domenica 29 luglio 2007
Diverse organizzazioni hanno depositato alla Corte Federale del New Jersey una denuncia contro la multinazionale Chiquita Brands, accusata di aver appoggiato economicamente i crimini del gruppo paramilitare colombiano delle AUC.

Sono in totale 16 i capi di accusa contro la multinazionale agroalimentare, considerata complice, per i reati di omicidio, tortura, terrorismo e violazioni reiterata dei diritti umani, dell’organizzazione paramilitare Autodefenserias Unidas de Colombia (AUC). Depositando la denuncia, diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, come il Colombian Institute of International Law e Earth Right Internacional (ERI), hanno accusato Chiquita Brands di “finanziare e armare conosciute organizzazioni terroristiche in Colombia con l’obiettivo di mantenere il controllo sulle regioni bananiere del paese”.

La Chiquita Brands International solo qualche mese è stata condannata a pagare una multa pari a 25 milioni di dollari, perché accertata colpevole di aver effettuato più di 100 pagamenti dal 1997 al febbraio 2004 alle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) per un ammontare complessivo di più di 1,7 milioni di dollari.

“Questi pagamenti sono stati discussi e approvati dall’alto esecutivo della multinazionale e come risultato ebbero l’uccisione di migliaia di persone in Colombia, in particolare sindacalisti, lavoratori del settore bananiero e politici”, ha affermato Arturo Carrillo, del Colombian Institute of Internatonal Law, una delle organizzazioni promotrici della denuncia.

"Abbiamo fatto causa negli Stati Uniti", prosegue Carrillo, "perché è un paese dove esiste il concetto di responsabilità legale, mentre in Colombia i complici economici dei paramilitari non vengono mai perseguiti".

Marco Simons, direttore legale del ERI ha invece denunciato: “Con l’obiettivo di sviluppare e promuovere le sue imprese, Chiquita ha destinato denaro ed armi verso il gruppo terrorista paramilitare di destra delle AUC, organizzazione colpevole di numerosi omicidi in Colombia e dedita al narcotraffico verso gli Stati Uniti”.

Ma le grane per Chiquita sembrano arrivare anche dall’Unione Europea. L'Antitrust europeo dichiara infatti guerra al “cartello delle banane”. Da Bruxelles è partita una lettera formale a numerose aziende importatrici accusate di essersi messe d'accordo per falsare la libera concorrenza. La Commissione non cita le società coinvolte,ma la lettera, secondo l’agenzia Ansa, sarebbe arrivata anche ai primi 5 produttori mondiali: quindi alle multinazionali Usa Chiquita,Del Monte e Dole, all'ecuadoriana Noboa, di proprietà dell’ex presidente ecuadoriano Noboa sconfitto alle ultime elezioni da Rafael Correa, e l'irlandese Fyffes.

Per chi volesse approfondire le interconnessioni tra Chiquita Brands e paramilitarismo consiglio le seguenti letture di:
Il caso Chiquita: banane, sangue e terrorismo;
Chiquita, le insanguinate banane USA.

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giovedì 19 luglio 2007
Continua la violenza poliziesca a Oaxaca. Nuovi scontri nei giorni scorsi tra l'APPO e le forze di sicurezza dello Stato di Oaxaca. La Polizia Federale ha lasciato a terra un partecipante del movimento. Bilancio: 10 feriti gravi, 50 feriti lievi e 62 arresti.

Lo scorso 16 luglio la polizia ha scatenato un'"offensiva di massa" contro le persone di Oaxaca che stavano celebrando il loro Guelaguetza (un festival culturale tradizionale, che si svolge ogni anno) alternativo nell'auditorium del Guelaguetza. L'APPO (Assemblea Popolare dei Cittadini di Oaxaca) aveva annunciato con due giorni di anticipo che avrebbe tenuto questo festival alternativo all'interno dell'auditorium principale ubicato a Fortin Mountain fuori dalla città.

