Città del Messico – L’esempio della Colombia e della sua molto poco convincente lotta al narcotraffico è sempre stato il modello principale per Felipe Calderón. E’ risaputo che dal primo giorno del suo governo, il presidente messicano ha cercato di seguire le orme del suo omologo colombiano Alvaro Uribe, tanto da dichiarare sin da subito una “guerra” al crimine organizzato. A due anni dall’inizio della guerra però ci si inizia a chiedere: che risultati si sono ottenuti? Soprattuto tenendo in conto l’attacco terroristico di Morelia.Sebbene Calderón abbia avuto l’intenzione di seguire l’esempio colombiano, è venuto a mancare al momento di metterlo in pratica.
Uribe, infatti, per prima cosa si fece carico di una vera e propria depurazione dei corpi di polizia, della creazione di gruppi speciali per combattere contro crimini specifici, come il sequestro di persona, e della stipulazione di un grande compromesso tra Stato e società contro il crimine organizzato.
Tutti elementi che sono mancati qui in Messico dove i corpi di polizia continuano ad essere gli stessi di sempre, divisi nei tre livelli di competenza(federale, statale e municipale) e senza coordinazione davanti al crimine organizzato. Senza dimenticare l’alto tasso di corruzione che spesso si traduce in poliziotti coinvolti e alle dipendenze del narcotraffico.
E’ venuto a mancare poi, anche il con la cittadinanza, a causa di una classe politica spaccata e divisa da spicciole logiche di partito e che continua, ad oggi, a dare priorità a successi personali rispetto al futuro del paese.
Calderón solo dopo Morelia ha iniziato a fare richiamo alla società civile, prima di ottenere risultati però dovrà restituire credibilità a tutte le istituzioni, in questi giorni ai minimi termini storici. La strada per lottare contro il narcotraffico in Messico sembra essere ancora molto molto lunga.
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