domenica 28 ottobre 2007

Oaxaca - I membri della APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca) e i mastri della sezione 22 hanno marciato ieri per le strade di Oaxaca ricordando la memoria del giornalista americano Brad Will e del professore Alonso Fabián, morti durante la repressione delle proteste popolari giusto un anno fa (27 ottobre 2006).

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Il Congresso approva la modifica di 69 articoli della Costituzione: gettate le basi per una economia socialista. Questa volta però la riforma sembra eccessiva e minaccia le basi democratiche.

L’Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato la riforma costituzionale proposta dal presidente Hugo Chávez che creerebbe le basi per una economia socialista e amplierebbe di fatto i poteri in mano al presidente. La riforma comunque dovrà essere sottoposta a consulta popolare per decidere sulla sua approvazione.

Il progetto originale di riforma proposto da Chávez prevedeva la modifica di 33 articoli, che i deputati venezuelani hanno portato a 69 su un totale di 350 articoli attualmente previsti dall’attuale Costituzione. La scorsa settimana è stata approvato dal Congresso anche il polemico articolo che reprimerebbe la libertà d’informazione in caso di stati d’emergenza come crisi finanziarie, disastri naturali e rivolte sociali.

Il presidente dell’Assemblea, la signora Cilia Flores ha giustificato l’approvazione del controverso articolo: “E’ la garanzia per non trovarci più di fronte ad un settore che utilizzando i mezzi di comunicazione attente contro la democrazia ed il popolo venezuelano”. Il riferimento era chiaramente al periodo d’instabilità precedente al golpe di Stato contro il governo Chávez dell’aprile 2002.

I deputati hanno fatto invece marcia indietro per quanto riguarda il progetto che cercava di limitare le garanzie al diritto di un giusto processo giuridico e alla difesa. Approvato al contrario il diritto ad una condanna massima di 30 anni e alla integrità personale garantita anche in stati d’emergenza.

La riforma costituzionale ora tornerà questa settimana alla Camera per la lettura completa di tutti gli articoli ed in seguito sarà inviata al Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), che avrà il compito di fissare la data del referendum. Si prevede che la consulta popolare avrà luogo il 2 dicembre.

Il progetto di riforma attuale include norme come la re-elezione presidenziale senza limiti, il cambio di nome delle forze armate a “corpo Bolivariano patriottico ed anti-imperialista”, l’eliminazione dell’autonomia della Banca Centrale e la riduzione della giornata lavorativa a sei ore diarie.

Nella anteriore sessione il Parlamento venezuelano aveva stabilito la facoltà al Presidente della Repubblica di nominare vicepresidenti per governare nuove regioni, che potranno essere create per decreto, così come nuove provincie, e la possibilità di dare statuto federale a città.

Allo stesso modo, nella riforma vengono impulsate nuove forme di proprietà sociale con lo scopo di delineare le basi per un sistema socialista, nell’ambito di una politica di redistribuzione economica. La deputata Flores ha segnalato che “il modello capitalista ha escluso in passato la maggioranza della popolazione dall’accesso alla proprietà”.

Le strade di Caracas intanto sono state teatro di proteste studentesche contro la riforma, proprio mentre il Congresso la approvava con il voto favorevole di 161 deputati dei 167 presenti. Si sono pronunciati contro solo i sei legislatori del partito “Podemos”, un partito di sinistra moderata che ha contribuito alla vittoria di Chávez alle scorse elezioni con un 10%. Podemos, guidato da Ismael Garcia, si è dichiarato contrario alla riforma in quanto considera eccessiva l’attribuzione di poteri al Presidente.

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martedì 23 ottobre 2007
Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt, intervistata per VeroSudamerica, sente vicina la liberazione della figlia. Ha fiducia nell’intermediazione del presidente Chávez, a cui chiede di aiutarla a riabbracciare la figlia dopo cinque anni di prigionia e spera che il presidente colombiano Uribe ammorbidisca la posizione di chiusura verso la guerriglia più antica dell’America Latina, per il bene di tutti.
di Antonio Pagliula

Negli ultimi tempi si sta seguendo con molta attenzione il tentativo di negoziazione di Hugo Chávez con le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Differenti sono le opinioni a riguardo. Molti sperano nel raggiungimento di un accordo umanitario che permetterebbe la liberazione dei sequestrati, altri, come il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, criticano fortemente la gestione Chávez. La situazione sembrerebbe attualmente bloccata e l’incontro tra i leader delle Farc e il presidente venezuelano è stata rimandata per l’ennesima volta, però qualcosa è cambiato rispetto al passato: ai familiari degli ostaggi è tornata la speranza.

Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt, ex candidata alla presidenza della Colombia sequestrata nel 2002 e da quel momento in mano alla guerriglia, rivela di aver cancellato un viaggio in Spagna previsto per la fine di questo mese, preferisce rimanere in Colombia: "Sento che da un momento all’altro possa succedere qualsiasi cosa..."

- Si parla molto di un accordo umanitario realmente vicino, Lei cosa pensa a riguardo?

