martedì 25 dicembre 2007
Montevideo (Uruguay) - Dall'accogliente capitale uruguayana auguri di Buone Feste a tutti i lettori di Verosudamerica.com

Non ci crederete ma qui a Montevideo il Natale si festeggia con fuochi d'artificio e botti in stile capodanno, con feste per le strade e nei locali sino alla mattinata del 25...

In compenso durante tutta la giornata Montevideo e' deserta. Le onde del Rio de la Plata misto all'Oceano Atlantico si infrangono sulla spiaggia chiara, la brezza marina riempie l'aria natalizia. Una passeggiata pomeridiana per la rambla in riva al mare e' uno spettacolo che riconcilia con il mondo.


 

venerdì 21 dicembre 2007
Il presidente García ha rinnovato parcialmente il suo esecutivo continuando sulla linea neoliberale. Il ministro dell’Interno, Luis Alva, il più impopolare, rimane al suo posto.

Aveva bisogno di aria fresca, di una boccata d’ossigeno visto gli ultimi sondaggi che vedevano il suo governo godere solo del 29% dei consensi dei peruviani, per questo il presidente Alan García ha pensato di rinnovare in parte i suoi ministri. Tutti i cambiamenti, però, riflettono chiaramente un ulteriore avvicinamento del governo alla destra e la continuità nella scelta di politiche economiche a forte stampo neoliberale. Sono stati in totale quattro i ministri sostituiti mentre due gli avvicendamenti.

Il rinnovamento c’è stato, ma è stato a senso unico. Un’ulteriore svolta a destra del governo di García, nell’intento di continuare una politica economica recentemente rafforzata dalla ratificazione del trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Nonostante la caduta di consensi al di sotto del 30%, le proteste, e gli scioperi di alcuni importanti settori dell’economia peruviana dell’ultimo anno, infatti, il presidente García ha deciso di continuare sulla stessa linea neoliberale, ed anzi, forse, di inasprirla.

Un ulteriore passo in questo senso è stata la nomina di Mario Pasco, un avvocato molto legato ai settori impresariali, al Ministero del Lavoro. Al partito del governo (Apra) è stato poi assegnato anche il Ministero delle Infrastrutture, la scelta in questo caso è caduta sull’economista Enrique Cornejo. Rimane invece al suo posto saldissimo il Ministro dell’Economia, Luis Carranza, un neoliberale dal passato vincolato con la Banca Mondiale e alle teorie fondomonetariste, strettamente appoggiato dalla componente di destra dell’attuale governo. Ma moltissime sono state le scelte contestabili.

Ad esempio la designazione di Rosario Fernandez come Ministro di Giustizia. La Fernandez infatti è stata l’avvocata di Ernesto Schutz, un impresario televisivo indagato e processato corruzione (aveva infatti ricevuto 10 milioni di dollari per appoggiare attraverso il suo canale televisivo il regime di Fujimori).

Sembra quasi un affronto questa nomina proprio in coincidenza con l’inizio del giudizio all’ex dittatore, viste anche le recenti dichiarazioni del presidente Alan García a favore di altri loschi personaggi legati al fujimorismo e attualemente processati per corruzione.

Una conferma anche dalla conferma ricevuta al Ministro della Produzione, Rafael Rey, fujimorista incallito, membro dell’ultra destra Opus Dei e promotore della legge di amnistia nel 1995 a favore degli integranti degli squadroni della morte Colina.

Anche il Ministro della Difesa Antero Florez Araoz ha conservato il suo incarico. Ex presidente del partito di destra (Partido Popular Cristiano), Araoz è uno dei sostenitori della discussa proposta di García per la reintroduzione della pena di morte. La sua conferma sembra un contentino per i settori più aggressivi delle Forze Armate in un momento in cui molti dei loro componenti iniziano ad essere processati per violazione dei diritti umani.

Per concludere la scelta più impopolare del tentativo di rinnovamento di Alan García. Mentre tutti si aspettavano la destituzione del Ministro dell’Interno, Luis Alva, la cui popolarità era crollata agli occhi della nazione in seguito alle accuse di concessioni per l’acquisto di armi per il corpo di polizia illecite ed irregolari, García ha deciso invece di confermarlo al suo posto. C’è da ricordare che Alva era stato salvato dai voti fujimoristi quando la sua destituzione era stata proposta in Parlamento.

Il quadro finale che emerge è quindi quello di un Gabinetto parzialmente nuovo, formato in larga parte dal dirigenti del suo partito (APRA) ed integrato da politici e tecnocrati di orintamento di destra, molti anche con passato fujimorista, il che non fa altre che riflettere l’alleanza politica in atto per governare il paese, legata saldamente ancora al passato.

Se questa è la ristrutturazione pensata da García per rinnovare il suo governo, si può benissimo affermare che appare molto improbabile la boccata d’ossigeno ed il recupero dei consensi su cui si puntava.


 

giovedì 20 dicembre 2007
Grande passo in avanti in tema di riconoscimenti di diritti e parità sociale.L’Uruguay sarà il primo paese della regione latinoamericana a permettere le unioni tra persone dello stesso sesso a livello nazionale. Il senato uruguayano ha infatti approvato la “Ley de Unión Concubinaria”.

