sabato 30 giugno 2007
Cosa preoccupa più i governi messicani e colombiani?La forza sempre maggiore dei narcotrafficanti o l’ingerenza continua della Casa Bianca?

La Colombia, terzo paese per aiuti militari ricevuti dagli Stati Uniti, sembra essere destinata a vivere di eterne promesse d’aiuto da parte degli Usa che finanziano i tentativi effettuati di lotta al narcotraffico (vedi Plan Colombia).

Il nuovo governo messicano, invece, ultimamente si è ritrovato coinvolto ed inabissato in una lotta, che sa più di guerra vera e propria, contro i “capi della droga”. Situazione difficile da immaginare solo pochi mesi fa. Questa lotta ha intrappolato gran parte del paese in uno scenario insolito, di assassinii, sequestri e, soprattutto, di diffusa paura. Gli Usa però pensano già di risolvere tutto in stile Colombia, insomma ad una sorta di Plan Messico.

Collegamento

Tradizionalmente la Colombia è uno dei principali produttori della droga che arriva negli Stati Uniti, il Messico è invece il trampolino perfetto che permette a questa droga di arrivare alla sua destinazione finale.

Fatalità

Mentre in Colombia ed in Messico la guerra ai cartelli ha fatto migliaia di morti portando ad un clima sociale insicuro e pericoloso, gli Usa continuano a promettere aiuti a quei governi che dimostrano interesse a combattere il traffico e la fabbricazione della droga. Il governo di Washington continua a giudicare i paesi ed i governi latinoamericani in base alla volontà di sconfiggere il narcotraffico. Però proprio il paese più potente al mondo è allo stesso tempo il maggior consumatore di droga mondiale.

Se domattina negli Stati Uniti il consumo di droga diminuisse considerabilmente, i boss della droga latinoamericana vedrebbero diminuire improvvisamente i loro interessi. E’ quasi scontato ricordare che, così come questi paesi latinoamericani sono utili agli interessi statunitensi di lotta al narcotraffico, allo stesso tempo anche i cartelli dei narcos sono utli a questi stessi paesi, in quanto garantiscono i finanziamenti Usa. La logica di fondo è questa, e deve essere ben chiara: la droga, nelle Americhe, si fabbrica al sud per arrivare al nord.

Ipocrisia

In Messico ed in Colombia centinaia di uomini muoiono lottando per far si che la droga non arrivi negli Stati Uniti. Nonostante questo gli Stati Uniti sono consapevoli che i paesi del Sudamerica si imbattono in battaglie inutili e senza fine, sapendo benissimo che però il problema ha radici profondissime proprio in casa loro. Più facile guardare dall’altra parte e preferire di far finta di non accorgersene.

Chi avviserà quindi i presidenti di Colombia e Messico, Uribe e Calderón, che il problema della droga non ricade esclusivamente su di loro?

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di Antonio Pagliula ~ 7:24 PM

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VIDEO: "Las venas vacias de America Latina"

"Le vene vuote dell'America Latina" mette in evidenza la relazione tra aggressione al medio ambiente, sfruttamento delle risorse naturali e modello economico e sociale.

Clicca su continua per vedere il documentario in streaming








Questo documentario descrive le verità sulle miniere a cielo aperto per la cianurizzazione, sulla coltivazione della soia, sulla degradazione delle terre coltivabili, sulle "papeleras" e "pasteras" di Misiones e Jujuy, sulla depredazione del mare argentino, ma parla anche della resistenza popolare al "saqueo" (saccheggio) e alla contaminazione. Tra gli intervistati Adolfo Pérez Esquivel, Edoardo Galeano, Jorge Rulli, Pablo Bergel e Ana Ester Ceceña.


 

di Antonio Pagliula ~ 3:19 PM

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La Corte Suprema di Giustizia Messicana ha respinto con otti voti contro tre la sentenza sul caso Lydia Cacho, che imputava al governatore dello Stato di Puebla, Mario Marín, la responsabilità per la violazione delle garanzie della giornalista.

Ennesima conferma dell'impunità di cui godono ancora i "poderosos" (potenti) in Messico. Il governatore di Puebla, Mario Marín, conosciuto in Messico come "el gober precioso" era accusato di essere il presunto responsabile di un complotto contro Lydia Cacho, che aveva lo scopo specifico di castigare e punire la giornalista per aver denunciato con il suo lavoro l'esistenza di una rete pedo-pornografica infantile in cui erano coinvolti alcuni grossi impresari e politici messicani.

La storia nel dettaglio l'avevo raccontata qualche giorno fa in questo articolo:
"Mobilitazione contro il governatore di Puebla, accusato di proteggere una rete di pedofilia".

La Corte Suprema di Giustizia messicana che era impegnata a pronunciarsi sul governatore ha respinto la sentenza sul caso Lydia Cacho, perdendo l'opportunità di fare per una volta giustizia. Purtroppo questa è solo l'ennesima dimostrazione che i messicani e le messicane comuni non possono realmente avere la possibilità di ricevere realmente protezione dallo Stato, l’interesse rimane infatti quello di proteggere i potenti e i "poderosos", alimentando così la sfiducia generale nelle istituzioni e nella giustizia del popolo messicano.

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di Antonio Pagliula ~ 2:09 PM

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venerdì 29 giugno 2007
A solo pochi giorni dalla pubblicazione di diversi documenti della CIA, che confermavano i numerosi tentativi compiuti negli anni '60/'70 dall'amministrazione degli Stati Uniti per uccidere il leader cubano, Bush torna a parlare di Cuba augurando chiaramente la morte di Fidel: "UN GIORNO IL SIGNORE SI PORTERA' VIA CASTRO".

Il presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush, rispondendo alle domande del pubblico dopo un discorso al Naval War College a Newport (Rhode Island), è tornato a parlare di America Latina e di libertà. Con una uscita propria delle sue, non ha fatto mistero dei suoi sentimenti nei confronti del leader cubano, augurandosi chiaramente la morte di Fidel: "UN GIORNO IL SIGNORE SI PORTERA' VIA CASTRO".

Solo qualche giorno fa emergevano le trame per eliminare il comandante cubano, ricostruite in circa 700 pagine di documenti top-secret declassificati, che raccontano la storia dell’intelligence americana (CIA). Quindi dopo i super-ricercati mafiosi e le pillole al veleno degli anni '70 per uccidere Fidel Castro, il presidente Bush, fa emergere il suo personale pensiero augurando chiaramente la morte al leader maximo, unico modo per "portare libertà" sull'isola.

Mi piacerebbe ricordare però al presidente Bush che in pratica di fatto Fidel non guida già l'isola da un anno, a causa proprio dei suoi mali fisici, ma nonostante questo, non si è notato un cambiamento radicale o gli stravolgimenti auspicati. Forse la rivoluzione cubana prescinde già da Fidel...Bush non ci avrà mai pensato...

