giovedì 29 novembre 2007
“CNN en español” chiede ufficialmente scusa al presidente venezuelano per il piccolo errore della catena televisiva. Durante i titoli del telegiornale infatti aveva mandato in onda l’immagine di Chávez con il titolo “¿Quién lo mató?” (chi lo ha ucciso?).

I fatti risalgono a martedì 27 novembre, la CNN versione spagnola al momento di lanciare i titoli del suo telegiornale fa passare le foto del presidente Hugo Chávez, affiancata da quella di Alvaro Uribe, sottotitolata dalla strana domanda “Chi lo ha ucciso?” (vedi foto a lato ingrandibile con un click, il video è disponibile in fondo all'articolo). L’errore, se di errore si tratta, arriva a 5 giorni dal referendum costituzionale venezuelano, e senza dubbio rientra nel più ampio piano di destabilizzazione ormai chiaramente in atto per creare un clima di tensione nella Venezuela pre e post-elettorale.

La reazione di Chávez non si è fatto attendere, e nella serata durante la trasmissione “La Hojilla”, sul canale “Venezolana de Televisión” ha accusato la CNN di istigazione all’omicidio, promettendo una denuncia nei la catena televisiva. Lo stesso presidente venezuelano si è dichiarato allarmato per la guerra psicologica che considera in atto nel suo paese, davanti alla quale ha chiesto alla sua popolazione serenità e nervi d’acciaio.

L’“errore” di CNN, catalogata da Chávez come “il canale di destra dei fascisti”, arriva a poche ore dallo smascheramento del “plan tenaza” (piano tenaglia), un piano golpista per il Venezuela, appoggiato e diretto dalla CIA, per creare tensione sociale e boicottare i risultati del referendum costituzionale grazie all’appoggio di alcuni settori “forti” all’interno del paese. Il piano, emerso in seguito alla pubblicazione di un informe confidenziale della CIA, e pubblicato da Aporrea ed in italiano da La Patria Grande (se ne consiglia la lettura), ha come obiettivo creare un clima di destabilizzazione nei giorni precedenti e successivi al referendum. Data l’impossibilità della vittoria di un “NO” alla riforma costituzionale (considerando anche i sondaggi in mano alla stessa CIA, con un “SI” al 57%) si procederebbe con il tentativo di interruzione del processo elettorale ed in ultima istanza disconoscerne il risultato “criticando l’operato del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), attraverso una squadra di esperti universitari che per il loro prestigio renderebbero credibile la manipolazione dei dati elettorali, e generando nell’opinione pubblica la sensazione di un frode elettorale”.

Tornando invece al “piccolo” qui pro quo di CNN, nel pomeriggio di ieri 28 novembre durante il telegiornale, il canale statunitense nella versione in spagnolo ha chiesto scuse ufficiali al presidente Chávez, catalogando l’episodio come casuale e non volontario. Secondo il comunicato la frase “chi l’ha ucciso” sarebbe dovuta essere riferita al campione di football americano degli Washington Redskins, Sean Taylor, ucciso giorni fa a Miami.

Lo svarione della CNN resta grave, soprattutto per il periodo in cui è avvenuto, troppo vicino al referendum elettorale, ma anche perché non appare solo un semplice errore. L’immagine di Chávez con la frase equivocata appare sullo schermo per diversi secondi, forse sorprendendo anche il conduttore, ma una televisione con la esperienza di CNN sicuramente dispone di una regia per il suo telegiornale che può rimediare rapidamente a questi “errori” senza dover aspettare che il conduttore chieda il cambio di immagine.

Ecco disponibile il video in questione, giudicate voi:


 

Si è appena concluso a St. Petersburg (Florida) il dibattito tra i pre-candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti per le elezioni del 2008. Aberranti le risposte alle domande fatte dal pubblico attraverso Youtube, in particolare sui temi dell’immigrazione e della guerra in Iraq.

Poteva essere un dibattito interessante. Tutti i candidati repubblicani alla Casa Bianca sulla CNN che rispondono in diretta e sullo stesso palco a domande fatte dagli elettori ed inviate tramite Youtube (innovativo ma molto americano). Lo spettacolo purtroppo ha deluso ed il risultato è stato pessimo. Si credeva che il pubblico potesse proporre domande dirette, precise e pungenti, invece quasi tutte sono state banali e scontate. Emerge però da parte di tutti i candidati la stessa volontà di accaparrarsi, in vista delle primarie, i voti dell’estrema destra conservatrice. Tutti infatti si sono trovati d’accordo sui temi dell’immigrazione, della guerra in Iraq e della sicurezza.

