giovedì 31 maggio 2007
La chiusura del canale televisivo privato RCTV in Venezuela ha sconvolto e catturato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Quasi tutti i grandi media hanno gridato al golpe nei confronti della libertà dell’informazione. Ma è tutto vero quello che abbiamo letto e visto su giornali e tv?

Dalla mezzanotte di domenica 27 e lunedì 28 maggio 2007 RCTV, canale televisivo privato venezuelano, non è più in onda sulle frequenze del canale 2. Questa forse è una delle poche notizie inconfutabili arrivate dai media in questi giorni. Poche altre verità infatti sono effettivamente trapelate. Si è sentito con eccessiva superficialità gridare allo scandalo o addirittura ad un golpe nei confronti della libertà d’informazione: “Hugo Chávez chiude la televisione dell’opposizione”. Mi sembra però proprio per questo motivo doveroso cercare di fare il massimo della chiarezza possibile su questa vicenda, interpretata esclusivamente a senso unico e con l’omissione, a mio parere volontaria, di alcune notizie fondamentali.

Per prima cosa è fondamentale la precisazione che RCTV non è stata oscurata dal presidente Chávez da un giorno all’altro e senza motivazioni. Innanzitutto non è stata neanche oscurata in quanto potrà comunque continuare a trasmettere via cavo, via satellite o per internet, come peraltro ha già cominciato a fare da ieri. RCTV aveva in scadenza la licenza per trasmettere sulle frequenze venezuelane, secondo una legge dell’87 infatti, la sua licenza aveva una validità di 20 anni, con scadenza a fine maggio 2007. Semplicemente, così come in qualsiasi altro paese democratico al mondo, spetta anche allo stato venezuelano la facoltà di prorogare o conferire ad altro uso le frequenze radiotelevisive assegnate. In pratica quindi non c’è stato nulla di anticostituzionale o di autoritario da parte del governo venezuelano.

Nella fattispecie è qualcosa di molto simile a quello che sarebbe dovuto accadere in Italia con Rete4. C'era una legge che stabiliva che la concessione del segnale su cui trasmetteva Rete4 sarebbe scaduta, e questa si sarebbe dovuta trasferire su satellite. Ma qui in Italia come primo ministro avevamo anche il proprietario della stessa televisione privata, cav. Silvio Berlusconi, che dovette inventare una legge ad hoc per permettere a Rete4 di continuare a trasmettere via etere, salvando quindi la "pluralità d’informazione italiana" (forse però dimenticandosi per qualche secondo le censure nei confronti di giornalisti e conduttori della televisione statale).

Eppure solo Chávez è accusato di soffocare la libertà d’espressione, e questo sin dal suo insediamento nel 1998. Paradossalmente però, dati alla mano, i mandati di Chávez sono coincisi con il periodo della storia venezuelana nel quale proprio la libertà d’espressione e d’informazione sono state esercitate con maggiore ampiezza. La Costituzione del 1999 è considerata tra le più liberali nel continente latinoamericano in materia di protezione e difesa dei diritti umani, consacra di fatto il diritto all’informazione vera, opportuna e senza censura e ha innalzato a rango costituzionale il diritto alla replica e il dovere alla rettifica. Chávez ha anche fatto approvare in parlamento la legge che regola la responsabilità sociale nelle radio e nelle Tv. Stabilisce nuovi obblighi in materia di programmazione e contenuti: obbligo di trasmettere anche musica venezuelana; spazio alle produzioni indipendenti attenuando il monopolio delle importazioni di serial stranieri; rispetto delle fasce d’orario nelle quali il pubblico è soprattutto di minorenni. Ma neanche queste misure sono state viste di buon occhio in particolare proprio dalle Tv private che hanno fatto pressione affinché repliche e rettifiche non fossero obbligatorie ed hanno promosso un ricorso di nullità al tribunale supremo contro le legge di responsabilità sociale dei media, rinominata addirittura “legge bavaglio”.

E’ innegabile però che i Venezuela ci si trovi davanti ad una pluralità di mezzi d’informazione senza precedenti. In particolare, nel campo televisivo, il 90% del mercato è controllato da quattro emittenti private: RCTV, Globovision, Televen e Venevision. Il proprietario di RCTV, Marcel Granier, possiede, oltre a quel canale, una quarantina di altre emittenti televisive in tutto il Venezuela (ovviamente in gran parte emittenti locali). Per la precisione, su 81 emittenti televisive, 79 (il 97%) sono di proprietà privata; su 709 emittenti radiofoniche, 706 sono private (il 99%), e 118 testate giornalistiche su 118 sono pure private. Non è propriamente quindi un ambiente vicino al governo ed al presidente venezuelano, anzi in pratica le Tv e le radio private sono considerate la vera opposizione a Chávez, considerando la pochezza dell’opposizione politica vera e propria. E’ evidente quindi che la con la chiusura di RCTV non si può parlare di attacco al pluralismo dell’informazione, ma quasi del contrario visto che sulle stesse frequenze andrà in onda Tves, un canale statale.

Le Tv private rimanenti e “di opposizione”, tra cui le più importanti Globovision, Televen e Venevision non sono state per nulla minacciate dal governo venezuelano, ma anzi anno ottenuto il rinnovo delle loro licenze per trasmettere via etere.

Sui media internazionali però si sottolineava il fatto di come Chávez avesse consumato una vendetta personale nei confronti di RCTV, accusata dal presidente venezuelano di aver “simpatizzato” con il golpe del 2002 che cercò di spodestare il governo legittimo venezuelano. Questa simpatia però è stata chiaramente dichiarata e dimostrata come partecipazione diretta all’organizzazione di un colpo di stato. RCTV assunse un ruolo di protagonista diffondendo informazioni false e oscurando la verità attorno al golpe. Come RCTV, anche Venevisión, Globovisión e TeleV parteciparono di fatto al golpe eppure continuano a trasmettere senza aver mai ricevuto ritorsioni.