Da cinque anni lotto con tutte le mie forze per raggiungere un accordo. Ho sempre trattato con il governo colombiano sperando che si creassero i presupposti per tentare una negoziazione con la guerriglia. Purtroppo però mi sono sentita ingannata molte volte, per troppo tempo mi sono illusa per poi disilludermi. Ora però sento che è qualcosa è cambiato, ho un poco più di speranza e di sicurezza da quando la senatrice colombiana Piedad Córdoba ha chiesto l’intervento del presidente venezuelano Hugo Chávez nella negoziazione e da quando il presidente colombiano Uribe ha accettato questa negoziazione.

- Sente finalmente vicina la liberazione di Ingrid?

Vedo una via d’uscita, ci conto. Le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) si fidano più del presidente Chávez che di Uribe e il fatto che si siano instaurate delle trattative confidenziali, e non alla luce del sole, mi dà ancora più fiducia perché la situazione qui in Colombia è realmente difficile.

- Crede che il governo colombiano avrebbe dovuto fare di più per la liberazione di sua figlia e degli altri sequestrati?

Certo, se ci fosse stata realmente la volontà si sarebbero dovute superare le considerazioni politiche per dare spazio a considerazioni umanitarie. Questo è quello che abbiamo da sempre implorato di fare al presidente Uribe. Io e le famiglie degli altri famigliari soffriamo immensamente pensando ai nostri amati sequestrati nella selva. Abbiamo cercato in tutti modi di convincere Uribe affinché superasse le sue posizioni politiche, la sua testardaggine e la sua politica di sicurezza democratica visto e considerato che in questo caso ci sono di mezzo le vite di tante persone.

- L’incontro tra Chávez e i leader delle Farc è stato ancora rimandato, crede realmente possibile un incontro fisico tra le due parti?

Sono sicura che l’incontro ci sarà e spero che avvenga il più presto possibile. So che si sta trattando tutto con le pinze a causa delle minacce del Ministro della Difesa colombiano (Juan Manuel Santos). Credo che avverrà fuori dalle frontiere della Colombia, al sicuro e al riparo dalle minacce militari del governo colombiano.

- Quindi lei ha piena fiducia nel ruolo di Chávez nella negoziazione? Crede che possa essere decisiva per il raggiungimento di un accordo umanitario?

Sì, ho piena fiducia. Ho fiducia nel suo impegno e nelle sue parole. Durante l’ultimo incontro che ho avuto con Chávez e tutte le famiglie dei sequestrati, comprese quelle statunitensi, il presidente venezuelano ci ha assicurato che le avrebbe provate tutte. Ci ha detto che se per Uribe ci sono posizioni inamovibili nella negoziazione, lui ne aveva solo una: la certezza che non abbandonerà la negoziazione sino a quando non assisteremo alla liberazione dei sequestrati.

- Che pensa delle dichiarazioni secondo cui la Betancourt già non si trovi in territorio colombiano?

Sono falsità, Uribe ed il suo governo non sanno più che inventare e rispondere. Hanno tutti i giornalisti del mondo addosso. Mia figlia non si trova in Venezuela, mi farebbe felice che si trovasse in qualsiasi altro paese ma purtroppo non è così.

- Che ruolo gioca il governo statunitense nella negoziazione?

Loro hanno interesse a non peggiorare la situazione più di quello che è danneggiata. Da poco hanno dimostrato interesse per i sequestrati statunitensi in maniera differente rispetto al passato. Ricordo che fui a parlare con il precedente ambasciatore Usa in Colombia (William Braucher Wood) e le riposte che ricevetti furono molto dure. Mi disse che gli Stati Uniti non avrebbero negoziato con dei terroristi e che per loro gli statunitensi sequestrati erano solo dei malati terminali. Ora per fortuna c’è un nuovo ambasciatore (William Brownsfield) che sembra meno radicale rispetto al suo antecessore e che sembra accettare gli sforzi di Chávez mirati a raggiungere l’accordo umanitario e la liberazione degli ostaggi.

- Molti presidenti latinoamericani hanno manifestato appoggio al presidente Chávez: Correa, Lula, Morales, Kirchner. Pensa che lo scambio possa avvenire fuori dai territori colombiani e venezuelani?

Magari! Perché se a Uribe non interessa, allora spero possa avvenire in qualsiasi altro paese fuori dalla Colombia.

- Seguendo il caso, sono venuto a conoscenza che Lei aveva un viaggio programmato per assistere ad una conferenza a Barcellona il 26 ottobre e che in seguito ha disdetto cancellando il volo. E’ per caso relazionato a una risoluzione della negoziazione e quindi alla possibile liberazione di sua figlia?

Sì, è vero non partirò. Ho cancellato il volo perché non voglio allontanarmi dal paese in questo momento. Sono sicura che da un momento all’altro possa succedere qualsiasi cosa ed io voglio esserci. Mi sentirei malissimo non essere presente perché sto aspettando Ingrid con ansia da troppo tempo.

- Però da circa tre anni e mezzo non ha prove che sua figlia sia ancora in vita. Non ha paura per il suo stato di salute?