La legge, che probabilmente sarà promulgata prima della fine del 2007, fa dell’Uruguay un paese all’avanguardia in materia di ricoscimento di diritti omosessuali a livello mondiale e il primo paese latinoamericano a fare una apertura di questo tipo a livello nazionale. Tra i vari aspetti legiferati, la Ley de Unión Concubinaria, approvata dal governo di sinistra di Tabaré Vázquez, stabilisce che le persone che abbiamo convissuto per più di cinque anni ininterrottamente mantenendo una relazione affettiva e sessuale hanno pieno diritto ad avere riconosciuta la loro unione dal punto di vista giuridico.

Inoltre la legislazione definisce anche altri aspetti regolando la divisione dei beni e stabilendo i diritti delle parti per quanto riguarda l’eredita e la previdenza sociale.

Il grande passo in avanti, festeggiato dalle comunità omosessuali dell’intera America Latina, è l’articolo 2 della legge, che l’opposizione ha tentato di boicotteare con l’appoggio della Chiesa Cattolica, ma su cui la maggioranza non ha ceduto.Quest’articolo stabilisce che per “unione concubinaria” si deve intendere una comunità di vita affettiva stabile tra due persone indipendentemente dal loro sesso, la loro identità e la loro orientazione sessuale”.

La senatrice uruguayana Percovich ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione di questa legge da parte del Senato in quanto implica di fatto il riconoscimento della possibilità di esistenza di “famiglie diverse”. La Percovich è stata una delle promotrici di questa legge sin dalla passata legislatura, quando per la prima volta venne fatto riferimento a coppie dello stesso sesso.

Secondo uno studio effettuato dal quotidiano uruguayano “
El Pais” negli ultimi vent’anni in Uruguay si sono tripliate le unioni di fatto (indipendentemente se etero o omosessuali).

A livello continentale americano il piccolo Uruguay diventa quindi il primo stato a riconoscere i diritti delle coppie omosessuali, i precedenti tentativi, come quelli delle capitali Buenos Aires e Città del Messico, avevano solo effetti giurisdizionali e non erano estesi all’intero territorio nazionale.

Per approfondire l’argomento si può consultare questa pagina di Wikipedia che confronta il riconoscimento dei diritti per gli omosessuali nei diversi stati latinoamericani.


 

lunedì 17 dicembre 2007
Storie di emigranti, rimpatri e sogni infranti.

Domenica 16 dicembre ore 02:15 am

Ero seduto in caffetteria nell'aereoporto di Città del Messico ed aspettavo ansioso il mio check-in per Panama per fare scalo prima di raggiungere Caracas e il Venezuela. Per ingannare il tempo avevo appena iniziato un libro comprato in edicola poco prima. Leggevo sulla povertà in America Latina e sui motivi di successo/fallimento (francamente poco condivisibili) dei diversi paesi che l'autore argomentava, quando non potevo fare a meno di inbattermi nei discorsi dei tavolini vicini di una sala d'attesa totalmente gremita.

Mi veniva da riflettere così sulla strana integrazione delle caffetterie degli aereoporti, un vero e proprio miscuglio di razze e lingue.

Ridevo ascoltando i discorsi in inglese di un americano (che chiamerò "il gringo") ed un messicano, alimentati da un "six" di birre già consumato che campeggiava sul loro tavolo. La strana coppia, formata da un ranchero (immagino di uno stato del sud Stati Uniti considerando l'accento e l'abbigliamento) e il tipico messicano americanizzato, provava l'approccio con due signore messicane sulla quarantina, che gentilmente declinavano le avances.

La mia attenzione era catturata dai pacchi che costituivano il bagaglio delle due signore su quali albergava il logo "U.S. Department of security". Una delle signore però ad un certo punto si allontana.

Mi distraggo immergendomi nel libro che cercava di spiegare il successo del sistema cileno rispetto al resto dei paesi latinoamericani, quando un altro episodio mi riporta a ciò che accade nei tavoli vicini. Una vecchietta si avvicina alla signora messicana rimasta sola al tavolino:
- "Lei è la signora Maria?"
- "Si, sono io."
- "E' qui con una signora del Chiapas?"
- "Si!"
- "Guardi, mi ha mandato a chiamarla perchè si sente male ed ha appena vomitato in bagno. Corra da lei, io rimango qui a controllarle i bagagli".

A questo punto la storia della signora del Chiapas diventa di pubblico dominio per l'intera sala d'attesa. Il gringo ed il messicano americanizzato si mostrano preoccupati, al tavolo vicino un colombiano, che non perdeva occasione di ricordare le sue origini libanesi, già sentenziava: "Sarà una trafficante di cocaina, per questo si sente male, gli si saranno rotti gli ovuli di coca nello stomaco".

Dopo una buona mezz'ora però i misteri vengono risolti. La signora Maria riaccompagna l'amica del Chiapas al suo tavolino, sta già meglio.

Entrambe erano state appena rimpatriate dagli USA (ecco spiegati i pacchi del Dipartimento di Sicurezza statunitense). Ora erano in aereoporto ed aspettavano i pullman con destino San Cristobal e Puebla rispettivamente.

Avevano tentato l'immigrazione clandestina ma avevano fallito, lavoravano in nero negli States, spedendo dollari alle loro famiglie in Messico. La signora del Chiapas è preoccupata perchè il marito ed il figlio piccolo erano ancora negli USA, ma la polizia gli stava cercando per rimpatriare anche loro.

Intanto già riproggettavano un nuovo viaggio verso la frontiera per tentare di scavalcare il "muro" un'altra volta.

Niente droga quindi, solo l'ennesima storia di immigrazione America Latina-Stati Uniti.