Ma forse per noi che viviamo in un paese occidentale e difficile capire la gravità di questi fatti: la quasi totalità delle televisioni private che, agli inizi del ventunesimo, trasmettendo notizie false e abusando del loro strapotere mediatico, appoggiano un golpe militare per sovvertire un governo democraticamente eletto peraltro incitando la popolazione a rovesciare il governo. E’ qualcosa di gravissimo. C’è da chiedersi se in qualsiasi altro Paese “democratico” al Mondo, se un canale televisivo avesse apertamente sostenuto il rovesciamento del governo, come è avvenuto in Venezuela, avrebbe continuato a trasmettere anche dopo il fallimento del colpo di stato, e senza che il suo proprietario sconti questo ruolo di fronte la giustizia penale.

Eppure mai, nonostante questo, Chávez ha preso provvedimenti contro questi media, tranne che all’indomani del golpe del 2002 quando fu costretto ad ordinare pubblicamente il black out temporaneo delle principali Tv private nazionali compromesse con il colpo di stato per aver alterato le frequenze della televisione statale nella quale il capo del governo parlava al paese e sostituendo il suo discorso con immagini di violenza nelle strade, ennesimo fatto di assoluta gravità.

Ma tutto questo non viene mai ricordato. RCTV che con Venevisión, Globovisión e TeleV contribuì a disinformare non solo i venezuelani ma tutto il mondo ora parla di censura e di mancanza di libertà d’espressione. Che morale può avere RCTV per parlare di libertà d’espressione quando fu proprio uno di quei canali privati che censurarono l’informazione, alterando di fatto la realtà?

Nel 2002, l’Osservatorio per i Diritti Umani affermò esplicitamente che “lungi dal fornire un’informazione onesta e veritiera, i media in gran parte cercano di provocare il malcontento popolare a supporto dell’ala estremista dell’opposizione”. Ciononostante, tale è la democraticità del Governo Bolivariano, che nessuna emittente è stata chiusa, e soltanto alla scadenza della licenza a RCTV viene revocato l’utilizzo delle frequenze.

Non mi sembrano fatti tali da poter essere facilmente ignorati. Non si tratta neanche di mezzi d’informazione contrari al governo, si tratta di media che hanno avuto un ruolo decisivo in un fallito colpo di stato nei confronti di un governo legittimo, ma per questo non censurati né oscurati dopo il golpe, un golpe che è giusto sottolineare godeva anche di appoggi esterni illustri come il governo degli Stati Uniti, della Colombia, di El Salvador e del governo spagnolo targato Aznar.

Pensare che se non fosse stato per una troupe irlandese (Radio Telefís Éireann), per caso a Caracas, non si sarebbe saputa mai la verità attorno a quei giorni d’aprile. Se non fosse stato per “La Revolución no será trasmitida”, film documentario proprio ripreso nell’aprile 2002, molto probabilmente grazie all’operato dei media venezuelani tutto il mondo avrebbe abboccato e creduto al primo golpe mediatico della storia. Il ruolo di RCTV infatti, oltre all’appoggio diretto del golpe, fu quello di sconvolgere la realtà dei fatti, trafugando notizie e omettendo verità. L’emittente si limitò a riportare che il Presidente Chavez aveva semplicemente rassegnato le dimissioni, mentre era invece sotto sequestro ed in mano ai golpisti. E quando due giorni dopo milioni di venezuelani scesero in piazza pretendendo il ritorno del Presidente che avevano democraticamente eletto, RCTV non trasmise altro che cartoni animati. Ripeto, solo il documentario irlandese, girato per puro caso proprio all’interno del palazzo Miraflores durante il golpe, ha permesso alla verità su quei giorni di emergere.

E questo atteggiamento criminoso dei mezzi d’informazione si sta ripetendo proprio in questi giorni. Una misura legale e legittima di un governo di non rinnovare una licenza è stata trasformata in un atto autoritario e arbitrario. L’obiettivo fondamentalmente rimane quello di qualche anno fa, screditare in qualsiasi maniera Chávez e, con mezzi leciti ed illeciti, destabilizzarne il suo governo. Prova ne è il fatto che una notizia sui media in America Latina trova differente diffusione a secondo di quale paese coinvolge. Se questa della chiusura di RCTV che coinvolge Chávez ha trovato notevole spazio e diffusione, altre notizie non si affacciano neanche sul panorama mondiale, anche se non si distinguono per i loro effetti liberali sui mezzi d’informazione.

Il primo esempio di arriva dal Messico, dove il potere dei media televisivi aumenta ormai esponenzialmente, ed un mercato potenziale di 105 milioni di telespettatori è conteso in pratica da due colossi Tv Atzeca e Televisiva, un duopolio nazionale. Bene in questo contesto la legge sulle telecomunicazioni all’articolo 16 del testo di legge prevede un sorta di concessione eterna alle emittenti attualmente attive. In molti considerano queste norma anticostituzionale, in quanto rende di fatto impossibile l’ingresso di nuovi soggetti sul mercato, eppure questa notizia non scandalizza il Mondo, non essendoci Chávez di mezzo la misura non minaccia la libertà d’informazione e d’espressione. Un altro esempio, come ricorda il blog americalatina, viene dall’Honduras, dove il presidente Manuel Zelaya ha firmato un decreto che obbliga radio e televisioni del Paese a trasmettere per i prossimi dieci giorni due ore di veline sull’operato del suo governo. Nessuno, se ne è scandalizzato. L’abuso in questo caso, trattandosi di un governo conservatore e di destra, non viene riportato, anzi c’è chi esalta l’opera di Zelaya perchè mette freno al potere dei mezzi di comunicazione.