No, non ho più paura da quando la senatrice Piedad Córdoba ha recentemente incontrato un comandante delle Farc (Raúl Reyes) rassicurandomi. Mi ha detto che posso stare tranquilla perché Ingrid è viva e sta bene.

- Sono passati cinque anni dal sequestro, è preparata ad un’eventuale liberazione?

Certo, sono a braccia aperte e con tanta voglia di riabbracciarla. Confido in che Dio me la riporti sana e salva. Spero che si possa finalmente raggiungere l’accordo, è una grande speranza che ho.

articolo pubblicato in spagnolo su "La voce d'Italia" del 23 ottobre 2007 (consultabile qui)

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Intervista in esclusiva a Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt ex candidata alla presidenza colombiana rapita dalle Farc nel 2002 e da allora in mano alla guerriglia.

Raggiunta telefonicamente la madre di Ingrid Betancourt si dice fiduciosa nella gestione della negoziazione targata Hugo Chávez e dichiara di aver cancellato un viaggio ad Europa previsto per fine ottobre per rimanere in Colombia: "Sento che da un momento all’altro possa succedere qualsiasi cosa..."

L'intervista telefonica integrale concessami è apparsa in spagnolo su "La voce d'Italia", quotidiano venezuelano bilingue nell'edizione del 23 ottobre 2007 (qui il quotidiano in Pdf) ed è consultabile integralmente su questo blog qui. La versione in italiano a questo indirizzo: "intervista alla madre di Ingrid Betancourt".


La prima pagina de "La voce d'Italia" del 23 ottobre 2007



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Yolanda Pulecio de Betancourt: “Siento que algo puede pasar…”. La madre de Ingrid Betancourt, la ex candidata colombiana secuestrada por las FARC, habla de sus esperanzas y sus ilusiones.
Antonio Pagliula

Todo el mundo esta siguiendo las labores de mediación del presidente venezolano Hugo Chávez para lograr un canje humanitario con los guerrilleros de las Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Muchos desean éxito para la liberaciones de los secuestrados, otros, como el ministro colombiano de Defensa colombiano, Juan Manuel Santos que por sus declaraciones tuvo que poner su cargo a la orden de Uribe, critican la gestión de Chávez. La situación parece actualmente acorralada, el encuentro entre los líderes de las Farc y el mandatario venezolano ha sido retrasado otra vez, pero respecto al pasado algo cambió: ahora en los familiares de los presos ha vuelto la esperanza.

La señora Yolanda Pulecio de Betancourt, madre de Ingrid Betancourt, ex candidata al la presidencia de Colombia secuestrada en el 2002 y desde entonces en las manos de la guerrilla, afirma de confiar esta vez en una salida y de creer profundamente en el papel de Chávez. “Cancelé mi viaje a Europa, programado por el final de este mes, porque no quiero alejarme del país en este momento en el que puede suceder cualquier cosa. Siento que algo puede pasar...”

_ ¿Señora, en los últimos tiempos se habla mucho de un acuerdo cercano, que opina usted?

Llevo 5 años luchando por el acuerdo humanitario, discutiendo con el gobierno y esperando que se de la situación para que se llegue a negociar con la guerrilla. Yo me he sentido engañada muchas veces, hubo tiempos en el que me ilusionaba y me desilusiona. Ahora pero tengo un poquito más de tranquilidad y de seguridad desde el momento en que la senadora Piedad Córdoba le pidió al presidente Chávez que interviniera y el presidente Uribe aceptó esta intervención de la senadora y del mandatario venezuelano.

_ ¿Siente que esta vez está cerca la liberación de Ingrid?

Ahora veo una salida y creo en esa posibilidad ya que la guerrilla naturalmente confía más en el presidente Chávez que en el presidente Uribe. Espero en que se llegue a una solución, sé que estan negociando confidencialmente y creo que es mucho mejor así, porque aquí (en Colombia) la situación esta muy difícil.

_ ¿Cree usted que el Gobierno de Colombia hubiera tenido que hacer mas por su hija y los otros secuestrados?

Sí, claro. Si había voluntad se tenía que pasar por encima de las consideraciones políticas para unas consideraciones humanitarias. Esto es lo que hemos suplicado al presidente Uribe desde el principio, porque yo y todas las familias de los secuestrados hemos sufrido inmensamente al pensar en el dolor de nuestros seres queridos en el medio de la selva. Hemos tratado de convencer a Uribe que no considere más su posición política, su terquedad, su política de seguridad democrática cuando hay de por medio la vida de tanta gente.

_ ¿El encuentro entre Chávez y los líderes de las FARC ha sido retrasado otra vez, cree usted que será posible realmente un encuentro físico?

Estoy segura que va a haber un encuentro y espero que se haga pronto. Claro, esta vez lo quieren tratar con mucha discreción por las amenazas del ministro de defensa de Colombia (Juan Manuel Santos). Yo creo que tienen que pasar la frontera por algún sitio donde no haya el peligro de las amenazas del ministero de la defensa de Colombia.

_ ¿Tiene usted confianza en el papel de Hugo Chávez en la negociación? ¿Cree que pueda resultar exitosa su negociación para lograr el acuerdo humanitario?