La Polizia di Prevenzione Federale e la Polizia di Stato hanno circondato l'auditorium in modo da impedire alle persone di entrare al festival. Una carovana diretta all'evento, composta da 10000 persone, si è presentata all'auditorium e in quel momento la polizia ha attaccato la folla con gas lacrimogeni, sassi, bastoni, qualsiasi cosa capitasse a portata di mano, così come un indefinito numero di proiettili di arma da fuoco. Le persone si ritiravano e la polizia avanzava, pestando e arrestando la gente. Un sacco di persone sono state scaraventate dentro le camionette della polizia con serie ferite.

Alcune fonti riportano di decine di persone riversate a terra in gravi condizioni, e sembra che la polizia abbia arrestato addirittura i feriti che stavano venendo trasportati dalle ambulanze.

Il bilancio finale secondo le fonti vicine alla APPO risulta essere di un desaparecido, 50 feriti e 62 arresti; le fonti della polizia invece riconoscono 40 arresti, 15 poliziotti feriti e quattro civili lesionati.

Tra le notizie a caldo si era parlato anche di un morto, Emeterio Merino Cruz Vásquez, membro del comitato di difesa dei diritti indegeni di Santiago Xanica, che poi è risultato essere fortunatamente ancora in vita anche se in condizioni gravissime. Tutt’ora è in ospedale per un trauma cranio-encefalico, il viso sfigurato ed ematomi sparsi in tutto il corpo.

Tragica la storia anche di Cruz Vásquez, idraulico di 46 anni che offriva i suoi servizi in varie scuole di Oaxaca, e che si era consegnato alla polizia pacificamente durante gli scontri. Sono emerse numerose foto ed in particolare c’è un video in cui si vede Cruz Vásquez che si consegna alla polizia pacificamente, ma la sequenza grafica dimostra come la polizia lo colpisca sino a lasciarlo a terra privo di sensi e senza che lui accenni ad una reazione.

Il Guelaguetza alternativo era stato organizzato dall'APPO in risposta alla cooptazione da parte del governo del festival culturale che dipinge le tradizioni indigene con la danza. Il movimento accusava che il festival era stato ridotto per anni a uno spettacolo per i turisti, e che il Guelaguetza "ufficiale" è una gita economica da parte delle multinazionali e Ulises Ruiz, il Governatore dello Stato bersagliato dalle rivolte popolari di Oaxaca.

La APPO ha emesso un comunicato di condanna della repressione nel quale si chiede la solidarietà internazionale, la liberazione di tutti i prigionieri e dei desaparecidos segnalati nelle scorse settimane e si ratifica la richiesta di dimissioni del governatore Ulises Ruiz Ortiz.

Lo stesso governatore dello Stato di Oaxaca, nella dichiarazioni per la stampa dichiarava di non aver visto le immagini della polizia implicata nei pestaggi. “Mi dispiace siano successe questi scontri, so che Emeterio Merino Cruz Vásquez è in ospedale e sta ricevendo le cure necessarie, faremo di tutto per punire i colpevoli di questi sgradevoli episodi”. Il governatore ha poi insistito: “Da parte nostra non c’è nessun inconveniente ad investigare sui crimini della polizia, anzi proprio per punire questi eccessi c’è la commissione dei diritti umani a Oaxaca”.

Ulises Ruiz come al solito sembra indifferente in quanto consapevole di avere le spalle coperte dal presidente messicano Felipe Calderón, ma le immagini si giudicano da sole senza bisogno di ulteriori commenti.

Ad un anno dall’inizio della repressione poliziesca, Oaxaca continua invano a chiedere giustizia.










Consiglio inoltre la lettura di un articolo di Claudio Albertani (traduzione di Irene Caporale):

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martedì 17 luglio 2007
Il presidente dell’Ecuador, a Milano per incontrare la comunità ecuadoriana italiana, promette un paese “nuovo” e la definitiva rottura con quello che definisce il “tragico” passato del paese andino.

Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha fatto visita lo scorso sabato a Milano alla comunità ecuadoriana residente nel nord Italia. Sotto il sole asfissiante dell’Idroscalo milanese, da sempre luogo di incontro delle comunità latine, circa un migliaio di ecuadoriani di tutte le età e colori hanno ricevuto calorosamente il loro presidente tra sombreri, striscioni e bandiere dell’Ecuador. Si trattava della prima visita di un presidente ecuadoriano a Milano ma soprattutto è stata la prima volta che un presidente in carica preferisce incontrare i suoi compatrioti anziché partecipare alle riunioni istituzionali con le principali autorità negli imponenti palazzi romani. ("Rafael Correa a Milano: i video del discorso")

Il risultato è stato sorprendente, Correa, in pochi mesi di presidenza e grazie a questa sua particolare attenzione per gli ecuadoriani all’estero, ha conquistato le comunità di migranti che prima delle elezioni di fine 2006 erano invece molto dubbiose sulla sua figura. “A volte non so che pensare, qui in Italia non arrivano le informazioni sul nostro paese. Qui Correa viene dipinto come Hugo Chávez, ma non è così!”, raccontava Nancy con in braccio la sua bambina di pochi mesi nata in Italia.

Proprio per questo forse la vittoria di Correa non era vista di buon occhio inizialmente dagli ecuadoriani in Italia, e forse proprio per questo Correa ha intrapreso questo suo viaggio in Europa, tra Spagna, Italia e Belgio, per convincere e parlare direttamente con il suo popolo, quella che lui chiama la “quinta regione” dell’Ecuador, ossia i 3 milioni (su di una popolazione di 13 milioni) di ecuadoriani costretti ad emigrare.

Questa attenzione ricevuta dal loro presidente, insieme alle prime decisioni del suo governo all’insegna della rottura e del cambiamento con il passato, ha fatto breccia nei cuori degli ecuadoriani in Italia che ora appoggiano totalmente il loro nuovo presidente. “In lui ho grande fiducia, ha risvegliato il mio orgoglio di essere ecuadoriano”, affermava Carlos che vive in Italia da cinque anni.

Correa è stato chiaro, diretto e sincero durante l’incontro con i suoi “compatriotas emigrantes”. Molti anche gli argomenti trattati in un lungo intervento di circa tre ore, durante le quali il presidente ecuadoriano ha risposto direttamente alle domande e alle preoccupazioni del suo pubblico, che lo ha ascoltato ed acclamato nonostante un sole cocente ed i 38 gradi milanesi.

Si è parlato del passato, di quello che ha vissuto l’Ecuador negli ultimi vent’anni, un paese vittima dell’ingiustizia, della povertà, della disuguaglianza e della corruzione. Il presidente Correa parla di anni terribili, di una Patria rovinata da un neoliberismo “criminale”, di liberalizzazioni selvagge che culminarono nella crisi finanziaria del 1999 e privarono il popolo ecuadoriano di diritti fondamentali come educazione, salute, lavoro, oltre che della loro dignità.

Molti dei presenti furono proprio le prime vittime di quegli anni di crisi, in cui più di due milioni di persone in soli 10 anni si ritrovarono quasi costrette ad abbandonare il paese, ed erano in molti i presenti che sembravano rivivere la loro tragica storia nelle parole del “mandatario” ecuadoriano. “Io so che a molti di voi è stato detto che il mio governo vorrebbe attentare alla proprietà privata, alle vostre proprietà, alle vostre abitazioni, ma la verità storica è chiara. Gli unici ad essere stati protagonisti della più grande confisca di beni privati nella storia dell’Ecuador, dei vostri depositi e del vostro denaro, furono le banche con l’appoggio dei governi di estrema destra durante la crisi finanziaria”, accusava Correa, allo stesso tempo tranquillizzando e smentendo le false voci sulle sue intenzioni di governo.

Partendo da queste cause Correa ha poi parlato dell’argomento principale, ossia la migrazione della popolazione ecuadoriana. “Si tratta di una tragedia nazionale”, spiega il presidente, “è una vergogna per tutti noi, il chiaro specchio del fracasso economico, politico e sociale degli ultimi vent’anni per l’Ecuador; io ed il mio governo ci sentiremo dei falliti se continueranno ancora ad esserci “compatriotas” costretti a lasciare il paese e la terra che gli ha visti nascere”.