Ma forse proprio questo è il punto, il potere dei mezzi di comunicazione ed anche la relatività dell’informazione. Sinceramente la chiusura di RCTV non mi ha trovato favorevole o entusiasta, ma trovo sconsiderato ed inadeguato l’accanimento mediatico mondiale nei confronti di un governo legittimo, quello venezuelano, che non ha fatto altro che gestire una licenza per la concessione dell’etere, potere di cui ogni stato gode a piacimento senza essere catalogato come illiberale ed autoritario. In Venezuela non si sta procedendo a chiudere i media contrari al presidente Chávez, questo non è mai avvenuto ed è solo una grandissima bugia, il problema è stato solo il non rinnovo di una concessione in scadenza.

E’ realmente preoccupante il penoso comportamento dei media venezuelani e mondiali nei confronti di questo governo in carica, che solo a dicembre ha ricevuto l’ennesimo plebiscito favorevole alle urne, ma soprattutto è penoso il tentativo di presentare al mondo in maniera sistematica questa loro propaganda politica sotto forma di informazione giornalistica.

La libertà d’informazione in Venezuela non può essere sotto giudizio, ed un ennesima prova viene proprio dal fatto che nessun media, televisione, radio o quotidiani, può dimostrare che in questi otto anni di governo Chávez ci sia stata una notizia diffusa sotto pressione governamentale. Così come il Venezuela non si sono, sempre in questi otto anni, registrati episodi di pressioni su giornalisti o addirittura di loro scomparse o uccisioni, eventi per i quali invece si è fatta abitudine e consuetudine per paesi come Messico e Colombia, che per l’essere governati da esponenti di destra liberale, vicini agli Stati Uniti, non possono essere in nessun caso tacciati di autoritarismo a di assenza di libertà.

Che lo scopo sia quindi di destabilizzare il più possibile il governo di Chávez credo che risulti a tutti abbastanza evidente e chiaro, in particolare il caso RCTV continua ad essere cavalcato per cercare di generare una situazione di caos e violenza a Caracas, in modo da mettere sotto cattiva luce internazionale il Venezuela.

L’ultimissimo esempio che fornisco in quanto proprio ora ho finito di leggere riguarda la CNN in lingua spagnola, accusata ieri dal ministro delle telecomunicazioni venezuelano, Willian Lara, di aver manipolato immagini nel diffondere notizie sul Venezuela. Pare infatti che la CNN, in un servizio andato in onda sulle manifestazioni contro la chiusura della tv privata venezuelana RCTV, abbia associato immagini riprese invece in Messico in occasione di una manifestazione che denunciava l’ennesima morte di un giornalista. Non solo, sempre in questo servizio venivano associati sullo schermo da un lato il presidente Chávez e dall’altro un leader di Al Queda, Abby Ayyoti Al Masai. Un associazione d’immagini senza nessuna logica terrena, ma soprattutto fuori contesto e soprattutto senza spiegazione giornalistica.

Fortunatamente, con un comunicato ufficiale la CNN international e la CNN in lingua spagnola hanno però ammesso le proprie colpe nel servizio mandato in onda, ma parlando di un “errore involontario” hanno comunque negato di contribuire ad una campagna per screditare o attaccare il Venezuela. Non ci resta allora che augurarsi che questi “errori involontari” siano meno frequenti…

In conclusione vi segnalo alcuni articoli, sempre su questo caso, degni di una lettura approfondita:

- RTCV: tra bugie, menzogne e falso pluralismo, ottimo articolo di Marco Vozza dal blog “liberi pensieri in libera mente”;
- Di censure e mezzi di comunicazione, tratto dal blog americalatina di Maurizio Campisi;
- La libertà di espressione al tempo di Bruno Vespa, Simona Ventura e RCTV, di Gennaro Carotenuto;
- Protestare con la maglietta Adidas, di Attilio Folliero, tratto dal sito “la Patria Grande”;
- Adios RCTV: crónica de una muerte anunciada, di Bruno Sperlonzi tratto da “un blog politicamente incorretto”.

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mercoledì 23 maggio 2007
In particolare nell'ultima settimana è capitato di leggere sui media italiani grandissime falsità riguardo al Venezuela di Chávez. Per fortuna però, tra la mediocrità e la scarsa responsabilità nei confronti dell'informazione generale, si è distinto come voce fuori dal coro, il prof. Carotenuto, proprio in questi giorni in viaggio tra Caracas e Cochabamba, dove partecipa al "V incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell'umanità".

Vi segnalo in particolare alcuni suoi articoli pubblicati su www.gennarocarotenuto.it:

- La Repubblica e l'Unità mentono spudoratamente sul Venezuela;

- La "chiusura" di RCTV in un Venezuela tra Fellini e il Reggaeton;

- Gente di Caracas. La restituzione di voce, le bugie dei media e le svastichine di Teodoro Petkoff.


 

lunedì 21 maggio 2007
Dopo la visita di Benedetto XVI in America Latina, in cui il Papa ha affermato che la Chiesa Cattolica non ha mai imposto l’evangelizzazione delle civiltà precolombiane, sono state fortissime e da più fronti le reazioni in tutto il continente. Chávez chiede al Papa le scuse ufficiali.