Si, tengo confianza. Tengo confianza en su compromiso, tengo confianza en la forma de como nos dijo a todos los familiares, incluso en una ultima reunión que tuve con los familiares de Estados Unidos, que el iba a hacer todo, que si para Uribe había muchas cuestiones inamovibles, el sólo tenia una: no salir del tema hasta que no se lograra la liberación de los secuestrados.

_ ¿Qué opina de la declaraciones según las cuales Ingrid ya no se encuentra en territorio colombiano?

Esas son mentiras, Uribe y el gobierno no saben que inventar porque tienen a todos los periodistas del mundo encima. Mi hija no esta en Venezuela, mi hija por desgracia esta aquí en Colombia. Sería feliz si estuviera en cualquier otro país.

_ ¿Qué papel juega el gobierno de Washington en la negociación de un acuerdo humanitario?

Ellos quieren que no dañen las cosas más de lo dañadas que están. Parece que ahora si están interesados por sus tres compatriotas en una forma diferente, porque al principio yo fui a hablar con el antiguo embajador de EEUU en Colombia (William Braucher Wood), y el embajador fue muy duro conmigo, me dijo que ellos no negocian con terroristas y que para ellos los secuestrados eran enfermos terminales. Esto me lo dijo el embajador precedente a lo que acaba de llegar. Ahora hay uno nuevo (William Brownsfield), y esta un poquito menos radical, aceptando lo que haga Chávez por el acuerdo humanitario y por la liberación de todos los secuestrados.

_ Muchos presidentes latinoamericanos han manifestado apoyar a la negociación de Chávez para llegar a la liberación de los secuestrados, Correa, Lula, Morales, Kirchner. ¿Cree usted que el canje pueda provenir fuera del territorio colombiano y venezolano?

Ojala se pudiera hacer, porque si Uribe no tiene interés, pues entonces que se pueda hacer en cualquier país fuera de Colombia.

_ Señora, ya que sigo este caso, me había enterado que usted tenía que presenciar un evento en Barcelona (España) próximamente, el 26 de octubre y que últimamente ha decidido no viajar. ¿Es verdad? ¿Esto es relacionado a la posibilidad de una resolución de la negociación y de la real posibilidad de liberación de Ingrid?

Sí es verdad, ya no voy a ir. Cancelé el viaje porque no quiero alejarme del país en este momento en que puede suceder cualquier cosa, quiero estar presente aquí. Confío en que pase algo, me sentiría muy mal estar lejos del país, yo estoy esperando a Ingrid con mucha ansiedad.

_ Pero desde 3 años y medio no tiene pruebas de supervivencia de su hija, ¿tiene miedo por su estado de salud?

No, ahora no tengo ningún miedo desde que Piedad Córdoba se encontró con un comandante de la guerrilla (Raúl Reyes). La senadora me aseguró que podría estar tranquilla, que Ingrid esta viva y esta muy bien.

_ ¿Está preparada para el regreso de Ingrid después de 5 años de estar lejos de ella?

Claro, estoy preparada con los brazos abiertos, con mucha ilusión de recibirla con la esperanza de que este bien. Confío en que Dios me la va a traer sana y salva. Espero que se llegue al acuerdo humanitario. Es una gran ilusión que tengo.

Fuente: "La voce d'Italia" , 23 octubre 2007

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mercoledì 17 ottobre 2007
L’egemonia unipolare ed il neoliberismo continuano a dominare la regione. La linea divisoria latinoamericana si definisce secondo la relazione con gli Stati Uniti: da una parte i paesi che firmano trattati di libero commercio e dall’altra quelli che puntano all’integrazione regionale e alla costruzione di un mondo bipolare.

Studioso delle profonde trasformazioni politiche in corso in America Latina, Emir Sader, in una intervista a “La Jornada” durante la sua ultima visita a Città del Messico analizza l’attuale situazione del continente.

-Domanda: Da sempre, analizzando le relazioni di potere in America Latina si pone al centro della riflessione il problema della sua relazione con gli Stati Uniti. Senza dubbio negli ultimi dieci anni gli investimenti spagnoli sono cresciuti enormemente nell’area, addirittura superando, in paesi come l’Argentina, quegli statunitensi. Questa nuova realtà ha modificato la relazione con gli Usa? La natura delle relazioni imperiali continua ad essere la stessa a quella degli anni ’60 e ’70?

Emir Sader:La linea che divide l’America Latina continua ad essere definita in base alla relazione con gli Usa, ossia la linea che divide i paesi che stipulano trattati di libero commercio con gli Stati Uniti da quelli che puntano sul processo d’integrazione regionale. Si può dire che ci siano proposte d’integrazione con l’Unione Europea, ma per ora non sono determinanti.

La linea divisoria non è tra sinistra buona e sinistra cattiva, ma tra paesi che hanno firmato TLC con gli USA e quelli che invece hanno puntato sui processi d’integrazione regionale e sulla costruzione di un mondo multipolare. La partecipazione europea è solo complementare. Può convivere tranquillamente tanto con il Mercosur che con l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA).”