E’ un Correa vicino alle problematiche della sua gente all’estero, consapevole delle loro difficoltà e dei loro problemi. Risponde a chi parla dei problemi delle famiglie distrutte a causa di una difficile riunificazione familiare; di quegli dei giovani ecuadoriani che per sopperire all’emarginazione sociale si ritrovano a costituire bande (pandillas); di quegli legati alla corruzione dei consolati e delle ambasciate. Ad ogni domanda Correa dimostra preparazione ed attenzione alle tematiche dei suoi concittadini: promette un “Plan vivienda” per i migranti in ritorno in Ecuador, la concessione di microcredito, di borse di studio per giovani ecuadoriani e la nomina di nuovi consoli in Italia, scelti proprio tra gli ecuadoriani che già vivono qui da tempo.

Soprattutto promette un impegno profondo con lo stato italiano in tema di leggi per la regolarizzazione degli immigrati. Correa ammette un ritardo nei rapporti con l’Italia, al contrario di quello che invece avviene con la Spagna, legato soprattutto alla “difficile” politica migratoria italiana (vedi Bossi-Fini) ma si dice fiducioso e parla di ottimi rapporti con il governo targato Prodi.

Il presidente è convincente e trasmette sicurezza ed i suoi concittadini presenti sembrano soddisfatti. “Il 2006 è stato l’anno del risveglio da un lungo letargo per l’Ecuador”, afferma annunciando l’inizio di quella che definisce la “revolución ciudadana”. “La politica non è il male, politica significa bene pubblico, ricerca del bene comune, quello che è stato sbagliato nella storia dell’Ecuador è stata una politica mafiosa che non ha potuto né voluto assicurare un futuro alla propria gente”, ha sottolineato Correa, facendo notare che il suo governo è caratterizzato prevalentemente da “non politici” e da una forte presenza femminile (tra la delegazione è presente anche María Fernanda Espinosa, Ministra d’Affari Esteri), persone stanche della vecchia politica che hanno voglia di rinnovamento, così come la stragrande maggioranza della popolazione ecuadoriana.

Non poteva Correa non ricordare l’importanza che ha, proprio per questo motivo, l’Assemblea Costituente per il rinnovamento del paese, un’assemblea voluta dall’82% della popolazione ecuadoriana, che ha come obiettivo principale realizzare una nuova Costituzione. Ha ricordato quindi il fondamentale appuntamento elettorale che il 30 settembre 2007 vedrà le elezioni dei rappresentanti per l’Assemblea Costituente, che avranno poi il compito di scrivere la nuova Costituzione e riformare interamente il sistema delle istituzioni in Ecuador.

Correa ha avvertito delle difficoltà che un processo di questo tipo implica, delle “trampas” (trappole) che la vecchia classe politica continua a tendere, così come ha avvertito del comportamento ostruzionista di una parte dell’attuale Congresso, troppo legato al passato, anche se poi lo stesso Correa giustamente ne sottolinea comunque il ruolo fondamentale di massima espressione della rappresentanza legislativa.

La comunità ecuadoriana all’estero tra l’altro avrà anche l’occasione di eleggere sei rappresentanti per l’Assemblea Costituente, e sarà quindi coinvolta direttamente al processo elettorale: “L’Ecuador non ha più solo quattro regioni (Costa, Sierra, Oriente e Galapagos) ma cinque, e la quinta è costituita proprio dai 3 milioni di emigranti ecuadoriani nel mondo”.

Il presidente ecuadoriano infine annuncia che proprio in seguito alla Assemblea Costituente si rimetterà, insieme al suo governo, nelle “mani del popolo”. “La mia non è una missione personale, sarete voi a decidere, per questo si tratta di una revolución ciudadana, è questo lo spirito della democrazia partecipativa. Non importa se ci sarò io a guidare l’Ecuador o no, non importano le persone, quello che conta è rinnovare la nostra Patria, la unica cosa che conta è la causa comune, e la nostra causa si chiama Ecuador”.