Il Papa Benedetto XVI deve scusarsi con i popoli indigeni sudamericani per aver negato l’Olocausto avvenuto durante l’evangelizzazione dell’America Latina”. Queste le dichiarazioni di Hugo Chávez, presidente venezuelano, alle sconcertanti affermazioni del Papa che volevano negare l’imposizione delle religione cattolica perpetrata dai Conquistadores cinque secoli fa. “Siamo stati vittime di un massacro molto grave, forse anche più dell’Olocausto della seconda guerra mondiale, e nessuno si può permettere di negarci questa verità, (…). Neanche sua Santità può permettersi di negare questo olocausto aborigeno.”

Forti hanno tuonato le parole del cattolicissimo Chávez in difesa della dignità indigena: “Come capo di Stato, ma con l’umiltà di un contadino venezuelano, invito il Pontefice a pubbliche scuse nei confronti di tutti i popoli latinoamericani”.

Era normale che le sconvolgenti dichiarazioni di Benedetto XVI scatenassero questo tipo di reazione. Se però quelle dell’eterno provocatore Chávez sono rimbalzate nei quotidiani di tutto il mondo, ci sono state anche molte altre risposte all’interno di tutto il continente latinoamericano che invece non hanno trovato spazio.

Sempre in Venezuela, ad esempio, la ministra dei popoli indigeni, Nizia Maldonado, ha criticato fortemente l’inopportuna uscita del Papa, rimarcando come “l’invasione imperiale abbia portato al genocidio più grande della storia sudamericana”. “Mi piacerebbe che un sacerdote rispondesse al Papa, esprimendo la vergogna che si prova ascoltando che i popoli indigeni erano in attesa dell’evangelizzazione”. La Maldonado ha anche sottolineato come l’obiettivo di imporre alle culture indigene la cultura cristiana non è purtroppo ancora scomparso, ricordando come esempio “l’operato dei missionari che operano alla frontiera tra Venezuela e Brasile”.

Anche dalla Bolivia ci sono state pubbliche risposte a Benedetto XVI, Mauricio Arias, leader (Apu Mallku, in lingua aymara) del Consiglio Nazionale di Ayllus ha tenuto a sottolineare: “La religione cattolica è stata imposta con la forza e la repressione, nonostante le nostre credenze e la nostra fede”.

Mentre dalla Colombia, Luis Evelis, leader della ONIC(Organizzazione Nazionale Indigena Colombiana), ha precisato: “Come popoli indigeni, sebbene credenti, non possiamo tollerare che la Chiesa pretenda negare le sue responsabilità con la negazione delle sue responsabilità nell’annilichimento della nostra identità e della nostra cultura”.

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lunedì 14 maggio 2007
Nell’ultimo giorno del viaggio in Brasile, il Papa Benedetto XVI decide di riscrivere la storia dell’America Latina.

Forse deluso della fredda accoglienza brasiliana, Benedetto XVI decide di spararla più grossa del solito e travisare l’intera storia della Chiesa in America Latina, cancellando di fatto le riflessioni autocritiche sollevate da Papa Wojtyla in passato. Secondo Ratzinger e la sua idilliaca visione della storia, infatti, “l’annuncio del Vangelo non comportò in nessun momento l’alienazione delle culture precolombiane, né fu un imposizione di una cultura straniera”, anzi il Papa ha tenuto a precisare che “i popoli precolombiani attendevano il Verbo, che cercavano senza saperlo”. Ricordiamoci quindi di gettare tutti i libri di storia che abbiamo nelle nostre case, i Conquistadores che sconvolsero tradizioni, religioni e culture millenarie con l’aggressione e con la forza non sono realmente mai esistiti, sono solo leggende.

Mi sembra a questo punto che si stia veramente scadendo nell’assurdo, non può essere ammissibile che si arrivi a sconvolgere in questo modo la storia, anche se è un Papa a farlo. Siamo giunti al revisionismo storico, al completo stravolgimento della realtà. La negazione di anni buoi per il Cristianesimo e per l’Europa in generale non è e non può essere più tollerabile. Un Papa come Ratzinger che dice basta ai regimi autoritari nel Mondo quando è proprio la Chiesa di Roma ad essere tornata autoritaria ed addirittura negazionista fa veramente paura. Non bastavano forse le scomuniche a suo dire “giuste” per i messicani che depenalizzavano l’aborto o quelle minacciate in Brasile per l’uso di anticoncezionali, già sintomi di incredibile irresponsabilità verso “l’avvenire dei popoli”, considerando i problemi di Aids o di morti causate da aborti illegali?

Nessun cattolico dovrebbe accettare tali dichiarazioni, la storia non si deve occultare, i metodi coercitivi e violenti con i quali più di 500 anni fa si è imposto una religione cancellando intere culture non possono essere rivisti, è un’offesa alle intelligenze di tutti e soprattutto un offesa verso tutte le popolazioni indigene dell’America Latina, sebbene ora cattoliche. I popoli indigeni di sicuro non aspettavano l’evangelizzazione, è assurdo anche solo pensarlo; si è trattato invece del più grande genocidio della storia delle Americhe. Solo nel 1992 Papa Wojtyla aveva ammesso giustamente le colpe della Chiesa, chiedendo apertamente scusa ai popoli indigeni latinoamericani per il vergognoso passato; a distanza di soli 15 anni è arrivato Ratzinger a riscrivere interamente la storia.

Se ci indigna la negazione dell’Olocausto ci deve indignare allo stesso modo il negazionismo papale, altrimenti ci si deve aspettare, a questo punto, anche una nuova versione storica delle Crociate…

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domenica 13 maggio 2007
La “tortilla”, da sempre simbolo della cultura messicana passerà ad essere presto esclusivamente uno strumento per produrre benzina per automobili e motori, ma è giusto utilizzare alimenti di prima necessita per produrre combustibile?

