giovedì 30 ottobre 2008
Si chiama "effetto Bradley" e molti pensano che possa incidere fortemente sulla decisione degli elettori statunitensi il prossimo 4 novembre.

Nel 1982, l'afroamericano Tom Bradley, all'epoca sindaco di Los Angeles, si presento', sfidando il repubblicano di razza bianca George Deukmejian, alla candidatura di governatore della California. Tutti i sondaggi davano vincitore l'aspirante di colore; ma alla fine la spunto' Deukmejian. Cosa accadde? Pare che gli elettori bianchi che pensavano votare repubblicano si fossero dichiarati indecisi nei sondaggi elettorali per non apparire razzisti davanti gli intervistatori. Alla fine risulto' che 9 su 10 indecisi votarono repubblicano, uno strano effetto statistico ma sopratutto sociale.

Questo e' il precedente, questo e' quello che si definisce come "effetto Bradley". Questa volta la posta in gioco pero' e' ben piu' alta, c'e' in ballo la presidenza degli Stati Uniti d'America.

L'effetto Bradley si ripropose anche in altre occasioni. Nel 1988 nelle primarie del Wisconsin dove Jesse Jackson ottenne l'8% meno del voto "bianco" previsto; o nelle elezioni a sindaco di New York nel 1989 quando l'afroamericano Dinkins aveva 12 punti di vantaggio e fini' vincendo con solo il 2%; e sempre nell'89 nella decisione del governatore della Virginia, il vantaggio di 8% che aveva Douglas si converti' alla fine in una vittoria risicatissima.

Addirittura pare che nel 1996 quando si parlava di Colin Powell come papabile candidato republicano alla Casa Blanca, lo stesso generale afroamericano si dichiaro' dubbioso sulla sua candidatura proprio per il possibile "effetto Bradley".

Ad oggi Obama viene dato dai sondaggi con un vantaggio che oscilla tra i 6 e gli 11 punti percentuali. I democratici pero' fanno bene a non dare per scontato l'esito delle elezioni. E' infatti vero che sono passate generazioni da quando Bradley venne sconfitto in California e che gli elettori statunitensi non sono piu' gli stessi dell'epoca, pero' se si stima l'effetto Bradley pari ad un 3% del cambio di preferenze negli stati piu' contesi, Obama si troverebbe a perdere in Nevada, Colorado, Ohio, Missouri, Florida y Carolina del Nord mettendo cosi' a rischio il sommare i 270 delegati necessari per la presidenza.

Speriamo che in pieno XXI secolo l'elettorato del paese motore dell'economia mondiale (nel bene e nel male) e suppuestamente del paese piu' democratico al mondo non dimostri immaturita' e razzismo.

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di Antonio Pagliula ~ 11:30 PM

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Questa volta sono stati 185 i paesi che hanno votato per revocare l'embargo a Cuba. L'Assemblea delle Nazioni Unite approva quasi all'unanimità, per il 17esimo anno consecutivo, una risoluzione non vincolante.

Ormai non dovrebbe fare neanche notizia, ma ogni anno ci tengo a ricordarlo. Anche quest'anno l'Assemblea della Onu chiede quasi all'unanimita' il ritiro dell'embargo economico/commerciale adottato dagli Stati Uniti contro Cuba dal 7 febbraio 1962. Se non altro da 17 anni a questa parte i voti a favore del ritiro aumentano. Nel 2006 furono 183, nel 2007 184 e quest'anno 185. Gli unici 3 voti contrari arrivano dal solito blocco: Stati Uniti, Israele ed isole Palau, due astenuti Isole Maschall e Micronesia.

Il cancelliere cubano Felipe Pérez Roque, che presentò la risoluzione con un discorso all’ONU, ha accolto i risultati con beneplacito. Rivolgendosi alla delegazione degli Usa durante il suo discorso Pérez Roque ha affermato: "Siete voi ad essere soli e completamente isolati." L'embargo - imposto nel 1962 dall’amministrazione Kennedy dopo il fallito tentativo di invasione dell'isola nella Baia dei Porci - è definito "genocidio" dalle autorità cubane, che affermano sia costato all'isola 89 miliardi di dollari.