Il partito repubblicano attualmente non gode di grandi consensi negli Stati Uniti e si crede che solo il partito democratico possa perdere le prossime elezioni. Fatto sta che i repubblicani cercheranno il candidato da presentare alle presidenziali tramite elezioni primarie. Il favorito è Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, che però dovrà concorrere con Willard Mitt Romney, attuale governatore del Massachussets, e John Sidney McCain, attuale senatore dell’Arizona. Gli altri candidati sono Thomas Tancredo, rappresentante alla Camera del Colorado, Tommy Thompson, ex governatore del Wisconsin, Duncan Hunter, congressista per la California, Ronald Paul, rappresentante alla Camera per il Texas, e Mike Huckabee , ex governatore dell’Arkansas.

Mentre tra il pubblico continuava ad essere inquadrato l’attore che interpreta Chuck Norris, (quello della celebre serie televisiva di "Walker Texas Ranger") divenuto icona della campagna elettorale per la sicurezza proprio del predicatore Mike Huckabee, nel video scorrevano le pessime domande inviate dal pubblico. Mi sento obbligato a citarne qualcuna:

-“Quante armi hanno in casa? Di che calibro?” – con tutti i candidati a lottare per chi avesse più pistole e fucili;
- “Quale sarebbe l’opinione di Gesù (sic…) rispetto alla pena di morte?”;
-“Credete totalmente a quello scritto nella Bibbia?”;
-“Siete disposti a finanziare missioni spaziali con destino Marte?”.

Questi sono solo alcuni degli esempi di domande tragicomiche che si è dovuti sopportare durante la serata. La più esilarante (ma di tono serissimo), quella su Marte, veniva dopo una delle poche domande intelligenti della serata che faceva riferimento al deficit di spesa pubblica che affrontano ad oggi gli Stati Uniti. Solo McCain ha fatto notare che non sono tra le priorità spese spaziali, dati i problemi più impellenti dell’economia.

Proprio McCain a mio parere è riuscito a distinguersi dal mucchio. Molti lo danno come l’unico candidato realmente capace di affrontare il candidato democristiano (Hilary, Obama o chi per loro). Forse però si è dimostrato troppo poco conservatore e nazionalista per poterla spuntare nelle elezioni primarie dove va a votare lo zoccolo duro del partito repubblicano, formato da puri conservatori cattolici di estrema destra.

Tutti gli altri candidati, compreso Giuliani e capeggiati da Romney (non vedo un dopo Bush peggiore di questo governatore del Massachussets), hanno preferito tentare di aggiudicarsi i voti degli ultra-conservatori puntando su discorsi populisti e estremamente nazionalisti.

Uno dei temi principali è stato di fatto quello dell’immigrazione, argomento attesissimo. La linea comune è stata quella di dare addosso agli immigrati. Per tutto il tempo, tutti i candidati senza esclusioni, hanno fatto riferimento ad “illegali” e non come sarebbe più opportuno ad “indocumentati”. In un clima di assoluta mancanza di rispetto e di dignità non si è fatto altro che parlare di barriere, di difesa delle frontiere ed addirittura di deportazioni (proposta del candidato Tancredo). Da segnalare lo scontro verbale tra Mitt Romney e Rudy Giuliani. Romney, accanito sostenitore della tesi secondo cui tutti i cittadini senza documenti non debbano avere nessun diritto e debbano tornarsene al loro paese, ha accusato Giuliani di aver accolto a New York i clandestini durante il suo mandato di sindaco. Giuliani ha risposto per le rime, dicendo che Romney aveva invece dato rifugio ai clandestini assumendone molti per lavorare in casa propria. Scene penose…

Per non parlare della proposta del congressista Duncan Hunter di una doppia barriera di protezione su tutto il confine tra Messico e Stati Uniti (sic…). A nessuno invece è venuto in mente di parlare di come si possa prevenire l’immigrazione, delle misure per migliorare la situazione in America Latina, di come tentare di ridurne la povertà e fare in modo che immigrare negli Stati Uniti non sia l’unica soluzione per vivere meglio. Non capisco con quale coraggio quasi tutti questi candidati abbiano accettato un dibattito destinato alla popolazione hispano-latina fissato per il prossimo 9 dicembre all’università di Miami. Con quali argomenti chiederanno i voti della comunità latinoamericana, spero che non facciano riferimento a muri di frontiera o deportazioni…

Anche gli altri temi toccati erano sulla stessa linea ultra-conservatrice. Un adolescente texano che rivendicava la sua libertà di disporre di armi da fuoco è stato rassicurato da tutti i presenti che non potevano mica negare la libertà alla difesa per un cittadino statunitense. Nessuno ha preso in considerazione misure restrittive che limitassero la concessione ed il commercio di armi.