Comunque non si è fatta attendere la risposta del comandante cubano che ha ironizzato: "Adesso capisco come ho fatto a sopravvivere ai piani di Bush e dei presidenti Usa che ordinarono di assassinarmi, il Buon Dio mi ha protetto".

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di Antonio Pagliula ~ 8:24 AM

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mercoledì 27 giugno 2007
E' partita la Coppa America 2007 in Venezuela. Ieri la cerimonia inaugurale e calcio d'inizio d'eccezzione con il presidente Hugo Chávez affiancato da Diego Armando Maradona e Evo Morales, presidente boliviano.

In uno stadio di San Cristóbal, tutto completamente esaurito in ogni ordine di posto (42'000 spettatori), è avvenuta prima della partita Venezuela-Bolivia, l'inaugurazione ufficiale della Coppa America 2007. Ospite d'eccezione Diego Armando Maradona, che con il presidente venezuelano Chávez e quello boliviano Morales, ha dato il calcio d'inizio al torneo.

Con le parole di Chávez si dava il via alla manifestazione: "Bienvenidos a la tierra de Simón Bolívar, bienvenidos a esta patria que es de todos. Venezuela abre su corazón a todos los visitantes. Gracias... después de 90 años llegó la Copa América a Venezuela".

"Benvenuti nella terra di Simón Bolívar, benvenuti in questa patria che è di tutti. Il Venezuela apre il suo cuore a tutti gli ospiti. Grazie... dopo 90 anni la Coppa America è arrivata finalmente in Venezuela".

Il presidente venezuelano poi ha dato vita ad un inedito siparietto al centro del campo con l'astro del calcio mondiale e argentino Maradona, molto amico di Chávez, e con il presidente boliviano Evo Morales. Morales infatti, notoriamente calciatore per passione, ha alzato la palla da terra e ha calciato la palla in aria. Chávez invece,più giocatore di baseball, si è limitato a passare la palla a Maradona che di sinistro ha dato il via ufficale alla Coppa America, dopo una lunga cerimonia inaugurale ed uno spettacolo musicale in cui avevano preso parte 800 ballerini. A quel punto lo stadio ha sommerso di applausi i tre protagonisti e la voglia di calcio giocato ha preso il soppravvento. La partita tra Venezuela e Bolivia si è poi conclusa sul 2 a 2, con la squadra di casa che si è fatta rimontare per ben due volte.

Ha preso quindi finalmente inizio la manifestazione che per la prima volta in 91 anni di esistenza, vedrà la coppa America di scena in Venezuela.

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di Antonio Pagliula ~ 10:45 AM

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Volevo segnalare a tutti i lettori una intervista in esclusiva che il prof. Gennaro Carotenuto ha fatto ad Evo Morales, presidente della Bolivia, in occasione del “V Incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità” tenutosi a Cochabamba.

Credo sia un documento imperdibile e di ottima qualità, come da sempre Carotenuto ci ha abituati. L'intervista, che fa invidia ai maggiori mezzi d'informazione tradizionali italiani e non solo, è consultabile sul blog di Gennaro Carotenuto a questo link:


 

di Antonio Pagliula ~ 10:39 AM

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sabato 23 giugno 2007
Numerosi intellettuali messicani si sono mobilitati chiedendo di intervenire contro il governatore dello stato di Puebla (Messico), accusato dalla giornalista Lydia Cacho di essere complice di una rete pedopornografica.

Più di 2'000 artisti, intellettuali e attivisti messicani hanno intrapreso e promosso una campagna per chiedere giudizio politico contro il governatore dello Stato di Puebla, Mario Marín, accusato sia di gravi violazioni nei confronti della sicurezza della scrittrice e giornalista Lydia Cacho, sia di essere complice di una rete pedopornografica, che annovera anche impresari e importanti politici, e che proprio la Cacho, in qualità di giornalista, aveva denunciato.

Molti giornali messicani hanno pubblicato il manifesto di questa campagna firmato da un largo numero di personaggi conosciuti al grande pubblico. Si attende ora che la Corte Suprema Messicana inizi ad indagare sul caso e decida sul futuro del governatore Marín. Le accuse che pendono su di lui sono di aver tentato di vendicarsi nei confronti dell’affermata giornalista che aveva fatto emergere una sconvolgente notizia circa un’organizzazione di pedofili che abusava di bambini, in larga parte composta da personaggi dal grosso peso economico/politico, e che il governatore aveva cercato di coprire.

La campagna appena intrapresa si intitola “Había una vez un pederasta que estaba protegido por sus muy poderosos amigos…” (C’era una volta un pedofilo che veniva protetto dai suoi potenti amici…) e porta la firma, tra gli altri, di intellettuali scrittori come Noam Chomsky, Carlos Monsiváis, Elena Poniatowska, Ángeles Mastretta e Jordi Soler; di cineasti come Alejandro González Iñarritu, Guillermo del Toro, Luis Mandoki, Carlos Reygadas, Milos Forman, Alfonso Cuarón e Gus Van Sant; di attori come Salma Hayek, Gael García Bernal, Diego Luna, Pedro Armendáriz, Sean Penn, Debra Winger, Julianne Moore, Naomi Watts, Demi Moore, Susan Sarandon e Bridget Fonda.

Il documento reclama non solo giustizia per la giornalista ma ha anche l’obiettivo di proteggere i bambini e le bambine vittime degli abusi. I firmatari dichiarano che “la cosa fondamentale è sapere, una volta per tutte, se i messicani e le messicane comuni possono realmente avere la possibilità di ricevere realmente protezione dallo Stato, o se l’interesse rimane proteggere i potenti anche quando si macchino di reati gravissimi come la pornografia infantile e la violazione di minori”.

Lydia Cacho, premio nazionale di giornalismo in Messico nel 2002 e direttrice di un centro che da voce e protegge le donne vittime di violenze ed abusi, pubblicò il libro Los demonios del Edén (Grijalbo 2005), dove documentava le violenze sessuali sui minori e il traffico di denaro che ne seguiva e che arricchiva illecitamente gli hotel e gli impresari corrotti di Cancún, uno dei poli turistici principali messicani. A capo di questa rete che fu smascherata c’era Succar Kuri, potente impresario alberghiero di origine libanese che poi fu detenuto prima in Usa e poi in Messico. Un amico di Kuri, Kamel Nacif, importante impresario tessile di Puebla, però aveva importanti conoscenze come appunto Marín, del partito PRI e governatore dello Stato.

Così, grazie alla connivenza di alcuni giudici, il governatore poblano riuscì a toccare i tasti giusti e riuscire ad ottenere la detenzione di Lydia Cacho nel dicembre 2005, che da Cancún fu trasferita a Puebla. La giornalista risultò in pratica desaparecida per circa 20 ore. Nel suo destino c’era il carcere ed una denuncia per diffamazione da parte di Kamel Nacif. Il piano per farla arrestare emerse da una serie di intercettazioni telefoniche. I dialoghi, pubblicati dal giornale La Jornada, dimostravano la chiara complicità ed il ruolo fondamentale giocato da Mario Marín, dietro le accuse giudiziali contro la giornalista.