Come ogni anno alla fine sottolineo l'assoluto disdegno per il no delle isole Palau, un’isoletta dell’Oceano Pacifico che conta con 19'000 abitanti. Riporto da Wikipedia:

La Repubblica di Palau (scritto anche Belau) è uno stato insulare nell'Oceano Pacifico, situato a circa 500 km a est delle Filippine. Avendo ottenuto l'indipendenza dagli Stati Uniti nel 1994, è una tra le nazioni più giovani (e meno popolose) del mondo.

Economia
Le attività economiche principali di Palau sono il turismo, l'agricoltura di sussistenza e la pesca. Il governo rappresenta il principale datore di lavoro nel paese, che dipende fortemente dagli aiuti statunitensi. La popolazione vanta un reddito pro capite doppio rispetto a quelle delle Filippine e di gran lunga superiore a quello della Micronesia.

Storia
Il Giappone occupò Palau allo scoppio della prima guerra mondiale e ottenne un mandato di controllo fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando le isole furono cedute agli Stati Uniti quale parte del Territorio in amministrazione fiduciaria delle isole del Pacifico (Trust Territory of the Pacific Islands). Nel 1979 i paluani votarono contro l'unione con gli Stati Federati di Micronesia, optando per l'indipendenza. Dopo un lungo periodo di transizione, durante il quale si ebbero le morti violente di ben due presidenti (Haruo Remeliik, assassinato nel 1985, e Lazarus Salii, suicidatosi nel 1988) l'indipendenza arrivò nel 1994.

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di Antonio Pagliula ~ 6:21 PM

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mercoledì 29 ottobre 2008
Abbastanza nutrita la lista dei film latinoamericani compresi tra i 67 papabili vincitori dell’Oscar come miglior film straniero.

Tra questi colgo la pena di segnalare fortemente un prodotto cinematografico messicano di altissimo livello. Si tratta di “Arrancame la vida” del regista Roberto Sneider e tratto dalla omonima novella. In una perfetta riproduzione di un Messico anni ‘30 del dopo rivoluzione, un paese corroso dal PNR (l’attuale PRI) e da intrighi politici, corruzione ed impunità, il film colpisce per la sua comunque sorprendente attualità e per la sensazionale semplicità nel far emergere le caratteristiche della classe politica messicana, negli anni sempre uguale.

Se ne consiglia la visione (anche pirata se riuscite) per scoprire, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, le enormi potenzialità del cinema Made in Mexico. Assolutamente da non perdere poi l’attuazione di Ana Claudia Talancón, splendida protagonista femminile e incantevole esempio di bellezza e sensualità messicana, ma anche interprete magnifica di donna, sposa e amante, ruoli difficili in una società che era (e rimane) di forte stampo machista. Ecco il trailer del film:




Tra gli altri candidati latinoamericani invece incontriamo:
  • Leonera (Argentina) di Pablo Trapero,
  • Ultima parada 174 (Brasile) di Bruno Berreto,
  • Tony Manero (Cile) di Pablo Larrain,
  • Perro come Perro (Colombia) di Carlos Moreno
  • El tinte de la fama (Venezuela) di Alejandro Bellame,
  • Matar a todos (Uruguay) di Esteban Schroeder
Se qualcuno ne ha visto uno o sa dirci qualcosa di più di questi altri è ben accetto un commento o una segnalazione. (tutti i trailer sono consultabili su youtube, gli ho visti tutti, per me il più intrigante è "matar a todos")

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di Antonio Pagliula ~ 4:05 AM

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lunedì 27 ottobre 2008
E' vero Obama non ha mai oltrepassato il confine sud degli Stati Uniti, non conosce assolutamente l'America Latina, e non ne fa priorita' o tema importante nella sua campagna elettorale.

McCain invece si sapeva fosse stato spesso in Sudamerica. Notizie di ieri e' pero' che il senatore dell'Arizona avrebbe incontrato nel 1985, a Santiago del Cile, il generale Augusto Pinochet. "Un colloquio amichevole, a tratti cordiale", lo definisce lo staff del candidato repubblicano. Davvero sorprendente e spiacevole pero' che McCain abbia effettuato una visita in Cile per incontrare un dittatore senza mai pronunciare un invito pubblico pro-democrazia, senza aver mai toccato il tema dei diritti umani violati in Cile o quello della repressione dell'opposizione democratica cilena.

