Molti dei presidenti latinoamericani stavano snobbando la tormenta finanziaria che colpisce gli Stati Uniti. La maggior parte di loro affermava che la crisi dei mercati era "la prima evidenza dell’inizio della fine del sistema capitalista" che stava dominando l’economia mondiale degli ultimi anni (vedi “E’ caduto l’impero?”). Dopo l’ennesimo lunedì nero e dopo l'iniziale bocciatura da parte della Camera statunitense del piano di riscatto economico proposto da Bush, le cose sembrano decisamente cambiate.Ricordo che solo qualche settimana fa Lula da Silva, presidente brasiliano, ad una domanda sulla crisi finanziaria rispose: “Quale crisi? Andate a chiederlo a Bush”. Già lunedì scorso, dopo l’ennesimo crollo delle borse in tutto il mondo, lo stesso Lula si dimostrava molto meno tranquillo affermando: “Una recessione in un paese come gli Stati Uniti sicuramente può creare problemi a molte nazioni”. E come lui in molti hanno cominciato a ricredersi riguardo l’immunità latinoamericana rispetto alla crisi finanziaria.
Il presidente Venezuelano Chávez è tra quelli che hanno cambiato opinione. Mentre nel bel mezzo della caduta di Lehman Brothers, aveva saltato l'apertura della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, preferendo fare visita alla Cina, già martedì, quando il Dow Jones precipitava trascinandosi dietro le borse latinoamericane, in un vertice in Brasile affermava: “Questa crisi finanziaria ha la forza di 100 uragani”.
Non si sono dubbi che il continente rispetto al passato sia meno legato alle vicissitudini degli Stati Uniti. Da un decennio ormai è iniziato un processo per diversificare partner commerciali e il rischio sui mercati. Allo stato attuale però, e soprattutto davanti ad una crisi di queste dimensioni, sarebbe da stolti fare finta di esserne completamente immuni.
La crisi finanziaria è infatti esplosa ben al di là di Wall Street. La debacle dei mercati mondiali sta già avendo ripercuotendosi in tutta l'America Latina. Riporto qualche evidenza che conferma questa teoria.
Il primo avviso è arrivato dagli investitori che, nervosi, hanno iniziato a tirare fuori il denaro dei mercati emergenti colpendo particolarmente Brasile, Messico, Cile e Colombia.
Sempre in Brasile la crisi ha colpito anche il mercato dei capitali dove la vendita massiccia di attivi finanziari ha fatto sì che il real perdesse il 16% nei confronti del dollaro nel solo mese di settembre.
In Messico, le rimesse provenienti degli Stati Uniti sono un ulteriore motivo di preoccupazione per l’economia ormai da tempo frenata dalla crisi. Il Ministro delle Finanze, Augustín Carstens, ha già avvisato che potrebbero diminuire di 2,8 miliardi di euro, circa l’8% in meno a fine anno. Sicuramente il paese del presidente Caldéron è tra i più preoccupati per la recessione Usa, non solo meno rimesse, ma anche meno turismo e meno esportazioni (il 90% delle esportazioni messicane ha destino il mercato del Nafta).
In Venezuela, un forte calo del valore delle obbligazioni nelle ultime due settimane sta riflettendo i timori circa il calo del prezzo del petrolio, soprattutto perché gli Stati Uniti continuano ad essere di gran lunga il principale acquirente del petrolio venezuelano, nonostante il continuo deterioramento delle relazioni tra i due paesi.
L’Argentina, ancora carica di debiti, è tra i paesi ad altissimo rischio. Si dovrà far fronte ai prezzi in calo, soprattutto per la soia, sua principale esportazione. Nelle ultime settimane il governo argentino, con l’obiettivo di affrontare il deficit fiscale, si è incentrato sugli investitori internazionali per ottenere nuovi fondi, ed ha pressato il Venezuela per ri-finanziare i miliardi di dollari di debiti. Ma con il crollo dei prezzi del petrolio, il Venezuela potrà imporre condizioni più severe sui suoi prestiti.
Il problema per tutti poi, economisticamente parlando, ricade anche pesantemente sull'accesso al credito, necessario per mantenere le economie orientate all’esportazione. Con la crisi in corso il costo per le imprese latino-americane, in particolare per quelle con l’esigenza di ricorrere a fondi esterni, sarà molto più elevato e dovranno cercare di finanziarsi nei rispettivi mercati del credito.
Insomma i motivi per ricredersi rispetto all’iniziale goduria per i problemi statunitensi credo ci siano proprio tutti.
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PENSO CHE IN AMERICA LATINA SANNO FRONTEGGIARE LE CRISI MEGLIO DI NOI CHE USCIAMO DA UN PERIODO DI BENESSERE MOLTO LUNGO...NOI NON VOGLIAMO CREDERE CHE SIA FINITA ANCHE DA QUESTE PARTI...COMUNQUE L'ARGENTINA SOLO 2 SETTIMANE FA HA ONORATO UN VECCHIO DEBITO MILIARDARIO NEI CONFRONTI DEL CLUB DI PARIGI, PERCIO' TANTO MALE NON VA MA DA QUESTE PARTI SE NE PARLA POCO DEI PROGRESSI DEGLI ALTRI. SALUTE!!! FABIO A.
Lasciamo per un attimo la crisi in America Latina, sulla cui analisi ho già scritto in questo forum di essere in piena sintesi con Antonio, per volare in Italia con un Ansia dell'ultima ora:
ANSA (ECO) - 08/10/2008 - 18.09.00
UNICREDIT INTESA SAN PAOLO:FUSIONE ALLE PORTE ZCZC0561/SXA YMI17553 U ECO S0A S41 R64 QBXH NASCE IL PIU' GRANDE GRUPPO BANCARIO EUROPEO(ANSA) - MILANO, 8 OTT - Secondo indiscrezioni del Financial Times l'Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo ha raggiunto un accordo l'A.D. di Intesa San Paolo, Corrado Passera per una fusione. Il nuovo gruppo si chiamerà Profumo di Passera
(ANSA). VE 08-OTT-08 18:10 NNN