La "colpa" di Lydia Cacho era quella di aver denunciato nel suo libro il pederasta Succar Kuri grazie alla testimonianza di due bambine vittime degli abusi, che in seguito avevano trovato rifugio proprio nel centro diretto dalla giornalista. La Cacho ha comunque continuato la sua lotta contro i colpevoli degli abusi anche in tribunale. “La risposta che ricevette fu implacabile”, si legge nel comunicato firmato dai 2'000 intellettuali. “Il sistema giuridico mise in marcia un’operazione per punire il suo coraggio: scomparsa di prove, incluso il computer della Commissione Nazionale dei Diritti Umani, pressioni sui testimoni chiave, addirittura un attentato al furgone nella quale viaggiava la giornalista".

Lydia Cacho insomma è una metafora di quella che è realmente la giustizia in Messico, la sua persecuzione dà ragione a quegli otto messicani su dieci che considerano inutile denunciare un reato, proprio a causa della totale sfiducia nei confronti delle istituzioni che invece dovrebbero tutelarli. Ora la parola va alla Corte Suprema Messicana che dovrà esprimersi sulla vicenda e giudicare il governatore dello Stato di Puebla, Mario Marín. E’ però certo che se le autorità di Puebla non verranno private dei loro incarichi e se non venisse riconosciuta la rete pedopornografica e la tratta di minori in Messico, sarà realmente molto difficile che in un futuro qualche altro cittadino denunci ad un tribunale gli uomini che utilizzando il potere pubblico corrompono la società e danno forza ulteriore alla criminalità in Messico.

Per leggere il manifesto cliccare qui

Il sito di Lydia Cacho

Qui per vedere i firmatari ed appoggiare il manifesto

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di Antonio Pagliula ~ 3:23 PM

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La Banca Centrale Messicana tiene i tassi d’interesse fermi. La politica monetaria rimarrà comunque restrittiva, si teme infatti per un’inflazione crescente soprattutto quella dei prezzi degli alimenti. Intanto il “peso” si deprezza contro il dollaro.

E’ arrivata ieri la decisione di tenere i tassi fermi al 7,25% da parte della Banca Centrale Messicana. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare ad un livello di inflazione a fine anno pari al 3%. Il governo messicano ha preferito non intervenire direttamente sui tassi, come invece aveva fatto in aprile (con un aumento dello 0,25%), anche se ha annunciato che manterrà una politica monetaria molto restrittiva. Non si esclude quindi un aumento dei tassi entro fine anno. Nel comunicato reso noto ieri infatti si evidenziano le preoccupazioni legate in particolare all’inflazione, a maggio pari al 3,95% e quindi ancora lontana dagli obiettivi fissati dal governo Calderón.

Quello che preoccupa di più è l’aumento superiore all’inflazione del prezzo del grano, del mais e di altri prodotti alimentari come il latte, a cui il governo non riesce a porre efficaci soluzioni. Se il livello d’inflazione tornasse superiore al 4%, come è prevedibile in agosto (periodo di alta inflazione), molto probabilmente si tornerà ad intervenire sui tassi d’interesse, con un ulteriore aumento di ¼ percentuale.

Intanto, in seguito alla notizia, il “peso” messicano ha continuato il suo deprezzamento nei confronti del dollaro Usa, iniziato già mercoledì con l’annuncio della nuova riforma fiscale del governo Calderón. Con la nuova riforma si andrà ad aumentare la tassazione con l’introduzione di una nuova tassa (CETU, Contribución Empresarial de Tasa Unica) che peserà sulle persone e sulle imprese nella loro attività imprenditoriale pari al 16% ma che sarà gradualmente portata al 19%. L’obiettivo è cercare di ridurre la dipendenza del paese dalle entrate petrolifere e cercare di aumentare le entrate. E’ prevista poi anche un ulteriore tassazione che colpirà i depositi bancari.

Martedì c’era stato invece un apprezzamento del “peso”, in quanto le attese per la riforma fiscale prevedevano un aumento futuro dei flussi di capitali stranieri ed una promozione della qualificazione del debito estero messicano. Queste attese però sembrano non essere confermate dalla riforma promossa da Calderón, ed anzi i mercati hanno risposto con grande volatilità dovuta anche all’incertezza riguardo alla reazione dell’opposizione, guidata da Manuel Obrador, i cui voti saranno fondamentali per l’approvazione della riforma stessa.

Il cambio dollaro Usa/peso Messicano (USD/MXN) ha risentito quindi della volatilità prima, e poi in ordine della riforma fiscale e della decisione sui tassi accompagnata dalla preoccupazione per l’inflazione del paese messicano, passando dall’essere scambiato martedì a 10,7050 ad un valore di venerdì pari a 10,9090 (vedi immagine in basso, cliccare per ingrandire). Tutto ciò nonostante la forte debolezza
sui mercati finanziari del dollaro venerdì, 22 giugno, sia contro euro che contro sterlina.



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di Antonio Pagliula ~ 1:48 PM

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giovedì 21 giugno 2007
“Si trattò di genocidio, avvenuto sotto la complicità degli Stati Uniti e della Chiesa Cattolica”. Questo emerge dalla sentenza del tribunale di Roma riguardo il periodo di dittatura argentina.

“La dittatura militare argentina (1976-1983) è da considerarsi un vero e proprio genocidio, prodotto sotto il pretesto della guerra fredda, promosso dagli Stati Uniti d’America e coperto anche dal silenzio della Chiesa Cattolica”. Questa si legge nella sentenza, resa nota ieri, che segue la storica condanna, avvenuta a marzo, all’ergastolo in contumacia per i cinque torturatori della famigerata Erma argentina, colpevoli secondo il tribunale italiano dell’uccisione di tre cittadini italiani durante la dittatura del 1976.

“Dalla lunga indagine si evince che tra il 1976 e il 1983 fu instaurata in Argentina una feroce dittatura militare che, con il pretesto di contrastare la guerrilla e di frenare la diffusione delle idee marxiste, portò a termine con metodi inumani un vero genocidio”.

Nelle 96 pagine delle motivazioni viene ricostruito dettagliatamente il contesto storico e sociale dell’America Latina degli anni di Allende, di Pinochet e del ‘Piano Condor’ di autodifesa dal marxismo per i paesi latinoamericani e spinto dal Pentagono. Si evince chiaramente il ruolo di complicità determinante da parte degli Usa alla terribile dittatura argentina ma non solo, si rivela anche l’indifferenza dei governi italiani che non permisero all’epoca neanche un solo rifugiato politico all’interno della nostra ambasciata a Buenos Aires.

