venerdì 28 settembre 2007
Diego Rivera è considerato uno dei più grandi pittori del XX secolo. Questo è uno dei suoi più celebri murales, "L'uomo all'incrocio", che attualmente si può ammirare nel Palazzo delle Belle Arti a Città del Messico.


Muralista messicano, Rivera è divenuto famoso per la tematica sociale delle sue opere realizzate in gran parte in edifici pubblici, soprattutto della capitale messicana. Il mural, "L'uomo all'incrocio" (clikkare per ingrandire), quasi terminato al Centro Rockefeller di New York, venne distrutto perchè conteneva una chiara critica al capitalismo.

Fu Nelson Rockefeller a disporre la distruzione del mural. Rivera, licenziato e censurato per la sua esplicita visione politica, in seguito, lo ridipingerà nel Palazzo delle Belle Arti a Città del Messico. L'uomo all'incrocio guarda con speranza e con fermezza alla scelta di un futuro migliore (parte centrale del mural, a destra). Il capitalismo (a sinistra) indica la scelta da evitare, il socialismo marxista (a destra) indicherebbe invece la scelta giusta.

Nel murales campeggiano anche le figure di Lenin e Trotzkij sullo sfondo dell'Armata Rossa (in basso a destra). Non manca: "lavoratori del mondo unitevi nella IV Internazionale" (in basso).

A chiunque venga a visitare Città del Messico consiglio vivamente di passare ad ammirare questo entusiasmante murales, davvero sconvolgente per la sua sempre viva attualità, non tanto nei personaggi quanto nella simbologia sottostante.

Il Palazzo delle Belle Arti ospiterà fino al 16 dicembre l'esposizione che rappresenta la più importante mostra dell'attivita di muralista di Diego Rivera.

Link utili:

Museo del Palazzo delle Belle Arti di Città del Messico. Qui anche le opere di altri grandi muralisti come Siquieros, Orozco e Tamayo;

Diego Rivera, biografia;

Frida Kalho, moglie di Rivera e pittrice messicana. Quest'anno si sono celebrati i 100 anni dalla sua nascita;

Diego Rivera, opere principali;

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giovedì 27 settembre 2007
Si avvisa del cambio della mail per comunicare con Verosudamerica.
La nuova mail per iscriversi alla newsletter ed interagire con l'autore è:


verosudamerica@gmail.com


 

mercoledì 26 settembre 2007
“L’Ecuador non si presterà ad uno stupido accordo di libero commercio. Siamo contrari a questo tipo di apertura al mercato che non farebbe altro che abbattere la produzione agricola e permettere l’ingresso di prodotti sussidiari”.

Prima di raggiungere New York, sede dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, in visita a Miami alle comunità ecuadoriane, reitera chiaramente il secco “NO” del suo paese ad un eventuale accordo di libero commercio con gli Stati Uniti. “L’Ecuador non si presterà a questo genere di avventure suicida, non seguiremo la strada intrapresa recentemente da Perù, Panama e Colombia”.

Rifiutiamo un trattato di libero commercio. Una grande numero di cittadini statunitensi, soprattutto del partito democratico, si oppongono a questo tipo di accordi commerciali perché riducono posti di lavoro negli Usa. Se questo può essere un problema per un economia di mercato solida e sviluppata come è quella statunitense, immaginiamo i danni che porterebbe ad un economia come quella ecuadoriana, che per di più non conta neanche con una moneta nazionale” – sono state le motivazioni apportate da Correa, che ha poi aggiunto:

L’Ecuador non sta seguendo né il modello cubano, né il venezuelano, né il cileno. Stiamo provando una via ecuadoriana, perché ogni paese ha caratteristiche economiche differenti e non esiste un modello universale da seguire. Non siamo assolutamente contrari al commercio con l’estero, però siamo certamente contrari a questo tipo di stupide aperture al mercato che non farebbero altro che abbattere la produzione agricola e permettere l’ingresso di prodotti sussidiari al nostro paese”.

Il tema del trattato di libero commercio tra paesi latinoamericani e gli Usa è tornato d’attualità negli ultimi tempi. Solo venerdì scorso il Senato statunitense infatti ha approvato il TLC con il Perù, dando un primo passo alla sua rettificazione. Il Congresso Usa ha poi ancora pendenti le rettificazioni di accordi di libero commercio con Panama e Colombia.