Non c’è dubbio, l’attuale politica statunitense mirata ad incrementare la produzione di etanolo minaccia chiaramente la sopravvivenza di milioni di famiglie messicane, in particolare di quelle più povere. Il nuovo programma nordamericano, che ha l’obiettivo di duplicare la produzione di biocombustibile prodotto da mais, avrà pesanti conseguenze su milioni di persone. Sarà solo questione di pochi mesi, infatti, e l’intera popolazione messicana si troverà costretta ad affrontare aumenti del prezzo della farina di mais senza precedenti, dal 50 al 200% a seconda della zona di residenza, e tutto nella quasi completa indifferenza mondiale.

Molti non sanno, però, che sin da tempi antichissimi il mais è il componente fondamentale della dieta centroamericana. Con questo cereale si preparano i piatti tipici della cucina messicana e soprattutto si prepara la famosa “tortilla”, tradizionale pane prodotto dal mais, da sempre presente su tutte le tavole del Messico, che, anche per il suo costo accessibile, sfama in particolare milioni di famiglie sotto la soglia di povertà. Il “Popol Vuh”, antico libro che raccoglie le leggende e le tradizioni Maya, racconta che Dio creò addirittura l’intera razza umana usando del mais bianco e mais giallo, ed è praticamente da tempi ancestrali che la cultura di questo cereale ha marcato la storia del Messico e del Centro-America.

Dal 1994 invece, ossia quando viene sottoscritto il Trattato di Libero Commercio (TLC) tra Stati Uniti e Messico, è iniziata una nuova storia. Le tariffe doganali tra questi due paesi, infatti, sono state abbattute ed il mais nordamericano che godeva, e gode tuttora, di forti sussidi da parte del governo Usa monopolizza, grazie ai suoi costi più bassi, l’economia messicana. Milioni di piccoli produttori messicani vengono tagliati fuori dal mercato con la promessa che “il più economico mais statunitense porterà maggiori benefici ai consumatori, rendendo più conveniente anche il prezzo de “las tortillas”. I pesanti sussidi all’agricoltura di cui gli agricoltori statunitensi godono hanno in pratica causato una forte pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando così molti agricoltori a lasciare la loro attività causandone, in questo modo, un vero e proprio “genocidio” economico. A più di dodici anni di distanza il Messico, da grande produttore di mais, si ritrova oggi costretto ad importare quasi obbligatoriamente mais transgenico dagli Stati Uniti per soddisfare l’enorme richiesta interna del cereale.

Purtroppo però le promesse di riduzione dei prezzi pubblicizzate in passato non sono state di fatto mai rispettate. In questi ultimi mesi le cose sono addirittura peggiorate, il prezzo del cereale è passato da sette pesos al chilo (0,50 euro) ai 18 attuali e non sembra fermarsi, anzi continua la sua impennata a causa dell’incremento esponenziale della domanda di mais per la produzione di etanolo. Il dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti d’America ha annunciato che le esportazioni nordamericane del cereale andranno riducendosi sempre di più in concomitanza dell’aumento del 20% dell’utilizzo del mais per produrre carburante.

Di questo passo in pratica i produttori di combustibile “ecologico” taglieranno fuori dal mercato i consumatori di mais che non potranno più permettersi l’incremento del prezzo. Si tratta di milioni di persone, a cominciare proprio dalle classi più povere di Messico, Centroamerica e Carabi. Una volta distrutta la capacità produttiva di milioni di agricoltori messicani, il prezzo del mais continuerà a salire, rendendo così il Messico e la sua popolazione ancora più dipendente dalle importazioni dall’estero.

La cosa forse più grave è forse però che nessuno pensi realmente alle conseguenze a cui porterà l’aumento del prezzo dei cereali in tutti i paesi in via di sviluppo che proprio dall’importazione dei cereali dipendono fortemente, la domanda è: dopo il Messico a chi toccherà?

Questa svolta ecologica nordamericana rischia di costare caro a buona parte del cosiddetto Sud del Mondo, la Farm Bill (legge agricola) del 2006 prevede addirittura come obiettivo un aumento esponenziale della produzione di etanolo dal mais.

I dubbi sull’intera vicenda sono innumerevoli. Per prima cosa non convince questa nuova politica statunitense che parla di riforma ecologica quando sappiamo tutti che proprio gli Usa non hanno mai sottoscritto né gli accordi per la tutela ambientale di Kyoto né quelli per la riduzione delle emissioni. Per seconda cosa ormai è risaputo, ed è stato confermato proprio da “The Economist” solo qualche settimana fa, che "l'etanolo derivato dal mais, cioè quello che si produce negli Stati Uniti, non è vantaggioso né sotto il profilo economico né sotto quello ecologico. La produzione richiede infatti altrettanta energia di quanta ne produce, i sussidi costano ai contribuenti tra i 5,5 e i 7,3 miliardi di dollaro all'anno, e aumenteranno esponenzialmente il prezzo del mais, quello dei terreni e quello della carne. La produzione alimentare, in altre parole, viene usata per sfamare le voraci automobili statunitensi".

In pratica sembra che occorra addirittura molta più energia per produrre l’etanolo americano di quanto esso ne produca. Conviene realmente, quindi, esclusivamente per ridurre la dipendenza Usa dal Medio Oriente e dai paesi produttori di petrolio che milioni e milioni di persone siano costrette alla fame? Alimentare un auto conta più che alimentare un uomo? Molti leader e presidenti latinoamericani, con in prima linea il presidente venezuelano Chàvez e quello cubano Fidel Castro, si sono espressi negativamente a riguardo criticando fortemente questa nuova politica nordamericana, ma quello che manca realmente è forse una reale presa di coscienza su questi fatti della popolazione mondiale.