“Gravissimi furono anche le decisioni prese dal Vaticano e dalla gerarchia ecclesiastica argentina”. Emerge infatti che su ottanta vescovi della Conferencia Episcopal, “solo quattro, di cui uno morto in un misterioso incidente d’auto, si espressero apertamente contro la dittatura”.

Per approfondire consiglio le letture:

- Argentina 24 marzo 1976: golpe militare. Nuovi documenti confermano l’appoggio USA;
- Argentina, annullato l’indulto. Ergastolo per i golpisti;
- Desaparecidos: corte italiana condanna cinque argentini.

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di Antonio Pagliula ~ 12:25 AM

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sabato 16 giugno 2007
Nell’ultima relazione sul paese centroamericano AI denuncia la continua impunità per le violazioni dei diritti umani, ormai definita una “norma” per il Messico.

“In tutto il Messico sono state detenute decine di persone sulla base di prove difettose o addirittura inesistenti, sono state negate loro tutti i diritti fondamentali di base, dando luogo in questo modo ad errori giudiziali e distruggendo tutta la fiducia nel sistema giustizia messicano”. Questo è quello che ha affermato ieri, venerdì 15 giugno 2007, Amnesty International, nota organizzazione per la difesa dei diritti umani.

Quello che viene denunciato è quindi un continuo abuso di prove false ed inesistenti, la negazione dei diritti fondamentali per i processati, in particolare se indigeni, donne e classi medio-basse, ed un generale peggioramento del sistema giudiziario, ormai quasi privo di credibilità.

Amnesty International ha illustrato queste accuse portando ad esempio sette casi di persone che sono state detenute in casi di repressione di proteste sociali (San Salvador Atenco e Oaxaca) ed ancora detenuti in mancanza totale di prove. AI assicura che tutti i sette casi analizzati sono stati detenuti irregolarmente, ma anche sottoposti a torture, maltrattamenti e aggressioni sessuali. Altri abusi sono avvenuti in sede di processo dove furono violati principi base come la presunzione d’innocenza o l’assistenza legale di base.

Nei casi in cui poi gli accusati erano indigeni, spesso quindi soggetti con scarsa o quasi nulla conoscenza della lingua spagnola, la situazione si aggravava visto che questi non potevano contare né con un traduttore né con un avvocato difensore.

Le accuse di Amnesty Internetional però non si fermano purtroppo solo a questo. Sono stati pesantemente criticati anche gli agenti del Pubblico Ministero, che a detta di AI godono di eccessivi poteri nel determinare il valore delle prove, ed i giudici che non garantiscono il loro operato giusto violando il principio di presunzione d’innocenza.

L’impunità delle violazioni umane continuano ad essere la norma in Messico, e le rare volte in cui le investigazioni su questi abusi sono arrivate ad una conclusione, il sistema giuziale è talmente debole che i responsabili raramente scontano i propri crimini davanti alla giustizia”.

La denuncia di AI pesa e non poco su di un paese come il Messico impegnato a cercare di far emergere un immagine da paese da “primo mondo” a livello internazionale ma purtroppo ancora impantanato nella ricerca di tutela dei diritti fondamentali. E’ comunque evidente il poco impegno in questo campo del neo-presidente Felipe Calderón, sicuramente non adatto a ricoprire questo ruolo, a distanza di quasi un anno dalla sua elezione infatti rimangono in pratica irrisolte le violazioni e gli abusi sui civili sia di Atenco che di Oaxaca.

Fonte: Amnesty International, La Jornada.

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di Antonio Pagliula ~ 4:24 PM

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venerdì 15 giugno 2007
Interviene anche il premio Nobel per la chimica Mario Molina per avvisare dei danni che la produzione di etanolo da mais arrecherebbe allo stato messicano.

mario molinaMario Molina, uno dei più grandi studiosi messicani e premio Nobel per la chimica del 1995, partecipando al Forum Mondiale Agro-Alimentario, ha espresso tutte le sue preoccupazioni sui rischi derivanti dalla produzione di etanolo direttamente dal mais. “Il Messico non deve accettare di adeguarsi alla tendenza degli Stati Uniti di produrre biocombustibili derivanti dal mais. Accettare questo potrebbe significare solo aiutare gli Usa a ridurre la loro dipendenza dal petrolio Medio Orientale, però metterebbe in grave pericolo le nostre colture più importanti danneggiando allo stesso tempo il medio ambiente”, sono state le parole del Premio Nobel messicano.

Per approfondire l’argomento consiglio la lettura:

- Messico, "tortillas" o carburante?

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di Antonio Pagliula ~ 10:59 AM

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domenica 10 giugno 2007
Piovono nuove accuse sulla multinazionale statunitense Chiquita. Dopo essere stata riconosciuta colpevole per aver finanziato dal ’97 al 2004 gruppi terroristici di estrema destra, ora i parenti delle vittime sterminate dai paramilitari chiedono a Chiquita un risarcimento milionario.

chiquitaMolti non sanno che circa tre settimane fa ho ricevuto a sorpresa una mail da parte della Chiquita Italia SpA, firmata dal dr. Paolo Prudenziati, vice presidente per il sud Europa della famosa multinazionale. La mail mi era stata inviata in seguito ad un mio articolo, “Chiquita, le banane insanguinate”, datato 20 marzo ’07, nel quale davo notizia della condanna inflitta proprio alla Chiquita Brands, che in pratica costringeva l’impresa bananiera a pagare 25milioni di dollari per essere stata dichiarata colpevole di aver finanziato un gruppo terroristico colombiano di estrema destra. Lì per lì, la mail (potete leggerla integralmente qui) mi ha molto sorpreso. La Chiquita, infatti, tentava di fare chiarezza sulla sua condotta, dal momento che ritenevano molte delle notizie prodotte dalla stampa in quei giorni piuttosto inaccurate, compreso il mio articolo, ripreso all’epoca da molti siti e blog.

E’ stato quindi doveroso da parte mia un approfondimento della vicenda, ed uno studio approfondito della condanna inflitta a Chiquita, senza trascurare anche la storia passata della multinazionale del bollino blu, sia in Colombia che in tutti i paesi in cui opera.

Questo mio approfondimento però discostava di molto dalla realtà descrittami dalla Chiquita nella mail, ed anzi, i valori fondamentali e gli standard etici che mi venivano proclamati non trovano poi praticamente mai effettivo riscontro. Nel leggere poi l’ultima notizia diffusasi in queste ultime ore, ossia della richiesta di indennizzo delle vittime, a causa della presunta responsabilità nella morte di 144 persone uccise per mano dei gruppi terroristici finanziati in quel periodo da Chiquita, mi è sembrato doveroso rispondere alla mail ricevuta solo qualche settimana fa dalla Chiquita Italia, in cui la multinazionale statunitense si dimostrava “lieta di rispondere ad eventuali domande in merito a questa (il finanziamento di gruppi terroristici) o qualsiasi altra questione”.

