I presidenti di Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador festeggiano come un successo la crisi finanziaria. Cristina Fernandez in Argentina dichiara: “Stiamo vedendo come questo primo mondo, che ci avevano descritto come la Mecca da raggiungere, è esploso come una bolla di sapone”. E’ però realmente giunta la fine del capitalismo e dell’Impero statunitense? Sinceramente non credo. Fossi un presidente latinoamericano mi preoccuperei seriamente, visto e considerato che gli Stati Uniti in recessione economica vorrebbe dire una riduzione drastica generalizzata dei prezzi delle materie prime (petrolio per Venezuela, gas per Bolivia, soya per Argentina per esempio) ed una diminuzione della domanda di manifatturiera.Senza dimenticare che sarebbe più difficile per i paesi latinoamericani accedere a prestiti, dovuto al fatto che gli investitori sposterebbero le loro preferenze verso mercati più sicuri. Non c’è quindi niente da rallegrarsi. Nonostante si stia assistendo ad una delle più gravi crisi dei mercati della storia sembra eccessivo e fuori luogo proclamare populisticamente “la decadenza dell’Impero americano” o la fine del mondo capitalista o il fallimento delle leggi del mercato aperto.
Niente di tutto questo. Sicuramente ci sarà un dovuto ridimensionamento (vedi l’intervento/riscatto finanziario per un totale di 700milioni di miliardi di dollari, pari a ¾ del Pil messicano o a due anni di guerra in Iraq) ma gli Stati Uniti continueranno per il momento ad essere una superpotenza mondiale. Non dimentichiamo poi che il sistema bancario Usa è il più solido e regolamentato, e, nonostante tutto, continua ad essere il più preparato ad affrontare la crisi, molto meglio delle banche asiatiche ed europee.
Una dimostrazione? Gli Usa continuano ad essere un rifugio sicuro per gli investitori di tutto il mondo, anche nel bel mezzo della crisi finanziaria. Basta pensare che il giorno del dichiarato fallimento di Lehman tutto il mondo correva a comprare dollari, come dimostra la rivalutazione della moneta Usa. L’incertezza e la turbolenza dei mercati si è tradotta in acquisto di dollari e questo nonostante la crisi colpiva proprio i mercati statunitensi, e finché questo accadrà la caduta dell’“Impero” sarà lontana.
Nessuno in tutto il mondo per tutelarsi di fronte alla crisi dei mercati ha comprato Bolivares Venezuelani, Pesos Argentini o Reales brasiliani, neppure Euro. Questo la dice lunga soprattutto perchè, con la crisi finanziaria ormai in corso, tutte le economie mondiali sembrano deteriorarsi più velocemente di quella statunitense.
L’“Impero Usa” non sembra quindi così vicino alla caduta come si crede. Ci si dovrebbe meglio preoccupare per gli effetti della crisi nei paesi latinoamericani. C’è un detto che in Messico dice: “cuando a Estados Unidos le da la gripa a mexico le pega pulmonia con tetanos, fiebre amarilla e varicela” (se gli Stati Uniti prendono l’influenza, il Messico si becca la polmonite con il tetano, la febbre gialla e la varicella) e credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.
Con una crisi di queste dimensioni non solo il Messico ma l’intero continente latinoamericano potrebbe ammalarsi e gravemente. C’è poco da festeggiare.
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Ciao Antonio, non sará la fine del "libero mercato" ma é senz'altro una bella botta. Il lassez faire non ha funzionato, ed ha generato un cataclisma. Non ce fosse imprevisto: si sa che le bolle scoppiano. Ció che cambia é che non si potrá piú far vendere la balla che con le mani libere le cose vanno meglio per utti: vanno meglio per pochissimi - e per qualche anno/decennio, finché ad un certo punto tutti gli altri sono costretti a pagare il conto...
Saluti, Doppiafila
Antonio, complimenti per l'analisi che condivido in pieno. Aggiungo che le misure di salvataggio proposte dal governo Bush, arrivate in ritardo come ha sottolineato Lula, hanno paradossalmente un qualcosa di "socialismo", come sottolinea questo articolo di CartaCapital che mi permetto di segnalarti: http://www.cartacapital.com.br/app/materia.jsp?a=2&a2=7&i=2113
Cordiali saluti,
Paolo Manzo
@doppiafila
Hai ragione caro doppiafila tutte le bolle scoppiano, ed anche questa si sapeva sarebbe scoppiata. Solo intendevo dire che gli Stati Uniti sono il paese che reagira' meglio a questa crisi.
sia io sia tu poi sapevamo benissimo che la mano invisibile e' una baggianata e che il libero mercato troppo libero fa bene solo a pochi
@PAOLO
Grazie per l'articolo suggerito, fara' bene al mio portoghese {ho appena iniziato a studiarlo}, comunque sono convinto che il mercato ha bisogno della vigilanza e del controllo dello Stato, quello Usa non lo definirei socialismo, ma e' sicuramente una misura sociale dovuta per evitare guai maggiori.