Il futuro dell’ALBA

-Domanda: Per quanto riguarda gli accordi di libero commercio con gli Stati Uniti sembra che con l’incontro di Mar de la Plata sia definitivamente tramontato il progetto del ALCA e anzi che da quella riunione gli Usa abbiano cominciato a privilegiare accordi bilaterali con singoli paesi o con piccoli blocchi di paesi. Allo stesso tempo ha cominciato ad avanzare la Alternativa Bolivariana para la América (Alba). Crede che questa abbia un futuro?

Emir Sader: “Proprio così, il progetto del ALCA è stato sconfitto e si è obbligato gli Stati Uniti a cercare di stringere accordi bilaterali. Mar de la Plata è stato solo l’ultimo capitolo della sconfitta Usa, infatti è stato preceduto da molte lotte precedenti e dalla elezione di governi che privilegiano l’integrazione regionale. Gli Stati Uniti si sono trovati costretti a cambiare la loro strategia economica in America Latina.

La via egemonica unipolare ed il neoliberismo continuano a dominare la relazione di forza nel continente. E’ presente in Messico, in Brasile ed in Argentina, che sono i paesi economicamente più forti del continente. C’è anche in Cile, in Colombia ed in Perù, però l’avanzata neoliberista comincia ad incontrare forti ostacoli.

Senza dubbio, infatti, in America Latina si stanno sviluppando esperienze d’integrazione regionale realmente autonome dagli Stati Uniti. Questa è una eccezione al giorno d’oggi. Ci sono paesi che hanno definitivamente con il neoliberismo o che non lo hanno mai adottato. Il cammino dell’ALBA è sorprendente, è un modello di commercio giusto, uno spazio alternativo al neoliberismo, in cui ogni paese da lo che può e riceve quello che necessita. Gli scambi non sono esclusivamente commerciali, non sono dati dal prezzo di mercato, al contrario, per esempio, si scambia educazione con petrolio. Alle relazioni originarie tra Cuba e Venezuela si sono aggiunti paesi come Bolivia, Ecuador e Nicaragua. E’ sorprendente.

Resistenza critica

-Domanda: Questo significa che il modello neoliberista si è esaurito? Quale è il ruolo del movimento popolare del continente in questa nuova situazione?

Emir Sader: “Stiamo vivendo circostanze storiche. La campagna popolare latinoamericana ed il pensamento critico hanno mostrato la loro capacità di resistenza. E’ da riconoscerlo. Pero abbiamo bisogno di confrontarci con i nuovi problemi e non solo con quelli che si è riusciti a superare. Abbiamo sviluppato una grande capacità difensiva, di denuncia, di critica e di polemica, però dobbiamo chiederci ora quanto siamo stati in grado di avanzare nell’elaborazione di alternative. E la risposta non è ancora del tutto positiva.

Il periodo storico che viviamo è contraddittorio. Il capitalismo ha raggiunto la massima estensione delle relazioni commerciali, però allo stesso tempo ha mostrato le sue debolezze strutturali. La sua forza continua ad essere il suo poderoso schema di produzione e la diffusione dello “stile di vita”, un esempio di questo è la grande quantità di giovani poveri di periferia che ambiscono al consumo dei grandi centri commerciali. Od anche come la Cina stia avanzando a ritmi che sembravano un incubo impossibile, ora ogni cinese comincia a comprare un’automobile.

La cosa più difficile da capire dei tempi in cui viviamo è la complessa relazione che esiste tra i limiti del capitalismo contemporaneo ed il ritardo nelle condizioni soggettive per il suo superamento. La capacità decisionale degli stati si è disarticolata, c’è un debilitamento della capacità di rappresentazione politica del mondo del lavoro, si sono indeboliti i presupposti classici della lotta anticapitalista: organizzazioni sociali e politiche, il ruolo delle azioni collettive, la cultura socialista, la funzione del mondo del lavoro. Nella nostra epoca si è indebolita la capacità di riproduzione capitalista e del potere statunitense, però tardano a sorgere nuove forze politiche e blocchi sociali capaci di negare il neoliberismo e superarlo. E soprattutto mancano ancora risposte concrete.”

Il caso del Venezuela

-Domanda: Come valuta la politica estera venezuelana? E’ corretta ad esempio l’alleanza costruita con paesi arabi qualificati fondamentalisti o con la Russia di Putin?

Emir Sader: “Chi non comprende il ruolo preponderante che ha l’egemonia imperiale statunitense commette un grave errore. Le scelte venezuelane devono essere intese nella prospettiva di creare un fronte ampio di resistenza al potere degli USA. Le alleanze instaurate non devono essere viste come la legittimazione di questo o quel regime, ma come parte di una logica che cerca di limitare l’egemonia unipolare degli Stati Uniti. Per di più è necessario capirle come parte di una proposta che cerca di dare una soluzione armoniosa della questione palestinese. Il tema dell’imperialismo è determinante, ed è molto difficile da capire per un europeo.

In tutti i modi la politica estera e la diplomazia venezuelana è da lodare per il suo dinamismo in America Latina, dove ha contribuito in forma determinante al sorgere di processi d’integrazione molto importanti.