RICHIESTA D’INDENNIZZO PER LE VITTIME

AUCPartirei però proprio dall’ultima notizia, ossia dalla milionaria richiesta di indennizzo dei familiari delle 144 persone assassinate dai paramilitari di estrema destra facenti capo alle AUC, Autodefensas Unidas de Colombia. Ammonta a circa un miliardo di dollari il risarcimento che viene richiesto alla Chiquita, già condannata per aver finanziato questo gruppo dal 1997 al 2004 nelle regioni colombiane di Urabá e Magdalena, ed in questo caso ritenuta colpevole di aver utilizzato le stesse AUC per assassinare uomini, donne e bambine che interferivano con gli interessi economici e finanziari della multinazionale (fonte Reuters).

Questa domanda di risarcimento inoltrata ad una corte statunitense da un gruppo di avvocati in rappresentanza dei familiari delle 144 vittime di questi anni cita testualmente: “gli accusati (Chiquita e dieci suoi dipendenti) contrattarono, armarono e/o diressero gruppi terroristici che utilizzarono estrema violenza, morte, tortura e detenzioni illegali di individui che interferivano con le operazioni della multinazionale in Colombia” (fonte El Tiempo).

La notizie è sconvolgente ed in pratica smentisce la linea difensiva di Chiquita, da sempre dichiaratasi lei stessa vittima dei gruppi paramilitari e costretta a pagare il “pizzo” esclusivamente per ricevere protezione delle vite dei lavoratori.

LINEA DIFENSIVA DELLA CHIQUITA

Sino ad oggi tutti i tentativi di giustificazione della Chiquita facevano infatti riferimento alla gravità della situazione colombiana degli ultimi decenni, una realtà in cui veniva meno il ruolo delle istituzioni e in cui le autorità governative non erano in grado di garantire sicurezza e protezione. In questo contesto, l’azienda teneva a precisare la propria condotta, dichiarandosi, da sempre, costretta ad effettuare pagamenti , il cui unico scopo era proprio quello di proteggere le vite dei lavoratori oltre a proteggere la proprietà.

Da questo documento ufficiale del dipartimento di giustizia statunitense, DoJ (Chiquita Brands International Pleads Guilty), emerge tutt’altro. La Chiquita Brands International è stata infatti condannata a pagare una multa pari a 25milioni di dollari, in seguita ad un patteggiamento, in quanto colpevole di aver effettuato più di 100 pagamenti dal 1997 al febbraio 2004 alle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) per un ammontare complessivo di più di 1,7 milioni di dollari. La condanna però punisce solo i pagamenti effettuati a partire dal 10 settembre 2001, giorno in cui il governo degli Stati Uniti d’America includono questo gruppo paramilitare all’interno delle organizzazioni cosiddette FTO (Foreign Terrorist Organization, organizzazioni terroristiche straniere). Questa designazione per le AUC in pratica rende, per le leggi americane di lotta al terrorismo, i finanziamenti di Chiquita un crimine federale per il governo degli Stati Uniti Americani e fa si che la stessa Chiquita arrivi all’ammissione del finanziamento di un gruppo terroristico nell’aprile 2003, ammissione che permette l’inizio delle indagini da parte della giustizia USA.

L’ammissione e la collaborazione di Chiquita è sicuramente ammirevole ma non trovano però giustificazione alcuni successivi comportamenti della multinazionale. Dalla sentenza si legge chiaramente che “il finanziamento di organizzazioni terroristiche non possono mai considerarsi come costi per business”, come Chiquita invece aveva cercato di fare, registrando i pagamenti periodici come spese per la sicurezza della multinazionale. Chiquita in cambio di questi finanziamenti non ha infatti mai ricevuto nessun servizio legato alla sicurezza. Ma da approfondire c’è poi un ulteriore aspetto, Chiquita comincia a finanziare le AUC nel 1997, dopo un incontro tra un senior executive di Banadex, azienda controllata dalla multinazionale, e Carlos Castaño, leader delle AUC. Già nel 2000 però gli executives di Chiquita erano pienamente a conoscenza dei pagamenti e soprattutto erano a conoscenza del fatto che le AUC fossero una violenta organizzazione paramilitare. Nonostante questo però i pagamenti furono comunque approvati da un senior executive e l’alto direttivo era perfettamente consapevole.

Ulteriori dubbi sulla condotta “poco limpida” di Chiquita emergono anche successivamente, sempre dalla condanna emerge infatti che già nel febbraio 2003 alcuni consulenti legali esterni intimavano alla multinazionale l’obbligo di fermare assolutamente i finanziamenti alle AUC, visto che andavano completamente contro le leggi anti-terrorismo Usa. Gli avvisi dei legali che si possono leggere dalla sentenza sono molto chiari: “Must stop payments”, “Cannot make the payment”, “the company should not make the payment”, etc. Nonostante questo però la Chiquita continua a finanziare le AUC, anche se poi arriva ad aprile 2003 ad autodenunciarsi al dipartimento di giustizia degli Stati Uniti d’America.

Chiaramente anche il dipartimento di giustizia intima di fermare i pagamenti che, nonostante l’autodenuncia invece Chiquita continua ad effettuare sino al febbraio 2004 (ossia per quasi un anno), data in cui Chiquita vende Banadex ad un compratore colombiano ed arriva dunque a lasciare il paese. I pagamenti effettuati dopo l’autodenuncia sono 20 pari a 300.000 dollari, una cifra molto considerevole.

I DUBBI SULLA LINEA DIFENSIVA DI CHIQUITA

bananerosChiquita in prima istanza giustifica i pagamenti alle AUC, gruppo paramilitare di estrema destra, con il fatto che altri pagamenti sarebbe stati effettuati anche a gruppi di estrema sinistra come FARC. Le affermazioni degli avvocati difensori di Chiquita però non trovano assolutamente nessun riscontro, visto che dai documenti ufficiali del Department of Justice statunitense non si evince mai di eventuali pagamenti effettuati ad altri gruppi all’infuori delle AUC. Questo rimane perciò un punto oscuro della vicenda, sarebbe infatti interessantissimo da parte di Chiquita dimostrare questi evenuali pagamenti, e farne emergere tutti i dettagli. Ad esempio: quando sono stati effettuati? per quanto tempo? in cambio di quale servizio?

Mai Chiquita ha portato prove di questi eventuali pagamenti, che per di più risultano veramente difficili da inquadrare storicamente visto che le regioni in cui Chiquita operava, ossia Urabá e Magdalena, non sono mai state controllate da fazioni terroristiche di sinistra, né Farc né ELN. Spero si intenda chiaramente che queste domande non mirano a giustificare il terrorismo di estrema sinistra, ma tendono esclusivamente a voler fare chiarezza su questi ipotetici pagamenti, per adesso né certificati né puniti.