Il tema dell’aborto è stato condannato da tutti, e la pena di morte mai messa in discussione. Non si riesce però a capire che tipo di coerenza ci sia nel giudicare l’aborto come una ingiusta privazione di vita, contraria alle leggi della Bibbia, ed invece osannare la pena di morte come giusta condanna. Non si tratta di una privazione di vita umana anche nel secondo caso, forse anche peggiore della prima?

Per la conclusione del dibattito si è lasciato il tema della guerra in Iraq. Una domanda è stata: “Come pensate di rispondere al danneggiamento dell’immagine statunitense a livello mondiale causata dalle guerre”? Le risposte quasi tutte coerenti facevano riferimento all’obbligo di continuare l’offensiva, sia in Iraq che in Afganistan, negando il fallimento delle strategie e rinnovando la convinzione di una vittoria finale (sic…).

Un’interessante domanda è stata posta da un ex militare in pensione, che dichiaratosi omosessuale ha chiesto ai candidati un parere sulla presenza di omosessuali nell’esercito degli Stati Uniti. All’unanimità ha ricevuto come risposta che l’omosessualità rischierebbe di affettare l’unità delle truppe, e per questo rimane inaccettabile.

Infine la ciliegina sulla torta alla serata l’ha regalata ancora una volta Willard Romney che, rispondendo ad una domanda che chiedeva una posizione rispetto alla tortura per i prigionieri politici, ha dichiarato che non spetta ad un presidente degli Stati Uniti parlare a riguardo di pratiche d’interrogatorio. “Per ottenere le informazioni necessarie al Paese non si può escludere neanche la tortura” – ed ha poi aggiunto l’intenzione di mantenere attivo il carcere di Guantanamo. Ha dovuto interromperlo McCain ricordando che la tortura è condannata dalla convenzione di Ginevra e punita dal diritto internazionale…

Insomma per concludere nessuno dei candidati ha prevalso. La linea comune è stata quella di cercare i voti dell’estrema destra con l’unica eccezione del senatore McCain. Con lui in prima linea per le primarie ci sono logicamente Giuliani, Huckabee, in ascesa nell’ultimo periodo grazie all’appoggio dei cattolici (senza dimenticare Chuck Norris) e Romney, che sinceramente ritengo che sia decisamente la soluzione peggiore e quella che mi spaventa di più. Si tratta del solito belloccio statunitense, che sembrerebbe più un attore di Holliwood che un politico, dal passato centrista ed attualmente trasformatosi in un repubblicano doc. Durante il dibattito ha dovuto con difficoltà difendersi dall’accusa sollevata dai rivali di un atteggiamento favorevole all’aborto sostenuto in giovinezza. Romney ha chiaramente fatto intendere che fu solo un errore di gioventù, che non tornerà a ripetersi, perché crede nei principi della Bibbia.

Ed io che pensavo che con G.W. Bush si era ormai toccato il fondo… forse è vero che al peggio non c’è mai fine...


 

martedì 27 novembre 2007
A pochi giorni dal referendum costituzionale in Venezuela, fissato il 2 dicembre, si sbizzarriscono le previsioni e i sondaggi elettorali. Quasi tutti danno il “Sì” largamente vincente, ma non mancano le contraddizioni. Stranamente ad avere risalto nella stampa internazionale è un sondaggio che dà sconfitto il presidente Chávez.

Domenica i cittadini venezuelani saranno chiamati per l’ennesima volta alle urne (11esima tornata elettorale dal 1999). Questa volta dovranno pronunciarsi circa la riforma costituzionale voluta dal presidente Chávez e dal suo governo per gettare le basi di uno stato ed una economia socialista. Saranno elezioni limpide dal punto di vista del processo elettorale, l’ormai ferrato sistema di voto elettronico venezuelano infatti non lascia spazio a possibilità di brogli o manipolazioni delle urne (un sistema che farebbe comodo a molte democrazie sparse per il mondo, soprattutto ad esempio in Messico, ma anche in Italia non dispiacerebbe…). A 6 giorni dalla tornata elettorale sono però i sondaggi elettorali a tenere realmente banco.