L'allora ambasciatore cileno negli Stati Uniti addirittura definiva il candidato repubblicano come "un congressista vicino alla ambasciata cilena".

McCain ha fatto cavallo di battaglia, in tutta la sua campagna elettorale, la durezza nei confronti di dittatori e regimi non democratici, sostenendo che mai si sarebbe seduto a dialogare con un dittatore (ad esempio parlando di Cuba). Il suo passato lo smentisce clamorosamente a otto giorni dalle elezioni.

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di Antonio Pagliula ~ 6:18 PM

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Stiamo per assistere ad una tornata elettorale storica negli Stati Uniti d’America. Se pensiamo che Bush è stato eletto nel 2000 queste saranno le prime elezioni del XXI secolo senza di lui. La realtà mondiale è decisamente cambiata, così come son cambiati gli Stati Uniti dopo l’11 settembre.

Quell’atto terroristico cambiò così tanto gli Usa che oggi, a sette anni di distanza, stiamo assistendo a come viene giù l’economia mondiale, con epicentro proprio gli Stati Uniti, e assisteremo forse alla formazione di un nuovo ordine mondiale, con tutti i suoi equilibri impliciti. Tradizionalmente si pensava che le elezioni negli Stati Uniti non ne condizionassero l’economia. Si credeva che le istituzioni Usa fossero talmente forti e ben strutturate da sopportare sufficientemente l’incertezza elettorale. Per quello che si può osservare oggi però non è più così.

Si sta assistendo forse ad una messicanizzazione delle campagne elettorali statunitensi che iniziano ad influire e condizionare i mercati e la stabilità economica. Per la prima volta i temi centrali delle elezioni USA girano intorno alla politica interna e alla situazione economico-finanziaria, lasciando in secondo piano quasi temi come la politica estera e la sicurezza internazionale.

La lunga campagna elettorale è arrivata a tenere risvolti quasi drammatici e quasi sorprendenti. Solo il mese scorso buona parte del Senato arrivò a negare l’approvazione del pacchetto economico di riscatto finanziario proposto dal presidente (repubblicano) in carica G.W.Bush. Il NO arrivava soprattutto dall’ala repubblicana in Senato, quella del candidato McCain, forse nel tentativo disperato di prendere le distanze dalla scandalosa presidenza Bush. La reazione dei mercati però è stata brusca, oltre a danneggiare il mercato azionario, l’incertezza trasmessa dal no al piano di riscatto, contribuì a confermare al mondo che il paese più importante economicamente si trovava in una situazione forse senza precedenti, senza un presidente riconosciuto, almeno sino alle incombenti elezioni.

L’ultima notizia poi è stata che Colin Powell, eroe della guerra e primo segretario di Stato dell’amministrazione Bush, e soprattutto del partito repubblicano, appoggia ufficialmente il candidato democratico Obama. Colpo durissimo ai fini elettorali per McCain, che ha contribuito a portare la differenza tra i candidati ai sondaggi sino a 10 punti a favore di Obama a pochi giorni dal voto.

Per il Messico, vicino povero, la situazione figlia di questa campagna elettorale non è per nulla facile. A leggere le proposte e le promesse elettorali di entrambi i candidati non si intravedono buone notizie per i futuri rapporti tra Messico e Stati Uniti.

Per Obama il Messico rappresenta quasi esclusivamente un problema di sicurezza e droga. Il democratico propone un piano per la difesa della frontiera, porta spesso Città del Messico come esempio di problemi di sicurezza per la mancanza di un corpo di polizia adeguato, e menziona il NAFTA (trattato di libero commercio dell’America del Nord) come un prodotto che ha danneggiato i lavoratori statunitensi, proponendone una rinegoziazione immediata. Obama, dal punto di vista regionale, dà più importanza al Brasile, perché ritenuto un grande consumatore di energia e produttore di biocombustibili, relazionandolo per questo alle sue idee politiche energetiche.

Dall’altro lato McCain, nonostante abbia una posizione “teoricamente” più amichevole al Messico, nel suo programma elettorale non dà gran importanza al tema. Vede il vicino Messico come un problema di narcotraffico e un focolaio pericoloso per la frontiera. Solo fa spesso riferimento al piano Merida come un possibile aiuto al problema del traffico di droga sullo stile Plan Colombia. Niente più ma comunque molto preoccupante.