Per visionare alcuni spezzoni dell’intervento di Correa all’Idroscalo di Milano:
Rafael Correa a Milano: i video del discorso.

Oppure potete visitare il canale di Vero Sudamerica su YouTube a questo indirizzo: http://it.youtube.com/user/verosudamerica

Per tutte le foto che ho scattato dell’evento invece potete visitare la pagina su Flickr: http://www.flickr.com/photos/verosudamerica

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Il presidente ecuadoriano, Rafael Correa, in visita a Milano incontra i suoi concittadini. Qui i video del discorso di Correa davanti a circa mille ecuadoriani che vivono in Italia, girati sabato 14 luglio 2007 all’Idroscalo.

Per approfondire trovate qui l’articolo relativo: Correa promette un nuovo Ecuador



Parte 1


Parte 2



Parte 3



Per la visione dei video potete visitare anche il canale di Vero Sudamerica su YouTube a questo indirizzo: http://it.youtube.com/user/verosudamerica

Per tutte le foto che ho scattato dell’evento invece potete visitare la pagina su Flickr: http://www.flickr.com/photos/verosudamerica


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domenica 8 luglio 2007
Meglio costruire un muro che aiutare economicamente il continente latinoamericano. Paradossale decisione del Congresso Usa di tagliare i fondi per l’aiuto dell’America Latina. Il progetto di legge recentemente approvato prevede infatti 1,5 miliardi di dollari in aiuti (ridotti del -8,5% rispetto allo scorso anno) a dispetto però del miliardo di dollari che invece sarà speso per la costruzione del muro di “fronterizo” tra Messico e Usa.

Aiuta più un muro di frontiera che dividerà due Stati (Messico e Stati Uniti), ma che non si sa se e quali effetti avrà precisamente sulla auspicata riduzione dell’immigrazione negli United States, degli aiuti economici da destinare al continente latinoamericano. Questa è la chiara valutazione che devono aver fatto i deputati statunitensi al momento di votare il progetto di legge per gli aiuti economici destinati agli altri paesi per il 2008. Gli aiuti complessivi da elargire saranno pari a 34'000 milioni di dollari con un incremento del 15% rispetto allo scorso anno, quelli però destinati all’America Latina saranno solo 1'500 milioni con una riduzione dell’8,5%.

Notizia che lascia sorpresi e perplessi, visto che sono passati solo tre mesi dal viaggio di G.W. Bush in America Latina ed erano in tanti a pensare ad un ritorno di interesse Usa per quello che per molto tempo si riteneva fosse “il cortile di casa”. Sembrava anche un comportamento normale e lecito quello di Bush, cercare di recuperare influenza soprattutto dopo un anno di elezioni che avevano spostato abbondantemente a sinistra l’asse latinoamericano, ed in particolare in seguito alla sempre maggiore rilevanza all’interno del continente latino di Hugo Chávez, presidente venezuelano, ormai agli occhi statunitensi considerato un nemico alla stregua di Fidel Castro.

Ed invece la realtà è ben diversa dalle promesse e vede anzi un importante taglio dei fondi destinati agli aiuti per l’America Latina, insomma, un vero e proprio controsenso. La notizia è datata fine giugno e per una volta mi fa trovare quasi d’accordo con le idee di Andres Oppenheimer, giornalista del “Miami Herald”.

Certo, l’unica preoccupazione di Oppenheimer sembra essere legata al fatto che gli aiuti economici statunitensi non siano adeguati rispetto a quelli che invece Hugo Chávez, da lui definito il presidente “narcisista leninista” del Venezuela, elargisce in aiuto agli altri paesi latinoamericani. In questo modo infatti rischierebbe di ridursi eccessivamente la dipendenza del continente latino dagli Stati Uniti, ultimamente distratti da altre faccende (vedi Medio Oriente), e questo è forse troppo pericoloso.