-Domanda: I governi di centrosinistra in America Latina stanno uscendo dall’ottica neoliberista?

Emir Sader: “Il continente vive una immensa crisi egemonica. Il blocco tradizionale di forze dominanti ha perso forza, però ancora non è nato un blocco sociale, politico e culturale nuovo, in grado di poter risolvere positivamente la crisi.

Non è una coincidenza che i processi che avanzano e puntano al superamento del neoliberismo hanno origini e fondamenti esterni alle proposte della sinistra tradizionale, come nel caso dei militari nazionalisti o dei movimenti indigeni. La lotta per le risorse naturali ha una forza insospettata.”

Emir Sader è coordinatore del Laboratorio di Politiche pubbliche all'università statale di Rio de Janeiro e membro del Consiglio internazionale del Forum sociale mondiale. Brasiliano attualmente ricopre la carica di segretario al Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali (Clacso), la sua candidatura è stata appoggiata da intellettuali come Noam Chomsky, Adolfo Gilly y Eduardo Galeano.

Fonte: La Jornada

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sabato 13 ottobre 2007
I ministri dell’economia di 7 stati latinoamericani scommettono sull’autonomia finanziaria della regione. Il 3 novembre a Caracas si firmerà la creazione della Banca del Sud, una nuova entità nata come sfida alla BM, al FMI e alla BID.

L’idea del Banco del Sur fu del presidente venezuelano Hugo Chávez, che già dall’agosto 2004 auspicava la nascita di una nuova entità finanziaria regionale che potesse sostituire le funzioni di organismi internazionali come Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. L’idea si trasformò in un progetto più concreto lo scorso febbraio quando il presidente argentino Kirchner visitò Chávez a Puerto Ordaz in Venezuela. La scorsa settimana infine è arrivato il passo decisivo: i ministri degli esteri dei 7 stati latinoamericani aderenti al Banco del Sur si sono incontrati a Rio de Janerio definendo più precisamente gli obiettivi e le finalità della nuova Banca latinoamericana.

I paesi membri sono ufficialmente sette: Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay, Ecuador, Paraguay e Bolivia. Gli ultimi ad aderire sono stati Brasile, Uruguay e Paraguay, ma soprattutto l’adesione brasiliana è stata in dubbio sino appunto alla riunione di Rio. Diverse erano infatti le idee circa la nuova entità. Il Venezuela e l’Ecuador di Correa vedevano nel Banco del Sur un banco che favorisse gli investimenti all’interno dei singoli stati e fungesse da prestatore di ultima istanza all’interno della regione. Diversa invece era l’idea di Argentina e Brasile che auspicavano invece un nuovo organismo che si limitasse a finanziare progetti nei settori chiave dell’economia in modo da migliorarne la competitività e aumentare lo sviluppo tecnologico e scientifico, sull’idea di ruolo che assume ad oggi in Brasile il “Banco Nacional de Desarrollo de Brasil”.

Questa seconda linea è stata quella che alla fine ha prevalso, convincendo il Brasile ad aderire pienamente al progetto.

Gli obiettivi del Banco del Sur saranno:

- finanziare lo sviluppo economico e sociale;

- favorire un progresso equilibrato e stabile tra i paesi membri, facendo uso del risparmio intra ed extra regionale per lo sviluppo della regione, per investimenti produttivi e il consolidamento del mercato dei capitali, cercando anche di favorire una equa distribuzione degli investimenti all’interno dell’area e riducendo le asimmetrie esistenti;
- promuovere la stabilità macroeconomica;
- finanziare progetti pubblici e privati per l’America Latina, non ci saranno partecipazioni per progetti fuori dalla regione;
- rafforzare l’integrazione regionale, con l’obiettivo di gettare le basi per una completa autonomia finanziaria regionale e per la consolidazione de “la Unión de Naciones Sudamericanas” (Unasur).

Il Banco del Sur sarà quindi un organismo che andrà a sostituire per buona parte le funzioni che attualmente ricopre nel continente la BM, il FMI ed anche la BID. Una istituzione che però è decisamente in grado di capire meglio del FMI e della BM quali sono le esigenze del Sud America, come ha affermato ultimamente Joseph Stiglitz in visita a Caracas (l’intervista completa si può leggere su Notizie da Caracas).

A Rio sono state definite anche le caratteristiche tecniche del Banco del Sur:
- l’atto di fondazione sarà redatto a Caracas il 3 novembre;
- Caracas sarà la sede centrale della Banca che avrà sedi sussidiarie anche a Buenos Aires e La Paz ;
- l’entità sarà in condizione di iniziare la sua attività per marzo 2008, previa definizione di organizzazione giuridica, finanziaria ed amministrativa.

Il capitale iniziale sarà di 7 mila milioni di dollari ed ogni paese membro avrà lo stesso numero di azioni. Il capitale realmente integrato però sarà decisamente inferiore: l’80% del valore nominale sarà integrato in dollari (10% in contanti e un 90% mediante promesse di pago in dollari in caso di necessità del Banco); il restante 20% sarà integrato in moneta locale (30% in contanti).