Il gringo, che intanto ebrio aveva acceso il Pc ed intratteneva la sala con la sua musica decisamente di poco gusto, capendo che le signore erano state deportate e dimenticando però il suo precedente tentativo d'approccio fallito, con l'espressione del volto dava ad intendere la totale condivisione per la misura adottata dal suo governo.

La vecchietta che aveva avvertito del malessere della signora invece si lamentava ad alta voce; quando era stata rimpatriata lei la prima volta, 4 anni prima, c'era il programma di rimpatri pilota. "Almeno prima ti rimandavano sino a casa, anche nei paesini, ora invece ti abbandonano all'aereoporto di Città del Messico!". Ed intanto aspettava il suo volo delle 7 am per Tijuana da dove voleva ritentare di raggiungere la famiglia a San Diego.

Nel discorso interviene di nuovo anche il messicano americanizzato, che a sorpresa rivela di venire da Vancouver (Canada), dove era riuscito a sistemarsi con la sua famiglia ed avere successo nel suo settore dopo una breve parentesi in territorio statunitense. Il consiglio era di provare ad emigrare in Canada, "è molto meglio degli USA", ripeteva.

Penso a quante di queste scene avvengano negli aereoporti messicani, storie di rimpatri, sogni d'avvenire migliori ed incubi di fallimento.

Dal 1° gennaio 2008 il Nafta (trattato di libero commercio tra Usa, Messico e Canada) sarà implementato dall'entrata in vigore di nuove regole per la libera circolazione di merci e prodotti, le persone però ancora non godono di questa libertà, anzi, le frontiere vengono rafforzate da costosissimi "muri", e la campagna elettorale statunitense è basata sui temi della lotta all'immigrazione e della politica dei rimpatri. Il governo messicano intanto non fa nulla per risolvere il problema, pensa ai presunti benefici degli investimenti statunitensi nel paese e dimentica i suoi cittadini che come unica speranza di miglioramento hanno unicamente l'emigrazione. Il tutto mentre l'agricoltura interna vacilla sempre più, sotto i duri colpi delle importazione dagli Stati Uniti che invece la tutelano con forti sussidi.

La signora del Chiapas intanto mi continua a parlare delle umiliazioni che ha subito durante il rimpatrio e del comportamento "poco rispettoso" della polizia statunitense.

Uno svedese si è aggiunto al tavolo del gringo dove si continua a bere "cerveza", cinque centroamericani mangiano tacos ed un asiatico naviga col wireless sul suo pc.

Storie di globalizzazione, di "libera" circolazione di persone all'aereoporto del DF che in alcuni casi non è poi tanto libera come si tende a pensare.

Io richiudo il mio libro, sono le 5:00 am, il Boca Juniors ha appena pareggiato. Sono 1 a 1 con il Milan nella finale di coppa Intercontinentale (anche se non si chiama più così). Gli argentini presenti festeggiano.

Mi dirigo a fare il Check-in, Caracas mi aspetta.

P.S. Il Milan ha poi vinto la Coppa battendo il Boca per 4 a 2.


 

sabato 8 dicembre 2007
Lascio Puebla per un lungo viaggio attraverso il continente latinoamericano. La prima destinazione sarà (...) la ormai “amica” Oaxaca, città della APPO, sempre calda politicamente ma così accogliente verso lo straniero come realmente poche città al mondo sanno fare.

Poi finalmente inizierò a scendere verso Sud, verso San Cristobal de las Casas, il Chiapas, una regione che ho ben definita nella mia mente grazie alla mia immaginazione adolescenziale, e che avrò finalmente la possibilità di toccare con mano. La realtà e l’orgoglio indigeno da scoprire e riscoprire, da vivere... La Selva Lacandona di Marcos e delle EZLN. Una parte di Messico che ancora non conosco ma che mi emoziona e mi coinvolge da tanto ormai.

Poi un breve passaggio dalla base, da Cholula (Puebla) per rifare le valigie ed iniziare un viaggio “encantador” verso l’America Latina.

Una settimana a Caracas, nel Venezuela Bolivariano in trasformazione. Terra di rivoluzione, belle donne e tanti amici finalmente da abbracciare.

Poi il Natale in Uruguay, a Montevideo, ospite di un vecchio amico, un matrimonio al quale assistere ed un anno nuovo da festeggiare a Punta del Este, un po’ per diversione e festa tra amici, un po’ per sentirsi almeno geograficamente più vicini all’Europa e all’Italia durante le prime feste natalizie lontano dalla famiglia.

Infine Buenos Aires e Argentina, parrilladas a base di ottima carne, buon vino e sano turismo prima di ritornare nel “mio” Messico il 12 gennaio.

Un mese lunghissimo che purtroppo passerà troppo velocemente ma che sicuramente mi rimarrà dentro e mi cambierà ancora un po’.

Nel frattempo forse mi farò sentire meno sul blog, ma prometto che non mancherò di raccontare e trasmettere le sensazioni, le esperienze e l’apporto dei dialoghi che raccoglierò questo mese in giro per l’amato continente latinoamericano.

Un saludo


 

Analisi del voto. Continuarà la rivoluzione bolivariana o il popolo ha ormai dato le spalle a Chávez?

Molte sono le conclusioni che si possono trarre dal referendum Costituzionale venezuelano della scorsa settimana. La prima è che il Venezuela è sicuramente un paese con istituzioni democratiche e soprattutto con un sistema elettorale affidabile. Non si può non prenderne atto. Questa evidenza di fatto contraddice le principali critiche che il governo statunitense, l’opposizione interna ed i governi alleati di Washington rivolgevano al “dittatore” Hugo Chávez.