Un aspetto delle considerazioni di Oppenheimer ritengo però sia molto condivisibile. Tagliare gli aiuti economici all’America Latina mentre si aumentano quelli a livello mondiale sembra assolutamente ridicolo. Tutto scade nell’assurdo soprattutto se poi si considera che gli aiuti promessi per il 2008 all’America Latina sono pari a 1,5 miliardi di dollari al cospetto però del miliardo di dollari recentemente stanziato dal Congresso Usa per costruire un muro di frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Non credo ci sono dubbi che avrebbe avuto molto più senso aumentare gli aiuti al continente latinoamericano, magari sviluppando le economie regionali, ed in questo modo evitando che i cittadini latinoamericani siano spinti ad emigrare, che tirare su un muro di frontiera ,da un costo spropositato ma dagli effetti quantomeno dubbi.

Quanti migranti determinati a raggiungere gli Usa si fermeranno davanti ad un muro di frontiera?

Il muro anzi molto probabilmente servirà solo a rendere ancora più pericolosi e violenti i tentativi di passaggio illegale della frontiera (si consiglia la lettura di “Los Angeles – Oaxaca, viaggio senza ritorno"), ma riuscirà realmente a diminuire l’immigrazione clandestina?

I dubbi sono molti, ma dalla decisione presa dalla Camera statunitense una cosa è ben chiara, l’interesse di aiutare realmente i paesi latinoamericana è attualmente ai minimi termini, come d’altronde lo è sempre stato. Le parole di Bush in Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico sono state come al solito parole di circostanza, gli interessi Usa sono e rimangono distanti dall’America Latina, salvo che non si tratti di TLC (trattati di libero commercio), Plan Colombia e derivati, o accordi per ridurre la dipendenza dal petrolio venezuelano e medio orientale attraverso i biocombustibili.

Molto meglio, o forse anche più facile, quindi finanziare 1'125 km di muro di frontiera, completamente inutile, ad un costo spropositato e con l'unico scopo di accontentare l’elettorato conservatore e xenofobo.

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venerdì 6 luglio 2007
Se fosse ancora in vita la pittrice messicana Frida Kahlo oggi compierebbe 100 anni. Il suo talento artistico l'ha portata ad essere una delle figure più rappresentative del Messico nel Mondo.

Frida KahloAllo stesso tempo tragica e geniale, così come le sue opere, Frida Kahlo si considerava figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno. Anticipatrice dei tempi e simbolo del femminismo, i suoi cento anni vengono celebrati oggi in tutto il mondo due grandi mostre, una con più di 350 sue opere è iniziata oggi e terminerà il 30 settembre a Città del Messico nel palazzo delle Belle Arti, ed un'altra con molte opere inedite si terrà nella Casa Azul, sempre nella capitale messicana, dove la pittrice nacque.

Numerosissime anche le mostre in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alle Filippine, da Cuba alla Spagna.

Nei suoi quadri era solita dipingere in particolare autoritratti ispirati all'arte popolare e alle tradizioni precolombiane. La sua chiara intenzione era, ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native, affermare in maniera inequivocabile la propria identità messicana.

Frida
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lunedì 2 luglio 2007
Sui biocombustibili arriva anche la frenata delle Nazioni Unite. Un’indagine della Fao rivela che quantità sempre crescenti di cereali sono destinate alla produzione di biodiesel, con il risultato di spingere la domanda e far schizzare verso l’alto i prezzi. Tutto a scapito dei paesi in via di sviluppo. Alimentare un auto conta più che alimentare un uomo?

Un interessante avvertimento è stato lanciato da ONU-Energy riguardo alla rapida crescita dell’industria bioenergetica. L’organismo che fa capo alle Nazioni Unite infatti denuncia come i biocombustibili, in un quadro completamente privo di regole come quello attuale, creerebbero una brusca impennata nei prezzi dei generi alimentari, con conseguenti ripercussioni sui paesi in via di sviluppo.