Quasi tutte le previsioni danno il “Sì” alla riforma costituzionale largamente avanti nelle intenzioni di voto. Secondo la agenzia “North American Opinión Research”, che ha realizzato un sondaggio su una base di 3'000 cittadini venezuelani, il voti per il “sì” si attesterebbero al 57%, contro un 33% che invece respingerebbero il referendum. Questo sondaggio mostra un incremento delle intenzioni di voto per il “sì” di 5 punti percentuali rispetto alla stessa inchiesta svolta da questa agenzia nei mesi scorsi.

Ancora maggiore il vantaggio per il presidente Chávez è invece dato da altre agenzie di sondaggi. L’Istituto Venezuelano di Analisi di Dati, dopo aver raccolto i dati durante il periodo che va dal 15 al 28 ottobre, attesta i voti a favore del referendum al 62,3%. La stessa agenzia vede il “No” al 17,4% e il popolo degli indecisi al 20,3%.

Anche il sondaggio effettuato da “Consultores 30-11” da una chiara vittoria del “Sì” che è dato con un 63,4% delle preferenze ed un “No” al 30,1%. I risultati di questa inchiesta sono ancora più recenti dato che lo studio si è concluso il 21 novembre. La stessa indagine ha fatto emergere un dato interessante, il 78% degli intervistati infatti si dichiara con un alto livello di informazione circa i contenuti della riforma costituzionale.

Decisamente differenti sono invece alcuni sondaggi che invece hanno trovato grosso risalto a livello internazionale. L’agenzia Reuters ha ieri diffuso con una agenzia i risultati dell’agenzia Hinterlaces secondo cui le preferenze dei venezuelani sono ad oggi attualmente quasi equamente divise tra un “sì” al 45% ed un “no” al 46% con solo il 9% di indecisi. Questo studio è stato effettuato dal 20 al 24 novembre su 1'300 cittadini aventi diritto al voto.

Una è stata però l’agenzia che invece ha dato ampio vantaggio al “no”,si tratta di Datanálisis, stranamente quella più considerata dai media internazionali ed in particolare dalla BBC. Questa inchiesta dà i contrari alla riforma al 44,6%, mentre i cittadini che avallerebbero la riforma sarebbero il 30,8%. L’inchiesta sarebbe stata effettuata su un campione di 1.854 di possibili elettori tra il 14 ed il 20 novembre.

Fa pensare però il fatto che la stessa agenzia lo scorso anno, prima delle elezioni presidenziali, dava un Chávez in crisi rispetto ai rivali per una progressiva perdita di consensi. Peccato che poi invece il presidente venezuelano è stato rieletto con un 61,35% di voti a favori, molti di più del 45% attestatogli da Datanálisis. Ma allora c’è da chiedersi come mai proprio questa agenzia è quella che è stata più ripresa a livello internazionale?

Per fortuna un totale di 1.200 osservatori nazionali controlleranno l’andamento del referendum per la riforma costituzionale che si svolgerà domenica in Venezuela, lo ha reso noto il rettore principale del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Vicente Díaz che ha poi annunciato anche la presenza di molti osservatori internazionali a questo processo elettorale.

Il sistema venezuelano è considerato tra i più affidabili al mondo e nelle precedenti elezioni non sono mai stati sollevati dubbi di irregolarità da parte degli osservatori esterni.

A quanto pare però la voglia di interferire e di tentare di influire sull’opinione pubblica nazionale ed internazionale è però sempre viva come lo dimostra la guerra dei sondaggi (chissà a volte manipolati a piacimento) entrata ormai nel vivo.


 

giovedì 22 novembre 2007
Il fratello di Flavio Sosa, Horacio, uno dei portavoce della APPO è stato liberato lo scorso lunedì per mancanza di prove.

Horacio Sosa, consigliere della Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca e fratello di Flavio Sosa (portavoce della APPO), è stato scarcerato per mancanza di prove. Era detenuto dallo scorso 4 dicembre quando fu arrestato dalla polizia federale mentre si recava ad una riunione con le autorità del governo centrale.