Importante per la stessa istituzione è l’accordo raggiunto sulla parità di voto tra i paesi membri, una vittoria soprattutto per il Venezuela di Chávez, che riteneva questo un punto chiave per il funzionamento dell’organismo.

Al di là dei sette stati aderenti, i ministri dell’economia presenti a Rio de Janerio hanno lasciato aperte le porte del Banco del Sur anche agli altri 5 stati sudamericani: Cile, Colombia, Perù, Guyana e Suriname.

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venerdì 12 ottobre 2007
Da oggi questo blog ha un dominio proprio:


il vecchio dominio www.verosudamerica.blogspot.com rimmarrà comunque attivo e reindirizzerà automaticamente al nuovo dominio


 

martedì 9 ottobre 2007
9 ottobre 1967 - 9 ottobre 2007

Doveroso, a 40 anni di distanza dalla sua morte in Bolivia per mano della CIA, rendere tributo alla memoria e alle lotte di questo guerrigliero in nome della giustizia, dell’equità sociale e dei diritti dei popoli di tutto il mondo.

Al di là però delle facili etichette che nel caso del Che considero insopportabili ci sono almeno due punti, legati alla sua figura, che dovrebbero spingere tutti, anche i non guevaristi, a non dimenticare, ma anzi apprezzare e rendere grazie al Che:

• il primo punto è il viaggio, inteso come paradigma dell’educazione sentimentale alla politica. Guevara senza dubbio ha mutato il costume delle generazioni inventando il viaggio come apprendistato alla vita, alla conoscenza e alla politica. Attraverso il suo viaggio giovanile per l’America Latina ha scoperto e vissuto le contraddizioni del continente, contraddizioni che lo hanno reso consapevole e lo hanno portato a decidere di lottarci contro tutta la sua vita, sino alla morte.

• il secondo punto, ancora più importante e forse poco enfatizzato anche dagli stessi guevaristi, è che Che Guevara è da considerarsi la prima acuta consapevolezza della insopportabilità del mondo bipolare. È il primo annuncio, già dal discorso di Algeri del ‘62, della necessità di spaccare il muro di una gerarchizzazione feroce dei rapporti sociali e dei rapporti di potere nel mondo. Il primo ad interarsi degli errori dell’URSS comunista ed a reimpostare la prospettiva mondiale. Già nel ’62 la sua vista andava al di là di un mondo diviso tra superpotenze, Est ed Ovest, e si accorgeva della sempre crescente divisione tra Nord e Sud, dell’ingiusto sfruttamento da parte del Nord del mondo sul Sud, oggi chiaro ed evidente come mai.

Al Che si devono insomma quei valori etici che al giorno d’oggi danno fastidio a quella che è la finanza speculativa, al Dio mercato, che attraverso il neoliberalismo tiene in ostaggio la politica del terzo millennio.

Idee e valori che ricompaiono a distanza di 40 anni, nonostante i tentativi di pietrificare il suo pensiero in un gadget o in una faccia sulla maglietta.

Hasta siempre, Comandante...


“… me he sentido guatemalteco en Guatemala, mexicano en México, peruano en Perù, como me siento hoy cubano en Cuba y naturalmente como me siento argentino aquí y en todos los lados, ese es el estrato de mi personalidad...”
"...si Ud. es capaz de temblar de indignación cada vez que se comete una injusticia en el mundo, somos compañeros..."


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di Frei Betto

Caro Che,
sono già passati quarant’anni da quando la CIA ti ha assassinato nella giungla boliviana, l’8 ottobre del 1967. Allora avevi 39 anni. I tuoi assassini pensavano che sparandoti addosso, dopo averti catturato vivo, avrebbero cancellato la tua memoria. Non sapevano, che al contrario di quello che capita agli egoisti, gli altruisti non muoiono mai. I sogni libertari non rimangono chiusi in gabbia come uccelli domestici. La stelladel tuo basco ora brilla più forte, la forza dei tuoi occhi guida generazioni per le vie della giustizia, il tuo aspetto sereno e fermo ispira fiducia a chi combatte per la libertà. Il tuo spirito supera le frontiere dell’Argentina, di Cuba e della Bolivia, come una fiamma ardente avvolge ancora oggi il cuore di molti rivoluzionari.

In questi quarant’anni ci sono stati cambiamenti radicali. E’ caduto il muro di Berlino, ed ha sepolto il socialismo europeo. Molti di noi capiscono solo ora il tuo osar segnalare, nel 1962 in Algeria, le crepe nelle mura del Cremlino, che ci sembravano così solide.

La storia è un fiume rapido che non vuole ostacoli. Il socialismo europeo ha cercato di fermare le acque di quel fiume con il burocraticismo, l’autoritarismo, l’incapacità di portare nella vita quotidiana lo sviluppo tecnologico derivato dalla corsa allo spazio, e soprattutto, si era rivestito di una razionalità economicistache non affondava le sue radici nell’educazione soggettiva dei soggetti storici: i lavoratori.