Gli Stati Uniti hanno invece già vigenti TLC con Messico, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Cile, mentre solo tra qualche settimana, il 7 ottobre toccherà a Costarica decidere attraverso un referendum se firmare o no il Cafta con gli Usa (consiglio la lettura di questo articolo di M.Campisi a riguardo).

Nonostante il reiterato rifiuto del TLC però il presidente Correa a tenuto a precisare che la relazione tra Ecuador e Usa rimane “eccellente”, essendo gli Stati Uniti il primo partner commerciale del paese andino.

Alle domande dei giornalisti statunitensi circa una rottura anti-costituzionale e non democratica dell’Ecuador, il presidente Correa ha ribattuto ricordando che lo scioglimento del Congresso e la convocazione di una Assemblea Costituente non può essere considerata una svolta anti-democratica in quanto è stata votata ed approvata dalla maggioranza della popolazione ecuadoriana tramite una consulta elettorale.

Ricordo che gli ecuadoriani a giorni saranno chiamati ad eleggere gli integranti dell’Assemblea Costituente che dovrà redigere la prossima Costituzione del paese il prossimo 30 settembre.

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Qui per leggere circa la passata visita di R. Correa alla comunità ecuadoriana di Milano.


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venerdì 21 settembre 2007
L’ex presidente peruviano, Alberto Fujimori, sarà estradato in Perù. La Corte Suprema cilena approva la richiesta di estradizione del governo peruviano per 7 dei 13 capi d’imputazione che pendono sul “Chino”.

Il Cile ha autorizzato l’estradizione di Fujimori, accusato di corruzione e atrocità. “La Corte suprema che ha sede a Santiago ha approvato sette capi di accusa su 13 (2 legati alla violazione dei diritti umani e 5 alla corruzione)”, ha precisato oggi 21 settembre il presidente della Corte suprema, Alberto Chaigneau. Il via libera è arrivato nelle scorse ore anche dalla presidente del Cile, Michelle Bachelet che ha reso noto alle autorità di Lima la decisione della Corte Suprema per il rientro in patria del “Chino”.

Il caso ora passa nelle mani di Orlando Alvarez, il giudice cileno che dovrà dare l’ordine di procedere con la sentenza, dopo che in prima istanza aveva respinto l’estradizione. Sembrano comunque non esserci questa volta possibilità concrete per la difesa di Fujimori che possano evitare che la polizia cilena proceda all’arresto dell’accusato per metterlo a disposizione delle autorità peruviane.

La decisione della Corte Suprema è dunque inappellabile, l’unica chance è ritardare l’esecuzione della sentenza con un ricorso di rettificazione che comunque non andrebbe ad intaccare la decisione di estradizione.

Per chi non conoscesse bene il personaggio, Alberto Fujimori, nato a Lima da immigrati giapponesi, è stato presidente del Perù dal 28 luglio 1990 al 17 novembre 2000. Il suo governo si contraddistinse per il suo stile decisamente autoritario, specialmente dopo il 1992, quando furono praticamente cancellate le libertà democratiche.

Per l'organizzazione umanitaria “Amnesty International” si tratta di un "passo avanti fondamentale perché vi sia giustizia per le migliaia di vittime di tortura, uccisioni, sparizioni forzate e altre violazioni dei diritti umani commesse sotto i governi Fujimori". "Le autorità peruviane devono dare seguito alla decisione della Corte suprema cilena - prosegue il comunicato di Amnesty - e assicurare che tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani commesse sotto il governo di Fujimori ricevano giustizia e riparazione".

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giovedì 20 settembre 2007
Il Brasile si propone per ospitare l’incontro tra il presidente venezuelano e la guerrilla colombiana con cui si spera di ottenere la liberazione dei 45 ostaggi attualmente in mano alle FARC, tra cui anche la Betancourt.

Il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, proporrà al presidente venezuelano, Hugo Chávez, di considerare il Brasile come possibile sede dell’incontro tra lo stesso Chávez e le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC). Ad annunciarlo è il portavoce presidenziale brasiliano, Marcelo Baumbach. Il 20 settembre avrà luogo, nella città brasiliana di Manaos, l’incontro tra i presidenti Lula, Chávez e l’ecuadoriano Correa e proprio durante questo vertice il Brasile si offrirà ufficialmente come sede per la tanto delicata riunione che si spera portarà alla liberazione di 45 ostaggi sequestrati dalla guerriglia colombiana.

