Quell’atto terroristico cambiò così tanto gli Usa che oggi, a sette anni di distanza, stiamo assistendo a come viene giù l’economia mondiale, con epicentro proprio gli Stati Uniti, e assisteremo forse alla formazione di un nuovo ordine mondiale, con tutti i suoi equilibri impliciti. Tradizionalmente si pensava che le elezioni negli Stati Uniti non ne condizionassero l’economia. Si credeva che le istituzioni Usa fossero talmente forti e ben strutturate da sopportare sufficientemente l’incertezza elettorale. Per quello che si può osservare oggi però non è più così.Si sta assistendo forse ad una messicanizzazione delle campagne elettorali statunitensi che iniziano ad influire e condizionare i mercati e la stabilità economica. Per la prima volta i temi centrali delle elezioni USA girano intorno alla politica interna e alla situazione economico-finanziaria, lasciando in secondo piano quasi temi come la politica estera e la sicurezza internazionale.
La lunga campagna elettorale è arrivata a tenere risvolti quasi drammatici e quasi sorprendenti. Solo il mese scorso buona parte del Senato arrivò a negare l’approvazione del pacchetto economico di riscatto finanziario proposto dal presidente (repubblicano) in carica G.W.Bush. Il NO arrivava soprattutto dall’ala repubblicana in Senato, quella del candidato McCain, forse nel tentativo disperato di prendere le distanze dalla scandalosa presidenza Bush. La reazione dei mercati però è stata brusca, oltre a danneggiare il mercato azionario, l’incertezza trasmessa dal no al piano di riscatto, contribuì a confermare al mondo che il paese più importante economicamente si trovava in una situazione forse senza precedenti, senza un presidente riconosciuto, almeno sino alle incombenti elezioni.
L’ultima notizia poi è stata che Colin Powell, eroe della guerra e primo segretario di Stato dell’amministrazione Bush, e soprattutto del partito repubblicano, appoggia ufficialmente il candidato democratico Obama. Colpo durissimo ai fini elettorali per McCain, che ha contribuito a portare la differenza tra i candidati ai sondaggi sino a 10 punti a favore di Obama a pochi giorni dal voto.
Per il Messico, vicino povero, la situazione figlia di questa campagna elettorale non è per nulla facile. A leggere le proposte e le promesse elettorali di entrambi i candidati non si intravedono buone notizie per i futuri rapporti tra Messico e Stati Uniti.
Per Obama il Messico rappresenta quasi esclusivamente un problema di sicurezza e droga. Il democratico propone un piano per la difesa della frontiera, porta spesso Città del Messico come esempio di problemi di sicurezza per la mancanza di un corpo di polizia adeguato, e menziona il NAFTA (trattato di libero commercio dell’America del Nord) come un prodotto che ha danneggiato i lavoratori statunitensi, proponendone una rinegoziazione immediata. Obama, dal punto di vista regionale, dà più importanza al Brasile, perché ritenuto un grande consumatore di energia e produttore di biocombustibili, relazionandolo per questo alle sue idee politiche energetiche.
Dall’altro lato McCain, nonostante abbia una posizione “teoricamente” più amichevole al Messico, nel suo programma elettorale non dà gran importanza al tema. Vede il vicino Messico come un problema di narcotraffico e un focolaio pericoloso per la frontiera. Solo fa spesso riferimento al piano Merida come un possibile aiuto al problema del traffico di droga sullo stile Plan Colombia. Niente più ma comunque molto preoccupante.
Insomma i due candidati stanno focalizzando gli interessi e la sensibilità degli elettori sui problemi domestici, più sentiti dall’elettorato e tornati a preoccupare gli statunitensi soprattutto dopo la paranoia internazionale dell’amministrazione Bush, perseguitato dal terrorismo su tutti i fronti.
Passando dalla guerra in Iraq alla debacle finanziaria oggi lo statunitense è tornato a sentirsi vulnerabile internamente, forse è proprio questo il cambio e la differenza più significativa dall’inizio del XXI secolo, e questo non si può negare lo si deve, nel bene, o più probabilmente nel male, al presidente G.W.Bush.
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