L’attuale governo messicano arrivò al governo nel 2006 con un programma elettorale che prevedeva grandi investimenti in sanità pubblica. Purtroppo però la lotta al narcotraffico fu interpretata dal presidente Calderon come la unica via per riuscire a raccogliere consensi tra la popolazione dopo la "dubbia" elezione che aveva diviso il paese. Così alla “guerra” al narcotraffico e all’insicurezza sono stati destinati forti investimenti (senza ancora aver avuto però chiari risultati positivi) mentre settori come salute, scienza e tecnologia sono passati in secondo piano.In particolare questa tendenza ha fatto sì che nel 2008 alla Investigazione e Sviluppo messicana sia stato destinato appena il 2,5% del PIL, quando organismi come la ONU raccomandano almeno un 6%. Forse semplicemente maggiori investimenti avrebbero permesso di avere a disposizione i 5 milioni di vaccini previsti dal programma iniziale per contrastare la influenza porcina (e non solo un milione), così come laboratori scientifici più efficienti per accertare la forza del nuovo virus H1N1, senza bisogno di aspettare i risultati provenienti dagli Stati Uniti o dal Canada. Tutto ciò evitando questa esagerata diffusione di allarmismo sia a livello locale che soprattutto a livello internazionale (con forti ripercussioni sul turismo, economia in generale e credibilità internazionale).
Oggi però tutto il paese torna lentamente alla normalità. Ieri è ripresa l’attività economica, con ristoranti (anche se a mezzo servizio), locali e attività pubbliche; oggi riapriranno le scuole superiori e le università, ed infine lunedì ritorneranno alle scuole anche i bambini delle elementari.
In particolare, Città del Messico ritorna a pulsare come una metropoli, dopo le vacanze forzate in cui la gente ha preferito rimanere “al sicuro” nelle proprie case e “in famiglia” come aveva suggerito il presidente Calderon in un annuncio a reti unificate. Incredibile è stato constatare concretamente come “la paura” possa tenere sotto controllo, e molto bene, anche una città da più di 20milioni di persone.
Non si può negare però l’esistenza di questo nuovo virus “porcino”. Anche se in Messico muoiono ogni anno circa 20'000 persone a causa di influenza e polmonite, infatti questo virus H1N1 ha raggiunto il suo apice quando la normale stagione influenzale, la invernale, era già passata. Ora sono in molti ad avanzare ipotesi di una seconda ondata molto più forte per la prossima stagione invernale, come si è già registrato in casi passati di pandemia (1889 e 1919).
Risvegliati dall’incubo porcino, oggi sembra comunque tutto ridimensionato, le cifre del ministero della sanità parlano di 42 morti e 1112 casi, in un paese da 110 milioni di persone.
Nel caso ce ne fosse stato bisogno, però, l’influenza porcina ha messo in evidenza diversi aspetti su cui riflettere:
- la pessima politica rispetto ai servizi pubblici di base (non una novità, ma un problema già ereditato dai passati governi neoliberali),
- la totale impreparazione del governo e del settore sanitario nell’affrontare il caso.
Il ritardo del governo e delle autorità sanitarie nell’affrontare i primi casi e il successivo allarmismo che vedeva moltiplicarsi quotidianamente contagi e vittime (il governo ad un certo punto dichiarò 159 morti), infatti rimangono realmente difficili da comprendere. L’unica spiegazione è che realmente anche a livello governativo nessuno sapesse esattamente cosa stava succedendo.
Quello che più fa riflettere è però sicuramente il disastroso stato in cui si trova il sistema di salute messicano. Difficile purtroppo credere che la crisi “porcina” abbia conseguenze che portino a misure concrete per migliorarlo, anzi, al contrario, a breve ci si aspetta che tutto terminerà con una serie di spot per radio e televisioni dove il governo messicano autoproclamerà la forma impeccabile della gestione di una crisi sanitaria senza precedenti, salvando così sia il paese che l’umanità intera.
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