venerdì 29 agosto 2008
Un escalation di delitti si è abbattuta sul Messico negli ultimi mesi. Il senso di insicurezza serpeggia tra la popolazione mentre paesi come Germania, Svizzera e Gran Bretagna avvisano i propri turisti sui rischi dovuti alla criminalità e alla corruzione delle forze di polizia.

Città del Messico – Il Messico soffre senza subbio di una crisi di sicurezza. Tutti hanno paura, manca la fiducia nelle autorità, i corpi di polizia non fanno sentire sicuri (al contrario), nelle grosse città si percepisce la tensione, i cittadini non confidano l’uno con l’altro e allo stesso tempo si sentono complici del sistema e del "tumore" chiamato insicurezza, ormai decisamente fuori controllo.

A sentire le campagne in televisione e radio dell’attuale governo Calderón si potrebbe pensare che si stia lavorando molto per correggere quest’assunto, però i dati a disposizione sono contundenti e smentiscono i discorsi politici, ma peggio ancora è la percezione di chi qui ci vive che non lascia dubbi.

E la percezione, come si dice, è realtà. Sabato scenderanno per le strade delle principali città messicane proprio i cittadini, in segno di protesta contro l’ascesa della criminalità, dei sequestri di persona, del narcotraffico, che continua a uccidere tutti i giorni, e contro la corruzione della polizia.

Emblematico il caso del sequestro Martì, 14enne figlio di un grosso impresario proprietario di una della più grande catena di articoli sportivi messicana, ucciso dai sequestratori dopo che il riscatto era già stato pagato. I sequestratori erano connessi al narcotraffico e coperti da alti esponenti delle forze di polizia.

Ora risulta che Calderón, insieme ad altri esponenti politici di grosso calibro, inclusi molti governatori statali, abbiano firmato un accordo per la sicurezza nazionale, provvedimento però che suona a pura campagna politica e non ad un piano che realmente ispiri fiducia nei cittadini. Tra l’altro un patto per la sicurezza firmato da Calderón con Ruiz, governatore di Oaxaca, e Mario Marin di Puebla fa un po’ sorridere visti i precedenti di questi soggetti e di molti altri che vi hanno contribuito.

Fatto sta che più del 50% dei messicani consideri che il provvedimento non avrà effetti di contenimento della criminalità. Da qualsiasi punto di vista si guardi, allo stato delle cose, qualsiasi cosa facciano o dicano le autorità messicane risulta pessima o comunque inutile a risolvere il problema, come ad esempio la proposta di pena di morte per i sequestratori.

Il vero problema è un altro, la corruzione in Messico domina dall’interno i corpi di polizia e il sistema giudiziario. A che serve proporre la pena di morte o più sensatamente l’ergastolo per i sequestratori se quasi mai si arriva a perseguirli?

L’impunità del sistema giudiziario permette a delinquenti, narcos e mafiosi di prendersi gioco delle leggi e delle autorità ed in mezzo a tutto questo polverone, i politici, coinvolti ed in parte responsabili del problema, ci speculano per lucrarne politicamente (e non solo…) e raggiungere benefici e mete personali.

La corruzione ha poi radici culturali forti, dal poliziotto all’angolo all’autorità più alta, così come a tutta la cittadinanza, buona o cattiva che sia, ed è fomentata dal livello di tolleranza che qui in Messico non ha più limite.

La conseguenza della corruzione è la mancanza dell’applicazione delle leggi, la mancanza di professionalità della polizia e l’impunità rampante che nasce dagli atti abusivi ed arbitrari di politici e governanti. Non fa scandalo quasi più nulla, morti, sequestri, sparatorie, decapitazioni in scontri tra narcos, e neanche elezioni rubate.