Chissà se la storia del socialismo non sarebbe stata diversa se avessimo ascoltato le tue parole:

“A volte lo Stato si sbaglia. Quando capita uno di questi equivoci si percepisce una diminuzione dell’entusiasmo collettivo, dovuto ad una riduzione quantitativa di ciascuno degli elementiche lo formano, ed il lavoro si paralizza fino a diventare di volume insignificante: è il momento di rettificare”.

Che, moli dei tuoi dubbi si sono confermati nel corso di questi anni ed hanno contribuito alla sconfitta dei nostri movimenti di liberazione. Non ti abbiamo ascoltato abbastanza. Nel 1965, dall’Africa, scrivesti a Carlos Quijano,del quotidiano Marcha di Montevideo:

"Lasci che le dica, anche a costo di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da sentimenti d’amore. E’ impossibile pensare ad un autentico rivoluzionario senza queste qualità”.

Questa nota coincide con quello che l’apostolo Giovanni, esiliato nell’isola di Patmos, scrisse nell’Apocalisse quasi duemila anni fa, nel nome del Signore alla chiesa di Efeso:

“Conosco la tua condotta, lo sforzo e la perseveranza. So che non sopporti i malvagi. Vennero alcuni dicendo di essere apostoli.Tu li hai scoperti e smascherati. Erano menzogneri. Siete stati perseveranti. Avete sofferto a causadel mio nome e non vi siete lasciati perdere d’animo. Eppure, c’è qualcosa che disapprovo, l’aver lasciato il primo amore.” (2, 2-4).Alcuni di noi, Che, hanno perduto l’amore per i poveri, che oggi nella Patria Grande latinoamericana e nel mondo, si sono moltiplicati. Hanno smesso di lasciarsi guidare dai grandi sentimenti d’amore per sterili dispute partitiche e, a volte, fanno degli amici, nemici, e dei veri nemici, alleati. Corrotti dalla vanità e dalla disputa per spazi politici, non hanno più il cuore acceso da ideali di giustizia.

Sono rimasti sordi ai clamori del popolo, hanno perso l’umiltà del lavoro di base ed ora cambiano utopie in cambio di voti.

Quando l’amore si raffredda l’entusiasmo si spegne, e la dedizione finisce.

La causa come passione sparisce, come il romanzo in una coppia che non si ama più.

Ciò che era “nostro” risuona come ”mio” e le seduzioni del capitalismo blandiscono i principi, cambiano i valori. E se proseguiamo nella lotta è perché l’estetica del potere esercita maggio fascino che l’etica del servizio.

Il tuo cuore, Che, batte al ritmo di tutti i popoli oppressi e spogliati.

Hai pellegrinato dall’Argentina al Guatemala, dal Guatemala al Messico, dal Messico a Cuba, da Cuba al Congo, dal Congo alla Bolivia. Per tutto questo tempo sei uscito da te stesso, acceso d’amore,che nella tua vita si traduceva in liberazione. Perciò potevi affermare con autorità che “bisogna avere una grande carica d’umanità, di senso di giustizia e di verità, per non cadere in estremismi dogmatici, in freddi scolasticismi, in isolamento dalle masse. Bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per l’umanità viva si trasformi in fatti concreti, in gestiche servano da esempio, da mobilitazione”.
Quante volte, Che, la nostra dose di umanità si prosciugata, calcinata dai dogmatismi che ci avevano riempiti di certezze e ci hanno lasciati vuoti di sensibilità per i condannati della Terra.

Quante volte il nostro senso di verità si è cristallizzato nell’esercizio di autorità, senza che rispondessimo agli aneliti di quelli che sognano con un pezzo di pane, di terra e di allegria.

Un giorno tu ci hai insegnato che “l’essere umano è l’Attore di questo strano e appassionante dramma che è la costruzione del socialismo, nella sua doppia esistenza di essere unico e membro della comunità. Ma questo non è un prodotto finito. I difetti del passato si spostano nel presente, nella coscienza individuale, e bisogna fare un continuo lavoro per sradicarli”.

Forse ci è mancato di insistere con più enfasi sui valori morali, le emulazioni soggettive, gli aneliti spirituali. Col tuo acuto senso critico ti sei preso cura di avvertirciche “il socialismo è giovane e fa errori. I rivoluzionari sono spesso carenti di conoscenze e dell’audacia intellettuale necessaria per affrontare il compito dello sviluppo dell’uomo nuovo con nuovi metodi, diversi da quelli convenzionali, soffrono l’influenza della societàche li ha creati”.

Nonostante tante sconfitte ed errori, in questi quarant’anni abbiamo raggiunto conquiste importanti.

I movimenti popolari sono comparsi in tutto il Continente. Oggi in molti paesi i contadini, le donne, gli operai, gli indios sono meglio organizzati. Tra i cristiani, una parte significativa ha scelto di stare dalla parte dei poveri.ed ha abbracciato la Teologia della Liberazione. Abbiamo ricevuto molte lezioni dalle guerriglie urbane degli anni 60’; dalla breve gestione popolare di Salvador Allende; dal governo democratico di Maurice Bishop