Insomma i due candidati stanno focalizzando gli interessi e la sensibilità degli elettori sui problemi domestici, più sentiti dall’elettorato e tornati a preoccupare gli statunitensi soprattutto dopo la paranoia internazionale dell’amministrazione Bush, perseguitato dal terrorismo su tutti i fronti.

Passando dalla guerra in Iraq alla debacle finanziaria oggi lo statunitense è tornato a sentirsi vulnerabile internamente, forse è proprio questo il cambio e la differenza più significativa dall’inizio del XXI secolo, e questo non si può negare lo si deve, nel bene, o più probabilmente nel male, al presidente G.W.Bush.

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di Antonio Pagliula ~ 4:34 AM

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sabato 25 ottobre 2008
A 10 giorni dalla tornata elettorale il candidato democrata, Barack Obama, ha registrato un video su YouTube per chiedere l’appoggio del voto latino.



Condividiamo un sogno”, con questo slogan Obama inizia il suo spot, completamente in castigliano, diretto alla comunità latina negli Stati Uniti. Fondamentale sarà per la prima volta il voto latino per decidere il presidente degli Stati Uniti d’America.

Con un buon accento, anche se logicamente un po’ forzato, Obama si rivolge ai latinos: “Questo è il sogno americano: se lavori duramente, la tua famiglia può avere successo. Se ti ammali, hai diritto di contare su un'assicurazione medica. Che i nostri figli, ricchi o poveri che siano, possano ricevere un'educazione adeguata. Chiedo il tuo voto, non solo per me e per il partito democratico, ma per mantenere vivo questo sogno, per te e per i tuoi figli.

Non è la prima volta che Obama registra un messaggio in spagnolo, già qualche mese fa infatti a maggio si rivolse ai suoi votanti portoricani.

Entrambi i candidati però sembrano dare pochissimo peso alle future relazioni con l’America Latina, Obama addirittura non ha mai varcato la frontiera sur degli Stati Uniti.

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di Antonio Pagliula ~ 7:15 PM

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giovedì 23 ottobre 2008
L'imminente scadenza nei pagamenti del debito estero argentino ha indotto la presidenta Cristina Fernández K. a nazionalizzare il sistema pensionistico. La borsa argentina perde in due giorni la quinta parte del suo valore.

Ricordo le parole utilizzate solo un mesetto fa da Cristina Kirchner per commentare la crisi finanziaria che iniziava a manifestarsi nei mercati mondiali: “Stiamo vedendo come questo primo mondo, che ci avevano descritto come la Mecca da raggiungere, è esploso come una bolla di sapone”. A solo un mese di distanza da queste dichiarazioni l’Argentina si trova oggi ad affrontare gli spettri del passato, l’ennesima crisi. Le ragioni però sono interne, indipendenti e slacciate dalle problematiche finanziarie mondiali. Vediamo di farne il punto.

L’Argentina ha una scadenza dei pagamenti del debito estero nel 2009 per un monto di 12 milioni di dollari. Dove sorge il problema? I prezzi delle materie prime, soprattutto della soia (principale esportazione argentina), altissimi sino ad agosto sono venuti giù di botto mettendo il governo argentino in seri problemi e senza risorse utili per far fronte al rilevante esborso. In un momento di accesso al credito bloccato, la decisione di Cristina Fernández K. è stata nazionalizzare i fondi pensione. Perché?

La Fernández K. assicura che l’obiettivo è proteggere “le pensioni” dei lavoratori argentini dalle perdite prodotte negli ultimi mesi dalla crisi finanziaria.

La nazionalizzazione dei fondi pensione, dicono invece i maliziosi, ha esclusivamente lo scopo di facilitare il pagamento dei 12 milioni di dollari dovuti a fine 2009, visto che il paese ha una chiara deficienza di fondi per coprire il debito e la spesa corrente, mettendo mano direttamente al loro valore, circa 30 milioni di dollari.

Non si deve dimenticare che l’Argentina ha un debito estero pari al 48% del suo PIL, la più alta percentuale in America Latina, e per farne fronte adeguatamente il governo sarebbe costretto a ricorrere ad un aumento impositivo, opzione però scartata dai Kirchner perché impopolare soprattutto con le vicine elezioni provinciali.