Si è accettato tutto in un paese dove la giustizia è relativa o meglio legata esclusivamente al conto in banca. Si è arrivati a tollerare tutto perché tutto è relativo, tutto l’illecito può essere lecito, basta pagare. Ed è sempre stato così. Sino ad ora però avevano questo privilegio solo ricchi e politici, ma qualcosa è cambiato, oggi anche la delinquenza organizzata ed il narcotraffico hanno il denaro e con questo tutte le capacità di corrompere e quindi rimanere impuniti e con le spalle coperte da appoggi politici.

Che si fa ora? Proprio i ricchi e le loro famiglie sono le prime vittime, con i sequestri di persona, del sistema che gli ha sempre protetti e beneficiati: ora pretendono una sollevazione popolare e chiedono ai politici di compromettersi. Ma basterà una marcia a cambiare lo stato delle cose se la politica continuerà a rimanere immischiata ai narcos per interesse?

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di Antonio Pagliula ~ 5:36 AM

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martedì 26 agosto 2008
Il continente latinoamericano ha fatto registrare negli ultimi cinque anni una crescita del PIL del 5% all’anno. Un cambio di rotta rispetto alla stagnazione economica di inizio anni ’90, ma è tutto oro quello che luccica?

Non c’è stato solo una crescita economica costante, l’inflazione, per esempio, ha rallentato sino alla metà del 2007, raggiungendo una media annua del 5,7%, in pratica la metà rispetto a quella registrata nel continente nel 2002. Anche l’entrata pro-capite dell’intera zona è cresciuta nell’ultimo lustro del 3% annuo. Ma questi dati non bastano a tranquillizzare sul futuro economico in America Latina.

Il progresso continentale è stato conseguenza di alcune riforme economiche ma anche e soprattutto dell’entrata straordinaria di moneta dovuta all’aumento mondiale delle materie prime (prodotti agricoli, petrolio e minerali in particolare), generalmente abbondanti in quasi tutti gli stati della regione; senza dimenticare anche le abbondanti rimesse degli emigranti e l’aumento importante degli investimenti stranieri.

Nonostante questo però l’America Latina sembra essere per l’ennesima volta una delle principali vittime del rallentamento economica mondiale e dell’aumento della pressione inflazionarla. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima una crescita nel 2008 della regione pari al 4.4% mentre la previsione per il 2009 si aggira attorno al 3.6%, tassi di crescita nettamente inferiori alla media dei paesi emergenti asiatici (7,5%) e africani (6%). Allo stesso modo si anticipa già che il ritmo dell’inflazione per il continente oscillerà tra l’8,8% e il 10% annuo, mentre sarà nettamente superiore al 15% in paesi come Argentina e Venezuela a causa delle politiche monetarie espansionistiche e al regime di prezzi controllati in molti settori.

Quello che più preoccupa è che questo rallentamento economico accompagnato da alta inflazione pregiudichi in particolare quelle 40 milioni di persone che nel continente vivono sotto la soglia della povertà. La Commissione Economica per l’America Latina in un recente studio ha calcolato che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari sarà a fine 2008 pari al 15-20%, il che porterebbe far cadere altri 16 milioni di persone nell’indigenza.

L’ambiente internazionale avverso sta quindi colpendo lo sviluppo e la crescita economica latinoamericana. Comincia già a farsi evidente una diminuzione dei flussi di capitale straniero, per esempio in Messico gli investimenti diretti stranieri sono precipitati di un 20% tra i primi sei mesi del 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007.

Il Venezuela rimane uno dei paesi meno attrattivi per i capitali stranieri. La fondazione Heritage classifica il paese al posto 148 a livello mondiale su 160 paesi considerati.

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di Antonio Pagliula ~ 3:26 AM

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giovedì 14 agosto 2008
Inizia la produzione di combustibile derivato dal mais. Un vuoto legislativo permette di utilizzare il cereale considerato “eccedente”. Biocyclos inizierà così a produrre circa 30 milioni di galloni l’anno.

