranza dei casi di torture e massacri sono stati realizzati perché i contadini venivano considerati alleati o simpatizzanti di gruppi guerriglieri. L’antica multinazionale, dieci dirigenti non identificati e vari impiegati hanno sovvenzionato con 2mila dollari in assegni e denaro dal 1997 al 2004 una “violenta organizzazione di estrema destra” chiamata Autodefensa Unidas de Colombia (AUD) o le Fuerzas de Autodefensa de Colombia, secondo il Dipartimento di Giustizia di investigazione criminale della Corte Federale.

parasPer questo grave crimine di collaborazione con una organizzazione terrorista, divulgato per la prima volta solo dai mezzi alternativi di informazione, la compagnia Chiquita è arrivata ad un accordo con il Dipartimento di Giustizia in virtù del quale dovrà pagare nel corso dei prossimi cinque anni una multa di 25 milioni di dollari, più interessi.

La multinazionale statunitense pagherà una multa di 25milioni di dollari al governo degli Stati Uniti” ha detto l’ufficio stampa del marchio Chiquita.

Proprio qui la beffa più clamorosa, la multa infatti entrerà nelle casse del governo statunitense invece di risarcire le vittime dei paramilitari, per lo più sindacalisti ed esponenti di partiti di sinistra la cui condanna a morte era sancita dalla stessa Chiquita che gli considerava figure potenzialmente pericolose.

I sindacati colombiani, soddisfatti in parte della sentenza, dichiarano però di non accontentarsi annunciando che continueranno a dare battaglia non solo alla Chiquita Brands, ma anche alla Coca Cola, Oxy e alla mineraria Drummonds, tutte imprese notoriamente coinvolte come mandanti di omicidi di attivisti sindacali.

boicotta coca colaEclatante l'esempio della Coca Cola. Dietro la bibita più famosa del mondo c'è una lunga lista di pesanti accuse: diritti dei lavoratori calpestati, repressione sindacale, inquinamento e impoverimento delle falde acquifere in molti Paesi. In Colombia nel 2004 una Commissione d'inchiesta indipendente di New York registrò 179 gravi violazioni dei diritti umani, tra cui 8 sindacalisti assassinati, 48 costretti a fuggire, 69 minacciati di morte e 3 incarcerati per false accuse. E le violazioni sindacali sono attuate non solo in Colombia ma anche in varie parti del mondo, come conferma il rapporto 2006 dell'Icftu, la Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi.

Per approfondimenti sul caso Chiquita:

- Banane in guerra, da Peacereporter;
- Pizzo e Chiquita, dal blog Americalatina

Fonti: revista Cambio, Il Manifesto, agenzia Adital


Technorati Tags :


 

sabato 17 marzo 2007