Per permettere il funzionamento delle auto nel primo mondo non si può infatti condannare alla morte per fame più di tre miliardi di persone nel “Sud del Mondo”.

Intanto però a quanto pare la “tortilla” di mais, nell’indifferenza mondiale, da storico simbolo della cultura ancestrale del continente latinoamericano sembra che si trasformerà rapidamente e tristemente in un semplice strumento per la produzione di combustibile.

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sabato 12 maggio 2007
OT: Non sono normalmente solito divagare dai temi che, da sempre, vengono trattati in questo blog, però l’eccezione in questo caso è doverosa…


Vero Sudamerica Miglior Z-Blog giornalistico 2007

Non posso infatti non ringraziare tutti i lettori di Vero Sudamerica che mi hanno sostenuto e addirittura portato a vincere questo inaspettato premio. La Z-Blog awards è stata una competizione per segnalare, stabilire e premiare, per ogni categoria in gara, i blog, considerati “outsider” e magari meno popolari, meritevoli comunque per la qualità dei loro contenuti.

Ho scoperto solo qualche giorno fa che Vero Sudamerica era in gara come “migliore blog giornalistico 2007” e ieri ne è uscito vincitore.

Non posso quindi non essere soddisfatto e ringraziarvi tutti. Mi sembra infatti importantissimo, al di là del premio ricevuto, che questo blog, con i suoi contenuti “di nicchia” e che tratta problematiche e realtà di un continente purtroppo lontano anni luce dall’interesse europeo possa aver raccolto tutti questi voti vincendo addirittura la categoria di miglior blog giornalistico.

Spero che il mio pretenzioso, ma credo svolto in modo umile, intento di cercare di informare e portare a conoscenza la realtà sul Sudamerica e sull’America Latina possa essere sempre apprezzato e raggiungere sempre più persone.

Grazie, grazie, grazie….

Antonio Pagliula - Vero Sudamerica, miglior blog giornalistico 2007

P.S. L’ultimo pensiero va alle mie amiche e ai amici blogger (“la scuderia”) che hanno partecipato alla “competizione” ottenendo anche importanti piazzamenti e che sono sicuro mi abbiano sostenuto:
Lameduck ( miglior blog al femminile; miglior blog giornalistico);
Gidibao ( miglior blog tecnico);
Tisbe, il vaso di Pandora (nelle nomination come miglior blog personale);
Cloro al Clero (nelle nomination come miglior blog femminile).

Ma anche a tutti gli amici che scrivono di America Latina con la mia stessa passione e voglia di far conoscere realtà trascurate e molto spesso volontariamente omesse: il prof. Gennaro Carotenuto, Maurizio Campisi di America Latina Blog, Doppiafila di Bogotalia, Annalisa Meandri, Elio Bonomi di Notizie dall’Impero, Attilio Folliero della Patria Grande, Bruno di un blog politicamente incorretto, Riccardo Brondoni di Vivere per Cuba, gli amici dell’associazione Italia-Nicaragua e di Diario Caracas.
Ma anche tutti gli amici di blogsfera: Fabio di Fabio News, Francesco Zurlo di Camminare Domandando, Gabriele Paradisi, Bhikkhu di Gonzo Report, Pressante, Terrorpilots, Marco Vozza di liberi pensieri in libera mente, Muriel di GiraMI, Sangiradio, la Marchesa e Rafeli.
Senza mai dimenticare i numerosi amici e lettori che non hanno un blog o una loro sito e tutte le eventuali mie dimenticanze che in una lista del genere sicuramente saranno scappate….
Chiederò anticipatamente il condono…


 

mercoledì 9 maggio 2007
Il dittatore golpista, protagonista indiscusso delle pagine più nere della storia del Guatemala sarà candidato a deputato per il “Frente Republicano Guatemalteco” (FRG). L’ennesimo scandaloso tentativo per cercare di rimanere nell’immunità.

Il Tribunal Supremo Electoral (TSE) del Guatemala ha comunicato ufficialmente che le elezioni generali per il paese centroamericano avranno luogo il 9 settembre 2007. Verranno eletti dal popolo presidente, vicepresidente, 158 deputati, 20 parlamentari del Parlacen e 332 sindaci. Se, sicuramente, la sorpresa in positivo per le future elezioni è stata la candidatura alla presidenza del premio Nobel per la Pace, la indigena Rigoberta Menchú, la sorpresa, purtroppo decisamente in negativo, è invece la candidatura come deputato dell’ormai 80enne Rios Montt, golpista ed ex presidente-dittatore in Guatemala tra il 1982/83.

Il sanguinario militare guiderà infatti la lista nazionale del partito di destra, FRG, al Parlamento del Guatemala ed è già iscritto come candidato presso il tribunale supremo elettorale, il che gli permetterà di godere dell’immunità almeno sino alla data delle elezioni di settembre, con la possibilità così di eludere il giudizio della legge anche per i prossimi quattro anni in caso di conquista del seggio.

Forse però molti non conoscono bene il personaggio Rios Montt per cui è sempre bene ricordarne un po’ di storia.

Meglio conosciuto come “el general”, Montt, è una delle peggiori figure che la storia del centro-sud America ha saputo offrire nel corso degli anni. Fu il capo, dopo il golpe, del regime militare che dal 1982 al 1983 ha governato il paese, periodo nel quale furono commesse sicuramente le peggiori atrocità della guerra civile abbattutasi per 36 anni sul Guatemala e conclusasi soltanto nel 1996.