Città del Messico – Nelle prossime settimane verrà inaugurata in Messico la prima fabbrica di etanolo prodotto da mais. Nonostante la vigente legge sui biocombustibili contempli che questo cereale possa essere utilizzato solo quando esistano “eccedenti di produzione”, sempre quando non si venga a pregiudicare la fornitura destinata al consumo umano, l’amministratore delegato di Biocyclos, approfittando di un attuale vuoto legislativo, iniziarà a produrre nello stato di Sinaloa.

La legge federale infatti non specifica se gli eccedenti della produzione di mais debbano essere interpretati considerando il consumo nazionale o statale. Questo permetterà a Biocyclos di utilizzare le 270mila tonnellate che lo stato di Sinaloa dichiara come surplus per fabbricare etanolo.

Non essendo specificato chiaramente se questi eccedenti debbano essere calcolati sulla produzione nazionale o singolarmente a livello statale, e, visto che lo stato di Sinaloa ha un eccesso di produzione, Biocyclos riuscirà ad inaugurare così la prima fabbrica in territorio messicano.

Ad oggi il Messico è un paese autosufficiente per il consumo alimentare di mais, lo stesso però non si può dire per la produzione destinata agli allevamenti per il quale importa mais dagli Stati Uniti (circa 4 milioni di tonnellate l’anno).

Delle 70milioni di tonnellate che gli Stati Uniti destinano all’esportazione nel mondo, quest’anno più del 50% verrà utilizzato per la produzione di etanolo, con conseguenti effetti gravissimi sul prezzo del cereale ed in particolare sul vicino Messico, che dagli Usa compra il mais destinato al bestiame.

Il mais destinato alla produzione di etanolo logicamente ha fatto impennare i prezzi del cereale e la sua domanda, tanto da contribuire significativamente alla crisi alimentare mondiale. Solo nel 2007 sono state cento milioni le tonnellate di mais utilizzate per la produzione di biocarburante.

I problemi qui in Messico non si limitano però esclusivamente all’aumento del prezzo del cereale, infatti attirati dai forti guadagni molti coltivatori hanno convertito alla produzione di mais migliaia di ettari destinati normalmente alla produzione di soia o fagioli. Il mais prodotto però non sarà a scopo alimentare ma sarà esclusivamente destinato all’etanolo.

Attualmente i biocarburanti permettono in media una riduzione delle emissioni di CO2 del 30% rispetto a benzina e diesel, in compenso però creano danni ambientali legati alla coltivazione dei vegetali, per esempio: eccesso di concimazione, acidificazione di terreni ed acque, disboscamento, erosione del suolo, diminuzione della diversità biologica, concorrenza con le colture alimentari. L’etanolo prodotto da mais in particolare non risulta una soluzione opportuna dato che non è vantaggioso né sotto il profilo economico né sotto quello ecologico. La produzione richiede infatti altrettanta energia di quanta ne produce e continuerà a contribuire all’aumento esponenzialmente non solo del prezzo del mais ma anche di quello dei terreni, della carne, delle uova, del latte etc.

Nel 2008 l’aumento dei generi alimentari in Messico è già pari al 9% (dato al 31 luglio), con un inflazione accumulata del 5,3%. Se questi dati verranno confermati a fine anno già si stima un aumento del 15% della fetta di popolazione vicino alla soglia della povertà (circa 2 milioni 200 messicani in più).

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di Antonio Pagliula ~ 5:23 AM

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domenica 10 agosto 2008
Analizzando la vita quotidiana di un cittadino messicano ci si rende conto dei contrasti che dominano la società di questo paese. In particolare si è voluto analizzare come la figura di Carlos Slim, la seconda persona più ricca al mondo, sia presente ed influenzi quotidianamente la maggior parte della popolazione.

Città del Messico – Una buona mattina un cittadino medio, Gustavo Rodriguez, si sveglia ed esce di casa per la solita mezz’ora di esercizio con la sua bici, fabbricata da “Bimex”. Tornando a casa i cavi elettrici che gli passano la luce sono della “Empresa Nacobre”, e l’acqua della sua doccia scorre per le tubature di rame estratto dalla miniera di “Frisco”. Il cd che suona nel suo stereo mentre il nostro Gustavo si veste è stato comprato nella catena “MixUp” e la prima chiamata telefonica del giorno è effettuata attraverso la linea fissa di “Telmex”.