Questi sospetti sulla scelta di Cristina Fernández K hanno letteralmente steso e tramortito la borsa dei valori argentina (Merval) che è arrivata a perdere in due giorni un quinto del suo valore. Martedì ha chiuso con un -10,99% e ieri con un -10,11% dopo avere raggiunto un minimo giornaliero a -17,06%. La nazionalizzazione dei fondi pensionistici AFJP (Administradoras de Fondos de Jubilados y Pensionados) ha infatti depresso i mercati visto e considerato che negli ultimi anni questo fondo è stato il principale motore trainante della borsa di Buenos Aires.

In compenso per ora resiste il cambio col dollaro (3,24 pesos). Stabilità però dovuta all’intervento della Banca Centrale Argentina che durante la giornata ha venduto circa 400 milioni di dollari delle sue riserve. Mantenere questi livelli sembra invece compito difficile da ottenere nel futuro prossimo, visto che il rischio paese argentino è schizzato alla data a 1962 punti, dato non confortante e che potrebbe influenzare l’uscita di capitali stranieri dal paese e conseguente svalutazione del peso argentino.

Segnalo due post sullo stesso tema:
- C’è molta crisi – di Tanoka blogger italiano in Argentina
- L’Argentina nazionalizza le pensioni – dal blog Rotta a Sud Ovest

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di Antonio Pagliula ~ 5:43 AM

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lunedì 20 ottobre 2008
“Joe l’idraulico” si è convertito en una figura nazionale durante il passato dibattito presidenziale per la Casa Bianca. Chi è realmente?

Sia McCain che Obama da più di una settimana continuano a fare riferimento a “Joe”, utilizzando come referente o addirittura rivolgendosi direttamente a lui davanti le telecamere. Nel solo dibattito presidenziale lo nominano più di 20 volte, trasformandolo in una stella circondata all’improvviso da giornalisti e videocamere. Joe Wurzelbacher è un cittadino statunitense che vive ad Holland, in Ohio. Simpatizzante di McCain poco tempo fa assistette ad un comizio della campagna di Obama riuscendolo ad avvicinare e chiedendogli se realmente avesse l’intenzione di aumentare le tasse da presidente.

La domanda rivolta al leader democratico fu ripresa dalle tv e trasmessa su tutti i canali. McCain, cercando di ribaltare i sondaggi e di mettere in cattiva luce Obama, ha usato il mitico Joe come interlocutore per tutto il dibattito e nelle dichiarazioni ai media, sino a convertirsi in un fenomeno elettorale statunitense con tanto di merchandising di magliette ed oggettistica, eclissando l’altro (ex) fenomeno di questa campagna elettorale, la Palin.

Si è scoperto pero che l’eroe di McCain sia un cittadino americano il cui primo nome è Samuel e non Joe, senza licenza per fare l’idraulico (requisito invece obbligatorio per lavorare come idraulico in Ohio) e con un debito superiore ai 1000 dollari per tasse non pagate… Che delusione per l’anziano McCain, che con Joe o senza Joe appare sempre più indietro nei sondaggi e con sempre meno giorni a disposizione per ribaltare il verdetto.

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di Antonio Pagliula ~ 11:19 PM

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La Banca Centrale cilena ha annunciato che intercambierà informazioni riguardanti la crisi finanziaria con gli istituti centrali di Argentina, Brasile, Messico, Perù e Colombia.

La crisi come predetto è globale e globalizzata ed anche l’America Latina comincia a risentirne in maniera importante. Lo spettro della recessione e la crisi finanziaria galoppante ha portato ad un accordo tra banche centrali dei principali paesi latinoamericani. Cile, Messico, Brasile, Argentina, Perù e Colombia hanno formalizzato un accordo per scambiare informazioni e cooperare mutuamente per affrontare il momento economico.

Con un comunicato, José de Gregorio, governatore della Banca Centrale del Cile e anfitrione dell’incontro, ha informato che, con i colleghi di Argentina, Martín Redrado, Brasile, Enrique Meirelles, Colombia, José Darío Uribe, Messico, Guillermo Ortiz e Perù Julio Velarde, si impegneranno a mettere in pratica questa iniziativa.

Il testo della riunione segnala: “(i paesi partecipanti) concordano che la regione latinoamericana attualmente ha basi e fondamentali economici che gli permettono di affrontare molto meglio le turbolenze finanziarie”.