Baumbach ha rivelato che il presidente Lula appoggia totalmente lo sforzo del presidente venezuelano per cercare una mediazione e confida nelle possibilità di riuscita da parte dello stesso Chávez. Oltre a Lula, ad appoggiare quest’incontro ed il ruolo di mediatore tra il governo colombiano e le FARC, assunto da Chávez in seguito ad un recente incontro con il presidente colombiano Uribe, ci sono anche i presidenti Daniel Ortega (Nicaragua), Rafael Correa (Ecuador), Evo Morales (Bolivia), Nicolás Sarkozy (Francia), ed i 112 governi del grupo dei Paesi Non Allineati.

All’incontro con Chávez le Farc saranno rappresentate dal loro leader, Pedro Antonio Marín, meglio conosciuto come "Manuel Marulanda Vélez" o "Tirofijo". In un primo momento l’intermediazione doveva avere luogo in Colombia, ma il presidente colombiano Uribe si è opposto decisamente a questa opzione ed ha suggerito che la riunione, mirata a raggiungere lo scambio umanitario tra 500 prigionieri del gruppo sovversivo e i 45 ostaggi, avvenisse in un paese neutrale. Proprio per questo motivo Lula ha proposto di mettere a disposizione il Brasile, riconoscendo il grande lavoro di Chávez nella ricerca di un accordo con le Farc.

Intanto la senatrice colombiana, Piedad Córdoba, ha confermato l’incontro a Caracas tra Chávez ed il portavoce delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, Raúl Reyes, fissato molto probabilmente a Caracas per l’8 ottobre, data designata dalla stessa guerriglia in quanto 40esimo anniversario dell’esecuzione in Bolivia del medico e guerrigliero argentino/cubano, Ernesto Che Guevara.

Ecco il video che ufficializza l’incontro in cui appare la senatrice colombiana e il portavoce delle Farc datato 14 settembre:



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mercoledì 19 settembre 2007
Il candidato alla presidenza per il partito liberale, Roberto Micheletti, approfitta del dolore del popolo hondureño, causato dall’uragano Felix, per fare politica e distribuire aiuti umanitari in borse con su impressa la sua faccia. Dal tribunale elettorale hondureño arriva la legittimazione: “non è una violazione della legge elettorale”.

Puebla (Messico) – L’Honduras è stato uno degli stati più colpiti e danneggiati dall’uragano Felix. Un candidato alla presidenza però approfitta del dolore del suo popolo per attuare una delle più tristi e squallide tecniche di campagna elettorale. Trasformando la disperazione e la tristezza della popolazione straziata dai danni dell’uragano in un opportunità per ottenere facili voti nelle elezioni presidenziali che si terranno tra 90 giorni, Roberto Micheletti, del partito liberale, distribuisce aiuti umanitari in borse di plastica con su stampato il suo manifesto elettorale.

Molte le polemiche scatenatesi, pero l’opportunista e populista candidato presidenziale ha trovato legittimazione nella sentenza del TSE (Tribunal Supremo Electoral), secondo cui “cualquier ciudadano puede poner su rostro en bolsas de víveres y distribuirlas entre damnificados sin violentar la ley electoral”.

Qualsiasi cittadino quindi è libero di distribuire aiuti umanitari con la propria faccia stampata senza violare la legge elettorale in Honduras. Non viola la legge elettorale quindi neanche un candidato alla presidenza del paese centroamericano, che può in questo modo fare propaganda politica in vista delle prossime elezioni. Tra meno di 50 giorni in Honduras ci sarà il turno delle primarie e tra 90 le elezioni generali, ma questo non conta per il TSE.

La legge elettorale hondureña stabilisce nell’articolo 143 come propaganda elettorale “tutte le attività che perseguono esercitare influenza sull’opinione e la condotta dei cittadini per indurre al voto di un determinato candidato o partito politico utilizzando i media massivi d’informazione”. Il TSE però non ha ritenuto la distribuzione di viveri con la faccia del candidato alla presidenza Roberto Micheletti come attività di propaganda elettorale in quanto non sono stati utilizzati mezzi d’informazione.

Non è questionabile per il tribunale elettorale il fatto di regalare viveri, come non lo è eventualmente regalare altri tipi di beni o proprietà (!!!).