La sua macchina è equipaggiata con pneumatici nuovi di marca “Euzkadi”, comprati alla “Sears”. In strada per raggiungere l’ufficio gli squilla il cellulare, per il quale ha un contratto con “Telcel”. Chiaro, prima di arrivare a lavoro è poi obbligatoria una fermata per fare colazione, e cosa c’è di meglio di un caffé della catena “Sanborns”. Dopo il caffé poi ha voglia di fumare e le sue sigarette sono della “Cigatam”, una impresa manifatturiera sussidiaria del gruppo “Carso” che vende a Philipp Morris, Malboro ed altre grandi marche.

A lavoro poi il nostro protagonista logicamente si connette ad internet per controllare la posta, il suo servitore è “Prodigy Infinitum” (Telmex), mentre verso metà mattinata riceve una chiamata da un agente assicurativo con il quale aveva contrattato una polizza di “Seguros Inbursa”.

Finalmente quando la giornata si sta concludendo, prima di rientrare in casa, decide di fermarsi a prendere dei cioccolatini prodotti e distribuiti da “Nacional de Dulces”. Ed il fine settimana? Ci starebbe bene anche una scappata al mare senza spendere troppo, e “Volaris”, una delle compagnie low cost, è quella giusta per raggiungere Acapulco da Città del Messico.

Questo è solo una storiella inventata, però tutte le imprese ed i negozi nominati all’interno di questa ipotetica giornata di un messicano medio, e che appartengono a settori economici tra i più disparati (biciclette, costruzioni, miniere, commercio, telecomunicazioni, auto-ricambi, ristorazione, tabacco, alimentari e aviazione), girano attorno all’orbita di un'unica persona: il numero uno degli impresari messicani, la seconda persona più ricca al mondo, il padrone del gruppo economico che rappresenta da solo la terza parte del valore dell’indice di Borsa principale in Messico, Carlos Slim Helù.

L’immagine che passano i media qui in Messico di lui è quella del re Mida, tutto quello che passa per le sue mani si trasforma in oro. Quello che iniziò con un fondo d’investimento del gruppo finanziario Inbursa nel 1981 si è trasformato oggi in uno dei quattro pilastri su cui si regge il suo impero, tanto che la rivista Forbes lo classifica al secondo posto tra i milionari dei milionari, con un patrimonio pari a 60 miliardi di dollari. Gli altri suoi pilastri sono le telecomunicazioni, il commercio e le infrastrutture.

Ma il suo “pregio” più grande è proprio quello di essere diventato il leader delle telecomunicazioni, non solo in Messico ma dell’intero continente americano. La sua impresa, “America Movil”, che inizio da zero nel 1990, ha tentacoli sulla telefonia cellulare in Guatemala, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Colombia, Ecuador, Brasile, Paraguay, Perù, Cile, Argentina, Uruguay e perché no Stati Uniti, con un totale di più di 131 milioni di clienti.

In Messico poi approfittando della privatizzazione del sistema di telefonia fissa, Slim e la sua Telmex sono riusciti ad accaparrarsi il 95% del mercato, che logicamente gli permette di fissare prezzi senza nessun tipo di concorrenza e con tutte le caratteristiche di un monopolio.

A Carlos Slim però non piace essere definito un monopolista, in passato è anzi arrivato a negare l’esistenza di monopoli in Messico. Secondo la sua opinione infatti i casi di Cementos Mexicanos (Cemex) che controlla l’80% del mercato del cemento, o delle catene televisive Televisa e TV Azteca che insieme si dividono il 95% delle concessioni televisive, non sono monopoli. In Messico si preferisce parlare di “cartelli” o al massimo di “posizioni dominanti di mercato” a differenza però dell’opinione a riguardo della Banca Mondiale che ha più volte criticato il ruolo di questi monopoli a danno della concorrenza e della crescita economica.