Sebbene poi sia da considerare lodevole l’autodenuncia e l’ammissione di colpa che Chiquita fa, non si riesce però bene a capire i motivi che portano la stessa multinazionale a continuare nei pagamenti dei “paras” colombiani dall’aprile 2003 all’aprile 2004, quando era chiaro a tutto il Mondo che le AUC erano responsabili di molti dei maggiori massacri del conflitto civile colombiano, oltre ad essere implicate nell’esportazione internazionale di stupefacenti.

Con la richiesta di indennizzo emersa negli ultimi giorni viene meno però anche la giustificazione dei pagamenti fatti, a detta della compagnia bananiera, sotto minaccia e in cambio di protezione. Oggi i familiari di molte vittime, tra cui anche dipendenti e sindacalisti di Banadex e Chiquita, denunciano invece la multinazionale accusandola addirittura di aver utilizzato le AUC per fare gli interessi dell’azienda. Di quale sicurezza quindi si sta parlando? Sicuramente non quella dei lavoratori o della società civile, visto che sono ben 144 gli omicidi rivendicati, nei quali emerge il ruolo di Chiquita.

Sicuramente questa è un accusa pesantissima per la multinazionale e le prime dichiarazioni di Mike Mitchell, portavoce dell’azienda non sembrano soddisfacenti, visto che rinnovano solo il concetto che i pagamenti furono effettuati a forza e che il “pizzo” era pagato a protezione dei lavoratori. Mitchell continua poi ad insistere sul fatto che i pagamenti venivano fatti anche alle Farc, quasi questa fosse un giustificazione e non un ulteriore aggravante.

Spero quindi che Chiquita faccia al più presto chiarezza, perché anche se, come è stato detto, la multinazionale non credeva nelle istituzioni colombiane non si può giustificare in nessun caso il pagamento di un pizzo. Pagare il pizzo, infatti, non fa altro che far entrare anche Chiquita nei perversi ingranaggi di un sistema mafioso e terroristico, portando poi eventuali e sgradevoli conseguenze. Il pizzo, infatti, oltre alla protezione può portare ad includere anche lo scambio di favori, alimentando una degenerazione collettiva e mettendo a rischio la vita di quegli stessi lavoratori che Chiquita invece cercava di proteggere.

Se poi emergono le accuse di ritorsioni, della stessa Chiquita per mezzo AUC, su chiunque si intromettesse nell’operato della multinazionale, i dubbi sul comportamento della Chiquita aumentano esponenzialmente. Come si può infatti immaginare di assicurare protezione ai propri dipendenti rivolgendosi ad un gruppo paramilitare e terroristico che dal 2001 ha reso teatro di mattanze la regione di Uribé, proprio quella in cui la Chiquita operava e finanziava la AUC sin dagli anni ’90.

Non coincide poi la volontà di assicurare sicurezza con le AUC, nel quale erano e sono tuttora presenti gruppo conosciuti con il nome di “los Mochacabezas” (i taglia teste), divenuti famosi per la caratteristica di tagliare le teste ai lavoratori bananieri. Si registrarono solo negli anni ’90 circa 1000 omicidi di questo genere ai danni di militanti e sindacalisti politicamente orientati a sinistra, e di questi la maggior parte lavorava per imprese bananiere.

Può Chiquita quindi affermare di non essere stata a conoscenza di questi fatti? Sembra strano, considerando che anche fonti ufficiali USA già a fine anni ’90 vedevano le AUC coinvolte con l’uccisione di migliaia di contadini colombiani, la cui unica colpa era quella di essere sospettati di essere legati a gruppi di sinistra. Senza dimenticare poi il coinvolgimento delle AUC ad altri tipi di crimini come la tortura, il sequestro di persona, le violenze sessuali, l’estorsione ed il traffico di droga.

TRAFFICO INTERNAZIONALE DI ARMI

Il traffico internazionale di armi è un altro delicato argomento che proprio la recente denuncia ricevuta da Chiquita riapre. Se è infatti vero che nella mail che ho ricevuto il Dr. Prudenziati si sottolineava come le implicazioni di Chiquita in importazioni illegali di armi da parte del gruppo AUC fossero improprie, a questo punto della vicenda quest’argomento merita una chiarita ulteriormente, in particolare riguardo al ruolo che assunse Banadex. Il rapporto dell’OAS (Organization of American States) a riguardo infatti cita testualmente: "On November 5, 2001, the Otterloo arrived at the port of Turbo, on Colombia's Caribbean coast, without ever having stopped in Panama. The ship was unloaded two days later by a Colombian shipping company called Banadex S.A."

La sopracitata Otterloo portava 14 container di armi e munizioni destinate alle AUC, e non propriamente banane. Banadex all’epoca faceva capo a Chiquita, ed il porto di Turbo era riservato alle sue operazioni. Quando Chiquita provò a scaricare tutte le responsabilità sugli agenti doganali colombiani dimenticò di sottolineare come i rapporti tra Banadex ed i medesimi erano molto intimi, come dimostra ad esempio l'episodio di corruzione avvenuto nel 1995.

E’ doverosa quindi un’ulteriore indagine dato che nella denuncia presentata alla corte federale di Washington solo qualche giorno fa si fa chiaro riferimento, oltre all’ormai accertato appoggio finanziario, anche ad un appoggio espresso in armi alle forze paramilitari.

STANDARD ETICI E DI RESPONSABILITA’ SOCIALE

Per tutto quanto è stato sopracitato vorrei fare appello ai valori fondamentali di Chiquita, che nella mail inviatami il vice presidente di Chiquita Italia Spa elogia e sottolinea. Dove sono infatti gli standard etici e di responsabilità sociale citati? Colgo per questo l’occasione della disponibilità dimostratami nella mail, nella quale Chiquita si dichiarava disponibile a fare chiarezza per chiedere ulteriori chiarimenti sugli argomenti sopracitati, ma non solo, per far emergere altre vicende “poco chiare” e porgere ulteriori domande.

Infatti le promesse di eticità fatte da Chiquita non sembrano trovare effettivo riscontro. Una notizia datata 5 giugno 2007, fonte Adital, parla ad esempio di un ulteriore accusa ai danni della multinazionale. I sindacati bananieri (Colsiba) hanno denunciato l’impresa produttrice di banane per violazioni dei diritti dei lavoratori, anche in questi ultimi mesi. La Colsiba parla di violazione delle norme base dei sindacati, di mancati compimenti di impegni presi e soprattutto di violazioni fisiche dell’integrità di lavoratori affiliati a sindacati. In particolare si denuncia la situazione nelle piantagioni dei lavoratori in Nicaragua, dove la concentrazione di persone può “essere paragonata a quella di campi di concentramento”, ed in Guatemala e Honduras, dove la Chiquita nega rispettivamente da nove e dieci mesi la negoziazione collettiva dei contratti con i sindacati (in Nicaragua sono già passati 10 anni, fonte Pulsar/Adital).