I due fratelli, così come César Mateos Benítez, furono arrestati con l’accusa di privazione illegale di libertà, lesioni e furto ai danni di Joaquín Jiménez Ogarrio e José Luis Díaz Cruz, due integranti della polizia ministeriale. Da sempre queste detenzioni apparvero come un tentativo da parte del governo statale e federale di indebolire la APPO.

A distanza di quasi anno dal polemico arresto avvenuto nella capitale di Città del Messico, quando i portavoce della APPO invitati ad una riunione con le autorità federali furono poi detenuti, Horacio Sosa viene liberato per mancanza di prove.

Questo è solo uno degli esempi della repressione e dell’abuso di autorità che i cittadini dello stato di Oaxaca e in particolare degli integranti della Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca sono costretti a subire. Da più di un anno detenzioni illegali e violazione dei diritti umani sono il pane quotidiano in questo stato del sud-ovest messicano.

Horacio Sosa viene liberato dopo essere stato detenuto quasi un anno. Oggi si scopre che non c’erano sufficienti prove per il suo arresto. Al momento della liberazione, infatti, il portavoce della APPO ha negato che la sua scarcerazione sia conseguenza di una negoziazione tra la Assemblea Popolare ed il governatore di Oaxaca Ulises Ruiz. "Sono innocente, ed è stato dimostrato davanti ai giudici"- queste le parole di Horacio Sosa che ha poi denunciato le violenze e la violazione dei diritti umani subite durante la sua permanenza in carcere.

Per approfondire la situazione sulla città di Oaxaca e la APPO leggere “Reportage da Oaxaxa”.


 

domenica 18 novembre 2007
Anche se fisicamente qui in Messico, il mio pensiero ed il mio cuore sono oggi a Genova...

Luglio 2001 - Novembre 2007: Desiderio di Giustizia




 

giovedì 15 novembre 2007
La scorsa settimana ho visitato Oaxaca, la città della APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca). Ancora oggi emergono la forza e l’unione popolare di una città che lotta e resiste contro le ingiustizie, mentre la repressione continua imperterrita e silenziosa, tanto da non fare quasi più notizia sui media.

Oaxaca (Messico) – Chi arriva a visitare Oaxaca non può non accorgersi dell’aria diversa che si respira qui rispetto al resto dell’intero Messico. I colori, i profumi e la ricca mescolanza di culture secolari rendono unica questa meravigliosa città coloniale, ma è quando ci si ferma a parlare con la gente del posto che ci si accorge di ciò che la rende realmente unica e differente.

Oaxaca ha paura, la si può leggere negli occhi di chiunque, dalla vecchietta del negozio all’angolo al proprietario di ristorante, passando per i commercianti degli innumerevoli mercati che popolano la città. Paura, frustrazione, paralisi si percepiscono al passeggiare tra le vie della città. Molta gente sembra intimidita al parlare dei fatti degli ultimi tempi, si sente quasi impotente. Non per questo però c’è rassegnazione, anzi.

Gli abitanti di Oaxaca non si rassegnano facilmente. La città ha rabbia, una rabbia storica, accumulata nei secoli e ancora più viva oggi. Questa rabbia deriva dall’autoritarismo imposto nella regione da 78 anni ininterrotti di dominio politico del PRI (Partido Rivolucionario Istitucional), che hanno fatto lo stato di Oaxaca uno dei più poveri, tanto da presentare i peggiori indicatori di sviluppo umano di tutto il Messico insieme al Chiapas. Ma la fiamma di questa rabbia è stata riaccesa e ravvivata negli ultimi anni e sarà difficile spegnerla questa volta.

Il PRI, infatti, continua a “governare” lo stato oaxaqueño. Il vecchio e autoritario partito, radicato grazie alla corruzione in tutte le istituzioni, mantiene alto il livello di attenzione e intolleranza nei confronti dei movimenti sociali indipendenti, con lo scopo di prolungare ancora il più possibile il suo dominio sull’apparato formale del potere.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’elezione, con il solito dubbio di brogli elettorali, del governatore Ulises Ruiz, sempre del PRI. La repressione ed il rinnovato autoritarismo avevano creato le basi per un vero rinnovamento, la nascita di un movimento che ha caratterizzato l’intero 2006, e che continua vivo e forte nonostante tutto, tanto da far considerare Oaxaca il teatro della prima insurrezione del XXI secolo.