Si sperava che le cose prendessero altra piega con il passaggio di poteri dal partito stato del PRI al PAN ma, passati otto anni, nulla è cambiato. Anzi, leggendo i giornali o guardando la tv la figura di Slim è quasi divinizzata. Notizia di qualche giorno fa è la creazione di un fondo da 20 milioni di dollari da destinare all’educazione e alla salute proprio da parte di Slim con l’appoggio dell’ex presidente Usa Bill Clinton.

Difficilmente invece si legge qualcosa sulla somma dei patrimoni dei primi 10 multimilionari messicani che è pari al 6% del PIL dell’intero paese o sull’aumento della disuguaglianza tra classi benestanti e povere.

Ma d'altronde come farebbe un messicano medio come il nostro Gustavo Rodriguez, come del resto l’intera popolazione messicana, a vivere un solo giorno se le imprese di Carlos Slim smettessero di colpo a funzionare?

Rimane però il paradosso che la seconda persona più ricca al mondo viva in un paese che “vanta” la metà della sua popolazione vicina alla soglia di povertà e che si classifica al posto 103 su 126 nella lista delle Nazioni Unite sull’uguaglianza sociale. L’aumento esponenziale della ricchezza di Slim contrasta fortemente con la triste realtà di molti dei suoi compatrioti, solo prendendo atto delle statistiche negli ultimi due anni Carlos Slim ha guadagnato 27 milioni di dollari al giorno, mentre il 20% della popolazione messicana vive ancora con meno di due dollari giornalieri.

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di Antonio Pagliula ~ 7:49 AM

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lunedì 4 agosto 2008
Sono rispettivamente Brasile e Messico i paesi in America Latina che attraggono piu’ investimenti diretti.

Secondo il sondaggio “Capital privado en America Latina 2008” reso noto da KPMG i due colossi fanno mambassa e continuano ad essere i più attrattivi economicamente della regione. La stabilità economica e finanziaria sono i punti forti a favore di Brasile e Messico, caratteristiche che invece purtroppo si fatica ancora a riscontrare negli altri paesi. Queste le preferenze espresse dai dirigenti intervistati (clikka per ingrandire).

Come si può poi vedere dal grafico incontriamo una sorprendente Colombia con il 12% delle preferenze e la conferma del Cile (5%). Crescente la fiducia anche per l’Argentina (5%).

Un altro dato interessante dello studio (che si può leggere qui) è il grafico che emerge dalle risposte alla domanda: “Fino a che grado è favorevole l’economia per invertire in questo paese?”; bene, il 77% degli intervistati considera il Venezuela altamente non adatto ad eventuali investimenti, marcatissima la differenza con gli altri paesi, tutti con questa opzione (“muy desfavorable”) al di sotto del 10% e con il Brasile che si conferma leader e per il quale solo un 2% ritiene che non ci siano le condizioni idonee all’investimento.

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di Antonio Pagliula ~ 4:09 AM

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venerdì 1 agosto 2008
L’opposizione messicana esce malamente dal referendum consultivo che aveva convocato lo scorso fine settimana. Si chiedeva alla popolazione di giudicare il piano di privatizzazione del petrolio messicano promosso dal governo di Calderón.

Città del Messico – Lopez Obrador e l’intero partito d’opposizione, contrari al piano avviato dal governo, speravano ottenere un forte appoggio popolare dal referendum consultivo. Il NO all’ingresso nel capitale di Pemex da parte di imprese straniere di fatto è arrivato ed è stato sicuramente schiacciante (più dell’85% dei votanti), il problema però e la conseguente sconfitta per Obrador, o meglio l’ennesima battaglia persa, arriva dalla scarsa affluenza e dalla conseguente scarsa importanza di un referendum che termina con l’avere valenza nulla.