Secondo un rapporto Onu infatti solo nel 1982 furono assassinate 100mila persone; sempre fonte Onu pare che il 93% delle violenze fu responsabilità dello Stato di cui Montt era “presidente”. La furia del governo Montt si scagliò in particolare contro la popolazione maya, circa l’83% delle persone uccise era infatti di origine indigena, una vero e proprio genocidio etnico. Rios Montt per altro è rimasto alla storia per la sua famosa politica della "terra bruciata", che consisteva nella distruzione fisica dei villaggi e delle comunità indigene dove vi fosse anche il più piccolo e mansueto barlume di opposizione alla giunta militare. Si calcola - stando al rapporto di una commissione delle Nazioni Unite - che negli anni della sua dittatura morissero almeno 3000 persone al giorno.

Bene, questa persona, cresciuta prima dalla “Escuela de las Américas” e poi coperta e assecondata nelle sue malefatte dalla CIA e dagli Stati Uniti di Ronald Reagan, è stato finalmente accusato per genocidio, tortura e terrorismo di Stato. Purtroppo però il processo a suo carico non è stato intrapreso in Guatemala, dove regna ancora sovrana l’impunità sui bui anni di guerra civile, ma in Spagna, dove proprio il giudice spagnolo, Santiago Pedraz, ne ha richiesto l’estradizione.

Ma qual è il metodo migliore per evitare ed eludere processi e condanne? Sicuramente ritentare con la carriera politica, questa volta non presentandosi più come presidente, tentativo per altro già vano per 3 volte (1990, 1995, 2003), ma provando a recuperare una poltrona in Parlamento, carica che comunque assicurerebbe impunità per i prossimi 4 anni. Niente male se si considera la già veneranda età del soggetto in considerazione quasi 81enne e la sua volontà di emulare Pinochet, rimanendo impunito sino alla morte.

L’ufficializzazione della candidatura di Rios Montt ha alzato comunque molta polvere e non solo in Guatemala. Alcuni congressisti statunitensi sono infatti intervenuti chiedendone l’arresto e il ritiro dell’impunità anche in caso di candidatura ed elezione. Proposte purtroppo cadute nel vuoto, anzi lo stesso Montt ha dichiarato: “Non esistono elementi né tecnici, né giuridici per la mia detenzione. La richiesta dei congressisti Usa è un abuso, oltre che una mancanza di conoscenza del Diritto Internazionale”. Bel coraggio per il signor Montt che ha forse dimenticato di essere reclamato dalla giustizia spagnola che lo accusa di genocidio?

Importante infine ai fini della cronaca anche l’ottima presa di posizione sulla vicenda della candidata alla presidenza Rigoberta Menchú, proprio lei che nel 1999 denunciò a la “Audencia Nacional de España” i crimini di Montt. Il premio Nobel per la Pace ha dichiarato infatti che “per questioni di etica” si asterrà giustamente dal giudicare Rios Montt in campagna elettorale considerando soprattutto la sua posizione interessata per le elezioni. “Il processo a Montt lo lascio ai tribunali guatemaltechi e alla Audencia Nacional de España, non spetta a me fare considerazioni a riguardo” – sono state le parole della candidata per il centro-sinistra alle prossime elezioni del 9 settembre.

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lunedì 7 maggio 2007
Ad un anno dalla repressione della polizia a San Salvador de Atenco si continua a reclamare invano giustizia. Amnesty International è preoccupata per la mancanza investigativa del governo Calderón; il Sub Marcos riappare in pubblico tra i manifestanti.

Tutto iniziò il 3 maggio 2006 quando le forze di polizia di Atenco arrestarono tre venditori di fiori ambulanti, scagliandosi successivamente contro una manifestazione pacifica organizzata dal FPDT (Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra) che ne chiedeva la liberazione. Da quel giorno, ad Atenco, ci fu un dispiegamento di più 2mila poliziotti che, abusando della loro autorità, attaccarono manifestanti e civili, arrestarono illegalmente più di cento persone e, secondo le denuncie di alcune organizzazioni internazionali per i diritti umani, addirittura arrivarono a abusare sessualmente di decine e decine di donne.

I segni e le ferite lasciate dalla violenza della polizia ancora sono vive nella mente dei cittadini di San Salvador Atenco e soprattutto nelle centinaia di persone che ancora sono detenute nelle carceri senza poter avere accesso alla giustizia. I colpevoli ed i responsabili degli atti violenti sguazzano invece ancora nella piena impunità.

Lo rende pubblico anche Amnesty International (AI), che, attraverso una dichiarazione pubblica divulgata nelle pagine del suo sito ufficiale, espressa la sua massima preoccupazione per i mancati passi in avanti nell’investigazione che avrebbe dovuto portare davanti la giustizia i responsabili della morte di 2 persone e degli stupri di decine di donne ad Atenco un anno fa. AI prende atto che purtroppo invece l’impunità persiste palesemente nonostante l’evidenza e le prove che hanno mostrato come più di cento persone siano state arrestate illegalmente e come ci sia stato nell’operato della polizia un più che eccessivo uso della forza e della tortura, nella totale violazione dei diritti umani.

La presidentessa di AI per il Messico, Liliana Velásquez, ha manifestato la sua massima delusione: “ad un anno dagli aberranti vicende di Atenco non si intraveda ancora nulla di positivo; non è stata fatta assolutamente nessun tipo di giustizia, i responsabili sono liberi ed ancora quasi nessuno è stato chiamato a giustificare il loro operato, al contrario le persone ingiustamente detenute sono ancora in carcere senza aver ricevuto neanche un processo”.