Nonostante questo si ha bisogno di cooperare per studiare le implicazioni della attuale crisi e le sfide che si affronteranno in futuro. Uno scambio di informazioni riguardo al crollo dei mercati è fondamentale per migliorare le misure che limitino le conseguenze negative. Nessun paese né regione al mondo sembra infatti essere completamente blindada alla crisi.

La riunione non ha poi scartato un intervento delle banche centrali latinoamericane coordinato, anche se per ora una tale misura non è apparsa necessaria.

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di Antonio Pagliula ~ 11:09 PM

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lunedì 13 ottobre 2008
Il Messico è il paese dove si registra la maggiore prostituzione infantile in America Latina. Lo sfruttamento sessuale di minori sarebbe un fenomeno addirittura paragonabile alla Thailandia, da sempre paradiso della pedofilia a livello mondiale.

Città del Messico – Il Messico si è trasformato in un paradiso per la pedofilia. Lo sfruttamento sessuale infantile occupa nel paese il secondo posto per generazione di introiti nella classifica dei delitti, dietro solo al narcotraffico e precedendo il commercio di armi. Un giro d’affari stimato attorno ai 24 milioni di dollari l’anno secondo l’ONG “Infancia Comun”. Per produzione di materiale pornografico destinato alla pedofilia il Messico occupa addirittura il secondo posto mondiale subito dopo la Thailandia. Un fenomeno che trascurato dalle autorità politiche e dalle forze dell’ordine si è convertito oggi in piaga sociale.

Molto meno pubblicizzati del narcotraffico e dei sequestri di persona, la pedofilia e lo sfruttamento sessuale minorile sono però flagelli altrettanto diffusi nel paese e cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni grazie alla corruzione e alla impunità.

Una delle “zone di tolleranza” più famose, dove la prostituzione infantile si pratica alla luce del sole, è “La Merced”, un quartiere del centro storico di Città del Messico. In qualsiasi giorno e a qualsiasi ora si passi in questo quartiere non si può non accorgersi dell’enorme giro di prostituzione infantile che si svolge sotto gli occhi e sotto l’indifferenza delle autorità.

Lo sfruttamento sessuale di minori oltre ad essere una violazione di diritti umani è considerata la forma più estrema di violenza sui minori. Spesso è il risultato di maltrattamenti ricevuti nel nucleo familiare, altro fenomeno molto diffuso in Messico. Non sorprende infatti che prostituzione minorile, lavoro minorile e violenza familiare siano enormi problemi per la società messicana e come siano tutti correlati tra loro. Invece può spaventare come questi siano completamente ignorati dalla politica (in nessun programma di nessun partito si menzionano questi temi) e ancora peggio da buona parte della società civile.

Eppure anche il Messico è obbligato a compiere con i trattati internazionali che proteggono e danno garanzie all’infanzia, come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e la Convenzione di Palermo (contro la tratta internazionale di persone). In realtà però queste normative internazionali sono completamente ignorate e in nessun caso applicate a causa dell’inesistente armonizzazione delle leggi federali, statali e municipali con quelle internazionali.

Per le leggi federali, infatti, bambini ed adolescenti sino ai 18 anni non sono considerati soggetti di diritto davanti alla legge, non possono quindi denunciare sfruttamenti sessuali se non accompagnati da un genitore o da un tutore che spesso sono gli stessi autori degli abusi.

Città del Messico quindi “capitale internazionale delle pedofilia”, ma non solo, anche a Tijuana e nei centri turistici più importanti è ormai diffuso lo sfruttamento sessuale dei minori tra l’indifferenza e l’impunità. Il problema coinvolge senza dubbio anche altri paesi in America Latina, tra tutti: Brasile, Costa Rica e Cuba. Con una sostanziale differenza però: la cultura della denuncia. In Brasile ogni anno si registrano più di 14mila denuncie legate a questo delitto, in Messico invece quasi non si registrano quasi apertura d’indagini. Nel 2006 a Città del Messico sono state solo 6 le denunce che sono riuscite a superare le barriere della corruzione che protegge i colpevoli.

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di Antonio Pagliula ~ 3:23 AM

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venerdì 10 ottobre 2008

Il credit crunch, la caduta delle banche, lo shock (ora in fase di brusca mitigazione) dei prezzi delle materie prime hanno preparato il terreno. Il vento gelido della recessione adesso spazza i listini di tutto il mondo, ormai in piena fase Orso. Le azioni europee sono giù del 40% da inizio d'anno.