Nel 2006 la APPO (Assemblea dei Popoli di Oaxaca) ha protagonizzato uno dei processi di dissidenza più significativi degli ultimi anni. Per mesi le barricate nella capitale statale, gli scioperi dei maestri e le organizzazioni che si sono sommate progressivamente alla protesta, hanno messo sotto scacco il governo di Ulises Ruiz.

Poteva essere la grande opportunità di sradicare definitivamente questo sistema autoritario da Oaxaca. Anche la congiuntura a livello nazionale sembrava aprire all’idea di un cambio reale e radicale, con la grande mobilitazione popolare contro la frode elettorale ai danni di Obrador. Così però non è stato.

Durante il momento più critico del processo di cambiamento popolare di Oaxaca si provò a stabilire un dialogo per una soluzione politica. Purtroppo però in questo stesso momento prese il via un’altra negoziazione, parallela alla prima e a livelli politici più alti, con la quale si decise di salvare il governatore oaxaqueño in cambio dell’appoggio alla “vittoria” elettorale di Felipe Calderón (del Pan, partito di azione nazionale).

Questo patto in pratica mise fine alla possibilità di una soluzione pacifica per Oaxaca. L’alleanza e la complicità tra le due necessità, quella del nuovo governo federale che contava con una base elettorale debolissima, e quella di un PRI con sempre meno spazio per muoversi dopo aver dominato quasi come partito unico la storia politica messicana per quasi un secolo, misero fine all’interruzione di Oaxaca per mezzo di pura violenza, sia federale che statale, che procurarono 27 morti e resero la violazione dei diritti umani nello stato di Oaxaca il pane di tutti i giorni.

La repressione di Oaxaca contribuì a mettere fine alle illusioni di molti circa la possibilità di una transizione politica messicana, facendo emergere le debolezze del nuovo ordine politico. Un ordine politico sostenuto basicamente da un accordo tra il PRI – che da partito d’opposizione si ritrova ad appoggiare la nuova presidenza Calderón – e il PAN, il partito che si era autoproposto come avversario dell’autoritarismo e della corruzione del PRI.

La “soluzione di forza” del conflitto di Oaxaca si basò sull’intervento violento della Polizia Federale Preventiva e sull’azione degli squadroni della polizia statale che secondo l’informe della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani provocò, tra il luglio e il dicembre 2006, 27 morti e 500 detenzioni illegali.

Violenza fisica e psicologica nei confronti delle persone detenute ed un uso sproporzionato della forza contro la popolazione furono le caratteristiche predominanti. La criminalizzazione delle proteste sociali, la persecuzione della libertà d’espressione e la punizione dei dissidenti divennero all’ordine del giorno nell’intero stato oaxaqueño.

Un primo avviso si ebbe con gli attacchi alle barricate di Santa María Coyotepec e Santa Lucía del Camino il 27 ottobre dello scorso anno (clikka sulla foto per ingrandire). Vi parteciparono autorità municipali, agenti paramilitari e le forze statali. Fu il giorno in cui furono assassinati 4 maestri ed il giornalista statunitense Brad Will. A questo seguirono l’avanzata della Polizia Federale Preventiva allo zócalo il 29 ottobre, un’ennesima repressione il 10 novembre ed infine l’offensiva finale del 25 novembre 2006.

In questo lasso di tempo centinaia di persone innocenti furono detenute e torturate. La maggior parte dei detenuti non ha avuto accesso a una giusta difesa, non furono riconosciute e certificate le lesioni di decine di arrestati e quelli di origine indigena non ebbero accesso ad un interprete.

Attivisti sociali e politici furono perseguiti ed attualmente sono ancora sette i detenuti relazionati con la APPO, tra questi anche i portavoce dell'assemblea, Flavio e Horacio Sosa , arrestati nel dicembre scorso a Città del Messico con l’inganno. L’arresto avvenne infatti in seguito ad un invito a negoziare da parte del governo Calderón.

Ma le violenze e la repressione a Oaxaca continua ancora, come si può leggere qui sui fatti del 2 novembre 2007 (sono disponibili anche tre interessanti video in lingua spagnola).

La APPO in pratica ha contribuito a rendere ancora più evidente la fragilità delle istituzioni messicane, gli scontri tra quest’assemblea popolare e la struttura del potere hanno messo a nudo gli attori politici principali del paese, ma per riuscire a spiegare realmente quello che è successo a Oaxaca ci si deve sforzare ad osservare i protagonisti dal basso.