Sembra infatti che ad un anno di distanza solo 21 funzionari di polizia rispetto ai più di 2mila che parteciparono alla repressione hanno a carico un processo penale per abuso di autorità, ed il governo di Felipe Calderón, che invece aveva promesso di intervenire facendo giustizia, in pratica non abbia ancora fatto nulla di concreto per velocizzare procedimenti e scarcerazioni.

E proprio per denunciare questa impunità diffusa, più di 3mila persone sono scese in piazza, giovedì scorso, per le strade di Città del Messico, chiedendo la liberazione immediata di tutti i cittadini detenuti illegalmente che purtroppo ancora marciscono nelle carceri in attesa di giustizia. Alla manifestazione ha partecipato anche il Subcomandante Marcos, che a distanza di mesi ritorna a farsi vedere sulla scena pubblica unendosi, con tutte le EZLN, alla richiesta di giustizia della popolazione e gridando indignazione e rabbia per le violazioni sessuali, gli assassini e le torture perpetrate un anno fa ad Atenco.



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sabato 5 maggio 2007
Lunedì è arrivata l'ufficializzazione, il presidente venezuelano Hugo Chávez ha annunciato che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale lasceranno definitivamente il Venezuela.

A distanza di pochi giorni arrivano due duri colpi per la Banca Mondiale. Solo pochi giorni fa, infatti, il presidente equadoriano Rafael Correa, dopo aver saldato il debito con il FMI, aveva ordinato l'espulsione dal paese del responsabile della Banca Mondiale, ritenuto colpevole de non aver sborsato i 100 milioni di dollari promessi alla nazione; lunedì poi è arrivata anche la decisione del presidente venezuelano Chávez di disfarsi definitivamente della presenza sia della BM che del Fondo Monetario.

Diventa quindi sempre più numeroso il contingente latinoamericano contrario al ruolo avuto sino ad oggi, ed in particolare in America Latina, di queste importanti istituzioni economiche mondiali, definiti dallo stesso Chávez solo "agenti dell'imperialismo".

Sia Banca Mondiale che Fondo Monetario Internazionale hanno sede a Washington e da sempre la loro presidenza è assegnata agli Usa (BM) e all'Europa (FMI). Dalla loro creazione in pratica sono stati gli strumenti ufficiali per imporre il neoliberismo in America Latina, suggerendo programmi e ricette che hanno spesso aumentato la povertà, invece che lenirla, e incrementato la disuguaglianza e l'esclusione sociale.

Importante per capire il funzionamento di entrambi le organizzazioni è sapere il sistema dei pesi in base al quale vengono prese le decisioni più importanti. Infatti sia nella BM che nel FMI è il governo degli Stati Uniti ad avere il peso maggiore essendone il prestatore più importante. Da Wikipedia: "Il FMI dispone di un capitale messo a disposizione dai suoi membri e il voto all'interno dei suoi organi è ponderato a seconda della quota detenuta. Questo fa sì che, considerato che per prendere le decisioni più importanti sono necessarie maggioranze molto alte (2/3 o i 3/4 dei voti) gli Stati Uniti e il gruppo dei principali paesi dell'Unione Europea si trovano ad avere un potere di veto di fatto, presi singolarmente (nel caso della maggioranza dei 3/4) o insieme (maggioranza dei 2/3)".

In America Latina però fortunatamente qualcosa sta cambiando. La linea della dissociazione sta diventando quella prevalente, infatti oltre a Ecuador e Venezuela in precedenza già l'Argentina di Kirchner, l'Uruguay ed il Brasile di Lula, si erano sganciati dal FMI ripagandone anticipatamente i debiti contratti in passato.

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Incomprensibile richiesta di un gruppo di intellettuali di lingua spagnola in favore della corrida. Anche Vargas Llosa firma la petizione in cui si chiede all’Unesco di salvare questo “nobile rito”.

Non finisce di stupire lo scrittore peruviano-spagnolo Vargas Llosa. Memorabile ad esempio fu una sua affermazione, subito dopo l’elezione di Evo Morales in Bolivia, secondo cui “i governi latinoamericani che non hanno alla testa un bianco sarebbero razzisti”. Oggi invece lo ritroviamo sulle prime pagine dei quotidiani chiedendo di salvare la “corrida de toros”, sfidando così le proteste degli animalisti e non solo. “E’ un rito nobile. Un patrimonio culturale immateriale” – si spiega nella petizione mirata a cercare la copertura dell’Unesco, in modo da mettere al riparo la sopravvivenza di questa tradizione, macabra e violenta, destinata altrimenti a scomparire.

Vargas Llosa purtroppo non è solo, con lui ci sono molti altri giornalisti spagnoli, altri scrittori, come il messicano Carlos Fuentes che addirittura riesce a definire la corrida come: “una lotta tra uomo e animale, un confronto basato sul rispetto e il fair play”.

Per fortuna però il movimento anti-taurino è sempre più forte ed è riscontrabile nel progressivo calo delle presenze alle corride.

Da sottolineare ad esempio è infatti anche il movimento intellettuale anti-corrida, che conta sull’appoggio di grandi figure come il Nobel Saramago, Antonio Muñoz Molina (scrittore Andaluso, residente a Granada) e Luis Sepulveda. Proprio l’opinione dello scrittore cileno è riportata oggi da “La Repubblica”, dove definisce la corrida “un orrore ingiustificabile in una società sviluppata e civilizzata”.

“E’ più grave la tortura che subisce (il toro) nell’arena rispetto a quella del mattatoio. Cominciano a sfiancarlo i picadores con un coltello di 20 cm di lunghezza, poi lo infilzano con le banderillas, sei pugnali che sono strumenti di tortura, e quando è impazzito dal dolore il matador lo finisce. L’animale non potrebbe subire sofferenza peggiore”.

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