Rimane lo squallido gesto di Micheletti, almeno eticamente da condannare e denunciare. Aberrante approfittarsi di un disastro naturale di questa portata (Felix solo in Honduras ha causato 2 morti, diversi dispersi e più di 30'000 evacuati) per il solo scopo elettorale, per fare politica e accaparrarsi dei voti marciando sul dolore di un popolo intero.

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Non si può e non si deve far finta di niente di fronte a questo tipo di "giornalismo".

Un articolo su Chávez firmato Silvia Guidi, apparso su Libero lo scorso 1°settembre e titolato "«Minigonna fuorilegge» L'ultima follia di Chávez", viola "l’obbligo inderogabile al rispetto della sostanziale verità dei fatti” con una serie di invenzioni ed inesattezze grossolane, che meritano l'intervento dell'Ordine dei Giornalisti. La Guidi si permette di inventare di sana pianta che il presidente venezuelano Hugo Chávez starebbe per introdurre nel paese: divieto di indossare la minigonna, pantaloni aderenti, messa al bando di alcolici, censura su Babbo Natale, Minnie e Topolino, e l'uso di cellulare ed internet controllati dal governo. Tutto falsissimo e privo di fondamento.

“E' diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede” recita l’art.2 della Legge 3 febbraio 1963, n. 69.

Doveroso e necessario l'intervento dell'Ordine dei Giornalisti, non è ammissibile infatti questa deriva verso la disinformazione. Se è assolutamente lecita la critica e l'interpretazione dei fatti, non lo deve essere però inventare "false notizie" per screditare e gettare fango su personaggi o governi di diversa ideologia (l'articolo integrale di Libero si può leggere qui).

Feltri, direttore di Libero, non è nuovo a questo genere di giornalismo, ma se si rimane a guardare perderà di credibilità, rapidamente e sempre più, l'intera categoria professionale. Mi aggrego quindi alle richieste d'intervento:

Libero e le leggende metropolitane sulla Riforma Costituzionale del Venezuela, di Annalisa Melandri;
L'ordine dei giornalisti deve intervenire, di Piero Armenti, direttore responsabile di Notizie da Caracas.

Infine consiglio la lettura di "Disinformando sul Venezuela" dal blog del prof. G.Carotenuto.

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domenica 16 settembre 2007
Ecco le foto scattate nello Zocalo di Città del Messico ieri 15 settembre 2007.

Città del Messico (D.F.) - Il giorno dedicato alla festa dell'indipendenza messicana è stato per la prima volta strumentalizzato dalla netta divisione politica che caratterizza ormai stabilmente il paese. La massima espressione di un paese diviso si è avuta proprio nella piazza principale della capitale. La militarizzazione della piazza e le proteste dell'opposizione contro il presidente Felipe Calderón hanno caratterizzato l'intera giornata, per altro già preannunciata calda alla vigilia. Fortunatamente non ci sono stati scontri, la protesta è stata totalmente pacifica.

Seguono le foto che ho scattato nello Zocalo.

Questi i metal-detector che controllavano tutti gli accessi alla piazza dello Zocalo. Molti sostenitori di Obrador hanno denunciato l'impossibilità di accedere alla piazza, i militari infatti impedivano l'accesso fin dalle prime ore dell'alba a chiunque indossasse indumenti o portasse bandiere di colore giallo, colore del PRD, partito dell'opposizione.

Per l'intero centro della città sfilavano plotoni della polizia militare, molti in assetto anti-sommossa. Tutti gli accessi alla piazza erano controllati, impossibile accedere allo Zocalo senza essere perquisito. Fonti governative parlavano di una presenza di 500 militari, senza dubbio ad occhio erano molti di più, l'opposizione parla di almeno 5'000 elementi della polizia federale ai quali si devono aggiungere altri 2'000 elementi in borghese sparsi per tutta la piazza del D.F.




Per concludera ecco alcune delle foto scattate ai sostenitori di Lopez Obrador. Le proteste, totalmente pacifiche, hanno visto migliaia di persone piazzate davanti le transenne poste a difesa del Palacio Nacional, luogo dal quale il presidente Calderón avrebbe poi dato il "grito" per la festa d'indipendenza.









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sabato 15 settembre 2007
La festa dell’indipendenza messicana si trasforma in teatro di scontro politico tra maggioranza ed opposizione. La piazza principale della capitale sarà lo scenario di tre differenti “gritos”. Lo Zocalo e le zone limitrofe occupate dall’esercito e dalla polizia federale.