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di Antonio Pagliula ~ 3:35 PM

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martedì 7 ottobre 2008
Cade un mito. La metà della produzione di tequila, il distillato alcolico messicano più famoso, è consumata negli Stati Uniti.

Del totale della produzione, circa 20 milioni di casse l’anno, solo il 35% viene consumata in Messico mentre il 50% negli USA. Secondo Brown Forman che ha effettuato l’indagine gli statunitensi consumano 200mile margaritas ogni ora, mentre in Messico “solo” 100mila palomas. L’indagine, “El mercado del tequila”, però chiarisce che i messicani continuano ad essere il popolo che beve più tequila pro capite, con circa 950ml a testa, contro i 450ml pro capite statunitensi.

Da segnalare poi che l’esportazione di tequila, un distillato di agave, è in continua crescita, nonostante la concorrenza di rum e birra decisamente più economici. Dagli 88 milioni di litri esportati nel 2002 si è arrivati agli attuali 140 milioni di litri.

Ecco la classifica dei paesi più "tequileri", con al decimo posto mondiale, a sopresa quasi, anche l'Italia:

Stati Uniti 11,000 (migliaia di casse da 9 litri)
Messico 8,000
Germania 419
Canada 205
Grecia 203
Francia 181
Russia 146
Giappone 125
UK 115
Italia 106

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di Antonio Pagliula ~ 12:00 AM

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venerdì 3 ottobre 2008
L’iniziale soddisfazione di molti leader latinoamericani riguardo la crisi finanziaria negli Stati Uniti sembra essere quasi svanita. I paesi latinoamericani fanno bene a cominciare a preoccuparsi. La crisi finanziaria è esplosa ben al di là di Wall Street coinvolgendo anche l’America Latina.

Molti dei presidenti latinoamericani stavano snobbando la tormenta finanziaria che colpisce gli Stati Uniti. La maggior parte di loro affermava che la crisi dei mercati era "la prima evidenza dell’inizio della fine del sistema capitalista" che stava dominando l’economia mondiale degli ultimi anni (vedi “E’ caduto l’impero?”). Dopo l’ennesimo lunedì nero e dopo l'iniziale bocciatura da parte della Camera statunitense del piano di riscatto economico proposto da Bush, le cose sembrano decisamente cambiate.

Ricordo che solo qualche settimana fa Lula da Silva, presidente brasiliano, ad una domanda sulla crisi finanziaria rispose: “Quale crisi? Andate a chiederlo a Bush”. Già lunedì scorso, dopo l’ennesimo crollo delle borse in tutto il mondo, lo stesso Lula si dimostrava molto meno tranquillo affermando: “Una recessione in un paese come gli Stati Uniti sicuramente può creare problemi a molte nazioni”. E come lui in molti hanno cominciato a ricredersi riguardo l’immunità latinoamericana rispetto alla crisi finanziaria.

Il presidente Venezuelano Chávez è tra quelli che hanno cambiato opinione. Mentre nel bel mezzo della caduta di Lehman Brothers, aveva saltato l'apertura della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, preferendo fare visita alla Cina, già martedì, quando il Dow Jones precipitava trascinandosi dietro le borse latinoamericane, in un vertice in Brasile affermava: “Questa crisi finanziaria ha la forza di 100 uragani”.

Non si sono dubbi che il continente rispetto al passato sia meno legato alle vicissitudini degli Stati Uniti. Da un decennio ormai è iniziato un processo per diversificare partner commerciali e il rischio sui mercati. Allo stato attuale però, e soprattutto davanti ad una crisi di queste dimensioni, sarebbe da stolti fare finta di esserne completamente immuni.

La crisi finanziaria è infatti esplosa ben al di là di Wall Street. La debacle dei mercati mondiali sta già avendo ripercuotendosi in tutta l'America Latina. Riporto qualche evidenza che conferma questa teoria.

Il primo avviso è arrivato dagli investitori che, nervosi, hanno iniziato a tirare fuori il denaro dei mercati emergenti colpendo particolarmente Brasile, Messico, Cile e Colombia.