Un altro fatto inconfutabile è che il presidente venezuelano abbia accettato con dignità e trasparenza la sconfitta ricevuta dalla sua proposta di Riforma Costituzionale, nonostante il ristretto margine di voti tra il “si” ed il “no”. Chávez ha dimostrato al Mondo, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, il suo spirito democratico, cosa che invece molti dei suoi nemici non hanno ancora fatto, vedi Bush o il “vicino” Uribe in Colombia.

Risulta poi sorprendente come tutti i critici della rivoluzione bolivariana abbiano in questo caso riconosciuto la trasparenza di questo processo elettorale quando invece hanno sempre negato i risultati delle urne nelle precedenti 10 elezioni, quando fu invece Chávez ha stravincere.

Ma passiamo ora ad analizzare il “No” al referendum. Uno di ogni quattro venezuelani che votarono per Chávez come presidente nel 2006 non hanno votato a favore della Riforma Costituzionale domenica scorsa. Nel 2006 i chavisti furono 7 milioni 300mila, mentre il “si” al referendum ha raccolto solo 4 milioni 380mila preferenze. Allo stesso tempo l’opposizione è passata dai 4 milioni 292mila voti ricevuti da Rosales alle presidenziali del 2006 ai 4 milioni 500mila voti dei “no” al referendum.

Si evidenzia quindi un piccolo e poco significativo incremento di voti per l’opposizione ma soprattutto la perdita di 3 milioni di voti per la rivoluzione bolivariana, giustificati da una astenzione che è passata dal 25% del 2006 al 44% del 2 dicembre.

La perdita del partito socialdemocratico Podemos ed il mancato appoggio dell’ex ministro dell’interno, il generale Baduel, contrario alla riforma, e che ha sempre goduto di grande considerazione da parte del popolo venezuelano (per il suo ruolo decisivo durante il golpe del 2002, quando riaffidòil potere a Chávez) sono solo cause concomitanti, non giustificano 3 milioni di astenuti.

Non si giustificano neanche con la sporca campagna elettorale dell’opposizione contro la Riforma, come sempre appoggiata dagli Stati Uniti. Comportamento alla quale il popolo venezuelano è ormai abituato a convivere, la campagna anti-Chávez infatti è sempre stata occasionata anche in tutte le precedenti elezioni.

Non è stata quindi né una vittoria dell’opposizione, né una vittoria dell’ “imperialismo”, è venuto solo meno l’appoggio dei settori popolari di base.

L’astenzione è stata decisiva nei “barrios”, da sempre santuari del chavismo. Sono venute meno al movimento le forze sociali che da sempre erano la sua forza. Perché?

Sicuramente non è stato facile scegliere per un modello socialista e a favore di una Riforma Costituzionale troppo ampia, pesante e che non ha avuto né il tempo né la voglia di essere sottoposta ad un vero dibattito a livello nazionale.

Un altro punto che ha contribuito alla sconfitta è stato il fatto che lo stesso Chávez non si è accorto della non totale omogeneità della base sociale del processo bolivariano. Ha stancato un po’ tutti il suo cavallo di battaglia, la contrapposizione tra popolo ed impero. La gente dei barrios ha esigenze e necessità e vuole essere ascoltato, cosa che da un po’ Chávez non faceva.

I settori popolari protagonisti dal “caracazo” del 1989 sono i veri motori del processo di trasformazione bolivariano e nei movimenti sociali c’è la chiave della continuità della rivoluzione, indipendentemente dalla rielezione indefinita di Chávez.

La scelta dei “barrios” insomma è stata una scelta cosciente e meditata e non semplicemente figlia dell’influenza statunitense che ha contribuito a generare “paura”.

Non si spiegherebbe infatti perchè un popolo come quello venezuelano, insorto nel ’89, che è riuscito a ribaltare il vecchio e corrotto sistema politico negli anni ’90, che ha reagito ad un golpe di stato nel 2002, e che ha sconfitto il blocco petrolifero nel 2003, si sarebbe lasciato influenzare questa volta dall’opposizione o dalla mano statunitense.

Il popolo venezuelano ha sempre dimostrato di essere più forte di tutto questo. E’ sempre stato l’anima della rivoluzione decidendo di appoggiarla con il voto o di frenarla, come in questo caso, con l’astenzione. E continuerà ad essere così anche in futuro, decidendo giorno per giorno e partecipando alla vita politica, cosa che il popolo venezuelano è abituato a fare da ormai due decadi.


 

venerdì 7 dicembre 2007
Il presidente boliviano ha annunciato un referendum revocatorio che mette nelle mani del popolo il suo mandato da presidente e quello dei governatori delle nove province.

Morales ha motivato la decisione facendo riferimento all’importanza di far uscire il paese dall’attuale situazione, dove, in seguito alle difficoltà dell’Assemblea Costituente, l’opposizione ha messo in subbuglio il paese tentando di sabotare l’attuale governo. Lo stesso presidente ha espresso dissenso nei confronti di questa opposizione che “al posto di proporre idee che contribuiscano al processo di cambio della Bolivia, o di provare a risolvere i problemi sociali, solo si oppone alla nazionalizzazione degli idrocarburi e alla lotta contro la corruzione”.

Proprio questo atteggiamento, al limite della legalità, ha fatto entrare in crisi il processo costituzionale in mano alla Assemblea Costituente che entro il mese di dicembre doveva consegnare al paese una nuova Costituzione.