Città del Messico (D.F.) – Militari in ogni angolo del centro, esercitazioni della polizia in assetto anti-sommossa, dimostranti accampati di fronte ad un Palacio Nacional transennato e protetto dall’esercito. Non è decisamente un atmosfera di festa quella che si respira camminando per le strade del centro di Città del Messico alla vigilia del 15 settembre. Anche la festa del 197esimo anniversario dell’indipendenza messicana si è infatti trasformata, come spesso accade dalla vittoria alla presidenza di Felipe Calderón, in una vera e propria guerra politica tra il partito di governo e l’opposizione.

Da settimane le forze politiche si contendono il territorio dello Zocalo, così le coreografie ed i tricolori messicani tipici della festa dell’indipendenza quasi passano in secondo piano rispetto alla politicizzazione messa in atto da maggioranza ed opposizione. La forte presenza militare rende l’aria pesante ed inquietante.

Le foto (in basso a fine articolo) sono state scattate ieri pomeriggio per le strade del centro del DF. La maggioranza e l’opposizione hanno tirato su una vera e propria battaglia politica, controllare lo Zocalo durante la festa dell’indipendenza ha assunto quasi importanza vitale e metaforica, sembrerebbe come una dimostrazione di forza, di controllo politico del paese. E per questo come sempre il presidente Calderón ha preferito dispiegare le forze militari. Il partito di governo ha transennato e occupato militarmente tutto il centro della città, oltre ad aver messo a disposizione numerosi pullman gratuiti per portare nello Zocalo il più alto numero di seguaci del PAN.

Il partito d’opposizione, il PRD di López Obrador, ha invece invitato i suoi seguaci ad occupare lo Zocalo dalle prime ore della vigilia della festa, per protestare appunto al momento del “grito de indipendencia” che farà il presidente Felipe Calderón dal balcone del Palacio Nacional.

Lo scenario sembra quasi quello di una “guerra” per il controllo della piazza, e la forte presenza di militari in assetto anti-sommossa contribuisce sicuramente ad aumentare la tensione.

Il programma della giornata sarà il seguente, ed è ben rappresentato da questa mappa.



Lo Zocalo sarà il teatro di tre “gritos”, il primo, attorno alle 20, sarà quello del sindaco del Distrito Federal, Marcelo Ebrard, effettuato dal municipio (a destra nella mappa). Saranno ricordate le figure principali della rivoluzione messicana che hanno portato alla indipendenza come Miguel Hidalgo, José María Morelos e Francisco Primo de Verdad.

Poi seguirà il vero e proprio scontro tra forze politiche. Tra le 19 e le 22 i simpatizzanti di López Obrador, daranno vita al “Grito de los libres” effettuato da Rosario Ibarra de Piedra, senatrice del Partido del Trabajo. Le celebrazioni alla bandiera ed il “grito” saranno effettuati da un palco situato nella opposta al Palacio Nacional (in basso nella mappa). López Obrador però non assisterà alla cerimonia in quanto in visita in alcuni comuni di Oaxaca in qualità di “presidente legittimo”.

Subito dopo, anche se l’orario non è stato ancora comunicato per motivi di sicurezza, dall’altro lato della piazza, precisamente da un balcone del Palacio Nacional (in alto nella mappa, in una zona completamente transennata), dovrebbe infine affacciarsi il presidente Felipe Calderón per effettuare il suo “grito de indipendencia”.

Intanto la Commissione Nazionale Messicana per la difesa dei Diritti Umani (CNDH) ha annunciato la presenza a partire dalle 18 di alcuni suoi rappresentanti nella piazza dello Zocalo per vigilare sulla possibile violazione dei diritti umani e raccogliere eventuali denuncie. L’attenzione sarà concentrata soprattutto per quanto riguarda eventuali abusi da parte di autorità della polizia e militari e sul rispetto e la garanzia del diritto alla libertà di transito delle persone, si teme infatti che le forze armate impediscano l’accesso ai manifestati dell’opposizione per garantire a Calderón un “grito” tranquillo e senza esagerate contestazioni.


Dispiegamento anti-sommossa per le vie che circondano lo Zocalo




Il Palacio Nacional transennato e protetto dall'esercito e dalla polizia federale.