E’ questo che fa emergere la differenza, il tratto caratteristico, quello che distingue una mobilizzazione da un movimento. A Oaxaca è nato un movimento. Non c’è, infatti, la presenza di un leader o di un partito politico alle spalle. Il movimento oaxaqueño è fatto di uomini e donne qualunque, uniti dagli stessi obiettivi e associati in un’assemblea popolare per la difesa dei diritti civili, delle minoranze indigene, a difesa del ruolo della donna e del medio ambiente, che lotta e resiste per lo smantellamento di un ingiusto regime, quello Priista di Ulises Ruiz.

Le autorità federali e statali da mesi ormai cercano di dimostrare che a Oaxaca sia tornata la pace e la tranquillità, offrendo come prova la riduzione delle manifestazioni e dei cortei della APPO. Ma cadono nell’errore di credere che la APPO ed il popolo di Oaxaca rientrino dei soliti canoni della vita politica. Così non è, la APPO ormai è un movimento ben radicato che non ha bisogno di scendere in piazza o di marce per dimostrare vitalità.

Solo un turista depistato o chi continua a confidare dei media di massa può realmente pensare che la APPO abbia perso forza o che il movimento sia stato soffocato. Chiunque altro, giunto a Oaxaca, si può rendere conto che la APPO è tutt’altro che finita. E’ viva, vegeta e radicata nel tessuto sociale di questo stato. Sicuramente però continua la repressione, come dimostrano i recenti avvenimenti del 2 novembre, una repressione che ha diffuso la paura tra le stradine di questa città, ma che non ha avuto l’effetto di abbattere la APPO, anzi. La paura si sta trasformando sempre più in rabbia, una rabbia nata dalla sensazione di sconfitta ed alimentata dai soprusi di un governatore autoritario (Ulises Ruiz) e da un governo federale ostile e non riconosciuto.

Una rabbia che può riesplodere da un momento all’altro.


 

La violenza e la violazione dei diritti umani e delle garanzie individuali continuano a Oaxaca. L’ultimo esempio il 2 novembre quando cittadini e simpatizzanti della APPO tentarono di commemorare, ad un anno di distanza, la resistenza degli studenti della Università Autonoma Juárez che impedì alla Polizia Preventiva Federale di occupare la radio dell’ateneo, uno dei media alternativi del movimento oaxaqueño.(Ecco i video)

Il 2 novembre 2007 alle ore 7:30 am, quando si erano organizzati celebrazioni, tappeti di sabbia ed altari per “el dia de muertos”, festività molto sentita in tutto il Messico, ma in particolare nello stato di Oaxaca, in commemorazione della resistenza studentesca dello scorso anno, un operativo repressivo del governo di Ulises Ruiz, al quale parteciparono la Polizia Municipale, la Preventiva e la Polizia Speciale in assetto anti-sommossa ha fatto irruzione, interrotto la celebrazione, detenuto arbitrariamente 50 manifestanti e provocato diversi feriti.

E’ passato un anno dalla repressione poliziesca a Oaxaca ma le cose non sembrano cambiate di molto. Gli attivisti sociali continuano ad essere continuano ad essere perseguiti.

Ecco alcuni interessanti video (purtroppo in lingua spagnola).






 

mercoledì 7 novembre 2007
La regione del sud-est messicano di Tabasco sta vivendo la peggiore catastrofe degli ultimi 50 anni. Sono oltre 500mila le persone affettate dalle inondazioni causate dalle forti pioggie.

Uomini, donne, bambini ed anziani di Villahermosa, la capitale dello stato, sono intrappolati nella peggiore inondazione degli ultimi 50 anni. Sette i fiumi straripati, compresi il Grijalva ed il Carrizal i più grandi. I danni alle cose si attestano a circa 50mila milioni di pesos (340 milioni di euro) per l'intera regione. Il 100% delle coltivazioni è andato perso. La tragedia ha dimensioni simili a quella di New Orleans del 2005 ma la percezione della tragedia non è stata la stessa a livello internazionale.