Non è quindi così idillica la relazione tra sindacati dei lavoratori bananieri, Colsiba, e la Chiquita come invece la multinazionale descrive nella mail inviatami a proposito della situazione colombiana e la vendita di Banadex.

NEMAGÓN E FUMAZONE

nemagonUn altro tema delicatissimo di cui Chiquita Brands dovrebbe rispondere e chiarire la sua posizione è quello del Nemagón, pesticida micidiale già proibito a livello internazionale dagli anni ’70. Nonostante ciò però questo potentissimo pesticida veniva abitualmente utilizzato dalla Chiquita, ma anche da altre imprese bananiere, nelle piantagioni, in particolare in Nicaragua e Centro America, contribuendo in questo modo non solo all’inquinamento ambientale, ma soprattutto violando i diritti umani e la salute dei lavoratori delle piantagioni. Solo per il Nicaragua si parla negli anni di 110'000 persone affettate dall’uso del Nemagón e di migliaia di morti. Gli effetti dell’esposizione a questo farmaco sono notevoli (vedi foto) e tutte gravissime, si va dalla perdita della vista alla sterilità, dal cancro alle emicranie, dal provocare difetti ai neonati all’incremento delle possibilità di aborti spontanei.

Sempre notizia di qualche giorno fa poi la marcia dei “bananeros” ed ex-lavoratori del settore proprio in Nicaragua, manifestazione mirata a richiamare l’attenzione sulle richieste di indennizzo per i danni alla salute subiti sia nei confronti di Chiquita che di altre multinazionali che però, ad oggi, invece di riconoscere i reati perpetrati ricercano nuove possibilità per ritardare le tempistiche.

Ma il tema dell’utilizzo dei pesticidi non si limita solo al Nemagón, nel 2002 infatti Human Rights Watch allertava sull’abuso dei diritti umani dei lavoratori da parte delle multinazionali bananiere, tra cui citava anche Chiquita. Oltre al Nemagón si citava anche un altro pesticida, il Fumazone. L’uso di questi due pesticidi continuò nel tempo anche dopo il 1977, anno in cui gli “US Environmental Protection Agency” ne avevano vietato l’uso. Nonostante questo si susseguirono nel tempo i casi di utilizzo di questi pesticidi tossici, e lo dimostrano le cause intraprese ai danni delle multinazionali bananiere non solo in Nicaragua ma anche in Costarica dove nel 2004 i lavoratori delle piantagioni di banane denunciarono ad un tribunale di Los Angeles Chiquita e altre 3 multinazionali per il reiterato utilizzo e l’esposizione dei lavoratori sia al Nemagón che al Fumazone.

CONCLUSIONI

La rivalutazione dell’immagine aziendale, macchiata gravemente da queste vicende non può essere recuperata solo da campagne come “Chiquita e Topolino” per cui con accordi con la Disney si sponsorizza l’impegno di Chiquita per la salvaguardia e la protezione di un lembo di foresta pluviale in Costa Rica. Credo sinceramente sia troppo facile e limitativo…

La mia intenzione con questo lungo articolo non è però assolutamente quello di puntare e mettere in cattiva luce Chiquita Brands, visto che molti degli argomenti e delle violazioni descritti possono essere tranquillamente estesi a molte altre multinazionali del settore bananiero come dichiarato solo poco tempo fa anche da Salvatore Mancuso, uno dei leader della AUC: "Ci pagavano tutti i produttori di banane. Tutti. Facemmo quest'accordo con Chiquita, Dole, Banacol, Uniban, Proban e Del Monte. Ci pagavano un centesimo di dollaro per ogni cassetta esportata. [...] Dole s'incaricava di raccogliere il denaro [...] che si distribuiva proporzionalmente tra la Casa Castaño, il Bloque Bananero, una parte in opere pubbliche e l'altra per corrompere istituzioni dello Stato". L’unico scopo è invece quello di cercare di fare chiarezza su queste realtà sicuramente “poco limpide”, magari approfittando dell’eccellente prova di maturità che Chiquita ha dado cercando il dialogo con mezzi di comunicazione, anche se piccoli come questo blog. Credo sia importante cercare di rendere giustizia a tutte le vittime, i familiari, le organizzazioni sociali e la popolazione civile purtroppo affettate da queste ingiuste atrocità e per cui l’implicazione di multinazionali come Chiquita non può e non deve passare inosservata.

P.S. Volevo ringraziare per la stesura dell’articolo l’appoggio e la consulenza gentilmente fornitami da Paolo Miscia di “Bogotalia” e da Maurizio Campisi di “AmericaLatina Blog”.

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di Antonio Pagliula ~ 1:33 AM

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Dopo questo mio articolo “Chiquita: le banane insanguinate” ho ricevuto una mail da parte del vice-presidente della Chiquita Italia SpA, dr. Paolo Prudenziali. La riporto per intero e ringrazio per la disponibilità dimostrata nel tentare di chiarire la questione in oggetto. Non mancherò di approfondire la vicenda e rispondere al più presto (qui la risposta).

Roma, 15 maggio 2007

Egregio Dr. Antonio Pagliula,

avrà certamente avuto modo di visionare i recenti articoli comparsi sugli organi di stampa riguardo all’azienda Chiquita in Colombia. Dal momento che parte delle notizie prodotte dalla stampa sono piuttosto inaccurate, l’azienda ci tiene a precisare e chiarire a fondo i termini della propria condotta in quel periodo di grande violenza e insicurezza per la Colombia.

Il patteggiamento fra Chiquita e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti

Chiquita ha raggiunto un accordo con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America, in relazione ai pagamenti a organizzazioni paramilitari operanti in Colombia, effettuati dalla ex società controllata da Chiquita, “Banadex”.
Sulla base del patteggiamento, Chiquita pagherà in cinque anni una multa di 25 milioni di dollari, essendosi dichiarata colpevole di avere violato la legge degli Stati Uniti per avere effettuato, dal 2001 al 2004, pagamenti a delle entità affiliate con l’organizzazione “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC).
Questa vicenda è stata oggetto d’indagine da parte del Dipartimento di Giustizia, con la totale collaborazione di Chiquita, dopo che la stessa azienda ha volontariamente riferito sulla situazione nel 2003.

I pagamenti di Chiquita ai Gruppi Paramilitari in Colombia

A proposito dei pagamenti, nell’articolo a sua firma, in data 20/03/07, essi sono descritti in questi termini:
“L’antica multinazionale, dieci dirigenti non identificati e vari impiegati hanno sovvenzionato con 2mila dollari in assegni e denaro dal 1997 al 2004 una ‘violenta organizzazione di estrema destra’ chiamata Autodefensa Unidas de Colombia (AUD)…Per questo grave crimine di collaborazione con una organizzazione terrorista…
la compagnia Chiquita è arrivata ad un accordo in virtù del quale dovrà pagare nel corso dei prossimi cinque anni una multa di 25 milioni di dollari, più interessi.”