Lo stanco Obrador, consumato da uno stile d’opposizione ormai senza frutti , cercava di approfittare del progetto di riforma di PEMEX (una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo, attualmente statale) proposto dal governo di Felipe Calderón, per riprendere slancio politico e popolare. Insomma l’obiettivo era trasformare un tema fondamentale per il Messico e che coinvolge, a seconda delle ideologie, tutti i cittadini messicani, con la speranza di ottenere i risultati politici che qualche anno fa Evo Morales era riuscito a raccogliere in Bolivia con il tema altrettanto delicato della privatizzazione del gas.

Il tentativo di Obrador, almeno prendendo atto dalla consulta della scorsa settimana, però è risultato più un fracasso che un successo.

La bassa partecipazione dei cittadini al referendum ne è l’evidenza più forte. Le schede nelle urne sono infatti state molto al di sotto delle aspettative che aveva lo stesso AMLO, e questo nonostante tutti ma proprio tutti i cittadini in Messico abbiano un proprio pensiero circa la privatizzazione della compagnia petrolifera e non passi un solo giorno senza che su tv, giornali ma anche per le strade non venga commentato il caso.

Un 87% di NO alla privatizzazione espresso da un numero statisticamente irrilevante di cittadini (poco più del 10% nel D.F.) non può essere preso diversamente che come una sconfitta per Obrador e per il suo partito (a differenza da quanto ho letto sull’argomento da alcuni blog italiani a differenza mia ottimisti sul risultato – vedi qui e qui). Si sa infatti benissimo che la popolazione messicana è praticamente spaccata in due (come sempre) sull’argomento, e questo 87% di NO è statisticamente irrilevante.

La sconfitta di AMLO viene secondo me dal fatto che questo referendum è stato ridotto ad una questione meramente di lotta tra partiti politici. I pochi votanti sono stati i militanti/simpatizzanti del PRD, mentre è mancata la partecipazione degli altri partiti. Questo perché nessuno oltre allo stesso PRD ne aveva interesse. La proposta del PAN è già comodamente in Senato, mentre il PRI ha presentato una sua iniziativa di riforma petrolifera proprio la scorsa settimana (sarà un caso? non credo). Soprattutto però ad Obrador è venuto meno l’appoggio popolare che aveva sino a qualche tempo fa. Temo che la scelta di chiamare in piazza la gente per qualsiasi cosa ed ogni mese ormai non dia nessun frutto, anzi risulta politicamente molto contro-produttiva per lo stesso AMLO e per l’intera sinistra messicana che continua a perdere di credibilità sia all’interno del paese che sulla scena internazionale.

La gente non segue più Obrador, che ha abusato dell’appoggio dei suoi a partire dalle proteste, seppur più che giustificate, seguite al frode elettorale. Dov’è andata a finire la gente che ha riempito le strade di Città del Messico nell’estate del 2006?

Sicuramente non si può essere ridotta al pugno di cittadini che ha partecipato al referendum consultivo. Vuol dire quindi che qualcosa va storto, Obrador non coinvolge più e la sinistra messicana ha bisogno di altri tipi di politiche per raccogliere consensi e per beneficiare il paese.

Si potrebbe cominciare proprio dalla riforma petrolifera, un tema che scalda gli animi di tutti i messicani. Qualcosa va fatta, però un referendum consultivo di nessun valore politico, solo per dire NO alla proposta del governo, tra l’altro già all’esame del Senato messicano, è veramente troppo poco.

Il paese sulla privatizzazione di PEMEX è diviso, ma possibile che l’opposizione sappia solo gridare NO e chiedere alla gente manifestazioni popolari? Quali sono le proposte? Dove sono?

Sicuramente a lasciare PEMEX così com’è ora ne perderebbe il Messico come paese. Si può essere o no d’accordo alla riforma del PAN, però se non lo si è si deve proporre un proprio progetto e poi chiedere alla gente di esprimersi, ed eventualmente muoversi politicamente a suo favore. Sarebbe questo un dovere per questa ormai debole sinistra parlamentare messicana.

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di Antonio Pagliula ~ 2:31 AM

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