L’ultima goccia è stata la decisione dei governatori di Santa Cruz, Tarija, Beni e Cochabamba, tutti oppositori di Evo, di presentarsi negli Usa davanti alla OEA (Organización de los Estados Americanos) e alle Nazioni Unite per denunciare l’operato “illigale” del presidente boliviano, accusato di attentare alla democrazia. Sempre in queste quattro regioni poi circa 350 persone hanno messo in atto uno sciopero della fame per fermare l’Assemblea Costituente, senza dimenticare i tre morti in seguito agli scontri della città di Sucre.

Questa congiuntura del paese ha spinto Morales a indire un referendum revocatorio in cui sarà il popolo boliviano a decidere se il presidente dovrà continuare il suo mandato o tornare a casa. Il referendum coinvolgerà anche tutti e nove i governatori delle provincie. Una scelta sicuramente coraggiosa ma che dimostra il carattere democratico che sta intraprendendo la Bolivia di Evo.

Morales ha infatti affermato: “Saranno gli elettori a revocare o a ratificare il mio mandato e quello dei governatori, perché attualmente nel paese ci sono gruppi che organizzano e creano violenza. Questa mia scelta è la più democratica possibile, serve a evitare la violenza tra boliviani”.

Anche i governatori delle provincie (in maggioranza oppositori di Morales) hanno accettato lo strumento del referendum, che secondo le parole del presidente sarà fissato al più presto.

Se il popolo non mi vorrà più come presidente, non c’è problema, sono un democratico. Il popolo dirà chi rimane e chi dovrà abbandonare. E’una scelta necessaria per impulsare il processo di cambio nel paese, allo stesso modo della nuova Costituzione, sulla quale sarà lo stesso popolo a pronunciarsi”.

Il referendum secondo Morales rimane quindi come l’unica maniera di testare se i boliviani appoggiano il processo di cambio in atto dall’attuale governo o se preferiscono tornare nelle mani della opposizione conservatrice che con metodi leciti, ma più spesso illeciti, vuole fare fuori il presidente “indio”.

La decisione di Evo Morales deve portare a riflettere sul carattere democratico, di cui molti dubitavano, del processo di trasformazione in atto in Bolivia.

A proposito riporto il pensiero di Maurizio Campisi che sul suo blog scrive:

“Ancora una volta, grazie al meccanismo del referendum, si ha un segnale positivo per le democrazie latinoamericane. Da segnalare come di questo strumento popolare se ne siano ben guardati tutti i governi conservatori che per tempo immemorabile hanno diretto le sorti dei paesi dell’America Latina riempiendosi la bocca di diritti e grandi dichiarazioni di democrazia. Alla luce di quanto avviene oggi – e non parlo solo di Venezuela e Bolivia, ma anche di un governo centrista come quello del Costa Rica - dovremmo quindi rivedere un poco il concetto di democrazia che si è usato, credo con molta disinvoltura, nella storia recente e non del subcontinente.”


 

mercoledì 5 dicembre 2007
Il Trattato di libero commercio (TLC) tra Stati Uniti e Perù è stato definitivamente approvato dal Senato nordamericano con 77 voti a favore e 18 contrari. Bush chiede una pronta approvazione anche del TLC con la Colombia per limitare l’influenza di Chávez in America Latina. Intanto in Messico si affrontano i problemi legati alla produzione agricola locale, causati proprio da un TLC.

Con la votazione del Senato statunitense viene approvato il TLC tra Stati Uniti e Perù. Il presidente Bush, entusiasta, ha ricordato l’importanza di questi accordi bilaterali per il controllo Usa sulla regione latinoamericana ed ha invitato a ratificare il più presto possibile i TLC già negoziati con Colombia e Panama. In particolare ha fatto riferimento agli accordi con la Colombia, fondamentali a suo parere, per contrastare l’influenza bolivariana di Hugo Chávez nella regione.

Il trattato di libero commercio con il Perù è stato elogiato dal presidente statunitense come “un accordo che equilibra il terreno di gioco per gli esportatori e gli investitori nordamericani, decisivo per l’espansione verso l’importante mercato nella regione andina dei prodotti e servizi made in Usa”.

Nonostante la maggioranza dei voti ottenuti al Senato, il parere di Bush, non è poi così condiviso come sembrerebbe. Harry Reid, leader della maggioranza democrata al Senato, ha criticato i TLC considerati come “l’unica politica dell’amministrazione Bush verso l’America Latina”. Il presidente peruviano, Alan Garcia, al contrario, si è dichiarato entusiasta del risultato ottenuto con la ratificazione del TLC ed ha ringraziato il suo predecessore, Alejandro Toledo, che aveva iniziato questo processo.

Questo con il Perù comunque è il primo TLC ad essere stato approvato, gli accordi previsti con Colombia e Panama trovano ancora serie reticenze. Per quanto riguarda la Colombia la componente democrata al Senato ha infatti seri dubbi riguardo il reale sforzo profuso dal governo colombiano per la protezione dei propri sindacalisti e dei loro diritti. Nel caso di Panama invece il processo è ancora paralizzato perché il presidente dell’Assemblea panamense, Pedro Miguel González, è ricercato dalla giustizia statunitense per un omicidio.