In relazione a ciò, per completezza e accuratezza dell’informazione, ci teniamo a precisare che l’azienda è stata costretta ad effettuare questi pagamenti, da gruppi sovversivi armati di estrema destra e sinistra.
I pagamenti avevano un unico scopo: proteggere le vite dei nostri lavoratori, in una fase in cui rapine e omicidi erano frequenti e in un contesto in cui le autorità governative non erano in grado di garantire sicurezza e protezione. In merito a quest’ultimo punto, Chiquita intende ringraziarla per avere ricostruito i fatti evidenziando la gravità della situazione che la Colombia ha attraversato negli ultimi decenni.




A tal riguardo, il rapporto del Dipartimento di Giustizia contiene la seguente significativa affermazione :
“Castaño [leader AUC] ha inviato un messaggio in cui senza dirlo esplicitamente, faceva chiaramente intendere che il mancato pagamento avrebbe determinato danni fisici per il personale e le proprietà della Banadex”
Senza volere menzionare esplicitamente altre situazioni, va inoltre ricordato che molte altre compagnie straniere che operano in Colombia, hanno dovuto adottare misure straordinarie per proteggere i propri lavoratori, inclusa la sottomissione alle estorsioni e ciò a causa della gravità delle minacce alla sicurezza dei propri dipendenti.

La rivelazione volontaria di Chiquita al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Chiquita ha volontariamente rivelato questa situazione al Dipartimento di Giustizia nel 2003, subito dopo che i vertici dell’azienda presero atto che lo Statuto Americano era cambiato, decretando che ogni pagamento ad organizzazioni simili, da quel momento in poi, avrebbe costituito un reato. A nostra conoscenza, Chiquita è l’unica azienda ad avere dichiarato volontariamente questa circostanza al Dipartimento.

La vendita delle piantagioni di Chiquita in Colombia

Quando Chiquita operava in Colombia, i dipendenti godevano di una situazione lavorativa fra le migliori nell’intero settore agricolo nazionale. Le relazioni dell’azienda con i sindacati dei lavoratori erano buone, così come affermato sul sito web dall’associazione “International Union of Food Workers”.
Nei 18 mesi trascorsi dalla firma in data 14 Giugno 2001, l’accordo sui diritti IUF/COLSIBA/Chiquita ha prodotto concreti vantaggi per i lavoratori e i fornitori di Chiquita in almeno due Stati. In Colombia, SINTRAINAGRO ha utilizzato l’accordo per assumere 800 nuovi dipendenti e avviare nuove divisioni nella regione Magdalena. Gli accordi hanno comportato significativi miglioramenti dei termini, condizioni e diritti per tutti i nuovi membri della SINTRAINAGRO.
Nel 2004 Chiquita ha venduto le proprie piantagioni in Colombia, con una perdita finanziaria sostanziale, con lo scopo di districarsi da questo dilemma etico e legale. Le condizioni della vendita, sono state concordate con IUF, l’unione internazionale dei sindacati dei lavoratori nel settore alimentare, e quello colombiano dei lavoratori bananieri, COLSIBA, che è stato descritto in questi termini sul sito di IUF -www.iuf.org:
E’ stato finalizzato un Memorandum di Intesa fra IUF, COLSIBA SINTRAINAGRO e Chiquita, che impegna Chiquita a “insistere affinché gli accordi per questa vendita provvedano a mantenere in pieno vigore ed effettività gli esistenti contratti collettivi e affinché i potenziali acquirenti riconoscano SINTRAINAGRO come il sindacato rappresentativo dei lavoratori Chiquita, con tutti i diritti e gli obblighi di legge.
L’accordo con l’acquirente Banacol includeva i seguenti punti:

1. L’accordo sui contratti collettivi negoziato da Chiquita e il sindacato SINTRAINAGRO, dovrà essere mantenuto e il sindacato dovrà continuare a essere rappresentativo per i lavoratori.
2. Il mantenimento delle certificazioni sulla sicurezza sociale, ambientale ottenute da Chiquita.
Questi termini sono stati rispettati dai nuovi proprietari.

Informazioni non corrette sul traffico di armi

In alcuni recenti articoli, si è parlato piuttosto impropriamente di implicazioni di Chiquita in un illegale importazione di armi da parte del gruppo AUC nel 2001.

Questo episodio è stato oggetto di approfondite indagini da parte del Governo Colombiano e delle autorità internazionali, inclusa l’OAS (Organization of American States).

Nessuna indagine ha evidenziato alcuna condotta illegale da parte dell’azienda o dei suoi dipendenti. Un impiegato della Banadex è stato detenuto per un breve periodo, ma dopo un’approfondita indagine effettuata dal Procuratore Generale Colombiano, è stato rilasciato e assolto. Il Governo Colombiano, alla fine delle indagini, ha messo sotto accusa quattro uffici doganali.

Subito dopo avere appreso dell’incidente, Chiquita e Banadex, hanno volontariamente deciso di non accettare più navi cargo per conto di terzi.
Nessuna autorità legale ha ordinato o suggerito questo cambiamento. Da quel momento e fino alla vendita di Banadex, l’azienda ha accettato solo navi cargo di sua proprietà o sotto la propria diretta gestione.

Secondo la documentazione prodotta dall’OAS e dal Procuratore Generale Colombiano, non esiste nessun presupposto per queste erronee affermazioni.

I nostri valori fondamentali continuano a guidare le nostre decisioni aziendali.

Crediamo infine sia opportuno farle sapere che ci siamo impegnati ad agire secondo i più alti standard etici e di responsabilità sociale.
D’ora in avanti ci aspettano delle sfide e delle opportunità e saranno i nostri valori fondamentali e il nostro Codice Comportamentale a guidare le decisioni aziendali.
Vanessa Vargas-Land è entrata recentemente a far parte del management di Chiquita, con la carica di Vice Presidente e Direttore delle Risorse Umane.
Vanessa Vargas-Land contribuirà alla definizione dei piani aziendali, assicurando la loro conformità al Codice di Condotta e la piena applicazione delle leggi. Come negli anni passati, a ogni nostro manager e supervisore, verrà chiesto di firmare un certificato di adesione al Codice di Condotta e a partire da quest’anno, verrà loro chiesto di partecipare a corsi di formazione on line che prevedono il superamento di un test finale.

Con la presente, abbiamo colto l’occasione per informarla delle reali difficoltà che l’azienda ha dovuto affrontare in Colombia e saremo lieti di rispondere a qualsiasi domanda voglia fare in merito a questa o a qualsiasi altra questione.

Cordiali saluti,

Chiquita Italia SpA
dr. Paolo Prudenziati
Vice President South Europe


 

di Antonio Pagliula ~ 1:18 AM

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