(Qui un numero di conto bancario per aiutare anche dall'estero la croce rossa messicana)

Tabasco è una delle regioni pù povere messicane ed è popolata da circa 2,2 milioni di persone. La sua superficie è composta dal 34% da acqua, l'intera regione è ricoperta da fiumi e lagune, però ad oggi l'acqua occupa il 70% del territorio. Centinaia di migliaia di persone sono sfollate, di queste le autorità della città di Veracruz, stato confinante, hanno annunciato che almeno 25mila abitanti di Tabasco hanno dovuto lasciare la loro casa in seguito alle inondazioni dei giorni scorsi. La maggior parte si concentra nella città di Coatzacoalcos. Gli altri sono distribuiti tra le province di Acayucan, Minatitlan, AguaDulce y Cosoleacaque. Il sottosegretario di stato, Salvador Manzur, ha annunciato che sono stati inviati gli aiuti diprima necessità: acqua, cibo e vestiti.

Tutto il Messico si è mobilitato per inviare aiuti, molto poco invece a mio parere l'appoggio internazionale alla tragedia. I media italiani non si sono disturbati troppo a diffondere le immagini di questa tragedia. Forse le vite di questi messicani valgono meno di quelle dei cittadini di New Orleans? (a proposito consiglio la lettura di "Villahermosa non è New Orleans")

Per questa grossa ingiustizia ho contattato la Croce Rossa messicana richiedendo gli estremi per effettuare versamenti anche dall'estero.

Chiedo gentilmente a chi può di aiutare economicamente Tabasco e la sua gente:


Nome: CRUZ ROJA MEXICANA IAP
N°conto: 0401010115
Succursale: 0683 DF PALMAS
Città: MEXICO DF
Codice SWIFF: BCMRMXMMPYM
Chiave interbancaria: 012180004010101159
Banca: BBVA BANCOMER




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Álvaro Colom Caballeros, della Unità nazionale della speranza (Une), è il nuovo presidente del Guatemala ottenendo il 52,82 per cento dei voti rispetto al 47,18% ottenuti dall'avversario, Otto Pérez Molina, del Partito patriota (PP).

Colom ha apprezzato molto l'appoggio degli elettori guatemaltechi: “Questo è il trionfo della verità. Ora siamo pronti a mantenere le nostre promesse”. “Con questo voto il Guatemala ha finalmente buttato alle spalle il militarismo”, ha affermato il nuovo presidente, facendo chiara allusione al candidato sconfitto, l'ex generale Otto Pérez Molina.

“La sconfitta di Pérez è la risposta del nostro paese alla tragica storia dei regimi militari, un definitivo No alla mano dura e alla repressione. Un’apertura alla democrazia”.

Era infatti decisamente preoccupante la possibilità legata ad una vittoria di Otto Pérez Molina, un ex-generale che, da buon militare, come cavallo di battaglia elettorale aveva promesso ordine e mano dura approfittando della voglia di sicurezza della maggior parte dei cittadini del Guatemala, un paese che ha visto nell’ultimo anno 6'000 omicidi ed è in balia del crimine organizzato e del terrore imposto dalle bande criminali (maras e pandillas).

Álvaro Colom sarà il primo presidente social-democristiano della storia recente del Guatemala, in pratica il primo dal 1954, anno in cui fu diroccato il colonnello progressista Jacobo Arbenz Guzman. Da allora il paese fu governato per 30 anni consecutivi da dittature militari e dal 1986 ad oggi da governi di destra.

Tra le prime dichiarazioni post elettorali Colom si è distinto per una dimostrazione di apertura verso il resto del continente latinoamericano. “Siamo disposti a guardare verso il Sud, abbiamo molto in comune con tutti i paesi del Sudamerica e vogliamo rafforzare queste relazioni cercando di fare un grosso sforzo per riuscirci”. Nonostante questo Colom ha confermato la priorità verso i suoi vicini centroamericani, con i quali ha detto di voler avanzare verso una integrazione economica, ispirandosi proprio ai modelli sviluppati in America del Sud.

“Credo che si dovranno dare i primi passi verso la Unione Centroamericana, il centroamerica unito, con un unione doganale può poi aprirsi verso il Sudamerica e verso tutti i processi che lì si stanno sviluppando ormai da tempo”.

Colom, che sarà presidente sino al 2012, ha ricevuto le felicitazioni per la vittoria da diversi capi di stato vicini: Daniel Ortega, presidente del Nicaragua, Martín Torrijos (Panamá), ed anche Oscar Berger, al quale succederà il prossimo 14 gennaio.

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