I seguaci di López Obrador campeggiati nello Zocalo.






Le coreografie dello Zocalo in attesa della festa.

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mercoledì 12 settembre 2007
Un gruppo guerrigliero, l’EPR, rivendica gli attentati a Pemex negli stati di Veracruz e Tlaxcala.

Puebla (Messico) – Nella prima mattinata di lunedì 10 settembre, sei esplosioni hanno fatto saltare in aria altrettanti oleodotti dell’impresa messicana Pemex. La distribuzione di petrolio e gas è stata momentaneamente interrotta provocando ingenti danni finanziari. Fortunatamente però non si sono registrate vittime anche se più di 20'000 persone, residenti nelle vicinanze, hanno dovuto evacuare le zone interessate.

Gli attentati, chiaramente premeditati, sono stati già rivendicati dal EPR (Ejercito Popular Revolucionario), esercito popolare rivoluzionario, un gruppo di guerriglia rurale nato nel 1996 ma tornato alla ribalta quest’anno per attentati simili commessi nel luglio scorso sempre agli oleodotti di Pemex.

L’EPR ha motivato i nuovi interventi terroristici come conseguenza diretta della scomparsa di due membri della guerriglia, Edmundo Reyes Amaya e Gabriel Alberto Cruz Sánchez, detenuti lo scorso 25 maggio a Oaxaca e da quel giorno scomparsi nel nulla. Nel comunicato il gruppo EPR ne richiede l’immediata liberazione con vita.

Questi i fatti, doverosa però un’analisi.

Senza ombra di dubbio ci troviamo di fronte ad atti terroristici ingiustificabili e assolutamente da condannare. Attentati che, anche se in nome di una proclamata rivendicazione sociale e/o politica, come conseguenza diretta non fanno altro che peggiorare la già drammatica situazione delle classi più deboli e povere (20'000 evacuati) e che invece indirettamente purtroppo contribuiscono ad alimentare e legittimare i settori più autoritari del governo che trovano così facili pretesti per accentuare la repressione, per altro già in corso, contro dissidenti, oppositori politici e movimenti sociali.

La giusta e dovuta condanna di questi attentati non è però sufficiente a giustificare il comportamento dell’attuale governo messicano. Due cittadini “desaparecidos” (scomparsi), che siano essi guerriglieri o no, dimostra la totale indifferenza alla tutela dei diritti umani e fa emergere la linea guida di questo, ma anche dei passati governi messicani, quella che nel suo comunicato lo stesso EPR ha definito come una vera e propria “guerra sporca” (guerra sucia) intrapresa dal governo di Felipe Calderón contro il popolo messicano.

Le azioni di sabotaggio agli oleodotti che ci troviamo ad esaminare non fanno altro che confermare la sensazione di un Messico ormai caldo e potenzialmente instabile. Su 105 milioni di persone, 19 milioni vivono sotto la soglia di povertà e ben 49 milioni non dispongono delle risorse minime per soddisfare le esigenze di base (casa, salute, vestiti, educazione, trasporti).

Risulta quindi quasi sorprendente come la palpabile esasperazione sociale non abbia ancora imboccato la strada della rivolta di massa. Risulta poi altrettanto sorprendente come, sino ad ora, non sia stato più evidente e marcato il collasso delle autorità di governo, considerando anche la totale mancanza di fiducia rispetto alla classe politica da parte dei cittadini ed i diversi focolai di mobilitazione sociale generatisi negli ultimi tempi.

Per ora la repressione attuata dal governo Calderón è riuscita a mantenere “stabile” la baracca, però, a questo punto, solo una totale mancanza di senso di Stato può spiegare il perché questa classe politica e dirigenziale continui a non tenere bene in conto la reale minaccia che incombe sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità politica.

Troppo facile limitarsi a dare la colpa agli atti terroristici delle guerriglie come l’EPR, o al narcotraffico, o alla delinquenza comune. E’ necessario invece guardare la realtà per quella che realmente è, facendo ricadere le reali cause sul sistema economico che ha portato più della metà della popolazione messicana alla miseria e alla fame, e che tutt’ora viene mantenuto in vigore.