Non sono poche però le critiche ed i dubbi riguardo i reali benefici che comporterebbero questi Trattati di Libero Commercio tra la prima economia mondiale, quella statunitense, e le economie latinoamericane. Secondo Vicky Pelaez, scrittrice e giornalista peruviana, il TLC serve solo alle imprese multinazionali. “Tra le cento economie più grandi, ci sono 51 corporazioni multinazionali, come Wal Mart per esempio, le cui entrate raggiungono i 200milioni di dollari, ossia tre volte l’intero prodotto interno lordo (PIL) del Perù”. Secondo la Pelaez sono proprio queste imprese multinazionali ad elaborare i contenuti dei TLC con lo scopo non solo di appropriarsi delle risorse naturali ma anche dell’intera infrastruttura dei paesi, prendendo il controllo di salute, educazione, acqua, energia, banche, turismo, trasporti, mezzi di comunicazione ecc.

Ma la Pelaez non è l’unica ad opporsi al TLC con il Perù, solo ad inizio novembre infatti diversi gruppi di lavoratori avevano manifestato riempiendo le strade di Lima in protesta a questi accordi bilaterali. Un forte No viene anche dai leader del settore agricolo, quello che si teme sarà più danneggiato. Si pensa infatti che il Perù ripercorra l’esperienza del TLC in Messico, dove il settore agricolo, più povero, non è riuscito a competere con le esportazioni, libere da dazi doganali, del vicino nordamericano. Le opportunità per l’agricoltura peruviana generate dal TLC sembrano infatti molto scarse perché effettivamente non sono molti i prodotti peruviani che si possano esportare competitivamente verso gli Stati Uniti, dove per di più il settore agricolo gode di forti sussidi da parte dello stato.

E proprio in Messico i produttori agricoli cominciano a sentire gli effetti anticipati dell’entrata in vigore della liberalizzazione dei dazi doganali inclusa nel NAFTA (trattato di libero commercio con Usa e Canada). Dal 1 gennaio 2008, infatti, si apriranno le frontiere messicane all’importazione e all’esportazione di grano, cereali, farina, fagioli, zucchero e latte.

Si teme una invasione dei prodotti statunitensi favoriti appunto da maggiori possibilità tecniche e dalle sovvenzioni ricevute dal governo Usa. Questa apertura si stima potrebbe affettare circa 400'000 persone legate all’agricoltura messicana, ed in particolare l’economia dei piccoli produttori.

La situazione attuale, ad un mese dall’apertura, è la seguente: le grandi imprese che commercializzano grano e farinacei si stanno negando di acquistare l’attuale raccolto, cercando di ottenere prezzi più bassi dai produttori, proprio perché fanno riferimento alla possibilità di acquistare mais dagli Usa a basso costo e senza pagare dogana e a breve termine.

I gravi problemi che affronterà l’agricoltura messicana in seguito all’entrata in vigore di questo sviluppo del Nafta sono stati ripetutamente denunciato dalla Confederación Nacional Campesina (Confederazione Nazionale Contadina) che ha chiamato diverse organizzazioni e cittadini alla mobilitazione e alla protesta a partire dal mese di dicembre. Uno dei dirigenti della CNC, Cruz López, ha proposto per limitare i danni che si avrebbero dal 1 gennaio la costituzione di un meccanismo di autorizzazione previa di importazioni ed esportazioni dei prodotti citati considerati fondamentali per l’economia messicana.


 

lunedì 3 dicembre 2007
In un clima elettorale invidiabile a livello mondiale, il popolo venezuelano dice NO alla riforma costituzionale. Impeccabile esempio di democrazia.

Una giornata elettorale impeccabile. Il blocco del Si e quello del NO hanno dimostrato grande maturità mantenendo la calma e chiedendo dalla mattinata il rispetto del risultato elettorale. I risultati sono stati combattutissimi, al fotofinish, tant'è che il report del Consiglio Nazionale Elettorale è arrivato a 7 ore dalla chiusura delle urne. Vince il NO con un 50,7% delle preferenze con un 88% dei voti scrutinati ed una affluenza del 56%. Dimostrazione di una paese realmente democratico e di un popolo politicamente maturo che respinge una riforma costituzionale proposta dal presidente Chávez per molti versi criticabile. VINCE LA DEMOCRAZIA E LA VOLONTA' POPOLARE. Il presidente venezuelano accetta il risultato.

Un paese latinoamericano imparte lezioni di democrazia al resto del mondo. Un sistema elettorale elettronico che sfiora la perfezione, maggioranza e opposizione che hanno mantenuto la tranquillità ed atteso i risultati sino alle prime ore dell'alba venezuelana, un popolo di elettori invidiabile e maturo. Così lo stato venezuelano, considerato sull'orlo di una dittatura, ha dimostrato come invece la democrazia sia forte e come una democrazia, come è quella venezuelana, non può tendere mai verso un modello dittatoriale.

Il presidente Chávez rispetta i risultati e accetta la sconfitta, decisa dal suo popolo.

L'opposizione dimostra forte unità e una rinascita politica che a questo punto lo stesso Chávez non può e non deve trascurare. Mancano ancora 5 anni di presidenza questa sconfitta può e deve essere un'opportunità per il Venezuela e per lo stesso presidente venezuelano, questo NO è forte e pesa sulla futura gestione.

Da oggi Chávez non è imbattibile, un'opposizione unita e rivitalizzata e rafforzata dal decisivo popolo degli studenti ha arrestato questa Riforma Costituzionale eccessiva e pericolosa.