@Jean Lafitte
e' vero e' la fine di un era, il capitalismo come era inteso sino ad oggi e' finito vedi la scomparsa definitiva delle banche d'investimento. Anche Goldman e Morgan Stanley ora sono semplici banche commerciali. Wall Street e' un'altra cosa ora, ma ha gia' dimostrato di sapersi riprendere rapidamente
Caro Antonio,
dopo decadi di consigli ai governi latinoamericani da Washington per mettere a posto i conti (tagliate educazione, la sanità, ecc. ecc.) adesso gli Usa intervengono pesantemente, con una ricetta diametralmente opposta ai consigli dati sino a ieri.
Prova ad immaginare se un pacchetto simile l'avesse proposto Lula o, peggio ancora, Chávez.
In quel caso Fmi e Banca Mondiale avrebbero sicuramente accusato di "deriva socialista" l'intervento. Questo dicevo e per questo credo molti, in America Latina, adesso ridono (e come dici correttamente tu commettono un errore).
@Paolo Manzo
guarda hai ragione pienamente anche se io credo che quello statunitense è per così dire un "socialismo d'elite", ossia un socialismo dei ricchi. Salvare il sistema finanziario serve solo a guadagnare tempo sulla crisi ed a evitare conseguenze catastrofiche, non a risolvere la crisi.
Il «Welfare State» approntato alle banche ha il fine di evitare la recessione negli Usa ma non so se riuscità ad evitare crisi in altre regioni economicamente e finanziariamente più debole. Ripeto per me ci sarebbe poco da ridere se fossi un presidente latinoamericano, ho sinceramente molta paura per il Messico, perchè vivendoci, mi rendo conto che la botta potrebbe essere molto forte.
Comunque Paolo, benvenuto al blog...
a sembra che il colpo sarà duro per questo sistema neoliberale che ha costretto nella povertà milioni di persone per più di mezzo secolo.
io sono con chavez con morales e con correa. dobbiamo festeggiare la fine del capitalismo.
la crisi finanziaria è come la perestroika statunitense.
ciao
alberto da verona
Non siamo affatto d'accordo con la tua analisi, in quanto ciò che è accaduto negli Stati Uniti è solo l'inizio della fine di questo sistema.
Ciò a cui stiamo assistendo non è una crisi congiunturale, ma strutturale, in quanto la crescita infinita è una utopia e la logica delle cose sta dimostrando proprio questa evidenza.
Specie se poi tale crescita viene alimentata su basi speculative e finanziarie che non hanno basi concrete derivanti dal lavoro e dagli equilibri del mercato mondiale.
Inoltre, non è affatto vero che l'America Latina sia così dipendente dagli Stati Uniti, sia perché si sono accresciuti notevolmente gli scambi con l'Unione Europea, ma soprattutto perché sono aumentati in modo costantemente esponenziale quelli con Cina e India, la cui crescita di energia e materie prime è molto più forte di quella statunitense.
Che lo si voglia o meno, il sistema capitalista attuale sta volgendo al termine e non è riformabile, ma semplicemente sbagliato e questo per vari motivi:
- le risorse della terra non sono infinite e non possono alimentare una crescita continua della economia
- lo sfruttamento della maggior parte degli esseri umani a vantaggio di pochissimi speculatori senza scrupoli è una cosa che non può reggere in quanto la presa di coscienza della forza e delle ricchezze di cui dispongono i popoli del Sud del mondo si sta affermando sempre di più
- la bolla speculativa finanziaria su cui si basa il sistema capitalista mondiale non si fonda su elementi reali, ma puramente virtuali e distorti, cosa dimostrata molto bene dalla crisi bancariofinanziaria statunitense.
Quindi ben venga la fine di questo orribilesistema e capiamo perfettamente la soddisfazione di vari leader sudamericani che stanno cercando faticosamente di superare tale sistema e di proporne uno completamente nuovo in cui il profitto abbia uno scopo sociale ed in cui sia dato spazio progressivamente ad una teoria della decrescita, rispettosa dell'ambiente e della dignità di ogni essere umano.
Antonio, Wall Street può anche riprendersi velocemente ma questi malanni se non sintomi di una malattia in fase terminale lo sono almeno di una patologia. che alla lunga porterà al collasso. i segni del degrado ci sono tutti. non crollerà di colpo questo sistema ma è sulla via del declino.
se il XIX secolo è stato dell' impero Britannico e il XX degli Usa, il prossimo sarà della Cina.
Jean Lafitte
@Gruppo Sociale Progressista
NON CONCORDO PER ORA I CONTI CON QUESTO SISTEMA SI DOVRANNO FARE, ANCHE IN AMERICA LATINA
continuo a spiegarlo qui:
Dalla goduria alla paura
Risposta a Antonio:
Per ora. Ma non per molto e sicuramente non nel modo e nelle dimensioni da te descritte.
Che lo si voglia o meno, il sistema neoliberista poggia su dei piedi d'argilla. E' solo una questione di tempo e pensare che la cosa possa ancora reggere a lungo anche in America Latina è soltanto una autentica utopia.
Non è solo un auspicio questo, ma una cosa sufragata da dati inconfutabili, in quanto è la logica stessa delle cose che porterà a questo.
Vedasi in merito dati ufficiali del Mercosur e dei singoli paesi.