Questi nuovi atti di terrorismo e di propaganda armata, compiuti in questo caso dal EPR, dovrebbero portare la classe di governo attuale a riflettere sulla spaventosa assenza di prospettive alla quale si raffrontano, a causa della politica economica ed alla totale assenza di politica sociale, tutti i giorni milioni di messicani. Milioni di persone che si trovano a non avere alternative che non siano l’immigrazione clandestina negli Usa, il mendicare per strada, l’essere reclutato dalla criminalità organizzata, o l’incorporarsi a gruppi politico-militari che si propongono di cambiare l’attuale sistema politico/economico attraverso il terrorismo.

Guardando questa indiscutibile realtà, le possibilità per l’attuale classe politica messicana sembrano restringersi esclusivamente a due: provare a cambiare la conduzione politica, economica e sociale del paese cercando di ascoltare la voce della metà della popolazione messicana esclusa dal sistema oligarchico vigente, od invece, continuare con l’attuale politica della repressione totale, tipica di uno stato autoritario che priva delle garanzie individuali di base. Strada quest’ultima a quanto sembrerebbe preferita e già abbondantemente intrapresa dal governo di Felipe Calderón.

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martedì 11 settembre 2007
Come previsto alla vigilia il risultato elettorale porta al ballottaggio il leader della sinistra moderata Colom e l'ex generale Otto Pérez. Da segnalare però purtroppo il ritorno in Parlamento per l'ex dittatore Ríos Montt che così godrà di altri 4 anni di impunità. Flop invece per la candidatura del premio Nobel, Rigoberta Menchú che raccoglie solo il 3%.

Puebla (Messico) - Si tornerà alle urne il prossimo 4 novembre, questo il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali in Guatemala. Con il 97% delle schede scrutinate nessuno dei candidati alla presidenza riesce a superare la soglia del 50% delle preferenze. Il ballottaggio vedrà concorrere per la carica presidenziale Álvaro Colom (nella foto), del partito socialdemocratico Unión Nacional (28,41%), e l'ex generale Otto Pérez Molina, del partito di destra Partido Patriota (23,59%).

Da segnalare però più che il ballottaggio abbondantemente previsto alla vigilia, il ritorno in Parlamento di José Efraín Ríos Montt, ex generale golpista che governò durante il regime militare del 1982/83. Montt capeggiava la lista del partito di estrema destra Frente Republicano Guatemalteco (FRG), che secondo un informe del tribunale elettorale dovrebbe aver conquistato 3 seggi in Parlamento. Molte erano state le polemiche al momento della candidatura di Ríos Montt che nonostante tutto è riuscito a tornare a sedersi in Parlamento e godere di altri 4 anni di impunità per i crimini commessi durante il periodo della dittatura.

Montt è accusato di genocidio, tortura e terrorismo di Stato, purtroppo però il processo a suo carico non è stato intrapreso in Guatemala, dove regna ancora sovrana l’impunità sugli anni di guerra civile, ma in Spagna, dove proprio il giudice spagnolo, Santiago Pedraz, ne ha richiesto l’estradizione.

Rios Montt è così riuscito nella sua impresa, a fine legislatura avrà 85 anni e molto probabilmente rimarrà impunito sino alla morte, così come è già accaduto per altri illustri dittatori latinoamericani, uno su tutti Augusto Pinochet (oggi 11 settembre si ricorda il 34esimo anniversario del golpe di stato in Cile).

Per chi volesse approfondire la storia di una delle peggiori figure che la storia del centro-sud America ha saputo offrire nel corso degli anni può leggere questo articolo che scrissi al momento dell'ufficializzazione della sua candidatura al Parlamento: "L’ex dittatore guatemaltenco Rios Montt si ricandida al Parlamento".

Un altra considerazione da fare, dopo questo turno elettorale, è il flop ottenuto dalla candidata alla presidenza Rigoberta Menchú. Il premio Nobel per la Pace ha ottenuto infatti solo il 3% delle preferenze. Il caso della Menchú dimostra l'impossibilità di concorrere alla carica presidenziale senza i capitali a disposizione degli altri candidati. La Menchú non ha avuto infatti dalla sua i milionari finanziamenti privati e di gruppi d'interese, anzi è stata mediaticamente boicottata.

L'impegno elettorale della Menchú comunque non è però da considerarsi vano, ha contriubuito infatti alla formazione del primo partito indigeno in Guatemala (Winaq) e la sua candidatura ha costretto le altre forze politiche ad includere nelle proprie liste rappresentanti della popolazione indigena, che costituisce il 40% della popolazione guatemalteca.

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