La nota positiva è la vittoria di tutto il popolo venezuelano. La vittoria di un sistema elettorale osannato dagli osservatori, dell'opposizione che batte per la prima volta Chávez, che torna a fare opposizione costruttiva e che ha riconosciuto per la prima volta la Costituzione del 1998 tanto da difenderla, di un arbitro elettorale trovatosi sotto grossa pressione che ha gestito bene il referendum e dimostrato giusta neutralità.

Il popolo venezuelano cresce democraticamente con Chávez ed è un esempio per tutti. Lo è per tutti coloro che parlavano di dittatura chavista, di un popolo sottomesso e costretto a votare il dittatore, di un opposizione repressa, di media censurati; tutta questa gente deve ricredersi, può festeggiare la sconfitta di Chávez ma deve assolutamente riconoscere la maturità dello Stato e del Popolo Venezuelano che ha dato una lezione a tutti (vedi elezioni russe o presidenziali messicane 2006, che con lo stesso scarto hanno lasciato dubbi sul sistema elettorale e sulla limpidezza delle istituzioni e organi elettorali).

Ora paradossalmente, per un paese sino a ieri considerato dittatoriale, la stessa Costituzione Bolivariana dà una grande opportunità all'opposizione, il referendum revocatorio di metà mandato tra 2 anni, altra grande possibilità di espressione democratica.

La rivoluzione socialista in Venezuela forse oggi finisce qui, ma non era quello di cui necessitava il popolo venezuelano. Chávez esce da questo referendum ridimensionato, ma non sconfitto, anzi. Ne esce invece enormemente rafforzata la democrazia venezuelana ed è questa la cosa più importante e la strada giusta.


Risultati ufficiali:

Caracas 01:16 - Comunicato del CNE -



Astensione: 44,11%

Blocco A

SI 4.379.392 (49,29%)

NO 4.504.354 (50,70%)

Blocco B

SI 4.335.136 (48,94%)

NO 4.522.332 (51,05%)


 

Mentre tutti seguono con attenzione il processo elettorale in Venezuela, che ha visto come protagonisti il movimento studentesco venezuelano, dal Messico giungono nuove storie di repressione nei confronti degli studenti, che passano inosservate a livello mondiale. Similitudini con Oaxaca.

Dal 14 novembre gli studenti della “escuela Normal Rural de Ayotzinapa” cominciarono marce e proteste per rivendicare maggiori posti di lavoro per i maestri per la segreteria dell’educazione dello stato di Guerrero. Un intervento della Polizia Federale Preventiva ha represso manifestazioni ed atti di protesta degli studenti. Il culmine questo 29 novembre con una violenta azione (vedi foto) mirata a disalloggiare gli studenti che avevano occupato un casello autostradale. Il bollettino parla di 56 studenti arrestati, uno studente ferito in gravissime condizioni, violenza e abuso di potere che ha colpito anche 3 fotografi di giornali locali.

Uno dei fotografi, oltre alle violenze subite, ha visto la propria macchina fotografica distrutta da membri della polizia. Uno studente che tentava scappare è stato investito da un autobus riportando gravi lesioni agli arti.

Un nuovo focolaio di protesta nasce quindi nel territorio messicano. Questa volta viene dallo stato di Guerrero, precisamente da Chilpancingo, una città portuale vicino ad Acapulco. Non cambia però l’atteggiamento dello Stato Federale che continua a reprimere con violenza, legittimato dal silenzio dei media e dall’impunità di cui continua a godere.

Dal 14 novembre il territorio vicino ad Acapulco è teatro di marce, manifestazioni e atti dimostrativi, partiti dagli studenti e che ha coinvolto ed ha visto l’appoggio di molte organizzazioni sociali di tutto lo stato di Guerrero.

Per certi versi l’inizio delle proteste ricorda quello che è accaduto nella città di Oaxaca nel 2006, anche lì infatti i movimenti di protesta partirono da organismi scolastici (i maestri della sezione 22), in seguito appoggiata dalla popolazione civile a tutti i livelli e repressa con la forza da parte della PFP e tutt’ora in atto ed impunita (reportage da Oaxaca).


 

sabato 1 dicembre 2007
L’arresto, da parte dell’esercito colombiano, di un gruppo di persone ritenute legate alle FARC, ha portato al ritrovamento di 5 video e 7 lettere che provano la vita degli ostaggi in mano alla guerriglia. Le prove erano dirette a Chávez, appena fatto fuori da Uribe dalla negoziazione. Lo scambio umanitario potrebbe essere definitivamente saltato.

Importanti novità arrivano dalla Colombia. In un operazione militare dell’esercito vengono rinvenuti importanti documenti che provano la vita degli ostaggi in mano alle Farc. In particolare sono i video, datati 23 e 24 ottobre, a fare notizia. Appaiono Ingrid Betancourt, i tre ostaggi statunitensi, e altri politici e soldati colombiani da tempo in mano alle Forze Armate Rivoluzionare Colombiane. Tutti gli ostaggi appaiono in pessime condizioni ma ancora integri ed in vita. La notizia è che i video erano destinati alla senatrice Piedad Cordoba che aveva il compito di consegnarli in mano al presidente venezuelano Hugo Chávez, come testimonia anche il ritrovamento di una lettera scritta dal tenente delle Farc Raimundo Malagón e diretta al mandatario venezuelano.

Solo una settimana fa però il presidente colombiano Alvaro Uribe aveva interrotto la negoziazione, iniziata in agosto, e guidata dallo stesso Chávez che come obiettivo doveva portare alla liberazione di tutti gli ostaggi attraverso uno scambio umanitario. L’intolleranza di Uribe, che accusò il presidente venezuelano di interferire nelle questioni interne colombiane, ha spento definitivamente le speranza di una risoluzione. Per Uribe infatti Chávez aveva spettacolarizzato lo scambio umanitario senza aver realmente contribuito nella mediazione.