Dall’indagine emerge che sono proprio questo paesi ad importare le più grosse quantità di generi alimentari, circa il 75% di tutto il commercio mondiale, e con la prevista impennata dei prezzi nel prossimo biennio il costo delle importazioni per questi paesi aumenterebbe del 20%.

Ma cosa ha provocato un tale innalzamento del prezzo dei generi alimentari, ed in particolare dei cereali e degli oli vegetali? La causa sarebbe proprio l’accresciuta domanda di biocarburanti. Il primo paese che ha cominciato a risentirne è stato proprio il Messico dove il prezzo del mais è aumentato di circa il 20% da inizio anno (vedi: “Messico, tortillas o carburante?”).

Trovandoci di fronte ad un industria dei biocombustibili allo stato attuale completamente disorganizzata e priva di regole, le conseguenze a livello mondiale potrebbero essere disastrose. La produzione globale di bioenergie, in crescita esponenziale, mette ad esempio in pericolo risorse come acqua e terreni, che sempre più vengono sottratte alla produzione alimentare a scapito di quella dei biocarburanti. Per non parlare dell’aumento sproporzionato dei prezzi delle materie prime, completamente gonfiati dalla maggiore domanda delle stesse per la produzione di biocombustibili.

E’ inevitabile infatti che con un aumento della domanda di biocarburanti (è previsto un aumento del 100% nei prossimi 4 anni) sempre maggiori quantità di risorse saranno destinate alla produzione di biocombustibili, e sempre maggiori saranno i rincari sui prezzi. L’esempio del mais nel biennio 2006/07 è lampante.

In pratica il rapporto della Onu avverte che nel quadro attuale la produzione di biocarburanti ha troppo peso del prezzo dei cibi, in particolare nei paesi a basso reddito e importatori di materie prime, e potrebbe sottrarre le terre più produttive alle coltivazioni alimentari, confinando quest’ultime a terreni di qualità inferiore. Oggi infatti la maggior parte delle colture utilizzate per ottenere biocarburanti sono su terreni agricoli di alta qualità e che richiedono un uso significativo di fertilizzanti, pesticidi e acqua.

E’opportuno quindi chiedersi se realmente produrre biocarburanti (etanolo, metanolo, biodiesel, biogas) sia conveniente, anche solo rispetto alla produzione da carburanti fossili.

Un istituto di ricerca svizzero, l’Empa (http://tinyurl.com/ypxfw9) è arrivato a questa conclusione: “I biocarburanti permettono in media una riduzione delle emissioni di CO2 del 30% rispetto a benzina e diesel, in compenso però creano danni ambientali legati alla coltivazione dei vegetali, per esempio eccesso di concimazione, acidificazione di terreni ed acque, disboscamento, erosione del suolo, diminuzione della diversità biologica, concorrenza con le colture alimentari”.

Anche l’Economist qualche settimana fa avvertiva, prendendo in considerazione l’aumento del prezzo del mais in Messico causato dall’incrementata produzione di etanolo negli Stati Uniti: “L'etanolo derivato dal mais non è vantaggioso né sotto il profilo economico né sotto quello ecologico. La produzione richiede infatti altrettanta energia di quanta ne produce, i sussidi del governo Usa costano ai contribuenti tra i 5,5 e i 7,3 miliardi di dollaro all'anno, e aumenteranno esponenzialmente il prezzo del mais, quello dei terreni e quello della carne. La produzione alimentare, in altre parole, viene usata per sfamare le voraci automobili statunitensi”

Se, quindi, oltre ai danni ambientali e alle ripercussioni sui paesi in via di sviluppo, sembra che in molti casi, come nell’esempio statunitense, per produrre etanolo occorre più energia di quanto esso ne produca dobbiamo fermarci a fare una riflessione. Allo stato attuale infatti, in un contesto privo di regole che va a scapito della società e dell’ambiente come è quello descritto dall’Onu, conviene esclusivamente per ridurre la dipendenza dal Medio Oriente e dai paesi produttori di petrolio (unico obiettivo degli Stati Uniti) che milioni e milioni di persone siano costrette alla fame?