Sempre in Brasile la crisi ha colpito anche il mercato dei capitali dove la vendita massiccia di attivi finanziari ha fatto sì che il real perdesse il 16% nei confronti del dollaro nel solo mese di settembre.

In Messico, le rimesse provenienti degli Stati Uniti sono un ulteriore motivo di preoccupazione per l’economia ormai da tempo frenata dalla crisi. Il Ministro delle Finanze, Augustín Carstens, ha già avvisato che potrebbero diminuire di 2,8 miliardi di euro, circa l’8% in meno a fine anno. Sicuramente il paese del presidente Caldéron è tra i più preoccupati per la recessione Usa, non solo meno rimesse, ma anche meno turismo e meno esportazioni (il 90% delle esportazioni messicane ha destino il mercato del Nafta).

In Venezuela, un forte calo del valore delle obbligazioni nelle ultime due settimane sta riflettendo i timori circa il calo del prezzo del petrolio, soprattutto perché gli Stati Uniti continuano ad essere di gran lunga il principale acquirente del petrolio venezuelano, nonostante il continuo deterioramento delle relazioni tra i due paesi.

L’Argentina, ancora carica di debiti, è tra i paesi ad altissimo rischio. Si dovrà far fronte ai prezzi in calo, soprattutto per la soia, sua principale esportazione. Nelle ultime settimane il governo argentino, con l’obiettivo di affrontare il deficit fiscale, si è incentrato sugli investitori internazionali per ottenere nuovi fondi, ed ha pressato il Venezuela per ri-finanziare i miliardi di dollari di debiti. Ma con il crollo dei prezzi del petrolio, il Venezuela potrà imporre condizioni più severe sui suoi prestiti.

Il problema per tutti poi, economisticamente parlando, ricade anche pesantemente sull'accesso al credito, necessario per mantenere le economie orientate all’esportazione. Con la crisi in corso il costo per le imprese latino-americane, in particolare per quelle con l’esigenza di ricorrere a fondi esterni, sarà molto più elevato e dovranno cercare di finanziarsi nei rispettivi mercati del credito.

Insomma i motivi per ricredersi rispetto all’iniziale goduria per i problemi statunitensi credo ci siano proprio tutti.

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di Antonio Pagliula ~ 5:29 AM

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giovedì 2 ottobre 2008
Snowboard in Messico? Si chiama sandboard e si pratica sulle dune di sabbia. Nelle zone desertiche di Chihuahua, Sonora, Coahuila e Chachalacas (Veracruz) si trovano le migliori piste per questo divertente sport estremo.

Il concetto di fondo è quello dello snowboard, la differenza sta nella location. Niente più montagna freddo e tanta neve ma sole, caldo e sabbia. E’ il sandboard, un nuovo sport estremo che consiste nella discesa libera di “montagne” di sabbia con ai piedi una tavola simile a quello dello snowboard. Tanta adrenalina e suggestiva ambientazione fanno di questo sport una moda del momento ed un ulteriore attrattivo turistico per il Messico, che oltre a litorali caraibici e piramidi maya, ha infinite distese di deserto.

La leggenda di questo sport vede la sua invenzione in Brasile più precisamente alla isla de Santa Catarina (Florianópolis) per la metà degli anni ’80. Pare che un gruppo di surfisti annoiati per la mancanza di onde avessero iniziato a divertirsi cavalcando le dune di sabbia. Oggi questo sport ha già moltissimi seguaci in tutto il mondo.

Per chi volesse iniziare a praticarlo elenco le mete più conosciute qui in Messico, dove da qualche anno ai surfisti di Puerto Escondido, si sono aggiunti i fanatici del sandboard.

Divise per regione geografica:
Baja California
  • El Golfo - San luis Rio Colorado - Sonora
  • La Cruz - San Luis Rio Colorado - Sonora
  • La Jococa
Coahuila
  • Cuatrocienegas - Saltillo
  • Dunas de Bilbao - Torreon
  • Los Arenales - Cuatrocienegas
Messico Centro Meridionale
  • Chachalacas - Veracruz
Per concludere l’indirizzo di un blog messicano dedicato totalmente a questo sport:
http://www.sandboardmexico.blogspot.com/

Ah, dimenticavo! Le tavole di snowboard non servono sulla sabbia, per praticare il sandboard avrete bisogno di tavole speciali.

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di Antonio Pagliula ~ 2:44 AM

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