La decisione aveva mandato su tutte le furie Chávez e, con lui, le famiglie dei sequestrati che ritenevano finalmente vicino il giorno in cui avrebbero riabbracciato i propri cari. Chávez reazionò annunciando il taglio dei rapporti diplomatici con la Colombia “finché il sig. Uribe sarà presidente”.

Una scelta decisamente non felicissima ed una sconfitta di fatto per entrambi i paesi. Per la Colombia infatti il Venezuela è il secondo partner commerciale (+60% gli scambi rispetto al 2006) ed il paese preferito dai commerci dei suoi imprenditori, per il Venezuela invece la Colombia rappresenta la fonte principale di materie prime a basso costo (grazie agli accordi bilaterali) che permetteva per quanto possibile il controllo inflazionistico.

Fatto sta che lo stop alla negoziazione avveniva a 10 giorni dal referendum costituzionale in Venezuela, forse suggerito e sostenuto dal governo statunitense di cui il presidente Uribe è realmente l’unico fedele alleato nella regione sudamericana, con l’unico scopo di gettare fango sulla figura di Chávez, ritenuto colpevole di voler legittimare l’operato del gruppo terroristico delle Farc nel territorio Colombiano. Lo scambio umanitario, che non era mai stato così vicino, avrebbe infatti dato troppa pubblicità positiva al presidente venezuelano, soprattutto a livello internazionale, e il suo coinvolgimento nella negoziazione, con un ruolo da protagonista, avrebbe di fatto impedito o limitato il tentativo attualmente in atto di interferire e boicottare il processo elettorale venezuelano da parte della CIA, dovuto anche all’appoggio che avevano ricevuto la senatrice colombiana Cordoba e Chávez da molti governi europei e latinoamericani.

Oggi però è arrivata ufficialmente la conferma del buon operato di Chávez nella negoziazione con le FARC. Le accuse rivoltegli da Uribe vengono meno. Le prove di vita degli ostaggi sono infatti arrivate prima della fine dell’anno così come promesso ed i video dimostrano la volontà da parte delle Farc di negoziare e la fiducia che riponevano in Chávez e Piedad Cordoba.

Altrettanto evidente è l’atteggiamento del presidente colombiano e la sua totale mancanza di volontà per il raggiungimento della liberazione degli ostaggi, che l’arresto nella nottata dei tre elementi affiliati alle Farc (di cui due donne) conferma. Le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane infatti non accettano, né accetteranno il dialogo con Uribe. L’uscita di scena di Chávez di fatto fa saltare lo scambio tra ostaggi e terroristi.

Chávez aveva dimostrato di fatto di essere l’unica figura in grado di negoziare con le Farc, tant’è che anche il presidente francese Sarkozy aveva appoggiato la trattativa. Tutte le famiglie degli ostaggi credevano e confidavano in questa gestione, soprattutto conoscendo la mancanza di disponibilità verso la negoziazione di Uribe (per conferma consiglio la lettura dell’intervista a Yolanda Pulecio rilasciata a VeroSudamerica lo scorso mese).

Tutti i famigliari uniti ora chiedono che rivenga affidata a Chávez la trattativa, vista la conferma che la sua mediazione cominciava a dare evidenti frutti. Difficile però che Uribe faccia un passo indietro, soprattutto dopo gli arresti di ieri e le dichiarazioni successive, nelle quali chiedeva una improbabile liberazione unilaterale degli ostaggi. Anche gli Stati Uniti non vogliono più Chávez nella gestione della trattativa perché un possibile successo sarebbe una grande vittoria a livello mediatico del presidente venezuelano, l’ennesima e troppo vicina alla scontata conferma che otterrà nel referendum costituzionale. Due vittorie ravvicinate che gli Stati Uniti hanno voluto evitare di riconoscere con l’aiuto del fedele Uribe, dimostrando totale indifferenza nei confronti delle vite degli ostaggi.

Alla buona notizia, quindi, della dimostrazione di vita della Betancourt e degli altri sequestrati si affianca la pessima sensazione circa la loro liberazione, che poteva essere molto vicina ma che oggi è più che mai lontana.

Alleanza Usa-Colombia anti Chávez?

L’attitudine ostruzionistica targata Stati Uniti è avallata anche dalle dichiarazioni dell’avvocata statunitense Eva Golinger, che denuncia l’ambasciata degli Usa in Venezuela, colpevole di involucrare la Colombia nei suoi piani anti-Venezuelani e che ne approfitterebbe per appoggiare una possibile aggressione militare post-referendum costituzionale. Secondo l’indagine della Golinger il governo di Washington avrebbe rafforzato le sue forze speciali e le sue basi militari in Colombia al confine con il Venezuela. Si tratterebbe della conferma del “plan tenaza”, smascherato nei giorni scorsi (vedi qui) e che consisterebbe nell’attuazione di un golpe ai danni del governo Chávez, attraverso la generazione di un clima di ingovernabilità e il non riconoscimento dei risultati elettorali che permetterebbero un’insurrezione armata e l’intervento delle forze statunitensi in Venezuela.

Per approfondire leggi anche:
- La CNN chiede scusa a Chávez per l'errore;
- Referendum costituzionale: sondaggi elettorali contrastanti;
- Alleanza Usa-Colombia anti Chávez.