Per permettere il funzionamento delle auto nel primo mondo si può infatti condannare alla morte per fame più di tre miliardi di persone nel “Sud del Mondo”?

Una riflessione mi sembra più che opportuna.

Intanto passando alle notizie d’attualità in Messico è iniziata una campagna nazionale denominata “Sin maiz no hay pais” , organizzata da associazioni di contadini o da organizzazioni non governamentali. Lo scopo della campagna, che durerà sei mesi, è rivendicare la sovranità alimentare messicana e lottare contro l’importazione di alimenti transgenici (che dovrebbero sostituire quelli naturali utilizzati per produrre etanolo negli Usa) e contro gli accordi commerciali come il Trattato di Libero Commercio, ritenuto una minaccia contro la produzione nazionale di prodotti agricoli e per le economie di settore.

Anche i produttori di tortilla si muovono. Circa 75 “tortillerias” di Azcapotzalco infatti si sono unite in un associazione “Asociación de Industriales de la Masa y la Tortilla de Maíz Nixtamalizado” con lo scopo di stabilizzare il prezzo del mais e tentare di acquistare la materia prima senza intermediazioni.

Si attende da tempo una risposta del governo Calderón che tarda ad arrivare. Oggi 2 luglio intanto si compie il primo anniversario del frode elettorale delle ultime elezioni e l’opposizione, guidata da Obrador, torna a riempire lo Zócalo di Città del Messico (vedi foto1, foto2).

Fonti: Empa, Economist, La Jornada, Affari & Finanza, Internazionale, El Pais.

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domenica 1 luglio 2007
Era un anno fa, 1° luglio 2006, quando pubblicavo il primo post qui su VeroSudamerica ( vd. Il “prezzo” della verità). Ebbene sì, dopo 365 giorni, 170 articoli pubblicati e 35'000 visitatori festeggiare il primo anno di vita di questo blog è proprio un obbligo, soprattutto quando c’è, come oggi, un annuncio importante da fare.

Prima di tutto però, mi preme ringraziare tutti voi, i lettori e le lettrici che mi hanno fatto compagnia in quest’anno di VeroSudamerica. Un ringraziamento di cuore agli “aficionados” iscritti alla newsletter e a tutti i colleghi blogger che trattano di America Latina e non. Spesso proprio grazie ai blog, infatti, sono nate anche delle amicizie. Ma un grazie va anche ai visitatori casuali che magari per sbaglio son finiti tra queste pagine e magari hanno letto due righe.

Dopo tutti questi ringraziamenti è giunto il momento dell'annuncio: Questo blog presto si trasferirà!

Non si tratterà però di un passaggio ad un'altra piattaforma o ad un altro dominio. Sarò io personalmente a trasferirmi da agosto, per un anno, in Messico, a Puebla (Mexico).

Lascerò quindi l’Italia per passare un anno nelle Americhe, da dove continuerò a scrivere ed a tentare d’informare sull'America Latina, come ho sempre fatto in quest’anno passato insieme. Di positivo ci sarà sicuramente l’opportunità di poterlo fare da un osservatorio privilegiato, che mi permetterà di essere sul posto e di toccare con mano la realtà messicana e non solo (visto che molti viaggi per il continente sono già previsti).

L’America Latina, come sapete, è difficilissima da raccontare, è un continente in continua evoluzione, ricco di diversità e di tratti in comune, purtroppo da sempre in lotta contro i luoghi comuni occidentali. Con questo blog sin dall'inizio si è voluto tentare di dare una voce alternativa, fuori dalla logica dell’informazione main stream che troppo spesso arriva a facili e banali conclusioni senza magari scavare alle radici storico-economiche del continente. Che io ce l'abbia fatta o no, non sta a me giudicarlo, però la volontà c'era e spero nel mio piccolo di esserci riuscito!

Che dire altro, un saluto a tutti quanti e vi rimando ad un appuntamento ormai fissato.

Dal 9 agosto, per un anno, VeroSudamerica scriverà dal Messico (per contattarmi: verosudamerica@libero.it).